L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 dicembre 2020

Lo vuole l'Europa e giu i tagli alla sanità alle pensioni alla distruzione nei fatti della scuola pubblica. Privatizziamo la sanità per poi accorgersi che è l'unico baluardo per le malattie

Trent'anni di cazzate liberiste. Capitolo Fazio-Giannini

di Thomas Fazi
26 novembre 2020

"Eh no, caro Giannini, troppo facile ricorrere alla prima persona plurale"

La seconda puntata della nostra nuova rubrica "Trent'anni di cazzate" (qui la prima) è dedicata a un uomo che sulla ripetizione ossessiva di una singola cazzata - "le coperture!" - ci ha praticamente costruito tutta la sua carriera: sto parlando ovviamente di Massimo Giannini, per anni vicedirettore e nota firma di "Repubblica" e da qualche mese direttore de "La Stampa".

L'altro giorno da "Che tempo che fa", il programma di Fabio Fazio, Giannini ha raccontato la sua battaglia contro il COVID-19, per il quale è stato ricoverato tre settimane in terapia intensiva all'ospedale (pubblico) Gemelli di Roma.

Da quell'esperienza, Giannini - che oggi per fortuna sta bene - ha detto di aver imparato molte cose, tra cui «l'importanza di una delle più grandi conquiste del Novecento: il welfare state».

«Mi sono reso conto - ha continuato Giannini - di quanti errori abbiamo fatto, in questi ultimi dieci anni soprattutto, nello smantellare il welfare, che andava riformato ma non certo liquidato, come noi e altri paesi europei abbiamo fatto all'insegna del mantra dell'austerity».

Eh no, caro Giannini, troppo facile ricorrere alla prima persona plurale. E visto che con le parole ci lavori, ci viene il dubbio che la scelta non sia casuale. Detta così, infatti, sembrerebbe quasi che l'austerità sia imputabile a una forma di impazzimento collettivo, un "errore" di cui saremmo tutti, in un modo o nell'altro, responsabili. Ma se siamo tutti responsabili allora nessuno è responsabile.

E invece lo smantellamento del welfare e nella fattispecie della sanità pubblica - della cui importanza Giannini si accorge solo oggi, dopo che il "pubblico" gli ha letteralmente salvato la vita - ha delle responsabilità precise. Ha innanzitutto delle precise responsabilità politiche, che fanno capo ai governi e alle maggioranze parlamentari che hanno materialmente scelto di sottrarre risorse al welfare e alla sanità, in particolare negli ultimi dieci anni, cioè da Monti in poi.

Che dal 2010 ad oggi, secondo la Fondazione GIMBE, hanno privato il Servizio sanitario nazionale (SSN) di 37 miliardi nella forma di finanziamenti promessi e mai realizzati o ridotti. Che hanno tagliato i posti letto negli ospedali pubblici del 30 per cento – circa 25.000 posti letto in meno – e ridotto il personale sanitario di più di 40.000 unità. E che così facendo «ha[nno] lasciato la popolazione senza protezioni adeguate» di fronte all’emergenza COVID-19, come ha denunciato la Corte dei Conti.

Parliamo di persone che hanno nomi e cognomi. Sono coloro che hanno apposto la loro firma sulle nostre leggi di bilancio. Sono coloro che, perfettamente consci delle conseguenze, hanno portato il nostro paese all'interno di un sistema - quello di Maastricht - in cui «disoccupazione e taglio dello Stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato», come disse Lucio Magri spiegando l'opposizione dei comunisti a quel trattato.

Queste persone sono responsabili di decisioni che hanno direttamente contribuito (come dimostrato da innumerevoli studi) ad aumentare i tassi di disoccupazione (soprattutto tra i giovani), di suicidio, di povertà (compresa la povertà infantile), di deprivazione materiale, di esclusione sociale. Che hanno, direttamente o indirettamente, provocato la morte di innumerevoli persone, soprattutto nel corso della pandemia.

Sono persone che si sono macchiate di quello che Engels definì «assassinio sociale»: se si condannano moltitudini di persone a una situazione in cui queste sono destinate a soccombere «questo è assassinio, esattamente come l'azione di un singolo, ma un assassinio mascherato e perfido, un assassinio contro il quale nessuno può difendersi, che non sembra un assassinio, perché non si vede l'assassino».

Ma la responsabilità di questo "assassinio sociale" non è solo dei politici. È anche - e forse soprattutto, poiché sono loro che "fabbricano il consenso" di cui hanno bisogno i politici - di tutti quei giornalisti, economisti ed intellettuali che in questi anni ci hanno raccontato che tutto questo era inevitabile perché "non c'erano i soldi". Che non c'era alternativa.

E nessuno ha assolto questo compito con maggiore solerzia e impegno di Massimo Giannini, che per anni dagli scranni di uno dei principali quotidiani del paese ha tuonato contro qualunque proposta che prevedesse un aumento della spesa pubblica al grido di «E le copertureeeeee?!!».

Che ha cioè avallato l'idea che il bilancio dello Stato debba necessariamente essere in pareggio e che dunque ad ogni euro di spesa pubblica in più debba necessariamente corrispondere - a "copertura" - un euro di tasse in più (falso). E che, per contro, per abbassare le tasse sia necessario tagliare la spesa pubblica (falso).

È colui che da anni invoca la necessità di tagliare la spesa pubblica (e dunque il welfare e dunque la sanità). Che ha applaudito tutte le misure di austerità implementate in questi anni. Che definì «una cura indispensabile» i tagli di Monti, inclusi i pesanti tagli alla sanità.

Caro Massimo, ci fa piacere che l'esperienza del ricovero ti abbia fatto rinsavire (anche se, a pensar male, ci viene il dubbio che tu, come tanti altri, abbia fiutato che il vento sta cambiando e ti stai semplicemente riposizionando di conseguenza). Ma non basterà certo qualche elogio del welfare e della sanità pubblica e qualche vago riferimento agli "errori" dell'austerità per assolverti dalle tue responsabilità.

Anche se non sei tra gli autori materiali dell'assassinio sociale perpetrato in questi anni, ne sei comunque complice. Noi non ti assolviamo. E la storia non ti assolverà.

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