L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 dicembre 2020

Per la Siria riunificare il proprio territorio non è proprio una passeggiata


30 DICEMBRE 2020

Da quasi due settimane la città di Ain Issa, nel nord della Siria, è sotto il fuoco dell’Esercito siriano libero (Nsa), una formazione sostenuta dalla Turchia che si oppone al presidente Bashar al Assad. L’area è di particolare importanza per Ankara e i suoi alleati in quanto si trova nei pressi della M4 – l’autostrada che collega Hasaka e Latakia, passando per Aleppo, Idlib e Raqqa – e il cui controllo garantirebbe un grande vantaggio alle forze dell’opposizione.

La città inoltre è ancora nelle mani delle Syrian Democratic Forces (Sdf), le milizie curdo-arabe contro cui Ankara ha lanciato diverse operazioni fin dallo scoppio della guerra in Siria e considerate una minaccia per la sicurezza della Turchia. Gli attacchi degli ultimi giorni, quindi, servono anche ad allontanare ulteriormente le forze curde dalla linea di confine, come già successo nel 2019 con l’operazione Sorgente di pace. Obiettivo ultimo della Turchia è aggiungere Ain Issa alla cosiddetta safe zone che attualmente si estende da Tell Abyad e Ras al-Ain, avvicinandosi così alle città di Manbij e Kobane.

La Turchia però non è l’unica interessata ad aumentare la propria presenza nel nord della Siria. Anche Russia e Damasco vogliono riprendere il controllo della parte settentrionale del Paese e nel farlo stanno cercando di sfruttare la debolezza dei curdi a proprio favore. Mosca ha infatti proposto alle Sdf di cedere alle forze russe il controllo di Ain Issa per fermare l’avanzata delle milizie filo-turche e salvare così la vita alla popolazione civile. Le Sdf però temono che una volta presa Ain Issa, la Russia possa decidere di avanzare verso le regioni circostanti: secondo Riad Darar, co-presidente del Consiglio democratico siriano, il braccio politico delle Sdf, Mosca e Damasco stanno ricattando i curdi per raggiungere i propri obiettivi.

Tuttavia, nessuno degli attori in campo sembra seriamente intenzionato a lanciare un’operazione di larga scala, almeno non nei prossimi mesi. La Turchia sta aspettando l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, per capire quale sarà la posizione di Washington nei suoi confronti e anche la Russia si sta muovendo con cautela nell’area data la vicinanza delle forze statunitensi alle sue postazioni.

Il memorandum di Sochi

Se Ain Issa dovesse effettivamente passare nelle mani di Mosca e Damasco, la Russia potrebbe allentare la presa sulla regione di Idlib, ma secondo diversi analisti la Turchia potrebbe spingersi ben oltre e chiedere alla Russia una revisione del memorandum di Sochi e dell’accordo su Idlib.

Il memorandum, negli articoli 3 e 5, prevede il ritiro delle Sdf anche da Minbij e dalla regione di Tell Rifat, ma ad oggi le forze curde sono ancora presenti in entrambe le aree all’interno del cosiddetto Consiglio militare, in violazione quindi dell’accordo preso tra Russia e Turchia nel 2019. Mosca dunque non è riuscita a far sì che i curdi rispettassero del tutto il memorandum e ciò ne indebolisce la posizione nei confronti della Turchia, che è tornata a fare leva sul testo dell’accordo per fare pressioni su Mosca. Ankara infatti giustifica le sue violazioni dell’accordo su Idlib con la mancata implementazione del memorandum da parte della Russia. Per uscire da questa impasse, le parti potrebbero rivedere il memorandum di Sochi alla luce dell’attuale situazione sul campo, dato che l’accordo fu siglato nel momento in cui l’abbandono della Siria da parte degli Usa sembrava ormai certa.

Il costo umanitario

Intanto, almeno 9.500 persone hanno abbandonato l’area di Ain Issa per cercare rifugio in altre zone della Siria. La maggior parte degli sfollati interni si è diretta verso la città di Raqqa, nel sud, ma durante i bombardamenti delle forze filo-turche almeno 38 civili sono stati feriti e 8 membri delle Sdf hanno perso la vita.

I nuovi sfollati sperano di poter fare presto ritorno alle loro case, considerando tutte le difficoltà che la vita nei campi profughi comporta, soprattutto nel momento in cui il Paese è alle prese con una crisi economica senza fine e con la pandemia da coronavirus.

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