L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 novembre 2020

Solo dei veri euroimbecilli mascherati possono proporre di cancellare il debito con un clic e nel medesimo momento proporre patrimoniali e ristrutturazione del debito privato. Pensare ad un economia diversa che risponda alla domanda cosa, come, quanto, dove, produrre è troppo rivoluzionario per questi benpensanti idioti

La crescita di domani non ripagherà i debiti di oggi

Nuova Finanza pubblica. La monetizzazione è ipotesi che in questa fase dovrebbe essere percorsa, ma essa non è senza limiti e senza contraddizioni, e non assicurerebbe meccanicamente maggiore giustizia sociale.



EDIZIONE DEL 21.11.2020

Nel contesto della crisi economica e della pandemia globale le banche centrali stampano sempre più moneta e gli Stati aumentano i loro debiti, facendo prevedere al Fmi che questi ultimi passeranno dal 83,3% al 96,4% del Pil globale nel 2020. In questo quadro avanzare l’ipotesi di cancellare i debiti appare tema serio, il fatto che ad avanzarla sia il presidente del parlamento europeo ed esponente del PD David Sassoli, dà il segno del livello di difficoltà economica nel quale ci muoviamo.

Certo, successivamente Sassoli afferma che tale operazione andrebbe conciliata con il principio della sostenibilità del debito, ma oramai alea iacta est (il dado è stato lanciato) dicevano i latini. Le reazioni sono state spesso scomposte, rinunciando per lo più a rispondere al problema di fondo: come si esce dalla crisi del debito e del modello neoliberista? Molti sembrano accontentarsi di prender tempo aspettando la crescita o che qualcosa accada. La proposta di Sassoli implica, infatti, un non detto: domani non vi sarà crescita sufficiente a ripagare i debiti di oggi. Scenario verosimile. La modesta crescita di questi anni si è affermata attraverso l’indebitamento, ma non si è innescato un processo capace di riassorbirlo.

La finanziarizzazione è stata espressione dell’affermarsi di un ciclo economico fondato sul debito. Il problema della proposta Sassoli è semmai la sua idea di fondo, ovvero quella di cancellare i «debiti covid» per tornare alla situazione precedente. Il pre-covid, però, si caratterizzava per la crescita sostenuta e strutturale del debito privato e, dopo il 2008, del debito pubblico mobilitato in larga parte per salvare il capitale privato. Le politiche monetarie non convenzionali in realtà sono convenzionali da diversi anni. La crisi dell’economia a debito era, insomma, già iniziata. L’idea di cancellare parte o tutto il debito detenuto dalla Bce sembra più che altro proporre un consolidamento della politica monetaria espansiva. Sul piano tecnico, infatti, l’ipotesi più credibile potrebbe essere quella di trasformare in perpetui i titoli in pancia alla BCE. Non siamo in disaccordo, ma consapevoli che nessuno sa quanto questa strategia espansiva possa durare.

Da una parte la massa monetaria messa in circolazione sta generando inflazione finanziaria rendendo «sostenibili» bolle speculative che rappresentano altrettante mine pronte ad esplodere, dall’altra l’inflazione fatica ad esser creata in un contesto economico recessivo, ma una volta innescata sarebbe molto difficile da controllare. Le banche centrali potrebbero trovarsi strette tra una forte inflazione e la tenuta del sistema finanziario bisognoso di dosi monetarie sempre più elevate. L’inflazione svaluterebbe i debiti, ma a pagare il conto potrebbero non essere i grandi patrimoni.

Insomma, la monetizzazione è ipotesi che in questa fase dovrebbe essere percorsa, ma essa non è senza limiti e senza contraddizioni, e non assicurerebbe meccanicamente maggiore giustizia sociale. Ad essa andrebbe affiancata una duplice operazione per intaccare quei soggetti che in questi anni hanno visto crescere clamorosamente le proprie ricchezze. Una ristrutturazione del debito privato e una patrimoniale, entrambe fortemente progressive per attingere risorse dove esistono, operando nel senso di una redistribuzione dei redditi, in particolare dopo che negli ultimi anni la finanza e l’abbondanza di moneta hanno favorito il rafforzamento di ingenti ricchezze. Il primo passo per realizzare un nuovo ciclo economico espansivo trainato dall'investimento pubblico e svincolato dai diktat della crescita dei profitti.

Un piano d’investimenti per affrontare le grandi questioni del nostro tempo, a partire dall’urgenza della conversione ecologica e la lotta alla povertà. L’ipotesi di Sassoli è indice di dove sia giunta la crisi e di come le consuete risposte mainstream comincino a risultare poco credibili anche in settori insospettabili. 

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