L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 gennaio 2020

Ennesimo atto di conferma sostanziale della crisi sistemica in cui Wall Street sta barcamenandosi

SPY FINANZA/ Lo schianto dei mercati che la Fed sta evitando

Pubblicazione: 11.01.2020 - Mauro Bottarelli

Dalla Fed è arrivato l’ennesimo atto di conferma sostanziale della crisi sistemica in cui Wall Street sta barcamenandosi

LaPresse

C’è voluto poco. Davvero poco. Dopo che il blitz iracheno aveva fatto immediatamente prezzare ai futures un taglio dei tassi pari a un punto percentuale netto nel corso del 2020, nonostante solo il 12 dicembre scorso l’ultimo Fomc avesse chiaramente negato questa ipotesi, ecco che l’avvitarsi della situazione geopolitica ha cominciato a mettere in discussione un’altra decisione presa dalla Fed e resa nota una settimana fa dalla pubblicazione delle minute di quello stesso incontro: il ritiro a partire da metà gennaio della misure di stimolo temporaneo, ovvero le aste repo e term in atto dal 17 settembre scorso. A lanciare il sasso ci ha pensato nientemeno che il vice-presidente della Banca centrale Usa, Richard Clarida, in un intervento al Council on Foreign Relations di New York destinato a divenire un caposaldo del genere comico.

L’alto dirigente della Fed, di fatto il numero due di Jerome Powell, ha dichiarato infatti che l’economia americana gode di ottima salute, tanto da vedere l’inflazione puntare verso la quota-obiettivo del 2%. Ma, dopo aver sottolineato come comunque la Fed sia flessibile nella sua politica monetaria e pronta ad aggiustamenti in caso la situazione macro cambiasse, ecco che Clarida lancia al mercato il proverbiale osso: “Con il passare del tempo, il volume e la frequenza delle operazioni di ri-acquisto calerà gradualmente, ma penso che un qualche tipo di supporto del genere proseguirà per tutto il mese di aprile almeno, quando le scadenze di fine trimestre andranno a incidere sulle riserve delle banche”. Et voilà, un bel calcione al barattolo per altri tre mesi abbondanti. Almeno, stando al termine utilizzato da Clarida.

Come mai una sconfessione tale? In punta di realismo, infatti, le necessità di finanziamento extra legate alla fine dei primi tre mesi del 2020 erano note anche durante la riunione del Fomc degli scorsi 11 e 12 dicembre: se ne sono accorti solo ora che anche l’anno appena iniziato è dotato di primo trimestre? O pensavano che si passasse direttamente dal 31 dicembre al 1 aprile? Oppure ancora la cortina fumogena di emergenzialità, quantomeno mediatica, offerta dal blitz iracheno ha fatto in modo che non tanto la pantomima dell’impeachment, quanto i guai gestionali del sistema finanziario passassero in cavalleria rispetto alla classifica delle emergenze degne delle prime pagine?

Insomma, con gli occhi e le orecchie dell’opinione pubblica indirizzati altrove, è più facile far passare inosservato e alla chetichella l’ennesimo atto di conferma sostanziale della crisi sistemica in cui Wall Street sta barcamenandosi. Guardate questo grafico, è addirittura intuitivo nella sua drammaticità: quel controvalore colorato rappresenta la magnitudo di intervento di supporto della Fed al mercato solo dallo scorso settembre a oggi. Da zero a mille, in un attimo.


Contempla tutto: aste term, repo e acquisti di T-bills in seno al nuovo Qe partito a metà ottobre. Pensavate davvero che questa massa di liquidità ormai strutturale potesse essere ritirata dal mercato così in fretta? Credevate davvero al carattere temporaneo di quelle operazioni di finanziamento? Sicuramente no. E facevate bene. Anche perché, di fatto, è lo stesso Clarida con le sue argomentazioni risibili a rendere il quadro degno di un film di Mel Brooks: scusate, se l’economia americana è in forma smagliante come sostiene il vice-presidente della Fed, perché il sistema finanziario che ne opera da dinamo ha mediamente bisogno di 70-90 miliardi di liquidità al giorno? E, più in generale, ha avuto bisogno solo a ridosso dell’arco temporale fra inizio dicembre e inizio gennaio di qualcosa come 414 miliardi di liquidità iniettata per evitare contraccolpi sul mercato interbancario overnight come quelli di metà settembre (o peggio)?

Ormai siamo al ridicolo. E lo sanno anche i protagonisti, temo. I quali non arrivano a certi oltraggi del buon senso perché stupidi, bensì perché disperati e con le spalle al muro: a quel punto, poco ti importa di preservare un minimo di dignità personale e professionale. L’unica priorità è appunto calciare avanti il barattolo. E sperare in un miracolo. Perché signori, anche il 9 gennaio, giovedì scorso, la Fed ha dovuto iniettare nel sistema qualcosa come 83 miliardi di liquidità, 35 nell’asta term (il massimo di controvalore) e altri 48,82 in quella repo overnight. Sintomo di un’economia che scoppia di salute, essendo le scadenze di fine trimestre 2019 superate grazie a un diluvio di liquidità e quelle dei primi tre mesi dell’anno in corso ancora ben lontane? O forse il sistema ha ormai necessità quotidiana di un’ottantina di miliardi messi gentilmente a disposizione della Fed unicamente per stare in piedi e per continuare a suonare la musica che fa ballare Wall Street?

Capite da soli che un sistema del genere non può durare in eterno, prima o poi si arriverà al punto in cui grippa. Capito perché il buon Clarida ha scelto uno dei palcoscenici più establishment e autorevoli di tutti per lanciare la sua rassicurazione al mercato? Per il semplice fatto che quest’ultimo ormai è dipendente dalla Fed in maniera palese, siamo alla resa ufficiale di fronte al Re nudo del disastro sistemico posto in essere da un decennio di tassi a zero e liquidità iniettata in modalità flebo. Semplicemente, la Fed può annunciare ciò che vuole in linea teorica e nei suoi bei documenti ufficiali, ma, all’atto pratico, non può che perpetuare il meccanismo che essa stessa ha posto in essere: pena, lo schianto.

Guardate questo altro grafico, il quale ci mostra un effetto collaterale del rally azionario di fine anno innescato proprio dal ritorno all’interventismo diretto della Federal Reserve: le posizioni shorts sullo Standard&Poor’s 500 sono ai minimi da due anni. Nessuno più si azzarda a scommettere al ribasso su questo mercato, nessuno è in modalità copertura dal rischio: sapete cosa significa questo, in caso qualcosa dovesse andare fuori controllo e far partire una reazione sull’esposizione alla catena di controparte? Che l’intero mercato – o quasi – sarebbe colto con la proverbiale guardia abbassata e i tempi di reazione sulle posizioni aperte, a quel punto, sarebbero molto più lenti del precipitare delle vendite e delle chiusure forzate di contratti.


Esatto, proprio il mitico “effetto palla di neve”. Capito perché la Fed non può permettersi di staccare la spina e nemmeno di limitare la nutrizione artificiale del sistema? Capito perché i venti di guerra, siano essi reali o solo percepiti, rappresentano un alleato straordinario in questo preciso momento storico? Sapete a quale livello di espansione dei multipli di utile per azione viaggia Wall Street? Vi offro ad esempio solo due nomi, quelli dei titoli che maggiormente hanno garantito guadagni alla Borsa Usa nel 2019: Apple è attorno ai 23x, Microsoft a 29x. Vi pare gestibile, al netto delle prospettive macro e del commercio globali? Capito perché la Fed, ormai, è la Banca centrale del mondo, il motore immobile che sta evitando – emergenza dopo emergenza – il redde rationem con la realtà e un altro 2008?

Gli ebrei-palestinesi un cancro da estirpare -frammentare il territorio e isolare decine di comunità palestinesi

Israele costituisce un comitato per promuovere le attività coloniali in Cisgiordania

News - 11/1/2020


Imemc. Il ministro della Difesa israeliano, Neftali Bennet, ha formato un comitato speciale il cui compito è promuovere e rafforzare le attività coloniali nelle terre palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che la “task force” di Neftali punta a legalizzare gli avamposti coloniali, costruiti nelle terre palestinesi senza l’approvazione di Israele.

Haaretz ha anche riportato che la task force permette ad Israele di comprare terreni nell’Area C in Cisgiordania, che costituisce circa il 60% del territorio palestinese.

È stato riferito che i piani fanno parte di una “serie di proposte controverse secondo cui le fonti legali siano effettivamente equivalenti all’annessione”.

Il piano è volto ad assicurare ai coloni il permesso di “comprare terreni” in Cisgiordania, oltre che a creare una connessione geografica fra gli avamposti illegali e rifornirli di acqua corrente ed elettricità ed altre infrastrutture.

È volto anche a vietare l’evacuazione e lo smantellamento “casuale” (avamposti illegali, non approvati da Israele) così da sostenere le colonie in vista delle nuove elezioni generali in Israele.

Il processo porterebbe alla “legalizzazione” di circa trenta avamposti coloniali sottoposti in precedenza ad ordinanze di demolizione ed evacuazione da parte di Israele stesso.

Haaretz ha aggiunto che Bennet, a capo del nuovo partito di destra, ha dichiarato che la campagna è iniziata un mese fa e ha l’obiettivo di attuare la politica di Israele, che rivendica che “l’Area C della Cisgiordania appartiene a Israele”.

Secondo Itay Hershkowitz, capo di gabinetto dell’ufficio di Bennet, ha invitato, durante le scorse settimane, numerosi leader dei movimenti coloniali israeliani, che secondo quanto riportato da Haaretz hanno discusso su numerose questioni che potrebbero presentarsi nei prossimi mesi, nonostante l’attuale limitazione del governo provvisorio, con ancora a capo Netanyahu, fino al giorno delle elezioni al Knesset, programmato per il 2 marzo di quest’anno.

Netanyahu ha recentemente dichiarato che non permetterà mai la rimozione e lo sfratto di nessun insediamento dettati da un possibile accordo politico.

“Sotto il mio comando non avverranno sfratti a nessuna colonia in tutti i territori ad ovest del fiume Giordano”, ha dichiarato Netanyahu, “il controllo militare, politico e della sicurezza sarà sempre nelle mani di Israele; nessuna colonia verrà mai rimossa e Gerusalemme non sarà mai divisa”.

Tutte le colonie israeliane in Cisgiordania, incluse quelle situate a e intorno Gerusalemme Est sono illegali secondo il Diritto Internazionale, la Quarta Convenzione di Ginevra e tutte le risoluzioni inerenti delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza.

Le colonie non solo violano il Diritto Umanitario Internazionale ma violano anche lo Statuto delle Nazioni Unite, che proibisce l’acquisizione di terre attraverso la forza, oltre all’Articolo 49(6) della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta ad un potere occupante di spostare la propria popolazione in territori occupati indipendentemente se il trasferimento è stato volontario o forzato.

Questi, insieme al muro di Annessione, hanno lo scopo di frammentare il territorio palestinese e isolare decine di comunità palestinesi, oltre che provocare ulteriori annessioni illegali dei propri territori.

Mentre in Italia le infrastrutture esistenti cadono a pezzi privi di manutenzione e ci leghiamo al Tav per Lione dove i treni che passano dal Frejus sono vuoti la Globalizzazione trova nuovi equilibri e protagonisti e viaggia sull'agenda infrastrutturale impostata dalla Cina accettata dalla Russia, Turchia, Iran

Non solo energia e reti. Che cosa lega Russia, Cina e Turchia

11 gennaio 2020


Ecco il volto della nuova globalizzazione che si baserà sulla competizione tra reti infrastrutturali. Il ruolo anti Usa di Cina, Turchia e Russia. L’analisi di Maurizio Sgroi

Il notevole dibattere sul rischio di una de-globalizzazione – con lo sviluppo dei vari populismi a dimostrarlo – trascura un’altra evidenza altrettanto osservata e tuttavia non apprezzata nelle sue implicazioni: la crescita dei progetti infrastrutturali nel mondo. Basta soltanto ricordare il caso della Belt and Road Initiative (BRI) cinese, per averne contezza.

La lettura sovrapposta di questi due movimenti, che sembrano in contrasto, suggerisce un altro schema interpretativo: non sono le pulsioni de-globalizzanti, che evocano anche il desiderio di nuovi isolazionismi, a determinare la tendenza prevalente, ma le tensioni di una nuova globalizzazione emergente. Non meno globalizzazione, con la spinta populista a far da detonatore, ma l’esatto opposto: più globalizzazione, ma con nuovi centri di potere.

UNA GLOBALIZZAZIONE DI TIPO NUOVO

In generale, ogni movimento internazionale di scambi – oggi diremmo una globalizzazione – viene condotto lungo alcune coordinate. Quelle immediatamente visibili sono le rotte commerciali, la moneta che denomina le transazioni, la lingua che viene usata per le comunicazioni. Il tutto si accompagna a un ordine politico che informa questi strumenti garantendone la sostanziale stabilità. La storia è piena di esempi: si pensi alle rotte commerciali degli imperatori mongoli del XIII secolo, rese celebri da Marco Polo, o alla gestione della sterlina nell’epoca della globalizzazione britannica del secolo XIX magnificamente illustrata da Marcello de Cecco in “Moneta e Impero” (che si concentra sugli anni cavallo del 1900).

Sulla base di queste coordinate, si capisce perché l’attuale globalizzazione sia di marca statunitense, articolandosi in gran parte lungo rotte commerciali marittime – sulle quali viaggia oltre il 90% delle merci – presidiate dalla marina USA. Questi scambi, inoltre, vengono denominati in gran parte in dollari americani, che sono l’unità di conto del calcolo economico internazionale e il mezzo di pagamento di molte di queste transazioni, proprio come l’inglese è la lingua delle comunicazioni globali, oltre che della scienza e della tecnica. Il tutto accompagnato da un ordine politico di tipo liberal-democratico che gli Stati Uniti condividono con l’Europa.




Se ci basiamo su questo schema, possiamo interpretare le attuali convulsioni alle quali sembra sottoposta la globalizzazione statunitense – alcune delle quali provocate dagli stessi Stati Uniti e dall’Europa – come l’esito del tentativo di alcuni paesi di individuare nuove linee di globalizzazione in concorrenza con quelle attuali.


L’esempio della BRI cinese è centrale, ancora una volta. La narrazione della rinascita delle vie della seta, nostalgica di un passato che viene percepito come glorioso, cela l’evidente necessità da parte della Cina di costruire rotte di collegamento terrestri lungo il continente euroasiatico. Spostare traffico merci dal mare alla massa terrestre dell’Eurasia sarebbe per la Cina un risultato notevole, contribuendo a mettere in sicurezza molti approvvigionamenti. Si pensi, ad esempio, ai rifornimenti petroliferi, che dipendono in buona parte dai collegamenti che passano dal Mar Rosso e il Golfo Persico presidiati dalla Marina USA. Un obiettivo del genere – spostare masse di commercio dal mare alla terra – è intrinsecamente collegato allo sviluppo di infrastrutture. E osservando alcuni degli sviluppi recenti possiamo anche provare a indovinare gli equilibri politici che stanno convergendo verso questa nuova forma di globalizzazione.
“POWER OF EURASIA”

Prendiamo come punto di osservazione il mercato del gas e come pretesto la recente presentazione del nuovo gasdotto “Power of Siberia” che collega la Siberia alla Cina, grazie al quale la russa Gazprom alimenterà l’inesauribile fame cinese di gas per i prossimi anni. Nel presentare da Sochi quest’infrastruttura, i due presidenti russo e cinese, Vladimir Putin e Xi Jinping, hanno rimarcato che questo progetto fa salire di livello la collaborazione strategica nel campo energetico fra i due paesi, che peraltro è già molto sviluppata anche in aree di frontiera. Ad esempio lungo la rotta artica fortemente sponsorizzata dalla Russia, la Northern Sea Route (NSR).


Gli scambi energetici fra Russia e Cina generano ovviamente diverse contropartite, a cominciare da quelle di know-how tecnico. E generano ovviamente passaggi di denaro. Le cronache raccontano sempre più frequentemente delle tendenze russo-cinesi a scambiarsi i beni con valute proprie, anziché col dollaro. La Russia, peraltro, è impegnata in un processo di de-dollarizzazione e di recente ha proposto ai paesi BRICs di costituire un network bancario alternativo a quello Swift.





Perché un sistema monetario si compone non solo della valuta, ma anche del sistema dei pagamenti dove questa valuta circola. La Cina dal canto suo sta lavorando per l’internazionalizzazione del renminbi, frenata per adesso dalla circostanza che il conto capitale cinese sia ancora sotto controllo pubblico. E tuttavia i dati confermano i progressi compiuti dalla valuta cinese, ormai entrata fra le monete di riserva delle grandi banche centrali. Lo yuan, insomma, ha già uno status di valuta internazionale, anche se ancora di nicchia. Già da questi pochi elementi possiamo dedurre che Russia e Cina condividono un interesse comune nello sviluppare nuove linee di globalizzazione, che coinvolgano rotte, merci e moneta, anche se questo non vuol dire che poi siano in grado di mantenerle senza conflitti.

Il quadro, però, potrebbe essere più complesso. E ancora una volta guardare allo sviluppo delle infrastrutture – di nuovo al mercato del gas – può aiutarci a metterlo meglio a fuoco. Nei giorni scorsi è stato inaugurato un altro gasdotto, il TurkStream, ambiziosa linea di collegamento che porta il gas russo in Turchia attraverso il Mar Nero. Il gas è un ottimo collante delle relazioni russo-turche – come d’altronde è stato per il settore militare la guerra siriana – basti ricordare che in Turchia arrivano anche il Blue Stream e la Trans Balkan pipeline. Peraltro, mentre veniva annunciato l’avvio di TurkStream, Erdogan celebrava l’inaugurazione del Tanap (Trans Anatolian natural gas pipeline) che condurrà il gas dall’Azerbaijan, paese che gravita nell’orbita russa, in Europa e in Italia, tramite il TAP.


La vicinanza geografica all’Europa potrebbe fare della Turchia il vertice più occidentale di un ideale triangolo di interessi che si congiunga con Cina e Russia per sviluppare linee di globalizzazione, per adesso basate sulle infrastrutture, capaci di penetrare l’Europa e l’Africa e da qui estendersi verso il vicino Oriente. L’appartenenza della Turchia alla NATO potrebbe essere vista come un ostacolo, ma anche come un’opportunità da questo punto di vista. Il fatto che i tre paesi con diverse modalità condividano anche uno stile politico autoritario e accentratore dei poteri nell’esecutivo può rappresentare un potente collante.
TRIANGOLO IN COSTRUZIONE

Se guardiamo ancora alle cronache, troviamo molte tracce di questo triangolo di interessi che si va costituendo ormai da anni. I russi, che insieme ai cinesi sono forti partner eccedentari della Turchia, stanno costruendo una centrale nucleare in Turchia, ad Akkuyu, e i cinesi – che hanno aumentato i loro investimenti diretti nel paese e i prestiti – vi stanno realizzando una centrale idroelettrica. A Istanbul, sempre il capitale cinese sta sviluppando il terminal di Kumport, nel porto di Ambarli, che nei piani turchi dovrebbe diventare un punto di snodo delle rotte transfrontaliere eurasiatiche.

Con la Cina (ma anche con la Russia), soprattutto, la Turchia condivide la filosofia che anima la BRI, ossia potenziare la connettività euroasiatica, con l’ambizione di rappresentare un punto di passaggio strategico delle varie rotte. In dote la Turchia porta innanzitutto la sua storia.

I russi hanno una lunga familiarità con questi territori e per i cinesi l’Asia centrale è il passaggio obbligato dei loro corridoi. Quello che alcuni chiamano il Turkestan cinese – lo Xinjiang – sta nel cuore della BRI e da lì si dipanano le varie “vie della seta” terrestri.

All’interno di questa geometria di interessi, i paesi dell’Asia centrale, anch’essi oggi di tendenze politiche non liberal-democratiche, si troverebbero sicuramente a loro agio, come dimostrano peraltro gli stretti legami commerciali che già esistono fra i vari “stan” centroasiatici, e Pechino, Mosca e Ankara.

La nuova globalizzazione emergente restituirebbe anche a loro il ruolo storico di terreni di passaggio incorporato nella narrazione delle vie della seta. In questo ipotetico triangolo la Cina sarebbe il propulsore, la Russia il connettore, la Turchia lo stabilizzatore, dovendosi districare però con la grande incognita rappresentata dal rapporto con la potenza egemone in carica, ossia gli Stati Uniti.
LE MOSSE DI STATI UNITI E UNIONE EUROPEA

Se la relazione fra i vertici del triangolo fosse capace di esprimere una visione comune, alle spalle della penisola europea si aggregherebbe un’enorme forza d’urto, capace di notevole penetrazione. Molte rotte – autostradali, marittime, ferroviarie, energetiche – finiscono naturalmente per convergere in Europa. Ma anche i flussi finanziari seguono la stessa direzione. Basta un esempio: il 56% degli investimenti cinesi nell’Europa centro-orientale va in Serbia (Stato ancora al di fuori dell’Unione Europea), dove la Cina ha fatto sapere di voler impiantare una nuova fabbrica di auto. La stessa Serbia che pochi mesi fa ha siglato un accordo di libero scambio con l’Unione Euroasiatica di Putin.

Da questa sommaria ricognizione possiamo provare a tracciare un breve identikit della globalizzazione che potrebbe emergere nello spazio euroasiatico, coinvolgendo anche l’Africa. Un potente sviluppo infrastrutturale, che sembra ineludibile, farà aumentare significativamente gli scambi fra le diverse regioni. Questi scambi potrebbero essere in buona parte denominati in una valuta diversa dal dollaro USA. I tre vertici politici del triangolo tenderanno ad esprimere delle egemonie politiche regionali, condividendo uno stile di governo che converge su una sostanziale estraneità verso il modello occidentale. Estraneità che è innanzitutto culturale. Ciò condurrebbe naturalmente, per il semplice peso specifico della demografia asiatica, a un lento tramonto della globalizzazione statunitense in queste regioni le cui coordinate verrebbero gradualmente sostituite da quelle euroasiatiche, con l’occidente europeo a incarnare un grande punto interrogativo.

L’Europa è consapevole che molta parte del suo destino si gioca in Asia, come peraltro mostra il lancio del Connecting Europe&Asia che non a caso cerca sponda col Giappone. Ma questa strategia di contenimento è ancora tutta da definire e l’esito appare quantomeno incerto..

(Estratto di un articolo pubblicato su Aspenia, qui la versione integrale)

Aereo ucraino caduto a Teheran, Iran ammette: "E' stato abbattuto per errore umano"

MONDO11 gennaio 2020
Aereo ucraino caduto a Teheran, Iran ammette: "E' stato abbattuto per errore umano"

Aereo caduto, video su NYT mostrerebbe l'abbattimento
 

"Errore imperdonabile" scrive su Twitter il presidente iraniano Rouhani: “Le indagini continueranno per identificare e perseguire i responsabili". Il ministro degli Esteri Zarif: è accaduto nel "momento di crisi causato dall'avventurismo degli Usa" - GLI AGGIORNAMENTI

Un “errore umano”. È la tv di stato iraniana, che cita fonti militari, a dare la notizia che l’aereo di linea ucraino precipitato quattro giorni fa, dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran, è stato “erroneamente” e “involontariamente” preso di mira dalle forze di difesa aerea iraniane che lo hanno scambiato per un “aereo nemico” (LE FOTO DEL MOMENTO DELL'IMPATTO).
Il comunicato delle Forze armate iraniane

Scusandosi e porgendo le condoglianze alle famiglie delle vittime del 737 dell'Ukraine International Airlines (176 tra passeggeri e membri dell’equipaggio), il Quartier generale delle Forze armate iraniane afferma, in un comunicato, che metterà in atto "riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro" e che perseguirà legalmente "coloro che hanno commesso l'errore".
La dinamica dell'incidente

"Mercoledì poco dopo l'attacco dell'Iran alle basi militari statunitensi in Iraq - spiega il comunicato militare -, il sistema di difesa aerea iraniana è stato in allerta per contrastare ogni possibile ritorsione degli americani, poiché alcune osservazioni avevano indicato movimenti aerei statunitensi verso siti strategici iraniani". La nota iraniana prosegue spiegando che "in condizioni così sensibili e critiche, il volo n. 752 dell'Ukraine International Airlines parte dall'aeroporto Imam Khomeini e, pur cambiando direzione, assomiglia completamente a un obiettivo ostile che si avvicina a un centro sensibile dell'IRGC. In queste circostanze, a causa di un errore umano e involontariamente, l'aereo è stato preso di mira che purtroppo ha portato al martirio di una schiera di cari compatrioti e alla perdita della vita di alcuni cittadini stranieri".
La ricostruzione del Teheran Times

Il Teheran Times descrive quanto accaduto. "A seguito delle minacce del presidente e dei comandanti militari americani di attaccare obiettivi sul suolo della Repubblica Islamica in caso di risposta dell'Iran, e a causa di movimenti senza precedenti nello spazio aereo della regione, le Forze Armate iraniane erano al massimo livello di prontezza e di allerta". Inoltre, "ore dopo l'operazione di attacco missilistico dell'IRGC (la Guardia Rivoluzionaria) contro la base USA, i voli aerei delle forze terroristiche statunitensi sono aumentati vicino ai confini iraniani e anche alcune notizie di minacce aeree contro i centri strategici del Paese sono state consegnate alle unità di difesa e alcuni obiettivi sono stati visti sui radar che hanno causato una maggiore sensibilità nelle difese aeree".
Il tweet del presidente Hassan Rouhani

“Siamo profondamente dispiaciuti per questo disastroso errore” scrive su Twitter il presidente iraniano Hassan Rouhani. E ancora “I miei pensieri e le mie preghiere vanno a tutte le famiglie in lutto. A loro le mie più sincere condoglianze”. E assicura che “le indagini continueranno per identificare e perseguire i responsabili di questo errore imperdonabile”.
Zarif: "Errore causato da avventurismo americano"

Il ministro degli Affari esteri iraniano Mohammad Javad Zarif afferma che "l'errore umano" dietro all'abbattimento dell'aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell'Iran è accaduto nel "momento di crisi causato dall'avventurismo degli Usa". “E’ un giorno triste”, scrive Zarif in un post sul suo account Twitter. "Il nostro profondo rammarico, le nostre scuse e condoglianze al nostro popolo, alle famiglie di tutte le vittime e alle altre nazioni colpite".
Il commento del presidente ucraino Zelensky

Il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky chiede la punizione dei colpevoli e il versamento di indennizzi da parte dell'Iran che ha riconosciuto di aver abbattuto per errore l’aereo di linea ucraino. "Ci aspettiamo dall'Iran che i colpevoli siano portati davanti alla giustizia" e "il pagamento di indennizzi", ha scritto Zelensky sul suo account Facebook.
Trudeau: "Trasparenza e giustizia"

Il premier canadese Justin Trudeau chiede all'Iran "trasparenza e giustizia per le famiglie e le persone care delle vittime" dell'aereo ucraino che Teheran ha ammesso di aver abbattuto per errore. "Questa è una tragedia nazionale e tutti i canadesi sono uniti nel lutto", ha affermato Trudeau in un comunicato. Delle 167 vittime del Boeing ucraino, 57 erano canadesi.
Il commento di Mosca

L'Iran deve "imparare la lezione" da questa tragedia, afferma il presidente della commissione per gli Affari esteri del parlamento russo Konstantin Kosachev. "Se la decrittazione delle scatole nere e il lavoro delle indagini non dimostrano che l'esercito iraniano lo ha fatto intenzionalmente, il caso deve essere chiuso. Spero che le lezioni vengano apprese e le azioni intraprese da tutte le parti", ha affermato il senatore.



Energia pulita - eolico offshore è la soluzione

10 Gennaio 2020 
Eolico offshore, la potenza globale salirà a 142 GW entro il 2030

Secondo un nuovo rapporto, il mercato mondiale dell'eolico offshore crescerà di oltre il 16% l’anno nei prossimi decennio


Il mercato mondiale dell’eolico offshore è destinato a svilupparsi a un tasso di crescita annuo composto del 16,2% tra il 2019 e il 2030, raggiungendo una capacità cumulativa di 142 gigawatt (GW) entro i prossimi 10 anni rispetto ai 23,2 GW di fine 2018. A prevederlo un nuovo rapporto di GlobalData. Secondo Harshavardhan Reddy Nagatham, […]

venerdì 10 gennaio 2020

Guerra illimitata - una guerra non militare fatta attraverso la menzogna fatta con i mezzi d'informazioni asserviti e schiavi

Aereo di linea 'abbattuto' in Iran: le menzogne occidentali confermano l'umiliazione nordamericana ad opera di Teheran


di Federico Pieraccini

Le accuse all’Iran di aver abbattuto l’aereo di linea provengono dalle solite inattendibili e anonime segnalazioni dell’intelligence USA e NATO, quelle responsabili delle più grandi menzogne e dei piu grandi scandali degli ultimi decenni (Tonkin, USS Liberty, WMD di Saddam, ‘ribelli moderati jihadisti’, tutte le rivelazioni di Snowden, Wikileaks, l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito).

Questo sviluppo apre uno squarcio importante sugli eventi degli ultimi giorni e chiarisce alcuni aspetti fondamentali:

Innanzitutto partiamo da un punto, sia Trump che Trudeau hanno affermato che si è trattato di un incidente. Rimarcare questo aspetto esclude qualsivoglia risposta militare.

Secondo elemento, lo scopo di queste accuse è gettare discredito internazionale sull’Iran, come fatto per la Russia e il Donbass con le false accuse sull’abbattimento di MH17. Probabilmente anche raccogliere un consenso “internazionale” per forzare nuove sanzioni su Tehran (e spingere gli Europei a lasciare il JCPOA).

Quello che si evince è evidente: gli USA hanno subito un’umiliazione senza precedenti con l’attacco missilistico IRGC e non potendo rispondere militarmente, si limitano ad infangare con false accuse, ma si tutelano, precludendo con la parola “incidente” ogni azione militare, dato che risulterebbe impossibile da sostenere.

In conclusione, questo nuovo sviluppo elimina ogni dubbio su improbabili “modalità concordate” tra USA e Iran nell’azione militare di Tehran (Washington avvertita dagli Iracheni) e probabilmente manda anche un monito ben preciso a Zelenskyj (presidente Ucraina) che si era affrettato a dire che teorie cospirazioniste sugli eventi vanno escluse prima della fine delle indagini.

Casualmente Zelenskyj è anche molto incline a ricucire i rapporti con Mosca.

Trump ha agito d’impulso varcando una linea rossa con Soleimani, non per fini elettorali ma perché completamente in mano ai suoi donatori Israeliani e circondato da Neocon al soldo di Tel Aviv e del complesso militare industriale USA.

L’Iran ha mantenuto la parola e ha dimostrato le proprie capacita lasciando interdetti gli esperti di guerra del Pentagono (osservate la precisione degli Strike, tutti andati a segno e capirete le espressioni attonite dei militari in piedi dietro a Trump nel suo discorso alla nazione di ieri).

Dopo una batosta del genere agli USA e i pochi alleati rimasti non resta che spargere menzogne e accusare Tehran delle peggiori nefandezze, lo stesso atteggiamento visto in Ucraina contro Mosca.

Anche in quel caso si parlava di un’intesa sotterranea tra Trump e Putin.

Auspico a costoro di osservare gli eventi con un po’ più di attenzione e fare pace col proprio cervello.

Notizia del: 09/01/2020

Aggiustare i processi nel percorso giudiziario era la regola fondante della 'ndrangheta, oggi lo fa attraverso la massoneria. Questa non serve solo a ciò, è presente nei gangli della pubblica amministrazione e perpetua il potere del Sistema

‘Ndrangheta, massoneria, politica: parla il pentito e i riservati tremano

Le trascrizioni dei nuovi verbali del boss-imprenditore pentito, Pino Liuzzo. Che parla del patto scellerato fra ‘ndrangheta e massoneria alla base del boom elettorale di Amedeo Matacena, candidato dei clan con il beneplacito di Forza Italia

di Alessia Candito 
10 gennaio 2020 16:11


Voti in cambio di processi aggiustati grazie ad amici e grembiuli. Politici costruiti in vitro perché funzionali ad un comune progetto di cannibalizzazione di lavori e appalti pubblici grazie alla politica, in linea di continuità con i partiti romani. C’è un sistema in Calabria, anzi forse in Italia.

È emerso nelle operazioni che negli ultimi anni hanno iniziato a svelare l’esistenza, il ruolo e alcuni volti degli invisibili e di alcuni dei loro riservati.

Ma adesso che c’è un pentito che di quel sistema sa spiegare la forma concreta. Sa dire – in dettaglio – quanto abbia condizionato la vita politica, economica, sociale di Reggio Calabria. E può farlo perché lui di quel sistema ha fatto parte, lo ha vissuto, lo conosce ed oggi potrebbe contribuire a smontarlo.

Il boss imprenditore

Lui si chiama Pino Liuzzo ed è uno dei boss imprenditori più importanti degli ultimi decenni. A differenza della maggior parte degli altri pentiti, non conosce solo la struttura militare, ma ha avuto contatti diretti con tutti quei soggetti – imprenditori, professionisti, politici – magari toccati dalle inchieste e derubricati al rango di concorrenti esterni, o peggio estorti, vittime di un sistema.

«Ma scusa se tu è vent’anni che mangi con loro ora perché devi dire che sei che sei estorto?» - dice Liuzzo al procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo, che insieme al pm Walter Ignazzitto lo interroga. «Il novanta per cento… il novanta per cento è così».

Le rivelazioni di Liuzzo

E quel 90% Liuzzo lo conosce nome per nome, affare per affare. Per questo, sebbene la sua collaborazione sia recente e lui non abbia ancora neanche esaurito i 180 giorni in cui un pentito deve quanto meno a grandi linee dire tutto ciò che sa, i suoi verbali sono stati depositati in una serie di processi.

A partire da Breakfast, il procedimento che tra gli altri vede imputato l’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola, con l’accusa di aver aiutato l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena a sottrarsi al carcere in seguito alla condanna definitivo per concorso esterno.

Ed è fra quelle carte che – sebbene non abbiano convinto il Tribunale a riaprire il dibattimento – emerge il vero progetto costruito attorno all’elezione in Parlamento di Matacena.

Quando Forza Italia puntava su Crea

Un piano funzionale agli interessi di ‘ndrangheta ed imprenditoria di ‘ndrangheta in Calabria, come agli obiettivi politici di Forza Italia, che – afferma Liuzzo – sapeva perfettamente da dove venisse il successo elettorale del politico armatore e puntava anche a imbarcare un altro signore delle preferenze.

«Amedeo – mette a verbale Liuzzo - con referenti di Roma, dice vogliono tirare dentro a Crea» Motivo? «Loro volevano che Mimmo Crea passasse perché aveva un plotone di voti da fare paura. Ci parlano che prendeva 4/5 mila voti».

Scajola il regista

Il perché di tanto successo lo ha spiegato la sentenza con cui Crea è stato condannato definitivamente a 7 anni e mezzo come politico dei clan. Liuzzo invece indica con precisione i registi dell’operazione.

«Uno era Alfredo Biondi, poi ce ne era un altro che veniva, che scendeva sempre, però non me lo ricordo adesso».

La memoria lo aiuta una decina di minuti dopo, quando il neopentito si interrompe e dice ai magistrati «Scajola».

A scuola di politica

Matacena invece, all’epoca già parlamentare, doveva agevolare i contatti sul territorio.

Ma anche lui era un politico costruito in vitro. E la cosa era costata anche una certa fatica. «Non era un luminare - dice Liuzzo - però dopo tanta scuola... perché Matacena ha fatto scuola a Roma da persone, da Alfredo Biondi, era suo compagno, voglio dire, da persone proprio specializzate per fare studio a… persone preparate per andare al Parlamento».

Stesso metodo – ha svelato l’inchiesta Mammasantissima, poi confluita nel maxiprocesso Gotha – usato per “creare” politici come il senatore Antonio Caridi, adesso a processo per concorso esterno, o l’ex governatore Giuseppe Scopelliti, su cui l’avvocato Paolo Romeo è sincero fino alla brutalità «dura» - spiega intercettato - se «cammina su una strada... di grande partecipazione», comprendendo che il suo ruolo deve essere quello del «cane di mandria» e la sua funzione di «rappresentante».

Attorno a tutti loro, emerge da indagini e processi, c’era un progetto di altri.

Il candidato degli invisibili

Su Amedeo Matacena – spiega Liuzzo – era stato il padre Elio a cucirlo su misura. «Il padre – dice Liuzzo voleva portare il figlio a farlo diventare onorevole. A livello romano. Si, avere un deputato a Roma».

Un progetto condiviso con i massimi vertici dei clan, i pochissimi abilitati a frequentare certi ambienti e mantenere rapporti con i rappresentanti di “altri” poteri. Soggetti con cui il Cavaliere – stando a quanto raccontano pentiti di rango come Cosimo Virgiglio – era in rapporti più che cordiali.

Insieme ad altri grandi imprenditori come i Montesano– sostiene Virgiglio – «facevano parte della “Fenice”, la loggia coperta collegata a quella dei “Due mondi”».

Il varco dei due mondi

Una loggia assai frequentata dai vertici occulti dei clan, come «tale avvocato Romeo» dice il pentito, ma anche professionisti, politici, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Un’erede di quella che nel ’79, secondo il pentito Barreca aveva ricevuto la benedizione eversiva del terrorista nero Franco Freda? Forse. Di certo, molti nomi sono gli stessi, a partire da quelli degli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, come si Matacena senior. 

Dunque non a caso, uno dei pentiti storici di Reggio Calabria, il superkiller Giuseppe Lombardo, già a fine anni Novanta affermata «la “cupola" che governa tutti gli interessi illeciti nella città e che ècostituita da esponenti della mafia, della politica, della massoneria e dell'imprenditoria» ha come «referente politico… l'onorevole Amedeo Matacena».

Voti per sentenze

In più, svela oggi Liuzzo, il Cavaliere non solo era “persona di fiducia”, ma aveva anche messo sul piatto il proprio capitale sociale di rapporti. Massonici, ovviamente.

«Diego (Rosmini, all’epoca esponente di primissimo piano dei clan reggini) dice, “sai ci hanno promesso in poche parole, dice, non è una questione di soldi è una questione, essendo che Santa Barbara è andata male, essendo che il padre di Amedeo Matacena, il cavaliere voglio dire, è massone dice ci ha promesso delle garanzie”.

Il vecchio aveva promesso, in poche parole, sia di mettere a disposizione gli avvocati pagava lui, e sia che, in poche parole, aveva delle amicizie a Roma e che il processo lo faceva tornare indietro».

La crociata per Amedeo

Una rappresentazione plastica di cosa abbia significato per la ‘ndrangheta entrare in ambienti massonici dalla porta grande. E sul perché anche per imprenditori, professionisti e politici sia un affare conveniente, Liuzzo è cristallino «il risultato dei voti che c’è stato tra Matacena nel 94 e Paolo Romeo appoggiato, voglio dire, da uno schieramento da fare paura, voglio dire, si vede, voglio dire, ecco la forza, voglio dire il lavoro che c’è stato». Per Amedeo, afferma, «è stata fatta una crociata».

Traduzione? «Quando lui è entrato in Forza Italia, lui ha avuto un boom da fare paura». E questo perché è «stato toccato, voglio dire, proprio a 360 gradi».
Schieramento trasversale

Nel corso di quella campagna elettorale, nessuno si è sottratto. Tutti hanno lavorato per Matacena e lui tutti ha incontrato.

«Con tutte le famiglie degli arcoti schieramento condelliano, rosminiano, Serraino e company, tutta la montagna, la buonanima di Musolino e… è andato dai Pelle, tutti gli Alvaro, Peppe Piromalli e i Mammoliti. Voglio dire: Matacena era il loro candidato, voglio dire.

C’è stata una cosa, voglio dire, proprio dai voti poi che ha preso». Lo schieramento a suo favore era enorme, includeva anche i rappresentanti delle “vecchie famiglie” di Sambatello, come gli Araniti, o gli Imerti di Villa. Senza distinzione la ‘ndrangheta ha appoggiato Matacena, perché «dopo della guerra – spiega Liuzzo - c’è solo, voglio dire, divisi non esistono più questi schieramenti. Ormai sono tutti imparentati».

E il candidato dei clan, aggiunge il pentito, ci teneva anche a non usare intermediari, a incontrare tutti personalmente, «Pietro Labate, i Nicolò, i Serraino» snocciola Liuzzo, «andava a mangiare con i figli di Gambazza» e «con Mico Condello andava a giocare a pallone, insieme a Manazza, quello delle macellerie». Con Matacena avevano a che fare tutti e con lui tutti avevano a che fare. E il perché lo spiegano gli affari e i milioni di appalti pubblici macinati da tutti i clan del reggino.

Soleimani Martire - Le bombe statunitensi sono umanitarie e Nagasaki e Hiroshima lo dimostrano. Sovranità Territoriale, via gli Stati Uniti dall'Italia

L’IMPERO DELLE BOMBE DEMOCRATICHE 

Maurizio Blondet 9 Gennaio 2020 

di Roberto PECCHIOLI

L’impero delle bombe democratiche, l’America che, disse Jefferson, innaffia ad ogni generazione “l’albero della libertà con il sangue dei tiranni e dei martiri” (altrui), ha colpito ancora. Il generale iraniano Suleimani è caduto in Iraq nell’adempimento del dovere di soldato comandato in missione dalla sua Patria. Decliniamo lealmente le generalità: chi scrive è antiamericano fin dalla giovinezza. Figlio di chi contro gli “Alleati” aveva combattuto sul campo, detesta gli occupanti della sua terra e più ancora chi nasconde imperialismo, volontà di dominio, colonialismo militare e culturale sotto le mentite spoglie della democrazia e della libertà. Balle ad uso dei gonzi.

Distinguiamo naturalmente la maggioranza dei popoli che vivono negli Usa dalle loro classi dirigenti, le uniche a meritare il nostro disprezzo. Intanto, un altro morto è sulla coscienza dei “goodfellas” a stelle e strisce, nel silenzio imbarazzato del mondo politico e mediatico europeo. L’Italia, come al solito, brilla per assenza, tra ipocriti comunicati governativi, roboanti manifestazioni di entusiasmo del neo americano Salvini e pensosi pistolotti della stampa progressista allineata come sempre alla “Merica”, terra dei sogni e, concretamente, luogo di origine dei loro privilegi.

Il più serio è stato il vecchio democristiano Mastella; commentando la morte di Suleimani e il silenzio governativo, Clemente da Ceppaloni ha detto la verità scherzando: l’Italia non ha un ministro degli esteri in quanto quel ruolo è già occupato da Mike Pompeo, segretario di Stato dell’amministrazione Trump, abruzzese d’origine. Non è colpa di Giggino Di Maio se siamo una colonia di serie B, una periferia dell’impero nemmeno degna di essere avvertita in anticipo delle intenzioni delle loro maestà di Washington. Dobbiamo morire in conto terzi, occuparci del catering, montare qualche ospedale da campo nelle “missioni internazionali di pace “. Guerra è parola impronunciabile per opinioni pubbliche europee “incapaci di morire e di uccidere”, come scrisse Albert Camus sessant’anni fa. Importante è partecipare, al fianco degli amiconi d’oltreoceano e, ça va sans dire, pagare il conto a piè di lista, come per le spese delle oltre cento basi militari americane in Italia.

E allora, lasciateci sfogare, e dichiarare il nostro tenace, irriducibile dissenso dai signori americani. Non solo nella circostanza dell’assassinio del militare iraniano in un paese terzo, ma rispetto all’intera “american way of life” e alla politica imperiale a stelle e strisce. In Italia non risulta che alcun movimento politico ponga il problema della permanenza nella Nato e della pubblicazione dei protocolli riservati di pace che ci legano ai “liberatori”, quelli che ci hanno portato la cioccolata, le sigarette, la democrazia e ridotto a lustrascarpe.

Sciuscià, ecco quello che vogliono dagli altri popoli di là dell’Oceano. Ricordate il film neorealista di Vittorio De Sica sul bimbo napoletano lustrascarpe dei soldati Usa al tempo della guerra? Repelle già il nome: l’adattamento italiano di shoe shine, poiché lorsignori non si disturbano a capire, tanto meno imparare l’idioma altrui. L’America è perfetta, non si può desiderare nulla di diverso dal suo modo di vita, dalla sua organizzazione sociale ed economica, di conseguenza dobbiamo anche parlare come vogliono loro.

Saremo gli unici, ma non ci stiamo oggi come ieri e come per tanto tempo non ci stettero molti italiani di diverse ideologie. Restiamo quindi nella Nato- sorta per combattere un nemico scomparso 30 anni fa! – e continuiamo a inchinarci alla volontà imperiale di chi (forse) ci ha liberati 75 anni fa, ma che resta in casa nostra, come in quella di tanti altri popoli, a nostre spese, per comandarci senza che neppure si possa alzare il dito.

Altri saranno in grado di imbastire un coerente discorso geopolitico legato all’attuale presenza Usa in Medio Oriente, noi ci limitiamo a un’osservazione da bar dello sport: sarebbero interessati, gli Old Boys, all’Iraq e a combattere l’Iran se non ci fossero di mezzo colossali interessi di politica energetica e se non avessero imposto nel Mediterraneo orientale, insieme con gli inglesi, ex titolari dell’Impero, lo Stato d’Israele? Alcuni amici che si dichiarano di destra con la mano sul cuore, esultano per la nuova impresa americana, accusando noi di essere “talebani” e di non capire che la battaglia è “tra Oriente e Occidente”.

Premesso che non siamo interessati a trascorrere la vita tra mullah, ayatollah e pasdaran, ma non abbiamo dubbi sul fatto che ogni popolo abbia il diritto, anzi il dovere, di vivere in base ai principi della cultura che si è dato. Di passaggio, rileviamo che i feroci talebani non hanno invaso territori altrui e stroncarono con la forza il traffico di oppio in Afghanistan. Quanto al conflitto Oriente –Occidente, gran parte della destra italiana è in ritardo di 30 anni. Sarebbe il caso di avvertire della fine del comunismo e dell’avvento del globalismo a trazione americana. Parlano di sovranismo senza arrossire, ma è la pesca delle occasioni, come denunciava inascoltato negli anni 80 del secolo passato Beppe Niccolai. Altri ci accusano di parteggiare per regimi dispotici e antifemminili; dimenticano che gli amici loro sono non solo alleati, ma soci in affari (vadano su Wikipedia e cerchino Aramco) dell’Arabia Saudita e degli emirati del golfo persico, noti paradisi di tolleranza, democrazia e femminismo.

Giusto per rinfrescare la memoria selettiva dei servi sciocchi e felici, ricordiamo che i sauditi hanno ucciso e addirittura smembrato un loro connazionale giornalista, Kashoggi, direttamente all’interno dell’ambasciata in Turchia, che conducono una guerra sanguinosa e dimenticata contro lo Yemen, che stanno ricevendo sofisticati, costosissimi armamenti da Washington, finanziano l’islamismo più estremista in giro per l’Europa e, tanto per gradire, sono alleati di fatto di quelli che dovrebbero essere i loro più irriducibili nemici, gli israeliani. A proposito: il Davide ebraico alleato e mosca cocchiera del Golia a stelle e strisce possiede almeno 200 testate nucleari in grado di raggiungere anche Roma.

Lo storico militare israeliano Martin Levi Van Creveld ha ammesso in un libro del 2003 (The Gun and the Olive Branch) che la cosiddetta “Operazione Sansone”, ovvero il lancio di missili nucleari come ultima risorsa, fa parte delle opzioni di Tel Aviv. Dimenticavamo: da 70 a 90 testate nucleari sono dispiegate in territorio italiano. Ci correggiamo: sono all’interno di basi americane, enclavi extraterritoriali in Italia. Non le controlliamo, non abbiamo potere alcuno su di esse, ma se, Dio non voglia, in uno scenario di guerra quelle basi fossero colpite, le conseguenze, tragiche, sarebbero a carico della nostra popolazione.

Gli americani hanno confidenza con le bombe. Sul Giappone ne hanno lanciate due atomiche, Little Boy e Fat man. Carine, democratiche e giocherellone le bombe dai simpatici nomignoli, nickname Ragazzino e Grassone. Vien voglia di provarne gli effetti. Grida vendetta soprattutto la seconda, quella che ha distrutto Nagasaki, poiché si conoscevano le conseguenze che stava già sperimentando la povera Hiroshima. Se i ricordi storici non ci ingannano, una giustificazione di Truman è esattamente uguale al discorso di Donald Trump: abbiamo evitato perdite di vite umane americane. Non possiamo accusarli di razzismo, per la composizione multietnica degli States, ma almeno di xenofobia ossessiva e di sociopatia. Del resto, gli americani già negli anni 20 del XIX secolo- duecento anni fa – elaborarono l’ineccepibile dottrina Monroe: l’America agli americani. Il problema è che al colonialismo spagnolo, francese e britannico sostituirono il loro attraverso una lunga serie di guerre, che debordarono in Asia (la guerra contro la Spagna per le Filippine) e poi in Europa, a partire dell’intervento nella Prima Guerra Mondiale.

Tutelarono i loro interessi in funzione filo britannica e, già che c’erano, misero i loro piedoni nel nostro continente. Secondo molti, fu soprattutto la galassia Rothschild, noti banchieri “patrioti” che prestavano denaro a tutte le parti in causa, a convincerli a sbarcare dalle nostre parti. Non se ne sono ancora andati: segno che si trovano bene qui, in Medio Oriente e dovunque nel mondo. Lo fanno per noi. Ci portano la democrazia, la libertà, il Mercato, la finanza e intanto ci colonizzano attraverso il cinema, lo spettacolo, la lingua, la musica.

Agli amerikani destri di casa nostra un piccolo consiglio: andate a vedere da dove sono partite tutte le idee che non vi piacciono, femminismo esacerbato, multiculturalismo, mondialismo, politicamente corretto, cultura della droga, omosessualismo, erotizzazione della vita, abortismo, libertarismo sfrenato, materialismo pratico e tanto altro. No, non è l’Unione Sovietica e neppure il pianeta Plutone. Il male ha un’incubatrice, l’America e un vettore, il denaro della finanza, apolide ma con sede laggiù, le università private legate al sistema e l’immenso apparato di potere riservato che chiamano “deep State”, Stato profondo.

Intanto lanciano bombe, esportano democrazia. Una fulminate vignetta di questi giorni – bisogna conservare un minimo di buonumore nonostante tutto- mostra Trump davanti a un doganiere iraniano che gli pone la fatidica domanda rivolta a decine di milioni di immigrati negli Usa: che cosa sei venuto a fare? Trump, che custodisce un piccolo missile nella mano destra, risponde: esporto democrazia. Bene, cerchiamo di fare a meno del prodotto, tanto più che è tutto a nostro carico. Ne sanno qualcosa i cittadini dei paesi interessati dalla cosiddette “primavere arabe” organizzate da lorsignori, dai loro terminali informatici e riservati, dai loro uomini di paglia, svelati da Assange e Wikileaks. Morti, rivolte, nuova instabilità: il caos organizzato per dominare meglio.

E che dire delle guerre balcaniche degli anni 90, la nascita di paesi fantoccio in mano a mafie alle porte di casa nostra, l’Ucraina destabilizzata, spinta alla guerra con la secessione della sua parte orientale, utilizzando gruppi nazisti locali, derubricati da “male assoluto” ad affidabili alleati, o meglio utili idioti? Non amiamo il Venezuela e il suo presidente Maduro, ma ci piace ancor meno l’amicone Guaidò, e comunque la nazione di Bolìvar deve decidere da sola di se stessa. Di Caracas e dintorni, peraltro, si disinteresserebbero sovranamente, a nord del Rio Grande, se non ci fossero il petrolio e l’oro.

Di invasioni e colpi di Stato se ne intendono. Il più suggestivo fu contro il panamense Noriega, un criminale trafficante di tutto che, ohibò, avevano mandato al potere loro stessi anni prima. L’elenco potrebbe continuare a lungo, magari ricordando le minacce di morte di Kissinger a Moro, poi ucciso dalle Brigate Rosse (mah…) e la fine di Craxi che aveva osato ricordare al potente alleato che Sigonella è in Italia. Craxi aveva torto. Le basi americane sono sul nostro territorio, ma non sotto la nostra sovranità.

Qualcuno ricorderà la tragedia del Cermis, quando aerei militari Usa in volo d’addestramento abbatterono la funivia di Cavalese provocando una catastrofe. Quei top gun girano liberi, poiché non possiamo processarli in Italia. La costituzione, pallido foglio di carta brandito come una bandiera di cui non si ammette l’inservibilità, afferma che “nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Perfetto, il giudice dei militari americani sta negli Usa anche se distruggono un’infrastruttura italiana e decine di vite in un’azione non di guerra.

Vogliamo continuare? Donald Trump minaccia l’Europa di ritorsioni commerciali se oserà tassare al 3, dicesi 3 per cento i giganti tecnologici con sede in Usa: Google, Amazon, Facebook, Apple. Strano che il gioco non gli riesca con la Cina, a cui ha dovuto cedere in parte. La tecnologia 5G è essenzialmente cinese, ma cinesi sono innanzitutto le “terre rare”, i minerali senza i quali non funzionano computer, telefoni cellulari e gli altri appartati di uso comune.

Ultima obiezione, dopo la quale tacciamo per non incavolarci troppo, è alla cosiddetta democrazia americana. Qualunque presidente venga eletto, per la scarsa partecipazione popolare alle elezioni – significherà pur qualcosa sulle convinzioni di tanti americani che non contano nulla- è frutto della volontà (manipolata) di un quarto degli elettori. Per concorrere occorrono miliardi di dollari. Quella è la loro democrazia, in cui si scontrano due partiti espressione di gruppi di potere, interessi, idee che sono d’accordo sull’essenziale. Alternanza senza alternativa: l’hanno esportata brillantemente in Europa.

Non piace sentirselo dire, ma cari europei e italiani, non sapete di essere un continente occupato? Che fareste, se foste ancora vivi come gli altri popoli, anziché spettri in gita nei centri commerciali, se vedeste soldati stranieri, carri armati stranieri nelle vostre strade? Da uomini, insorgereste: è quello che fanno in giro per il mondo, testardi zoticoni che non gradiscono l’importazione del “sogno” americano. Ricordate Moriconi Nando, il geniale personaggio di Alberto Sordi innamorato dell’America? Dopo aver assaggiato il loro cibo spazzatura, torna agli spaghetti, esclamando il mitico: “Rigatone, m’hai provocato, me te magno! “. Altri tempi. Adesso ragazzi italiani in bicicletta girano le città per consegnare spazzatura commestibile nel nome di multinazionali americane. Pochi spiccioli, la distruzione della civiltà materiale nostra, rischio a carico dei nostri giovani. Qualcuno è già morto, travolto dalle automobili nel traffico, magari per la fretta e la stanchezza.

Eccola l’american way of life, quello è il sogno americano illuminato dalla fiaccola della statua della libertà. Un amico, riflettendo sul mondo contemporaneo, in gran parte una costruzione americana, ci ha detto: non so se Dio esiste, ma Satana esiste certamente ed è al lavoro. Reagan chiamava l’URSS impero del male. Non aveva torto, ma sembra più una chiamata di correo che una rivendicazione del bene. Da parte sciita, chiamano l’America il Grande Satana. Neanche loro sono dei santi, ma hanno buona parte di ragione.

Lo ammettiamo: siamo di parte, ma non potremo avere rispetto dell’America – e di noi stessi- finché non avrà ripreso la strada di casa. L’America agli americani: perfetto. L’Iraq agli iracheni, l’Afghanistan agli afgani e così via. Chi nasceva nel 1945, quando i carri armati Sherman vincevano la guerra e gli aerei alleati bombardavano le nostre città (vi dice niente, cari “destri” filo americani, la scuola milanese di Gorla?) ha ormai 75 anni. E’ nella fase discendente nella vita, ma ha conosciuto un unico scenario: quello delle basi americane a due passi da casa, pagate con le tasse sue e delle generazioni precedenti. Se abita in Sicilia, ha il privilegio di ospitare il MUOS, il centro radar che controlla l’Africa e il Medio Oriente per conto di Washington e le cui radiazioni rovinano la salute di sgradevoli italianuzzi; se vive in Lombardia, Veneto e Friuli ha le bombe atomiche all’angolo. Che sarà mai un morto in più, oltretutto un generale pasdaran, per la coscienza a forma di dollaro degli old boys?

Popolo di sciuscià, smettila di lustrare scarpe e riprendi la tua dignità. Impara dai cavernicoli afgani, dai siriani, dai sudamericani, dai russi del Donbass. Al di là del caso Suleimani, esigi dal tuo parlamento che voti la stessa risoluzione di quello iracheno che ha chiesto la partenza degli eserciti stranieri. Davanti all’esercizio della loro democrazia, esportata con tanta grazia, gli americani non potranno che commuoversi e fare fagotto. O no?

Roma - guerra della monnezza - pare che non ci sia spazio per una nuova Malagrotta nel circondario romano

Rifiuti Roma, tecnici ambientali del Comune verso il no alla discarica scelta dalla Raggi. Ma non ci sono alternative: rischio stallo


Il problema è che tra i 7 siti individuati dalla commissione tecnica fra Regione e Comune non ci sarebbe più nulla di praticabile. L'alternativa è che gli avvocati capitolini diano il via libera alla sindaca a tirare dritto su Monte Carnevale, inasprendo la guerra interna con gli stessi consiglieri pentastellati del Municipio XII, che hanno già minacciato dimissioni di massa

di Vincenzo Bisbiglia | 9 GENNAIO 2020

I tecnici ambientali del Comune di Roma sono pronti a bocciare la nuova discarica nella Valle Galeria, adiacente all’ex mega-invaso di Malagrotta. A quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, nella giornata di venerdì arriverà sulla scrivania della sindaca Virginia Raggi la relazione del capo del dipartimento capitolino Ambiente, Laura D’Aprile, che salvo sorprese esprimerà parere negativo rispetto all’individuazione del sito di via Monte Carnevale. Il provvedimento, a quel punto, avrebbe come effetto quello di spingere il Campidoglio a revocare la delibera approvata il 31 dicembre. Il problema è che tra i 7 siti individuati dalla commissione tecnica di dicembre fra Regione e Comune, non ci sarebbe più nulla di praticabile, a meno di tornare in aree (come Falcognana) già pubblicamente bocciate dalla stessa Raggi. L’alternativa è che gli avvocati capitolini, attraverso un ulteriore parere, diano il via libera alla sindaca a tirare dritto su Monte Carnevale, inasprendo la guerra interna con gli stessi consiglieri pentastellati del Municipio XII, che hanno già minacciato dimissioni di massa.

La relazione tecnica: “Sì agli inerti, no alla fos” – Il dossier del dipartimento Ambiente contiene, in sostanza, i rilievi tecnici già sottolineati dal Municipio XII nel suo parere contrario all’invaso e dalla relazione consegnata alla sindaca dalla consigliera pentastellata Simona Ficcardi, oltre alle criticità già messe in evidenza dalla stessa dirigente D’Aprile nella relazione di dicembre e in conferenza dei servizi. In pratica, dalla documentazione si evince come nell’area sia consentita la realizzazione solo di una discarica di inerti – rifiuti edili – ma non un nuovo deposito di fos (scarti da trattamento di rifiuti urbani). Vi sono poi vincoli relativi alla “pericolosità e vulnerabilità geologica del territorio” con “allagamenti per deflusso non regimentato delle acque meteoriche”; vincoli operativi riguardanti la presenza a poca distanza dell’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino e, ancor più limitrofa, di un’importante raffineria; la presenza di una base militare interforze del Ministero della Difesa, visitata nei giorni scorsi dal presidente della commissione parlamentare Ecomafie, Stefano Vignaroli, che ha fondato la sua attività politica proprio sulla battaglia contro i rifiuti nella Valle Galeria. Sarà poi una seconda relazione, quella attesa dal dipartimento Urbanistica sempre per la giornata di venerdì, a stabilire se le abitazioni poco distanti dal sito individuato formino un “agglomerato urbano” e dunque rappresentino un ulteriore motivo ostativo.

Comune, Regione e Ministero: rischio stallo alla messicana – La bocciatura è nell’aria e anche per questo i tecnici capitolini hanno deciso di non presentarsi alla riunione tecnica convocata per oggi al ministero dell’Ambiente. La vicenda, infatti, sta assumendo i contorni di una telenovela, con sfumature western. In mattinata, la Regione Lazio aveva emesso una nuova ordinanza a cancellazione di quella del 28 novembre scorso, dove “preso atto della delibera” del Campidoglio con la quale si individuava la nuova discarica a Monte Carnevale, si imponeva al Comune di Roma e ad Ama di realizzare l’impianto entro 24 mesi, prendere contatti con altre regioni e Stati esteri per gestire il periodo transitorio e acquistare nuovi mezzi per la raccolta in città. Ma è ovvio che con la probabile revoca della delibera, si tornerebbe al punto di partenza. Con i tre enti coinvolti impossibilitati a muoversi. Da una parte c’è il Comune di Roma, cui viene imposto di trovare la nuova discarica nel suo territorio, ma con un elenco di siti sui quali pendono vincoli di ogni tipo; poi c’è la Regione Lazio, che potrebbe risolvere il problema invidiando la nuova discarica fuori dal territorio capitolino ma non può tornare indietro rispetto agli impegni presi nei mesi scorsi; infine il ministro all’Ambiente, Sergio Costa, che verrebbe costretto da un eventuale commissariamento a individuare lui stesso il sito per la discarica – cosa che non ha intenzione di fare – o, ancor peggio, a prorogare il funzionamento della discarica di Colleferro, nella Valle del Sacco, facendo un dispetto al governatore Nicola Zingaretti e giocandosi così la candidatura alla Regione Campania.

Tensioni nel M5s: sabato la protesta contro Raggi (e Zingaretti) – Intanto, resta confermata per sabato la manifestazione indetta dai comitati per la tutela della Valle Galeria, che potrebbe portare in strada a Malagrotta oltre 5.000 persone, ben più delle 3.000 che hanno sfilato prima di Capodanno a Tragliatella. Al corteo aderisce anche il M5s del Municipio XII, che mercoledì ha votato un atto di consiglio contrario alla delibera di Virginia Raggi, e quello del Municipio XI, due territori nei quali nel 2016 i pentastellati capitolini avevano fatto registrare il boom di voti sostenuti proprio dai comitati contro le discariche. “La Valle Galeria – si legge in una nota dei comitati – è stata la pattumiera di Roma per 50 anni, pagando in termini di distruzione ambientale e di salute pubblica, con un tasso di tumori del 28% superiore alla media cittadina. Gli amministratori siano all’altezza dei loro compiti e delle responsabilità assunte davanti alle leggi e agli impegni presi con la cittadinanza”. E tornano le tensioni anche in Municipio IX, dove da diverse ore gira una determina di novembre con l’autorizzazione da parte della Regione Lazio al raddoppio della discarica di Porta Medaglia, di proprietà di Adrastea srl, società coinvolta nell’inchiesta “Smoking Fields” della dda di Roma, per lo sversamento illegale di migliaia di litri di percolato.

Gli ebrei-palestinesi un cancro da estirpare - sradicano gli ulivi in quanto appartenenti ai contadini palestinesi

Coloni israeliani sradicano ulivi palestinesi

 9/1/2020


Nablus-IMEMC e WAFA. Mercoledì, i coloni israeliani hanno tagliato 50 ulivi appartenenti a contadini palestinesi nel villaggio di al-Sawiya, a sud della città di Nablus, in Cisgiordania, secondo quanto affermato da un funzionario locale. 

Ghassan Daghlas, responsabile del fascicolo per le colonie nella Cisgiordania settentrionale, ha riferito ai corrispondenti di WAFA che individui della colonia di Rahalim, costruita illegalmente su al-Sawiya e nelle vicine terre di Yetma, sono responsabili dell’azione. 

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

10 gennaio 2020 - GUERRA USA-IRAN: tutta colpa del PETROLIO?

Guerra illimitata - Soleimani Martire - La millenaria cultura iraniana trova la soluzione agli incapaci maldestri statunitensi

Alberto Negri - L'iraniano è l'amico geniale



di Alberto Negri

Tutti si aspettavano il disastro. Ma l’iraniano, il nostro amico geniale, si salva e ci salva. Invece di una vendetta sanguinosa ha scelto, per il momento, quella simbolica e filosofica: tiriamo dei razzi sulle vostre basi, vi facciamo avvertire dagli iracheni, e nessuno si farà male. Potremmo fare tanti morti ma abbiamo scelto di non comportarci come voi che avete assassinato un nostro generale sulla strada di un aereoporto civile straniero.

Sappiate che possiamo vendicarci e che per ora ci limitiamo a farvelo capire.

Ora sono gli americani che vorrebbero trattare con Teheran. Il mondo di Trump è potenza militare, tecnologia, business: ma senza intelletto non funziona. E non finisce qui.

Notizia del: 09/01/2020

giovedì 9 gennaio 2020

tutti gli insediamenti nel territorio palestinese occupato sono illegali ai sensi del diritto internazionale

Ue, insediamenti Israele sono 'illegali'

Ai sensi diritto internazionale. Sono ostacolo a pace e 2 Stati



© ANSA/EPA
Redazione ANSABRUXELLES
09 gennaio 202010:07NEWS

(ANSA) - BRUXELLES, 9 GEN - "L'Ue ribadisce che tutti gli insediamenti nel territorio palestinese occupato sono illegali ai sensi del diritto internazionale e rappresentano un grave ostacolo al raggiungimento della soluzione a due Stati e una pace giusta, duratura e globale, come ribadito da una risoluzione Onu". Così il servizio di azione esterna dell'Ue ricordando che il 5-6 gennaio, le "autorità israeliane hanno approvato la costruzione di quasi duemila unità abitative in insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata". "Israele si conformi pienamente al diritto internazionale", prosegue.

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lo scorso anno gli ebrei-palestinesi ha distrutto 265 strutture a Gerusalemme est, tra queste ci sono 169 unità abitative

Israele e la “demolizione” del diritto

Giovedì, 09 Gennaio 2020


Per gli attivisti di B’Tselem, una ong israeliana che si batte contro l’occupazione illegale dei territori palestinesi, il Governo israeliano nel 2019 ha abbattuto un numero “record” di abitazioni palestinesi, sia a Gerusalemme est, che in tutta la Cisgiordania. Come mai? Come sempre per “questioni legate ai permessi di costruzione” e come “misure punitive”. È quanto emerge da un rapporto diffuso a fine anno dalla ong, già protagonista in passato di aspri confronti con il premier Benjamin Netanyahu e la sua “politica di occupazione”. Per l’associazione “Israele continua a usare il pretesto della sicurezza per abbattere abitazioni, espropriare terreni e perseguire la politica di espansione degli insediamenti lungo le strade che li collegano, impedendo di fatto la nascita di un futuro Stato unito, anche se la maggior parte degli edifici, in base agli accordi fra i due Governi, sorge in aree destinate al controllo dell’Autorità civile palestinese”. 

Stando ai dati riportati da B’Tselem lo scorso anno Israele ha distrutto 265 strutture a Gerusalemme est, tra queste ci sono 169 unità abitative, ed è il dato più alto dal 2004, da quando l’ong ha iniziato a tenere il conto delle demolizioni. Le operazioni israeliane nel 2019 hanno lasciato senza casa 328 palestinesi, tra i quali ci sono 182 minorenni e in ben 42 casi sono stati gli stessi proprietari a procede alla demolizione, per evitare di dover pagare i balzelli legati agli abbattimenti alla municipalità cittadina. “I palestinesi a Gerusalemme Est - hanno spiegato gli attivisti israeliani - non hanno possibilità di scelta, se non costruire senza permessi quale diretta conseguenza delle politiche israeliane, che rendono di fatto impossibile il rilascio dei permessi”. Israele “utilizza questa politica per perpetrare il proprio obiettivo di una maggioranza ebraica” nella città santa e “rendere insostenibile la vita per i palestinesi residenti” con il proposito di “spingerli a lasciare le loro case almeno in apparenza per loro diretta volontà”. Nel complesso dal 2004 al 2019 il comune di Gerusalemme ha demolito 978 unità abitative nel settore orientale, lasciando 3.177 palestinesi, tra i quali 1.704 minori, senza casa. 

In Cisgiordania, invece, Israele si è "limitato" ad abbattere 256 strutture. Di queste almeno 106 erano case, ed anche in questo caso si tratta di un dato ben più elevato rispetto a quelli fatti registrare nel 2017 e nel 2018. Qui le demolizioni hanno lasciato 349 palestinesi senza casa, di cui 160 risultano essere minori. Dal 2006, anno in cui l’ong ha iniziato l’attività di studio in Cisgiordania, ad oggi Israele ha raso al suolo circa 1.525 unità abitative palestinesi, lasciando in mezzo a una strada 6.660 persone tra cui 3.342 minorenni. Secondo gli attivisti “A più riprese il governo israeliano ha promosso demolizioni e abbattimenti in comunità che rifiuta di riconoscere. Nello stesso periodo sono state cancellate 779 strutture non residenziali in Cisgiordania, fra le quali recinzioni, cisterne d’acqua, strade, depositi, strutture agricole, aziende ed edifici pubblici”. Una politica di occupazione che va di pari passo con l’esproprio delle terre visto che negli ultimi 50 anni i Governi israeliani hanno autorizzato il land grabbing di oltre 10mila ettari di terra appartenente in origine ai palestinesi, giustificandoli con questioni legate alla “sicurezza nazionale”. Sarà vero?

Secondo Kerem Navot, un’altra ong israeliana che ha monitorato la crescita degli insediamenti e le operazioni di esproprio promosse dal governo nella West Bank dal 1969, quasi la metà dei terreni espropiati ai palestinesi è oggi andata in concessione a coloni della Cisgiordania. Secondo gli attivisti, infatti, “circa il 47% della terra requisita sfruttando norme e leggi che rientrano nel novero delle necessità urgenti sul piano militare sono usate per sviluppare nuovi insediamenti o come strade di accesso alle vecchie colonie. Alcune di queste aree, in un primo momento, erano state usate per infrastrutture militari o depositi dell’esercito, ma con il passare degli anni edifici e terreni sono stati concessi in usufrutto ai coloni”. Attualmente buona parte di questi insediamenti sono comunità abitate da civili e militari israeliani e costruite indifferentemente in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, sulle Alture del Golan e nella Striscia di Gaza. Al momento secondo dati del ministero israeliano degli Interni le colonie della Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale, ma riconosciute da Tel Aviv, sono almeno 133 a cui si aggiungono un centinaio di “avamposti” che ospitano in tutto circa 500.000 persone, mentre a Gerusalemme Est vivono circa 300.000 coloni israeliani e altri 20.000 sono stabilmente insediati sulle Alture del Golan. 

L’autore della ricerca uscita lo scorso anno, Dror Etkes, ha spiegato che la prima ondata di insediamenti si è registrata sotto un governo a guida laburista, considerato moderato, fra il 1967 e il 1977. “In quel periodo - ha aggiunto il ricercatore - ha iniziato a farsi largo il concetto di sequestro di terra che poi sarebbe andata ai coloni. Il picco dei furti è poi avvenuto fra il 1979 e il 1983, con il Likud al potere nel Paese”. Anche se il diritto internazionale e umanitario prevede che questi espropri di terra siano temporanei e che i proprietari siano risarciti in maniera adeguata, per il momento niente di tutto questo è mai avvenuto e la pratica ha continuato a essere utilizzata nel tempo, subendo un'ulteriore accelerazione sotto il precedente governo Netanyahu. Negli ultimi anni, infatti, il numero di espropri è aumentato del 20%, conseguenza anche dell’interruzione nel 2014 dei colloqui di pace e della successiva escalation di violenze, di fronte alla quale si è rivelata sempre più evidente l’inerzia della comunità internazionale. Intanto la spesa destinata dal Governo israeliano agli insediamenti nel 2019 è progressivamente cresciuta toccando il livello più alto dell’ultima decade. Un fiume di soldi sempre più consistente, pur a fronte di una riduzione del territorio perché oggi le Alture del Golan sono considerate parte integrante dello Stato in seguito al riconoscimento della sovranità israeliana da parte del presidente Usa Donald Trump. Un fiume di soldi, che secondo molti attivisti israeliani contrari all’occupazione, il premier Netanyahu se sarà confermato nelle elezioni del prossimo 2 marzo, continuerà a sottrarre al possibile sviluppo delle comunità interne al Paese.