L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 dicembre 2020

Lo stregone maledetto per conto dei Rockefeller&altri aggiusta il tiro per l'implementazione del Grande Cambiamento che si serve del covid/lockdown/coprifuoco per terrorizzare le popolazioni, annichilirle e quindi far passare qualsiasi tipo di messaggio che l'élite occidentale mondiale ha deciso. Già pronto il covid-21 o le varianti del covid-19 se la distruzione di capitali, merci, uomini e mezzi di produzione non bastasse per superare la crisi di SOVRAPPRODUZIONE

La Bce e il post Covid, per Mario Draghi serve una visione strategica


Il post Covid è già un percorso a ostacoli. E sul fronte economico il rischio è di ritrovarsi in una nuova tempesta che, come quella del 2008, necessiterà di un intervento «lacrime e sangue». Una espressione che in Italia rievoca per molti lo spettro di Mario Monti, nominato presidente del Consiglio nel 2011 quando lo spread aveva toccato la vertiginosa cifra di 500 punti base.

A mettere in guardia è l’ex presidente della Banca Centrale europea, Mario Draghi, che ha partecipato all’ultima riunione del ‘Gruppo dei Trenta’. Una organizzazione no profit che riunisce economisti e finanzieri dalla fine degli anni Settanta. L’ex governatore della Bce ha realizzato assieme all’ex presidente della Banca centrale indiana Raghuram Rajan un documento che condanna di fatto l’operato della presidente della Bce Christine Lagarde.

Secondo Draghi infatti è rischioso continuare a sostenere le banche e le società industriali – acquistando le cosiddette obbligazioni corporate – erogando “crediti a pioggia”. Un approccio assistenzialista che ricalcherebbe i sussidi adottati dai Paesi europei per fare fronte alla crisi innescata dalla pandemia.

Per l’ex governatore della Bce manca una strategia che accompagni gli Stati europei verso l’uscita dall’emergenza sanitaria. Unico fattore che possa giustificare sussidi e aiuti immediati senza operare delle scelte.

Le quali andrebbero fatte ora che il sistema bancario e finanziario è «sull’orlo di un precipizio». Anche se con inneschi diversi, proprio come dodici anni fa, nel post Covid l’Unione europea potrebbe trovarsi costretta ad affrontare una crisi inizialmente di «liquidità» in una di «solvibilità».

In poche parole, nell’economia reale sempre meno aziende o società saranno in grado di ripagare i propri debiti. Di conseguenza anche le Banche andranno in “sofferenza”, accumulando crediti su crediti.

La Bce e il post Covid: «sussidiopoli» vale ora anche per l’Europa

Sono meccanismi complessi ma che riguardano tutti noi. E che andrebbero spiegati, perché di fatto incidono sulle nostre vite (lavoro, redditi, disuguaglianze). Abbiamo sentito in questi mesi quanto i sussidi non siano lo strumento adeguato nel lungo periodo per far ripartire l’Italia.

Secondo Draghi, lo stesso vale per la Bce che dovrebbe iniziare a trasformare una politica monetaria di «sostegno» o più elegantemente «espansiva» in una strategia selettiva per un ricambio del mercato e una trasformazione dell’economia. Per esempio, in una più sostenibile.

La sostenibilità è divenuta una delle priorità per l’Ue prima col Green New Deal e poi col Next Generation Eu. Il timing è quello giusto.

Nel documento presentato al ‘Gruppo dei Trenta’ Draghi ha parlato di attività “zombie” e “vampiro”. In entrambi i casi una società o una impresa sopravvive, grazie al sostegno della Bce e degli Stati, ma è molto alto il rischio che fallisca.

La critica di Draghi non arriva in modo casuale. L’annuncio di un vaccino efficace, l’inizio in tutta Europa delle vaccinazioni di massa contro il Covid sono i primi segnali (si spera) della fine della pandemia. E l’auspicio di quel cambiamento di cui abbiamo sentito tanto parlare in questi mesi.

Le raccomandazioni dell’ex governatore della Bce sono: selezionare le attività che vale la pena lasciare in vita anche se nel breve periodo saremo costretti ad assistere alla perdita di posti di lavoro; agevolare solo quelle aziende che abbracciano sul serio il green; infine «irrobustire il sistema finanziario». «Scelte dure e difficili…che possono causare contraccolpi a livello politico», ha affermato al meeting.
La Bce e il post Covid…con Christine Lagarde 

Tra le preoccupazioni avanzate da Mario Draghi, il programma del quantitative easing – che ha lui stesso avviato salvando così l’euro dalla crisi del 2011 – non è in discussione. In effetti, Christine Lagarde deve molto a Mario Draghi. Che si è sempre comportato come un tecnico e non come un politico. Atteggiamento contestato, anche se in modo del tutto velato, alla Lagarde.

Indimenticabile, quando la presidente della Bce ha dichiarato in pubblico: «Non siamo qui per chiudere gli spread» lasciando interdetti molti in Europa. Anche qui, sebbene ci sembrino meccanismi estranei al nostro quotidiano, dovremmo sapere invece che è grazie alla Bce che quest’anno il Tesoro italiano è riuscito a mettere su un buon “bottino”. Ha ottenuto oltre 552 miliardi di euro grazie all’emissione dei titoli di Stato. Molti acquistati proprio dalla Banca Centrale europea.

Il monito di Draghi vale per la Bce e il post Covid, ma anche per il nostro Paese. Come per tutti gli Stati europei che a differenza della Germania non godono di un brillante equilibrio economico-finanziario. Il rischio è che finita l’emergenza si prosciugheranno anche i sussidi. Ed è allora che potrebbe crollare tutto, come un castello di carta.

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