L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 18 novembre 2020

lo chiamano stato di diritto ma è Vincolo Esterno a cui gli stati si debbono assoggettare, un continuo ed incessante RICATTO. E comunque il Recovery Fund è strumento superato se la Bce continua a fare la banca centrale prestatore di ultima istanza

Recovery Fund frenato dai veti dell'est per (almeno) 10 giorni

Slovenia con Polonia e Ungheria impone il veto, niente intesa fra i leader domani. E la ratifica olandese slitta alla primavera

18 novembre 2020

OLIVIER HOSLET VIA GETTY IMAGES

Mentre il recovery fund langue sul treno dei ritardi, a Bruxelles calcolano che servirà tempo per superare i veti di Ungheria e Polonia, cui ora si è aggiunta la Slovenia. Una decina di giorni, riferiscono fonti diplomatiche europee, in modo da permettere le ratifiche nazionali, che però non si completeranno prima dell’inizio del 2021. Alla vigilia di un Consiglio europeo che avrebbe dovuto essere un aggiornamento sulla pandemia e invece si dovrà occupare ancora di recovery fund, negli ambienti diplomatici nessuno scommette che i 27 leader europei troveranno la soluzione in un’unica riunione. L’ennesimo ostacolo arrivato dall’est diffonde nervosismo, ma non produce uno scatto di reni.

Giovedì la presidenza tedesca non dovrebbe arrivare al tavolo con una nuova proposta per uscire dall’impasse. Non spingono in questa direzione nemmeno i paesi frugali, Olanda in testa, di solito i più avvelenati con l’est Europa sul rispetto dello stato di diritto. “I leader ascolteranno le ragioni di Ungheria, Polonia e Slovenia - dice una fonte diplomatica europea - della serie: perché continuano a creare problemi ad un ‘club’ di cui vogliono far parte?”.

Il ‘club’ è l’Europa che, in maniera abbastanza rocambolesca, sta cercando di tutelare i suoi valori sul rispetto dello stato di diritto, pur dovendo avere a che fare con gli Stati dell’est che li violano e vorrebbero continuare a violarli. Tanto che la clausola che ha fatto andare su tutte le furie i governi di Budapest, Varsavia e Lubiana è il meccanismo, inserito negli accordi con l’Europarlamento sul recovery fund, che lega l’utilizzo dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Una clausola indiscutibile nelle democrazie liberali. Non nei paesi dell’est, evidentemente.

Eppure i veti dell’est non producono uno scatto di reni degli altri leader europei, se non da parte dei paesi che hanno più bisogno dei fondi del ‘recovery’, come l’Italia. Ma la presidenza tedesca la sta prendendo piano. “Con la presidenza tedesca della Ue cerchiamo soluzioni pratiche. Vedremo se occorre, in ultima istanza, avanzare senza i Paesi che bloccano”, dice il responsabile francese agli Affari Europei Clémente Beaune. Ma questa soluzione non viene caldeggiata: in gioco c’è il bilancio Ue che necessariamente è a 27 Stati e il recovery fund è legato al bilancio perchè l’emissione di bond sul mercato è garantito proprie dalle sue risorse.

Dunque, la videoconferenza informale dei leader Ue di giovedì 19 novembre potrebbe non essere quella decisiva. Nelle cancellerie del continente già si mette nel conto la possibilità che questo ennesimo ‘incubo’ sul recovery fund possa addirittura planare al Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre. Tardissimo rispetto alla tabella di marcia decisa a luglio, quando i 27 capi di Stato e di governo siglarono il primo accordo sul ‘Next generation Eu’.

Invece, secondo alcune fonti europee, la previsione più ottimistica sarebbe trovare un accordo entro la fine del mese, in modo che i paesi membri possano iniziare i loro processi di ratifica prima di Natale. Ma già così, si fa tardi.

In Olanda, per esempio, il Governo non prevede di terminare i processi di ratifica parlamentare prima della primavera. Ci sono le elezioni a marzo e, c’è da dire, i ritardi che si stanno accumulando per colpa dei paesi dell’est non infastidiscono l’agenda del premier Mark Rutte, in corsa per la riconferma e alle prese con un’opinione pubblica non proprio favorevole al recovery fund.

Insomma, al Consiglio informale di giovedì, dopo la relazione del presidente Charles Michel sullo stato dell’arte del recovery fund e della seconda ondata di pandemia, ben 24 leader dell’Ue ascolteranno le ‘ragioni’ di Ungheria, Polonia e Slovenia. Tre paesi, solo tre paesi su 27 (sempre che non se ne aggiungano altri), cui l’attuale architettura istituzionale europea fornisce i mezzi per bloccare tutto, sebbene da una posizione di minoranza e con pretesti che fanno a pugni con i valori fondanti dell’Ue. Eppure l’Ue non riesce a prendere di petto questa situazione. Magari perché i veti qualcuno li usa, qualcun altro li sfrutta.

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