L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 novembre 2020

Stati Uniti sull'orlo di una crisi di nervi dove le discriminazioni e le diseguaglianze predominano e dettano l'agenda

Behemoth 2.0. La ‘tribalizzazione’ dell’America e la fragilità delle nostre democrazie

di Damiano Palano
7 novembre 2020

All’alba del 9 novembre 2016, scoprimmo un’America molto diversa da quella che avevamo conosciuto. Il responso delle urne non ci disse soltanto che a insediarsi alla Casa Bianca sarebbe stato Donald Trump, l’originale miliardario newyorkese che per mesi era stato ritratto dalla stampa e da molti osservatori come un fenomeno da baraccone e come un candidato sconfitto in partenza nella competizione con Hillary Clinton. Il risultato di quelle elezioni ci disse soprattutto che una fetta cospicua di cittadini aveva creduto nello slogan «Make America Great Again» inalberato durante la sua campagna, che non si era scandalizzata per i toni razzisti del tycoon, per le fake news che popolavano i suoi tweet, per il suo passato burrascoso, che non aveva giudicato risibili molte delle promesse lanciate nei suoi comizi. In altre parole, avevamo scoperto che una parte dell’America aveva riconosciuto in Trump un outsider capace di difendere i propri interessi e i propri valori. Un outsider a cui veniva consegnato il compito di difendere, dalla globalizzazione e dalle élite liberal, gruppi sociali che erano abissalmente lontani da quello da cui l’immobiliarista newyorkese proveniva.

Quattro anni dopo sappiamo che l’America non è diventata di nuovo grande come era stata nella seconda metà del Novecento. L’economia ha certo beneficiato delle ricette dell’amministrazione Trump, ma gli effetti positivi sono stati mandati in fumo dall’irruzione della pandemia. Sotto il profilo internazionale, gli Usa hanno invece visto ulteriormente incrinarsi la legittimità del loro ruolo di egemone globale, e sarà molto difficile che – anche a dispetto degli sforzi che Joe Biden potrebbe riporre in un rilancio del multilateralismo – la situazione torni sui vecchi binari. Ma, soprattutto, i risultati delle elezioni del 3 novembre ci confermano che l’America è un paese diviso, lacerato come probabilmente non è mai stato nel corso dell’ultimo secolo. E il punto non è tanto che l’esito del voto si giochi – a dispetto, ancora una volta, di ciò che ci avevano predetto i sondaggi da molti mesi – su una manciata di schede, quantomeno negli Stati in bilico. I dati su cui riflettere sono piuttosto l’intensità della partecipazione e la distanza, davvero marcata, che esiste tra i due gruppi di elettorato. Non è una scoperta che giunga davvero inaspettata. Molti politologi e molte indagini ci avevano ripetuto negli scorsi anni che nelle democrazie occidentali, e soprattutto negli Stati Uniti, stava crescendo il livello della “polarizzazione”. In altre parole, la distanza ideologica tra democratici e repubblicani stava crescendo, non solo tra le leadership politiche, ma tra le stesse basi elettorali, al punto tale da mettere in discussione quella tolleranza reciproca e quell’autocontrollo che rappresentano i pilastri più solidi di una democrazia dell’alternanza. I risultati delle urne ce lo confermano in modo quasi clamoroso, anche perché l’affluenza al voto – nonostante le circostanze eccezionali della pandemia – ha raggiunto il livello più alto da oltre un secolo, dimostrando così che la società americana è probabilmente molto più politicizzata ora rispetto al passato. Non sono però solo i risultati delle urne, o le stesse contestazioni che li accompagnano (e li accompagneranno probabilmente a lungo), a palesare le proporzioni della “polarizzazione”. A fornirci una fotografia forse ancora più efficace – e inquietante – sono molti degli eventi che hanno preceduto e seguito le elezioni del 3 novembre: la contestazione delle procedure elettorali, la delegittimazione dell’avversario, l’allusione (neppure troppo implicita) alla possibilità di ricorrere alle armi, la comparsa di una violenza politica non più praticata da attori marginali ma da soggetti che risultano per molti versi interni alla dialettica delle forze istituzionali.

Dinanzi a questa America divisa in due, in fondo riscopriamo ciò che avevamo sempre sospettato. E cioè che, al di là della retorica dell’american dream, il paese dello Zio Sam era sempre stato lacerato da profonde diseguaglianze e discriminazioni. I politologi statunitensi degli anni Cinquanta e Sessanta scrivevano che il segreto dell’esperimento democratico americano era la civic culture: una cultura politica contrassegnata dalla coesione intorno ai valori di fondo della comunità nazionale, una cultura che trasformava la competizione elettorale in un ‘gioco’, perché nessuno dei contendenti era percepito come una minaccia e perché nella tornata successiva il risultato si sarebbe potuto ribaltare. Quell’immagine era già allora sin troppo generosa, perché trascurava la forza delle linee di divisioni ereditate dal passato, che l’esito della Guerra civile, il New Deal e la Guerra fredda non avevano cancellato. Quelle profonde fratture tornano per molti versi a riaffiorare con maggiore evidenza oggi, ‘incapsulando’ dentro vecchi contenitori identitari il disagio che nasce dalle nuove diseguaglianze, dall’impoverimento dei ceti medi, dalla paura verso i “nuovi arrivati”, dal risentimento verso quell’establishment che ha tradito molte delle proprie promesse.

Se possiamo ravvisare nell’America polarizzata del 2020 molti lasciti dell’America di ieri, forse dobbiamo però anche riconoscere nella ‘tribalizzazione’ contemporanea qualcosa di più che la semplice riemersione del passato. Molti anni fa, Marshall McLuhan, con una delle sue formule fulminanti, scrisse che mentre «le tecnologie specialistiche detribalizzano», ogni tecnologia non specialistica «ritribalizza». E la polarizzazione di oggi è in effetti anche un prodotto di quella tecnologia non specialistica che – veicolata soprattutto dagli smartphone che teniamo in tasca – ha colonizzato le nostre vite. In una società come quella americana – una società sempre più individualizzata, sempre più priva delle vecchie riserve di capitale sociale – la radicalizzazione è cioè anche l’esito di quei flussi comunicativi “personalizzati” che viaggiano sui social media. Le identità collettive di oggi, a differenza di quelle del passato, sono in sostanza costruite e rafforzate dentro quelle “bolle” autoreferenziali in cui ciascuno di noi – come disse Barack Obama nel suo ultimo discorso da presidente – tende sempre di più a chiudersi, alla ricerca di sicurezze e di conferme alle proprie convinzioni. Anche questo rende le contrapposizioni di oggi tanto differenti da quelle che abbiamo conosciuto nel Novecento. Ed è anche per questo che non sono eccessivi i timori sui rischi che questa polarizzazione potrebbe comportare per la stabilità delle istituzioni democratiche americane. Priva degli argini garantiti nel passato dai partiti di massa, e in un paese tutt’altro che abituato a gestire col compromesso le spinte conflittuali, la ‘tribalizzazione’ può davvero innescare una spirale di turbolenze che non è destinata a esaurirsi con l’uscita di scena di Donald Trump.

In questi mesi, dinanzi alle risposte fornite dagli Stati all’emergenza sanitaria, l’ombra del vecchio Leviatano di Hobbes è tornata spesso ad aleggiare sul futuro delle nostre democrazie. Molti hanno infatti attirato l’attenzione sulla possibilità che, per rispondere alla pandemia, i cittadini occidentali debbano cedere una parte delle loro libertà in cambio della tutela della loro salute. Ma il clima politico che ha preceduto (e che forse seguirà) le elezioni presidenziali del 2020 sembra piuttosto evocare il mostro biblico con cui Hobbes volle identificare il lungo conflitto che, nella prima rivoluzione inglese, oppose Carlo I al Parlamento. Perché, se le forze politiche non si impegneranno a trovare un nuovo compromesso, la situazione degli Stati Uniti di domani potrebbe assomigliare davvero a una sorta di Behemoth 2.0.

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