L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 20 novembre 2020

Tutto in bilico in Etiopia mentre l'Egitto sta a guardare con interesse

Ombre sulla grande diga “italiana” sul Nilo: in Etiopia conflitti interni e tensioni con l’Egitto

L’opera, realizzata dalla Salini- Impregilo, è al centro di vari interessi: Pechino appoggia Addis Abeba, gli Usa sono al fianco del Cairo

ALBERTO NEGRI | 17 NOV. 2020 19:17 

Operai al lavoro sulla diga sul Nilo


Perché il conflitto in Etiopia, memorie coloniali a parte, ci interessa? La guerra del Tigrai che oppone le forze regionali al governo centrale di Addis Abeba coinvolge l’Eritrea ma anche la più grande posta geopolitica del Corno d’Africa: la diga sul Nilo Azzurro realizzata dalla Salini-Impregilo e dai cinesi, assai temuta dall’Egitto e dal Sudan per le limitazioni alle vitali forniture d’acqua. La Diga del Rinascimento (Gerd) sarà la più grande del continente. I cinesi, che hanno investito 2 miliardi di dollari in turbine e generatori, ritengono questo progetto fondamentale.

EGIZIANI ALLA FINESTRA

Per ora gli egiziani stanno a guardare, ma è evidente che il conflitto interno nel Tigrai, già tracimato con la fuga di migliaia di profughi in Sudan, costituisce un elemento di forte destabilizzazione dell’Etiopia, il maggiore nemico dell’Egitto del generale Al Sisi con il quale si è schierata anche l’America di Trump che ha tagliato drasticamente gli aiuti finanziari ad Addis Abeba, con l’ovvio risultato di rendere il Paese sempre più dipendente da Pechino.

Che il Nilo sia la linfa vitale dell’Egitto non è un mistero, è così da migliaia di anni. Il Paese delle piramidi ottiene dal fiume più lungo al mondo circa il 97% della sua acqua e vede nella Gerd – alta 170 metri e lunga 1,8 km, dal costo globale di 4,5 miliardi di dollari, una minaccia alla propria esistenza. Soprattutto per la velocità con cui Addis Abeba vorrebbe riempirla, un paio di anni al massimo contro i 10-15 che propone il Cairo per continuare ad assicurarsi un flusso adeguato di acqua per la sua popolazione di oltre 100 milioni di abitanti che vive quasi interamente lungo le rive del Nilo. Il Sudan è meno preoccupato, ma guarda ugualmente con sospetto le intenzioni degli etiopi.

La Cina oggi è interessata all’Etiopia sulla base di un calcolo politico, oltre al fatto che la diga sul Nilo diventerà il più grande fornitore di elettricità del continente. Addis Abeba offre a Pechino un contesto in cui poter esercitare la propria influenza presso l’Unione africana, la Commissione economica per l’Africa dell’Onu e altre istituzioni come l’Oms. Inoltre Pechino ha aperto la sua base militare a Gibuti – altro cliente cinese – e l’ha collegata con una ferrovia ad Addis Abeba.

GLI INTERESSI CINESI

Ma esistono anche ragioni economiche: l’Etiopia è il secondo Stato più popoloso dell’Africa (112 milioni) e rappresenta un importante mercato per le merci cinesi. Non è un caso che Pechino abbia fatto di Addis Abeba il punto di arrivo e distribuzione anche verso altri Paesi africani degli aiuti per combattere il virus, Eritrea compresa. E che il premier etiope Abiy Ahmed, Nobel per la Pace 2019, sia in costante contatto con Xi Jinping ma anche con Putin.

L’ipotesi di una guerra civile in Etiopia, con possibili coinvolgimenti a livello regionale, del secondo Paese più popoloso del continente africano basta da sola a far intravedere i rischi di una simile deriva. Eppure, sostiene l’Ispi, l’Istituto di studi di politica internazionale di Milano, si tratta di un’ipotesi tutt’altro che remota. Nel nord del Paese l’esercito federale si scontra con le forze armate del Tpfl, il Fronte popolare di liberazione del Tigrai che è arrivato a colpire con i razzi l’aereoporto di Asmara, capitale eritrea, massacrando poi per rappresaglia contro Addis Abeba 34 civili su un pullman.

I leader del Tplf sostengono che il premier etiope Abiy Ahmed occupi illegittimamente la posizione di capo del governo perché il suo mandato è scaduto. E hanno deciso di contravvenire alla decisione del governo di rinviare il voto organizzando elezioni regionali a settembre. Un voto dichiarato illegale dal governo centrale.
Ma le ragioni dello scontro tra il primo ministro e l’élite tigrina hanno radici più profonde. Anche se rappresentano solo il 6% della popolazione dell’Etiopia, composta da oltre 110 milioni di persone (gli altri gruppi etnici maggioritari sono Oromo e Amhara), i tigrini hanno svolto un ruolo preponderante nella coalizione di partiti su base etnica – il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf) – che per 20 anni ha dominato la scena politica etiope. Nel 2018, con l’arrivo di Abiy, esponente dell’etnia degli Oromo, storicamente emarginata dal potere, la leadership tigrina è stata di fatto epurata, e le relazioni sono ulteriormente peggiorate dopo che Abiy ha sciolto la coalizione dell’Eprdf.

IL TIMORE DEI CONFLITTI

La guerra nasce da questa lotta etnica e di potere. «Sembra di vedere un incidente ferroviario al rallentatore» ha detto Dino Mahtani dell’International Crisis Group. Il timore è che il conflitto possa estendersi alle altre regioni, facendo esplodere le rivendicazioni delle diverse comunità che compongono il paese. L’Egitto resta quindi uno spettatore interessato a una possibile destabilizzazione e disgregazione dell’Etiopia, che potrebbe ostacolare il progetto della Grande diga etiope sul Nilo, la vera posta strategica del Corno d’Africa.

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