L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 novembre 2020

Recovery Fund congegnato in modo che i soldi che si ricevano vengono riconsegnati con l'aumento delle sovvenzioni italiane a Euroimbecilandia e con l'introduzione di tasse europee. E le condizioni diventano il cappio al collo dell'ulteriore Vincolo Esterno (lo vuole l'Europa)

L’infondata leggenda del Recovery Fund

di Leonardo Mazzei
10 novembre 2020


La leggenda secondo cui il Recovery Fund avrebbe cambiato l’Europa, ponendo fine all’austerità per iniziare un nuovo periodo di espansione economica, è una clamorosa bufala. Una gigantesca fake news, per chi ama gli anglicismi. Chi scrive non ha mai avuto dubbi sul punto, ma adesso ci giunge in aiuto un’attenta analisi del professor Gustavo Piga sulla Nota di Aggiornamento del Def (Nadef).

Premesso che in tempo di Covid i numeri contenuti nei documenti previsionali valgono quel che valgono, cioè quasi nulla, resta però interessante lo schema di ragionamento che il decisore politico ha posto come cornice al quadro previsionale. Mentre i numeri sono destinati ad essere smentiti, riaggiornati e rismentiti, quello schema di ragionamento resta invece la traccia indelebile di una precisa impostazione politica: quella degli euroinomani impenitenti, che scrivono di “espansione” anche quando sanno benissimo che avremo invece la solita austerità. Tra questi adoratori del “Dio Europa” il ministro Gualtieri non è l’ultimo arrivato.

Ecco così la sua Nadef 2020, come sempre co-firmata col Presidente del consiglio Giuseppe Conte. Su di essa il giudizio di Gustavo Piga è stroncante.

Diamo la parola a Piga

«La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è», questo il titolo chilometricamente liquidatorio del suo articolo. E non lo è – spiega Piga – proprio perché il tanto sbandierato Recovery Fund verrà utilizzato in tutt’altro modo. Probabilmente perché, questo lo aggiungiamo noi, non potrebbe essere diversamente proprio in virtù delle clausole previste da quel fondo, tanto decantato dai media quanto volutamente sconosciuto nei suoi meccanismi essenziali.

Vediamo allora le riflessioni di Gustavo Piga, partendo dall’inizio del suo articolo:

«Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su PIL. Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nota di Aggiornamento al DEF recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia».

Fatta questa premessa, Piga passa ad esaminare i numeri del Recovery Fund così come tradotti nelle previsioni programmatiche della Nadef:

«Cominciamo subito dalla questione dei fondi europei – più semplice da capire ma anche capace di sollevare perplessità – che si suddividono in trasferimenti a fondo perduto e in prestiti a tassi vantaggiosi. I primi sono pari a 14, 20 e 28 miliardi nel triennio a venire: 0,8%, 1% e 1,5% di PIL circa. L’effetto stimato, ancora per il triennio, di crescita economica in più è pari rispettivamente a 0,3%, 0,4% e 0,8%, con un moltiplicatore della crescita da parte della spesa pubblica inferiore dunque allo 0,5. Numero che non è foriero di buone notizie: da un moltiplicatore degli investimenti pubblici ci si aspetta che sia almeno pari ad 1, e un valore così basso non può che voler dire che i fondi UE a fondo perduto non verranno tutti spesi là dove l’impatto è maggiore per la crescita, nell’accumulazione di capitale fisico ed immateriale, ma piuttosto in mille rivoli e trasferimenti».

Bene Piga, ma il “fondo perduto” non esiste

La denuncia di Piga è chiara ed incontestabile: non c’è nessuna politica espansiva alle porte, né il Recovery Fund segnerà quell’uscita dall’austerità tanto propagandata dai media. Piga ha dunque il merito di svelare – numeri alla mano – la situazione reale dell’Italia reale, così come esce dalle stesse carte previsionali del governo. Un governo che, con i numeri di quelle carte, smentisce anzitutto se stesso, le sue promesse, le roboanti dichiarazioni dei suoi esponenti di punta.

Tuttavia Piga commette un grave errore, quello di parlare di inesistenti «trasferimenti a fondo perduto». Un errore che ne porta con sé un altro: quello di attribuire all’impiego di questi trasferimenti un moltiplicatore sul Pil inspiegabilmente basso, a suo avviso dovuto ad una dispersione in mille rivoli dei fondi in questione.

Ma è davvero questa la causa? O non sarà, piuttosto, che la Nadef – pur senza dichiararlo – tiene già conto del fatto che l’Italia dovrà contribuire a finanziare gli stessi fondi di cui poi usufruirà? A me pare che la spiegazione di un moltiplicatore talmente basso da risultare irrealistico, per altro indicato in un documento che in genere chi governa tende sempre ad improntare in maniera fin troppo ottimistica, non si spieghi altrimenti. Ed i numeri ce lo confermano.

Abbiamo già visto come la Nadef preveda l’utilizzo delle cosiddette “sovvenzioni” del Recovery Fund per complessivi 62 miliardi nel triennio a venire, circa 3,3 punti di Pil, cui corrisponderebbe invece un incremento della crescita economica di un solo punto e mezzo. L’arcano sta nel fatto che il “fondo perduto” proprio non esiste, mentre esiste una sorta di partita di giro con la quale gli Stati con una mano vengono “sovvenzionati”, mentre con l’altra restituiscono all’UE una cifra complessivamente equivalente.

Il documento “Finanziare il piano di ripresa per l’Europa“, elaborato dalla Commissione Europea, spiega come verrà finanziato il Recovery Fund. Pur auspicando l’aggiunta di nuove tasse europee, a Bruxelles si sono tutelati con una norma secca e chiara:

«Per garantire un margine di manovra adeguato, la Commissione propone di modificare la decisione sulle risorse proprie, il testo giuridico che stabilisce le condizioni per il finanziamento del bilancio dell’UE, per consentire l’assunzione di prestiti e aumentare di 0,6 punti percentuali il massimale delle risorse proprie in via eccezionale e temporanea. Questo aumento delle risorse proprie va ad aggiungersi al massimale permanente delle risorse proprie di 1,4 % dell’RNL proposto tenendo conto delle incertezze economiche e della Brexit».

A scanso di equivoci lo stesso documento precisa che:

«Il massimale delle risorse proprie determina l’importo massimo delle risorse in un dato anno che possono essere richieste agli Stati membri per finanziare la spesa dell’UE».

Dunque il massimale verrà portato dall’1,4% dell’Rnl (Reddito nazionale lordo) di ciascuno Stato al 2%. Per l’Italia significa un aggravio di circa 11 miliardi annui, equivalenti a 33 miliardi nel triennio. Trentatre miliardi da succhiare dalle casse dello Stato, sottraendoli dunque ad altri utilizzi (spesa od investimenti) dello stesso.

Ecco allora che i 62 miliardi della Nadef diventano al massimo 29. Il che spiega abbondantemente il modesto incremento quantificato dal governo sul Pil. Se l’aumento di spesa effettivo è quello da noi calcolato, il moltiplicatore non sarebbe più sotto allo 0,5, bensì leggermente superiore ad 1. Il che appare assai più ragionevole Tutto questo sempre nel “fortunato” triennio 2021-23, perché in quello successivo (2024-26) le cose potrebbero peggiorare drasticamente. Come si legge a pagina 12 della Nadef, le sovvenzioni in quel triennio caleranno infatti a soli 13,4 miliardi, mentre l’uscita aggiuntiva dello Stato (direzione Bruxelles) potrebbe restare a quota 33 miliardi. Insomma, una cuccagna!

Se così andranno le cose – e questo ci dicono le carte – il famoso “fondo perduto” ammonterebbe a soli 9,4 miliardi in 6 anni, pari ad un miliardo e mezzo all’anno! Una miseria – peraltro tutta da vedere, vista la possibilità di una serie di tassazioni aggiuntive -, ma ad ogni modo più che compensata dalle stringenti condizioni cui verrà incatenato il nostro Paese.

E i prestiti?

Fin qui abbiamo parlato delle cosiddette “sovvenzioni”, sperando che si sia almeno capita una cosa: che nella sostanza il “fondo perduto” proprio non esiste, che per l’Italia ci saranno al massimo delle miserevoli briciole, del tutto irrilevanti dal punto di vista macroeconomico.

Ma il Recovery Fund prevede anche i prestiti, che per il nostro Paese sono peraltro la parte prevalente. Un totale di 127,6 miliardi, la maggior parte da utilizzarsi nel triennio 2024-26. Inutile dire – qui l’inganno semantico non può funzionare come con le “sovvenzioni” – che i prestiti andranno restituiti.

Poiché la Nadef arriva solo fino al 2023, Piga non può far altro che analizzare l’impatto di questi prestiti soltanto sul primo triennio. Ed il suo giudizio è tombale:

«Passiamo ai prestiti a tassi vantaggiosi: essi sono pari a 11, 17,5 e 15 miliardi di euro. Una bella cifra. Purtroppo una buona parte di questi non andranno a finanziare nuovi progetti di investimenti ma a sostituire il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già previste. Effetto addizionale dunque nullo, se non per un minuscolo risparmio di spesa per interessi. Qualcuno potrebbe dire che vanno a finanziare comunque maggiori investimenti pubblici già previsti da questo Governo, ma il DEF di aprile non lascia scampo nemmeno a questo riguardo: l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo».

Queste affermazioni trovano puntuale riscontro in quel che si legge a pagina 11 della Nadef:

«I prestiti… non si tradurranno in un equivalente aumento dell’indebitamento netto in quanto potranno in parte sostituire programmi di spesa esistenti (anche corrente) e in parte essere compensati da misure di copertura. La porzione di prestiti che si traduce in maggior deficit è determinata per ciascun anno secondo gli obiettivi di indebitamento netto illustrati più oltre».

Qui l’aspetto principale da cogliere, quello che taglia la testa al toro di ogni retorica europeista, è che i prestiti nulla aggiungeranno alle prospettive economiche del Paese. Trattandosi di debiti, da contabilizzarsi come tali, prendere soldi in prestito dall’UE non sarà per nulla diverso dal prenderli sui mercati finanziari con la normale emissione di titoli. Con il piccolo particolare che l’UE ci imporrà pure come spenderli! Una trappola ben congegnata ai danni dell’Italia, che solo i piddini possono vendere come un affarone.

Conclusioni

Arriviamo adesso ad alcune conclusioni.

Molte sarebbero le cose da dire ancora sul Recovery Fund. Una su tutte la tendenza di alcuni Stati (Spagna in primis) a non volere più i prestiti di questo fondo. Ma ancora più importante è capire le ragioni politiche del perché di tanta insistenza affinché gli Stati mediterranei siano costretti a ricorrervi. Un’insistenza che in Italia arriva perfino all’invocazione piddina, mediatica e confindustriale a favore del Mes. Per non farla troppo lunga torneremo su questi temi in un prossimo articolo, per provare a comprendere oltre al trucco economico (di cui qui ci occupiamo) anche quello politico.

Adesso torniamo invece al professor Piga, più esattamente alle conclusioni del suo articolo.

«C’è un ultimo aspetto che va considerato, e che rimane quello più importante. Questa manovra è stata “venduta” come manovra espansiva, di supporto all’economia. Ma lo è solo rispetto a quanto deciso in primavera nel DEF; se guardiamo piuttosto alle scelte complessive del Governo, includendo quelle decisioni, vediamo che – in tempi di Covid! – la posizione del Governo rimane molto restrittiva. Meno austera di qualche mese fa, ma pur sempre molto austera».

L’austerità dunque prosegue. In forme nuove, dato che con l’attuale crisi il rispetto dei vincoli formali del Fiscal compact non potrebbe chiederli neppure un Valdis Dombrovskis, ma prosegue.

Detto questo, la conclusione di Piga è pienamente sottoscrivibile:

«Insomma, invece di confermare e stabilizzare il deficit al livello odierno per tutto il triennio e utilizzarne le risorse per fare investimenti pubblici e invece di dedicare le risorse europee a massimizzare i progetti che generano crescita, ci ritroviamo con una programmazione austera e male allocata, in quella che è la maggiore crisi economica del dopoguerra. E perché mai? Per quanto riguarda l’austerità è semplice, basta tornare ai numeri finali del 2023, quell’avanzo primario in pareggio e quel deficit su PIL che tocca la soglia “critica” del 3% del PIL su cui si è costruita la logica del mai abolito e austero Fiscal Compact. Non sono infatti numeri casuali: sono frutto di quella promessa che il Governo italiano ha fatto, implicita nell’accordo sottostante al Recovery Fund, che l’Italia accede a questi fondi purché … si cimenti nell’austerità richiesta dall’Europa appena fuori dal Covid. Con una mano si dà, con l’altra si leva. Cosa si leva? La crescita».

Che dire? La leggenda di un Recovery Fund virtuoso e risolutivo è oramai smascherata. Solo la disastrata politica italiana può ancora far finta che così non sia. Una faccia tosta che prima o poi dovrà fare i conti con la realtà.

Ogni previsione economica e politica è in questo momento difficile. Ma una cosa è certa: solo l’uscita dalla gabbia europea potrà dare all’Italia la possibilità di riprendersi. Purtroppo le forze al servizio del blocco eurista hanno potuto utilizzare a loro vantaggio l’epidemia in corso. La paura è un potente strumento di dominio. Vedremo fino a che punto sarà sufficiente a coprire le malefatte della maledetta congrega al potere.

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