L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 dicembre 2020

Firmano contro il Mes per crearsi l'alibi, a tempo scaduto!

Mes? No grazie. L’appello dei professori di sinistra

8 dicembre 2020


Si mobilitano pure gli economisti (e alcuni giuristi) di sinistra contro il Mes. Il punto di Daniele Capezzone sul quotidiano La Verità

Si mobilitano pure gli economisti (e alcuni giuristi) di sinistra. Forse un po’ fuori tempo massimo, con una capacità – diciamo pure – limitata e tardiva di incidere sulla discussione politica e in generale sul dibattito pubblico: eppure, rilanciati da Micromega, numerosi accademici progressisti (che sarà ben difficile presentare come “sovranisti”) hanno preso carta e penna contro il Mes e la sua riforma, definita un meccanismo “che persevera negli errori”.

La tesi è che anche le modifiche in discussione del Fondo salva stati rispondano – scrivono i firmatari – “alla logica della ‘vecchia’ Europa, quella che ha drammaticamente fallito nella gestione della crisi greca e che ha sbagliato anche nell’affrontare le conseguenze della crisi del 2008, relegando una delle aree economiche più ricche del mondo ad una sostanziale stagnazione decennale”.

Insomma, secondo gli estensori dell’appello, l’allentamento delle rigidità europee in questo 2020 rischierebbe di essere solo una parentesi in attesa del ritorno ai consueti standard, “per riprendere, una volta dichiarata finita l’emergenza, quegli stessi schemi che si sono dimostrati clamorosamente fallimentari”.

I firmatari citano anche le critiche recenti di alcuni eurolirici, da Enrico Letta a David Sassoli, e poi usano come elemento rivelatore di un’amara realtà le dichiarazioni del membro lussemburghese del board della Bce Yves Mersch, secondo cui il Mes non serve a “salvare gli stati” ma a sottoporli a una sorta di “amministrazione controllata” attraverso le famigerate “condizionalità”. “Mersch – scrivono i firmatari dell’appello – è giunto a minacciare una battaglia per frenare l’azione della Bce, di fondamentale importanza specie in questa fase, se i paesi europei non ricorreranno al Mes. Non si poteva spiegare più chiaramente che il Mes non è uno strumento di aiuto, ma di controllo, un controllo affidato a funzionari senza nessuna legittimazione democratica”.

Segue la parte più politica dell’appello, e cioè un richiamo al M5S a non cedere all’argomento di dare semaforo verde alla riforma con il retropensiero che tanto poi non si farà ricorso al Mes. “Il problema più importante – secondo gli estensori del documento – è proprio il via libera a una riforma che riconferma una linea europea fallimentare, che in prospettiva mette in pericolo la stessa sopravvivenza dell’Unione”. E come mai? Perché – spiegano – “la storia d’Italia degli ultimi trent’anni è caratterizzata da snodi critici in cui riforme apparentemente tecniche e di scarsa portata hanno pesantemente condizionato gli sviluppi futuri e limitato fortemente la discrezionalità politica nazionale, consegnandola al ‘vincolo esterno’. Tali riforme sono state fatte passare senza che l’elettorato fosse sufficientemente informato e cosciente della posta di gioco, spesso con argomenti speciosi quali la necessità di non perdere ‘credibilità’ dinanzi ai partner europei. Siamo convinti – concludono – che la riforma del Mes rappresenti uno di questi snodi cruciali e che sia necessario opporle il veto”.

Tra i firmatari, Sergio Cesaratto (Università di Siena), Massimo D’Antoni (Università di Siena), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Leonello Tronti (Università Roma Tre), e una sessantina di altri economisti e giuristi loro colleghi.

(estratto di un articolo pubblicato oggi sul quotidiano La Verità)

Nessun commento:

Posta un commento