L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 dicembre 2020

Esiste la verità ufficiale a cui è quasi vano lo sforzo estremamente razionale di evidenziare le contraddizioni e le incongruenze. La massa ha incorporato nella sua intimità le fake news narrate dalle televisioni è vano il tentativo di scuoterla nelle convinzioni interiorizzate è costretta di riflesso ad attaccare chi cerca di risvegliarla. La Caverna di Platone è esemplare in quello che sta accadendo

L’Oms offre nuove pandemie: l’illusionismo del potere

di ilsimplicissimus
29 novembre 2020

Difficile immaginare un complotto più grande di quello teso a fare del pensiero critico una mera manifestazione complottista con addirittura un aspetto psichiatrico sul quale recentemente si sono esercitate le più belle menti da ammasso mediatico del Paese. Ciò che al tempo della guerra fredda veniva attribuito in maniera piuttosto fantasiosa ai regimi comunisti sta invece diventando una realtà in occidente dove criminalizzazione e patologizzazione del dissenso sono ormai moneta corrente e vengono combattute eliminando man mano la libertà di parola. Del resto l’espressione teoria del complotto ha un‘origine illustre, risale all’assassinio di Kennedy e indicava chi non credeva alla versione ufficiale ovvero che il presidente fosse stato assassinato da un singolo pazzoide di nome Oswald, opportunamente fatto fuori a 48 ore dall’attentato. Chi non credeva a questa tesi priva di senso era appunto complottista, mentre chi ci crede ora è trattato e giustamente da idiota. Tanto per dire. Ma è stato dalla caduta del muro di Berlino che la crisi dell’unione sovietica e l’affermazione del neoliberismo hanno trasformato la teoria del complotto in un’arma contro il dissenso che poi è diventata di uso quotidiano a partire dall’11 settembre in poi, quando ciò che si doveva nascondere diventava sempre più pesante e lo si poteva fare solo con dosi sempre maggiori di illusionismo.

Il gioco è stato abbastanza facile perché si poteva sempre partire da posizione estreme e prive di qualsiasi credibilità, come quella di un potere segreto detenuto da extraterrestri o da illuminati che sono al comando dal tempo dei Sumeri e via dicendo, insomma una serie di stravaganze tipiche della subcultura americana: occorreva solo aggiungere a queste fiabe le critiche serie alle verità ufficiali per farle sprofondare in un universo ai confini della realtà, dietro lo specchio di Alice, anche utilizzando parole chiave come appunto complottismo, fake news o da quest’anno negazionismo, in modo da far scattare riflessi pavloviani. Oggi la critica al cosiddetto complottismo si basa in sostanza sulla negazione dell’esistenza di cosiddetti “poteri forti” che contribuiscono a determinare gli avvenimenti, che hanno ben precisi interessi nella trasformazione della vita sociale ed economica, che sono in grado condizionare l’opinione pubblica, nonché di nascondere le loro tracce. Ora è facile prendersi gioco di queste tesi anti complottiste, dal momento che la storia umana funziona esattamente così, è una dialettica e uno scontro fra interessi e visioni, gruppi e classi, diverse posizioni di potere che tendono a collegarsi tra di loro e fare gioco di squadra anche quando sono apparentemente distanti. Vedere tutto questo sotto la luce del “complotto” da respingere è una cosa da stupidi e dunque assolutamente omogenea a chi fa uso e abuso di questa teoria dell’assoluta banalità e visibilità degli eventi. Sarebbe anche facile smontare tutto questo semplicemente mostrando che ciò che ieri era complotto adesso è una verità accertata o comunque una tesi consistente, ma c’è soprattutto una difficoltà logica in questo universo concentrazionario: come si stabilisce se siamo di fronte a una teoria complottista o a una semplice interpretazione dei fatti? Non c’è modo di farlo perché secondo le definizioni più diffuse la ricostruzione complottista è critica rispetto alla verità accettata dall’opinione pubblica. Dunque il serpente si morde la coda, perché alla fine non si parla più di fatti, ma di percezioni da parte di una entità astratta come l’opinione pubblica, ammesso che esista, che è condizionata dagli stessi media che decidono cosa è complottismo e cosa verità.

Ora vi chiederete perché tutta questa pappardella per molti versi scontata: ma semplicemente perché al tempo del coronavirus per non essere complottisti occorrerebbe accettare l’assurdo e negare che le vele della pandemia siano gonfiate da ben precisi interessi, quando essi invece non solo palesemente esistono, ma vengono persino esposti e teorizzati da parte dei principali attori economici, come ad esempio Klaus Schwab, fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum, che ha pubblicato a luglio un libro complottista: “Covid 19 il grande Reset”, nel quale si spiega dove i potentati economici vogliono portarci e di quanto il coronavirus abbia accelerato questi processi. E di fronte al rappresentante dell’Oms al G20 di qualche giorno fa ha fatto finte previsioni, scientificamente prive di qualsiasi senso, ma che hanno in realtà il sapore di un preciso cronoprogramma, peraltro già nelle linee guida di alcuni Paesi: l’uomo al servizio di Tedros e di Bill Gates ha sostanzialmente detto che questo virus non sarà l’ultimo (come fa a saperlo? Forse li ha già in laboratorio?), che ci saranno più pandemie e solo le vaccinazioni, le mascherine e i generosi contributi al bilancio dell’Organizzazione mondale della sanità ci salveranno. Ha anche promesso una nuova ondata di Covid a gennaio, e poi un’altra, , magari di Covid 21 come dice il commissario francese alla pandemia, e così via fino a quando la terra non sarà seppellita di vaccini. Ma anche fino a quando non sarà stata depauperata della libertà, del lavoro e dei diritti e non si sarà instaurato una sorte di regime semi militare. Di fronte a tanta sfacciataggine si tocca con mano l’esistenza di un piano, di una sorta di obiettivo di massima che viene mano mano messo a punto basandosi sulla risposta delle vittime: meno queste reagiscono, più sarà possibile spogliarle dei loro diritti. Non è un progetto messo in piedi da elfi in una fortezza o da grandi vecchi, è una ricetta assolutamente già scritta nel libro del neoliberismo per il quale finalmente si è trovato l’ingrediente adatto.

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