L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 febbraio 2020

Bolivia - Il golpe c'è stato ed è confermato

Vi racconto il giallo sui brogli in Bolivia pro Morales

29 febbraio 2020


Che cosa succede in Bolivia? L’approfondimento di Livio Zanotti

Il golpe in Bolivia c’è stato, con decine di morti, centinaia di detenuti e profughi politici. Il pretesto dei golpisti — presunti brogli di Evo Morales nelle ultime elezioni — non trova riscontro. Non sarà la smoking-gun, come dicono gli specialisti americani che l’hanno cercata — la pistola fumante — la prova regina della buona fede di Evo Morales e di quella meno buona dei suoi accusatori. Restano le forzature costituzionali dell’ex presidente per presentarsi ancora una volta candidato, dopo 14 anni di sia pur eccezionalmente positivi risultati di governo. E le necessità della democrazia di vedere rispettate lettera e procedure di cui nutre i propri principi.

Ma l’autorevolezza della conclusione cui sono giunti gli specialisti del Massachusetts Institute of Technology, il politecnico di fama mondiale dove sono state esaminate le sequenze degli scrutini elettorali del 20 ottobre scorso comparandone i ritmi statistici, non offre il minor conforto e anzi smentisce la fondatezza dell’intervento dell’uruguayano Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). È stata la sua denuncia a fornire ai nemici storici della legalità repubblicana e dell’indio Evo Morales, le élites delle provincie orientali e i loro alleati nei comandi militari, l’occasione da tempo attesa per costringerlo alla fuga.

John Curiel e Jack Williams, responsabili della ricerca dell’Election Data and Science Lab dell’Mit, affermano che nelle elezioni presidenziali dell’ottobre scorso in Bolivia “non si rintraccia alcuna evidenza statistica fraudolenta”. E riprendendo il loro referto The Washington Post (27.02.20) pubblica che il relativo comunicato dell’Osa “risulta profondamente carente e parziale”. Enumera infatti scrupolosamente episodi di schede bruciate, rinvio di voti a server sconosciuti e nomi di votanti ripetuti: circostanze ritenute rintracciabili in quasi tutte le consultazioni elettorali non solo sudamericane. Ma che generalmente. non sommano irregolarità tali da inficiare la validità della consultazione.

Il fatto più rilevante e indicato dall’Osa come decisivo è la sospensione del Trep, il sistema di comunicazione diretta dello scrutinio, alla ripresa del quale il flusso dei voti in favore di Morales e del Movimiento al Socialismo (Mas), il suo partito, avrebbe inspiegabilmente compiuto un balzo in avanti, intensificandosi. Gli specialisti del Mit affermano in proposito che tra prima e dopo la pausa “non è stata rilevata nessuna variazione statisticamente significativa (…) in cambio appare molto probabile che il candidato Morales abbia superato già nel primo turno il richiesto vantaggio del 10 per cento sul suo più immediato competitore”.

In questo caso, ritenuto probabile dai ricercatori, quattro mesi fa Morales sarebbe effettivamente stato eletto ancora una volta al vertice dello stato. Poiché la legge boliviana prevede che se un candidato ottiene il 40 per cento dei voti e il suddetto margine di vantaggio sul secondo (in questo caso Carlos Mesa, anch’egli ex presidente), non è necessaria la maggioranza assoluta per vincere. È quanto egli ha sempre sostenuto e ribadisce adesso. Spiegando che solo le fortissime pressioni a cui è stato sottoposto dopo le accuse dell’Osa lo hanno indotto ad accettare di indire nuove elezioni, nella speranza di evitare così il golpe e convinto di tornare a vincerle.

A tal punto da dirsi convinto che malgrado tutto a vincere le elezioni indette per il prossimo 3 maggio sarà il candidato da lui proposto alla testa del Mas, Luis Arce, il suo ex ministro dell’economia. Attualmente i sondaggi lo danno al primo posto nelle intenzioni di voto con qualcosa più del 31 per cento, mentre i suoi avversari che si presentano divisi appaiono molto distaccati. Il loro calcolo è quello di riunire poi le forze al ballottaggio sul più votato; ma Morales pensa che sbaglino, perché non ci sarà ballottaggio, il 3 maggio Arce sarà già Presidente. Non scalfito da tanta sicurezza, Luis Almagro (che il 20 marzo saprà se sarà stato confermato all’Osa) ribadisce le sue accuse.

Conferme che esiste il Progetto Criminale dell'Euro, MAI nessuna smentita

Che cosa ha svelato Varoufakis sulle magagne dell’Eurogruppo

29 febbraio


L’articolo dell’analista Giuseppe Liturri

Quella che sembrava una domanda di routine fatta da una giornalista lunedì sera durante la conferenza stampa dell’Eurogruppo, promette di scatenare uno scontro al calor bianco tra le istituzioni europee e l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, e di mettere ancora più in luce la scarsa trasparenza che caratterizza l’Eurogruppo. Organo che, seppur informale, è snodo decisivo delle scelte politiche dell’Eurozona.

Infatti venerdì 14 Varoufakis ha consegnato al Presidente della Camera Kostas Tassoulas una chiavetta USB contenente le registrazioni di numerose riunioni dell’Eurogruppo avvenute nei primi mesi del 2015, invitando Tassoulas a divulgarla ai parlamentari ed al pubblico. La chiavetta è stata restituita al mittente a stretto giro, definendo il gesto “inaccettabile” ed invitando Varoufakis a prendersi le sue responsabilità senza scaricarle sul Parlamento greco. Subito dopo, Varoufakis ha reso noto che avrebbe pubblicato le registrazioni/trascrizioni intorno al 10 marzo, tempo necessario per le trascrizioni.

Quando lunedì sera la giornalista ha chiesto un commento al Presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, la risposta è stata un secco “no comment”, pur deplorando il fatto. Subito dopo Centeno ha rivolto lo sguardo verso Klaus Regling, capo del Fondo salva Stati (Mes) che non si è fatto pregare ed ha aggiunto “…deploriamo questa violazione della riservatezza, mi auguro che abbia usato nel suo libro già pubblicato tutto ciò che riteneva interessante…”. Una dichiarazione laconica per liquidare come irrilevante l’uscita di Varoufakis, alla pari del suo libro.

La replica di Varoufakis non si è fatta attendere. In un post pubblicato sul sito del suo movimento politico, sferra un durissimo attacco a Regling e rivelato un episodio che conferma che il tedesco abbia più di qualcosa da nascondere. Infatti, quando il prestigioso regista greco Costas-Gavras annunciò il film tratto dal libro di Varoufakis “Adulti nella stanza”, ispirato agli eventi del 2015 e documentato con le registrazioni che ora saranno integralmente divulgate, Regling si preoccupò e chiese subito un incontro a pranzo col regista. Lo scopo era di dissuaderlo dal girare il film, sostenendo l’imprecisione con cui il libro riportava i fatti dell’epoca. Costas-Gavras rispose che invece aveva verificato la perfetta rispondenza del contenuto del libro alle registrazioni, che aveva ascoltato, e quindi credeva alla versione di Varoufakis. Regling andò via e Costas-Gavras pagò pure il conto. Varoufakis spiega che Regling ha motivo di preoccuparsi, perché oggi i cittadini europei finalmente avranno modo di ascoltare direttamente la voce del tedesco mentre suggeriva di non pagare le pensioni ai cittadini greci in modo da consentire il pagamento delle rate al Fondo Monetario Internazionale. Ha aggiunto che quando i cittadini potranno ascoltare le parole di Regling sarà molto difficile per lui avere un lavoro in qualsiasi Paese, compreso il suo, ed ha concluso definendolo non solo un “cinico burocrate” ma anche “un incapace” che incappa in errori tecnici elementari.

Ma perché rivelarle ora, dopo 5 anni? Varoufakis ha spiegato che credeva di aver chiuso la vicenda delle registrazioni con l’uscita del libro 3 anni fa. Ma di recente in Grecia è stata approvata una legge che dispone la vendita di prestiti ipotecari inesigibili a dei fondi che dal 1° maggio sfratteranno le famiglie provocando una nuova ondata di sofferenze al popolo greco. Sia il nuovo governo di centro-destra che gli ex colleghi di Syriza, imputano questi provvedimenti draconiani alla inefficace azione di Varoufakis durante le riunioni dell’Eurogruppo del 2015, in cui il greco irritò i colleghi europei, inimicandoseli. Allora, per mettere fine a questa rappresentazione distorta dei fatti, ecco la decisione di divulgare integralmente quanto registrato in quei mesi. In questo modo:
Si capirà come l’euroscetticismo sia stato alimentato da un processo decisionale inaccettabile, proprio al centro della Ue.
Si avrà conferma, purtroppo, che le posizioni degli euroscettici sono del tutto fondate.
Chiunque interessato potrà avere contezza sulle modalità con cui si prendono decisioni cruciali per l’economia mondiale.
Poiché non può esserci democrazia senza trasparenza, si offrirà un piccolo contributo ai democratici di tutto il mondo.

Giova ricordare che in quel libro viene riportato un episodio, mai smentito, a proposito del nostro ministro dell’Economia dell’epoca, Piercarlo Padoan. Quando Varoufakis chiese a Padoan come fosse riuscito a contenere l’ostilità di Schauble che lo aggrediva in ogni possibile occasione in particolare nell’Eurogruppo, Padoan rispose che aveva conquistato il suo rispetto accogliendo il “suggerimento” di approvare il jobsact, dopo il quale le ostilità improvvisamente cessarono.

La figura di Varoufakis è indubbiamente controversa, sia in Grecia sia all’estero. Egli infatti si professa fervente europeista ed è tuttora convinto che sia possibile cambiare il governo dell’eurozona. Purtroppo per lui i fatti del 2015 hanno dimostrato che, non disponendo di un piano B, quando ti presenti a negoziare con chi dispone del potere di chiudere le tue banche e bloccare il tuo sistema di pagamenti, finisci per essere praticamente annientato, peggiorando ancora di più la situazione di partenza che si intendeva migliorare. Ma su questo punto Varoufakis sostiene nel suo libro che il piano B invece c’era ed era stato preventivamente discusso e condiviso con Tsipras ed i vertici di Syriza. Si trattava di minacciare la Bce di svalutare unilateralmente i titoli pubblici greci in portafoglio in conseguenza del programma di acquisti SMP. Per Varoufakis costituiva il deterrente nucleare da mettere sul tavolo per convincere Draghi a non chiudere le banche greche ed i partner europei ad accogliere le ragionevoli proposte greche sulla ristrutturazione del debito, anziché continuare a sottostare alle richieste europee all’insegna del “extend and pretend”. A luglio 2015, dopo la vittoria del referendum in cui il popolo greco aveva espresso chiaramente la volontà di non sottostare al Memorandum of Understanding imposto dalla Troika, Varoufakis sostiene che Tsipras venne clamorosamente meno alla promessa di attivare il piano B ed andare allo scontro con Bruxelles. Tsipras capitolò, Varoufakis si dimise, e la Grecia ha rate da pagare fino al 2060.

Questa è ormai storia. Ma l’importanza di quelle registrazioni non è tanto relativa al passato, quanto la possibilità di ricevere conferma delle numerose perplessità sollevate negli ultimi mesi a proposito delle decisioni assunte dall’Eurogruppo sul Mes e su altri dossier decisivi per il nostro Paese. Se il clima ed il metodo decisionale all’interno di quel consesso sono quelli documentati da Varoufakis, con un nucleo forte di Paesi arroccato intorno alla Germania che detta la linea con atteggiamenti ricattatori, quale garanzia ha il nostro Parlamento che sia stato rispettato il mandato conferito ai nostri rappresentanti in quella istituzione, in occasione del Mes e non solo?

Togati malati - è 'ndrangheta e certa magistratura si muove obliquamente

'Ndrangheta, annullato secondo ergastolo al boss Latella: verso la libertà

La corte d'Appello di Messina annulla la condanna nel processo Valanidi. L'anziano boss sfuggì miracolosamente a un agguato

di Redazione 
29 febbraio 2020 11:23


La Corte d’Assise d’Appello di Messina su ricorso dell’avvocato Giuseppe Nardo e rinvio della Cassazione che nel dicembre scorso aveva già annullato un precedente provvedimento di parziale accoglimento, ha annullato il secondo ergastolo che era stato comminato a Giacomo Latella (cl. 1956) dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria nell’anno 1998.

L’anziano capo della omonima cosca Latella, egemone sul territorio a sud della città, in particolare nelle zone di Saracinello, Arangea e Croce Valanidi, si trova in carcere fin dal 1992, per una serie di gravi reati commessi precedentemente e durante quel periodo storico che è passato alle cronache giudiziarie come la seconda guerra di mafia e che ha insanguinato le strade della città nella seconda metà degli anni ottanta ed inizi degli anni novanta.

Nel corso di quella cruenta guerra Latella è sopravvissuto a un agguato nel quale perse la vita il fratello Pasquale e lui si salvò per miracolo, restando paralizzato a metà. A seguito del processo Valanidi il Latella è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Ora, a seguito dell’accoglimento del ricorso dell’avvocato Nardo e della commutazione dell’ergastolo nella pena di trenta anni di reclusione da parte della Corte d’Assise d’Appello di Messina per Latella si profila un prossimo ritorno in libertà.

28 febbraio 2020 - "Sciacalli & Giornalismo"Andrea Scanzi vs Feltri e Libero

Gli ebrei- palestinesi rimangono invasori a cui gli si contrappone la Nazione palestinese

IL DILEMMA DI ISRAELE: UNO “STATO” SENZA “NAZIONE”


(di Andrea Gaspardo)
27/02/20 

Il 6 febbraio 2020 è stata purtroppo per Israele una giornata ricca di incidenti a sfondo terroristico, verosimilmente conseguenza dell'ondata di risentimento causata dalla pubblicazione dei dettagli relativi al cosiddetto “Accordo del Secolo” annunciato dal presidente americano Trump e fortemente voluto dal primo ministro israeliano Netanyahu.

Tra i vari “incidenti” che hanno insanguinato varie aree del paese, è stato quello avvenuto sul “Monte del Tempio” che ha provocato le reazioni più importanti tra l'opinione pubblica del paese. Poco prima di Mezzogiorno infatti, il posto di polizia posizionato a guardia dell'entrata del “Monte del Tempio” è stato avvicinato da un uomo armato di pistola che ha immediatamente iniziato a sparare a bruciapelo contro i poliziotti ivi presenti ferendone leggermente uno per poi fuggire. Tuttavia la fuga dello sparatore non è durata a lungo dato che pochi istanti dopo è stato raggiunto, circondato ed abbattuto dalle forze speciali prontamente intervenute.

Da una serie di controlli effettuali subito dopo è emerso che l'attentatore era il quarantacinquenne Shadi Bana, un arabo israeliano proveniente da Haifa e proprietario di un negozio di fiori. Secondo “Channel 13 News”, Shadi Bana era molto noto nel suo quartiere ed era equamente apprezzato dai suoi vicini sia Ebrei che Arabi. La notizia che, secondo alcune fonti, egli si fosse da poco convertito dal Cristianesimo all'Islam non ha tutt'oggi trovato completa conferma e potrebbe anzi essere un goffo tentativo di attribuire il gesto alla nefasta influenza al”terrorismo islamico”. Quello su cui sono invece unanimemente concordi le fonti è il fatto che Shadi Bana fosse descritto da famigliari, parenti, amici e vicini tutti insieme come “l'ultima persona al mondo con la quale avere un litigio, figuriamoci pensare che avrebbe potuto diventare un terrorista!”.

L'evento ha particolarmente segnato la società israeliana e ha senza dubbio riportato in prima pagina il problema dei rapporti tra lo Stato d'Israele e la sua stessa minoranza araba (musulmana e non). A ben vedere però, tale conflitto rappresenta a sua volta solo la punta dell'iceberg di una crisi ben più profonda che investe la società israeliana tutta nel suo rapporto con le istituzioni dello stato e con l'ideologia politica che, in ultima analisi, ha portato alla fondazione dello stato stesso: il Sionismo.

Con il termine “Sionismo”, si intende il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico mirante alla ricostituzione di una “Patria Ebraica” nei territori definiti biblicamente e storicamente come “Terra d'Israele” (corrispondente grosso modo alla terra di Canaan dell'Antichità, o alla provincia romana della Palestina o, ancora, alla “Terra Santa” medievale).

Frutto del pensiero di Theodor Herzl, e nonostante abbia subito nel corso dei decenni un complicato processo di evoluzione e differenziazione, il Sionismo ha sempre avuto nella costruzione e nella difesa dello Stato d'Israele il suo pilastro fondamentale e gli eventi che hanno caratterizzato il Medio Oriente dopo la Prima Guerra Mondiale (Dichiarazione Balfour del 1917) e la successiva fondazione dello Stato d'Israele dopo la Seconda Guerra Mondiale (1948), ne hanno dimostrato sia la potenza ideologica che la vitalità politica e sociale.

I problemi insiti nell'ideologia sono emersi con il tempo, nel corso dei successivi decenni di vita democratica israeliana. Sebbene infatti l'opera di “costruzione dello stato” dal punto di vista istituzionale e materiale possa dirsi compiuta, il Sionismo non è riuscito nell'opera di creare una “nazione” né gli Israeliani sono riusciti a produrre un nuovo sistema “ideologico-filosofico” che potesse affiancare e sostituire il Sionismo nell'affrontare le nuove sfide che sarebbero inevitabilmente emerse con il tempo. Chi ritiene che tale necessità sia secondaria, rispetto al problema ben più pressante di garantire la sicurezza interna ed esterna di Israele dalle forze che minacciano la sua sopravvivenza, commette un grave errore di valutazione; al netto della sua forza economica e militare, Israele sta evolvendo verso uno stato dai connotati fortemente “comunitaristici” assai più simile ai suoi vicini mediorientali che non ai paesi europei e/o occidentali ai quali pur dichiara di aver sempre guardato come fonte di ispirazione.

Nel corso dei numerosi contatti avuti nel tempo sia con Israeliani che con Ebrei della Diaspora, mi sono reso conto che, dal punto di vista ebraico, esiste una fondamentale confusione tra il concetto primitivo di “popolo” e quello, assai più sottile ed elaborato di “nazione”.

Possiamo definire con il termine di “popolo” una qualsiasi collettività umana legata ad un ambito geografico oppure caratterizzata da una comune adesione ad una particolare identità valoriale. Si capisce bene come tale definizione sia molto ampia e si presti a numerose interpretazioni. Viceversa, la definizione di “nazione” è assai più ristretta e mirata: essa è infatti un'unità etnica cosciente di una propria peculiarità e autonomia culturale specialmente in quanto premessa di unità e sovranità politica.

Declinando questi concetti alla realtà empirica, possiamo affermare che, all'interno della Repubblica Italiana, le minoranze slovena, tedesca e francofona residenti rispettivamente in Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta sono (per ragioni di collocazione geografica) parte integrante del “popolo italiano”, tuttavia non possono essere definite parte della “nazione italiana” perché l'utilizzo di lingue diverse da quella italiana le pone automaticamente fuori dall'alveo culturale che ha costituito la base di sviluppo della cultura italiana (a sua volta pilastro imprescindibile della nazione).

Venendo al contesto israeliano, la maggior parte della popolazione del paese è costituita da Ebrei discendenti da una o più delle numerose ondate migratorie che si sono riversate in quel territorio a partire dal 1881. A fianco di tale comunità maggioritaria esistono diverse minoranza etniche o etno-religiose come gli Arabi musulmani, gli Arabi cristiani, i Drusi, i Circassi, gli Armeni e altre comunità più piccole. L'atteggiamento sia dello Stato d'Israele che del Sionismo verso tutte queste comunità è sempre stato ondivago e scostante. Da un punto di vista formale, le varie correnti sionistiche non sono mai riuscite a trovare un comune accordo se il futuro Stato d'Israele dovesse diventare “uno stato solamente di Ebrei” (come teorizzato da Ze'ev Jabotinsky) oppure essere uno “stato ebraico ma aperto anche agli altri” (come invece affermato da Theodor Herzl prima e da David Ben-Gurion dopo). Le divergenze teoriche furono superate nella pratica all'indomani della vittoria nella Guerra di Indipendenza, quando le autorità del giovanissimo stato decisero immediatamente di estendere la cittadinanza anche a tutti i “non-Ebrei” presenti sul suo territorio e, anche se da allora fiumi d'inchiostro sono stato sparsi sul fatto che l'iniziativa di Ben-Gurion fosse dettata da un genuino desiderio di giungere ad un ragionevole compromesso con gli Arabi oppure fosse una mossa meramente propagandistica, almeno formalmente ed entro i confini del 1949-1967, Ebrei, Arabi ed altri “non-Ebrei” avrebbero dovuto vivere nello stesso paese da eguali.

Il tempo ci ha consegnato una realtà dei fatti alquanto diversa. Mentre lo Stato d'Israele è riuscito sin da subito ad instaurare proficui rapporti di collaborazione con i Drusi ed i Circassi, il rapporto con le altre comunità non è andato altrettanto bene. Gli Arabi sia musulmani che cristiani sono stati visti ben presto, non senza qualche giustificazione, come pericolosa “quinta colonna” del nemico esterno e la mancanza quasi totale di investimenti pubblici e privati nelle zone da essi abitate (prediligendo invece la spesa in favore dell'accoglienza di nuove ondate migratorie ebraiche) ha fatto sì che, benché tra il 1949 ed il 1967 gli indicatori sociali mostrassero una sostanziale convergenza verso un comune sentiero di sviluppo, dopo quest'ultima data tale percorso virtuoso si sia praticamente fermato. Non solo, dopo il 1967, proprio grazie alla vittoriosa Guerra dei Sei Giorni, gli Arabi di Israele sono stati a tutti gli effetti “riunificati” con i Palestinesi dei Territori e della Striscia di Gaza venendo così esposti alla drammatica realtà del perenne conflitto Israelo-Palestinese. L'effetto congiunto del conflitto e della stagnazione economica e sociale nelle loro aree di residenza, ha causato un lento ma inevitabile estraneamento degli Arabi israeliani dall'identità e dai valori del loro stesso paese al punto che molti di essi hanno finito per auto nominarsi “Palestinesi che vivono in Israele”.

Le cose vanno solo discretamente meglio per la piccola comunità armena, in gran parte concentrata nell'omonimo Quartiere della Città Vecchia di Gerusalemme, che, pur avendo sempre mantenuto un rapporto cordiale con le autorità del paese, risente molto negativamente sia del continuo clima di conflitto sia delle azioni di espropriazione da parte delle autorità e dei coloni ebrei appartenenti ai vari movimenti religiosi i quali, alla luce dello strisciante programma di “ebraicizzazione” di Gerusalemme, sono più che contenti di espropriare le proprietà immobiliari armene per distribuirle poi ai coloni.

La tendenza negli ultimi anni ha avuto una progressione persino peggiorativa, tanto da far dire a Sua Beatitudine Nourhan Manougian, Patriarca del Patriarcato Armeno di Gerusalemme nel corso di un'intervista concessa nel 2013 al quotidiano Haaretz: “Noi siamo cittadini di terza-classe”1. Ma il processo di trasformazione più interessante ha riguardato proprio la maggioranza ebraica.

Nata come “contenitore delle diaspore”, la comunità ebraica d'Israele ha favorito, nel corso dei decenni, l'integrazione di Ebrei provenienti da almeno sessanta contesti culturali diversi. Contro ogni pronostico iniziale, le varie “tribù fondatrici” (Aschenaziti, Sefarditi, Mizrahì, Romanioti, Italkim, ecc...) hanno finito per integrarsi sorprendentemente bene e, sebbene una certa rivalità tra Aschenaziti e Mizrahì pervada ancora il folklore nazionale, la prassi della convivenza e dei matrimoni misti ha fatto sì che, decennio dopo decennio, la tradizionale suddivisione “etnico-culturale” sia andata scemando. Purtroppo però, nuove faglie di scontro sono emerse in campo politico-religioso.

Dagli anni'70 in poi, Israele ha assistito ad una progressiva polarizzazione della società ebraica in corrispondenza con l'ascesa demografica dei cosiddetti “ultra-ortodossi” (“Datim”, “Chardalim” e “Haredim”) e dei “conservatori religiosi” (Masortim) a spese dei “laici” (Hilonim). Pur essendo stati proprio questi ultimi a costituire il motore trainante per la fondazione e lo sviluppo di Israele ed avendo detenuto il primato demografico sino ad ora, gli “Hilonim” hanno visto erodere drammaticamente i propri numeri negli anni recenti sia a causa del boom demografico degli strati più conservatori della società (le donne “Haredi” presentano un tasso di fertilità totale che è almeno tre volte più alto di quelle “Hiloni”) che a causa dell'emigrazione (Yerida). Si stima che attualmente circa un milione di “Yordim” viva all'estero e gli Stati Uniti in particolare si sono rivelati particolarmente abili ad intercettare questo fiume di emigranti altamente qualificati e disciplinati.

La suddivisione della società ebraica israeliana in “tribù politico-religiose” non preoccuperebbe se tale separazione rimanesse “ideale” e non sconfinasse anche nella suddivisione territoriale (quartieri ed insediamenti rurali diversi per “tribù” diverse), nell'educazione (a differenza dell'Italia, Israele non è mai riuscita a creare un'unica scuola pubblica per tutti) nei servizi pubblici (gli “Haredim” utilizzano linee di autobus a loro dedicate) e nelle sinagoghe (dove un ebreo può partecipare ai riti solo se registrato in quella particolare congregazione).

Nemmeno le forze armate e di sicurezza sono più in grado di mascherare le profonde fratture sociali; infatti si stima che solo il 43% dei giovani teoricamente reclutabili si presenti regolarmente alla chiamata di leva, i pochissimi “Haredim” che servono la bandiera lo fanno esclusivamente in unità ad hoc, e i ranghi dei reparti combattenti di prima linea (come le micidiali “Sayeret”, le unità speciali da ricognizione profonda) continuano ad operare solo grazie alla massiccia presenza di Drusi, Beduini del Neghev, Falasha (Ebrei etiopi) e “Russi” (grazie al positivo effetto che le tradizioni militari sovietiche e russe hanno ancora su questo segmento della popolazione di recente immigrazione).

In conclusione, nonostante l'apparente forza, Israele è un piccolo gigante con i piedi molto “argillosi” e, sebbene presenti tassi di crescita economica ed espansione tecnologica sbalorditivi, il fatto che, a centotrentanove anni dall'inizio delle ondate migratorie sioniste (1881) e a settantadue anni dalla dichiarazione d'indipendenza (1948), non si sia riusciti a creare una “nazione” coerente nemmeno nella parte ebraica della sua popolazione (e tacendo del drammatico aumento dei conflitti tra Ebrei e “non-Ebrei” israeliani), deve suonare come un drammatico campanello d'allarme nelle orecchie di noi tutti.


Foto: IDF

15 febbraio 2020 - Marco Tarchi e la critica della dittatura del pensiero globale unico

Napoli - Piccoli passi in avanti per l'ulteriore asservimento dell'Italia alla Francia

Libia, Sahel e rapporti industriali. I temi della Difesa nel vertice Italia-Francia

27 febbraio 2020


Non mancano i temi di confronto tra Lorenzo Guerini e Florence Parly, i ministri della Difesa di Francia e Italia tra i protagonisti del vertice bilaterale di Napoli. Oltre Libia e Sahel, ci sono il Fondo europeo di Difesa, il ruolo della Nato e i rapporti industriali, a partire dal dossier Fincantieri-Stx

La Francia sbarca a Napoli e porta con sé tanti dossier di confronto che riguardando la Difesa. L’obiettivo generale del vertice su cui ha lavorato il ministro agli Affari europei Vincenzo Amendola è rilanciare i rapporti bilaterali dopo un paio d’anni difficili. Tra Libia, Sahel e dossier industriali, una buona fetta dell’agenda riguarda anche il ministro Lorenzo Guerini, che ritrova nel capoluogo campano la collega Florence Parly.

DALLA LIBIA…

In cima all’agenda italiana c’è ancora la Libia. L’obiettivo è trovare convergenza con Parigi che non sempre è stata allineata agli interessi italiani (vantandone spesso alcuni contrapposti). A Napoli, di fronte agli omologhi francesi, i ministri competenti italiani cercheranno oggi far pesare il ritrovato attivismo sul dossier. Guerini in particolare potrà presentare alla Parly l’apertura fatta dalla collega tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer per includere l’Italia quando si parla di Libia nel formato E3, il gruppo creato da Francia, Germania e Regno Unito per coordinare l’azione su rilevanti dossier internazionali.

…AL SAHEL

Una carta importante che Guerini potrebbe giocarsi per ottenere l’allineamento francese sulla Libia è la promessa di impegno in Sahel. Negli ultimi mesi, da Parigi si sono fatte sempre più pressanti le richieste di supporto per la missione Barkhane, operativa in un’area grande quanto l’intera Europa con 4.500 militari francesi, a fronte di una crescente attività di gruppi terroristici e traffici criminali. In una telefonata dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, Guerini aveva notato “convergenza di vedute” in merito al Sahel e all’esigenza di rafforzare il quadro di sicurezza con l’omologa francese.

VERSO IL DECRETO MSSIONI

Qualche giorno dopo, lo stesso ministro italiano spiegava alle Commissioni Difesa di Camera e Senato l’intenzione di “incrementare la nostra presenza in Sahel, dove si assiste a una recrudescenza del terrorismo di matrice confessionale” con “effetti interconnessi fortemente allo scenario libico”. D’altra parte, aggiungeva, “l’area è fondamentale” anche per l’Italia, una consapevolezza già esplicitata nelle linee programmatiche del dicastero insieme alla connessa esigenza di collaborazione con la Francia. “Immaginare di intervenire prescindendo da uno stretto coordinamento sarebbe fortemente temerario”.

IL RAPPORTO CON LA NATO

Di sfondo restano le questioni strategiche, il ruolo della Nato e il rapporto con gli Stati Uniti. Italia e Francia conservano interpretazioni differenti di questi temi, con Parigi che intende l’autonomia strategica del Vecchio continente in modo radicale come un’indipendenza dall’alleato d’oltreoceano. La Nato “in morte cerebrale” è solo una delle esternazioni del presidente Emmanuel Macron sul tema, arrivato anche a proporre una prima riflessione comune tra europei (inedito nella storia francese) sulla Force de frappe nucleare. Dietro la proposta di un’Europa più forte si nasconde l’intenzione (legittima, per carità) di un’Europa a trazione francese.

EQUILIBRI STRATEGICI

Compito dell’Italia è riuscire a rafforzare il coordinamento con Parigi su temi rilevanti per il Paese senza appiattire la propria postura su quella francese. È il caso ad esempio della European Intervention Initiative (Ei2), lanciata più di due anni fa da Macron, e a cui l’Italia ha aderito lo scorso settembre. È stato il primo atto dell’era Guerini, che contestualmente spiegava però che il riferimento per la difesa resta nel progetto europeo e nell’Alleanza Atlantica. L’Ei2 è difatti estranea al contesto Ue e Nato, e non a caso è vista con sospetto anche da oltreoceano. È considerata il frutto dell’insoddisfazione francese per una Pesco (questa sì, nel contesto dell’Unione) considerata troppo inclusiva e per questo poco operativa.

LA DIFESA COMUNE

D’altra parte, Parigi ha dimostrato di voler giocare con determinazione anche la partita della Difesa comune dell’Ue. È il Paese che partecipa a più progetti della Pesco (trenta sui 47 per ora approvati; l’Italia a 24) e, nella nuova Commissione targata Ursula von der Leyen, si è presa con Thierry Breton la casella del Mercato unico, quella che ha competenza sulla nuova Direzione generale “Difesa, Industria e Spazio”. Gestirà i finanziamenti del Fondo europeo di Difesa (Edf), previsto con 13 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, ma in realtà a rischio di forte riduzione nell’ambito dei complessi negoziati tra Paesi membri sul bilancio comune (altro tema su cui si cerca convergenza). Non è un caso che nel recente convulso Consiglio europeo di Bruxelles, solo Macron (oltre al prevedibile Josep Borell) abbia elencato tra le proprie priorità un congruo finanziamento delle ambizioni di Difesa comune.

IL DOSSIER STX

L’incontro a Napoli è oggi una nuova occasione per testare le volontà francesi, considerando che di dossier specifici ce ne sono molteplici. Sul fronte industriale, spicca la questione Fincantieri-Chantiers de l’Atlantique, relativo all’iter di acquisizione da parte del Gruppo italiano sull’ex Stx, operazione a cui manca il via libera dell’antitrust europeo a quasi tre anni dalla prima sigla per rilevare dalla proprietà sudcoreana i cantieri francesi. È attesa per aprile una decisione finale da parte di Bruxelles, con l’Italia che preme da tempo affinché non ci sia una rigida applicazione delle regole sulla concorrenza, ideate quando non c’erano i giganti asiatici a competere sulla cantieristica navale.

L’ATTEGGIAMENTO FRANCESE

La Francia sul tema ha mantenuto un atteggiamento altalenante. È stata Parigi (con Berlino) a chiedere alla Commissione di valutare l’operazione alla luce del regolamento sulle concentrazioni. Ancora prima, nel maggio 2017, poco dopo l’arrivo all’Eliseo, è stato Emmanuel Macron a volere la nazionalizzazione di Stx, in barba all’accordo poco prima sottoscritto da Fincantieri. La nuova intesa è arrivata a nel settembre successivo, quando a Lione Macron e l’allora premier Paolo Gentiloni raggiunsero l’intesa sulla struttura dell’azionariato della società: il riscatto del 50% da parte dell’azienda italiana, con l’aggiunta del prestito di un ulteriore 1% concesso dallo Stato francese per dodici anni, previo via libera delle autorità antitrust, ultimo tassello che ancora manca.

IL DOSSIER MILITARE

È risultato meno problematico il lato militare della faccenda, conosciuto come “l’Airbus dei mari”. A settembre 2017, oltre all’intesa su Stx, i governi di Francia e Italia tracciarono anche la strada per una progressiva alleanza tra Fincantieri e Naval Group. Un anno dopo, durante il salone EuroNaval di Parigi, i titolari della Difesa annunciavano il pieno sostegno dei rispettivi esecutivi all’accordo raggiunto dalle due società per una joint venture paritetica. I dettagli sono arrivati il giugno successivo nell’arsenale di La Spezia, con la firma sull’Alliance cooperation agreement. È seguito a ottobre il disvelamento del nome: Naviris. Poi, a metà gennaio, la piena operatività del nuovo soggetto con il primo consiglio d’amministrazione affidato, nella presidenza, a Giuseppe Bono.

TRABALLAMENTI

Anche gli ultimi segnali vanno sulla stessa linea, come confermato dal numero uno del Gruppo francese Hervé Guillou, prossimo all’uscita il 24 marzo: “Gli europei non hanno scelta”. Eppure, anche su questo da Parigi non sembra arrivare una convinta spinta all’Airbus dei mari. È stato il quotidiano transalpino La Tribune a dar voce a una fonte interna al governo francese (non meglio identificata), secondo cui l’alleanza si rafforzerà solo se ci saranno risultati, ovvero commesse dai rispettivi Paesi. Si punta a lavorare sull’ammodernamento della classe Orizzonte e sulla European patrol corvette, uno dei più recenti progetti Pesco.

venerdì 28 febbraio 2020

La Cina esce rinforzata nella lotta alla polmonite virale a differenza di ...

Coronavirus, la verità dell’Oms: l’Occidente deve ringraziare la Cina, e prendere esempio

Non hanno mai occultato i dati. Hanno dato risposte tempestive e radicali. Hanno sacrificato un po’ della loro crescita per guadagnare credibilità. E hanno dato tempo all’Occidente per prepararsi a fronteggiare l’epidemia. Ecco perché il delegato dell’Oms Bruce Aylward ha pubblicamente elogiato la Cina. Ecco perché forse dovremmo prendere esempio, anziché puntare il dito.

ATTUALITÀ 27 FEBBRAIO 2020 15:16
di Michele Boldrin

L’intervista del dottor Bruce Aylward – capo della delegazione di esperti dell’OMS di ritorno dalla Cina – segna uno spartiacque fra la prima e la seconda fase della crisi sanitaria mondiale “Covid-19”. Dalla seconda metà di gennaio a ieri abbiamo vissuto in un film dell’orrore. Il sentimento dominante – diffuso da quasi tutto il sistema mediatico, filtrando attentamente sia che notizie dare che quali esperti ascoltare – è da cinque settimane quello della catastrofe incombente.

Eravamo minacciati da un pericolo misterioso che un governo autocratico – a capo di una popolazione a noi sostanzialmente aliena, dedita a pratiche alimentari e sanitarie primitive – malgestiva e nascondeva, non rivelandoci i fatti ed occultando disastri di variabile entità. La Cina era un paese dannato, dove i corpi di decine di migliaia di morti venivano cremati da un regime criminale per occultare la tragedia in corso.

Da ieri questo gioco al massacro – che aveva sia fini di promozione personale che di sciacallaggio politico e che ha invece rafforzato, all’interno della Cina, l’autorità di Xi Jinping – è finito. Il mondo deve affrontare una grave crisi sanitaria di cui si possono delineare scientificamente i tratti e le caratteristiche; i mostri non ci sono più e, soprattutto, non ci sono mai stati. Il Paese che ha dovuto affrontare per primo il Covid-19, nella totale impreparazione sua e di chiunque altro, non ci ha mentito, non ha occultato i fatti ed è totalmente disponibile a condividere con noi quello che questo mese e mezzo di battaglia sul campo gli ha permesso di apprendere.

Cos’ha detto, in brutale sintesi, Aylward?

Ha detto che a partire da gennaio l’azione del governo cinese è stata esemplare – per rigore e creatività, oltre che per la sistematicità con cui le misure di contenimento sono state applicate, in particolare nella provincia di Hubei.

Ha detto che dati cinesi NON erano truccati. Imprecisi, incompleti (specialmente all’inizio ed in particolare da Hubei) a volte confusi ma non intenzionalmente alterati con l’obiettivo di presentare una situazione diversa da quella reale sul terreno. I numeri ufficiali erano e sono fondamentalmente corretti.

Ha detto che il complesso degli interventi delle autorità cinesi ha radicalmente alterato il corso dell’epidemia, bloccando molti dei canali “tradizionali o naturali” di trasmissione. Detto altrimenti: l’azione delle autorità cinesi ha radicalmente cambiato il modello di diffusione del virus. Questo spiega perché le previsioni “matematiche” di tipo catastrofico, che mai hanno avuto una vera base scientifica, siano definitivamente da buttare.

Ha detto che il sistema sanitario cinese, superato lo shock dei primi giorni, non è stato travolto. La solidarietà tra provincie (invio massiccio di personale e materiali nello Hubei da altre aree) è stata enorme ed esemplare. Il numero delle persone testate quotidianamente ha raggiunto valori di quasi 50mila ed è ora attorno ai 15mila. Chi per settimane ha insistito che i cinesi non erano in grado di testare ha diffuso panico infondato.

Ha detto che l’informazione della popolazione su misure semplici ma importanti è stata capillare ed efficace. Aver seguito rigorosamente le precauzioni del vivere quotidiano ha giocato un ruolo fondamentale, accanto alla segregazione di intere città e quartieri, nel rallentare drammaticamente la diffusione del virus

Ha detto che tutti i dati a nostra disposizione dicono che non esiste diffusione occulta o non rilevata dell’infezione: quello che c’è viene misurato e quello che viene misurato è quel che c’è. Tutti gli indicatori credibili a disposizione suggeriscono che l’epidemia sia ora, in Cina, nella sua fase discendente.

Ha detto che questa è una infezione grave che va combattuta seriamente, senza improvvisazioni o facilonerie ma con grande rigore scientifico. Non è una semplice influenza ma non è nemmeno la SARS. I casi di trasmissione da asintomatici non sono, ad oggi, un fattore rilevante. La letalità misurata segue esattamente gli stessi pattern demografici e socio-economici dei virus influenzali.

Ha detto che tutti i parametri stimati seguono, da settimane, un trend univoco e discendente. I sistemi sanitari e la popolazione del mondo occidentale non sono preparati e vanno attrezzati. Il mese di tempo che il grande sforzo cinese ci ha permesso di guadagnare non è stato utilizzato ottimamente. Occorre farlo con metodo scientifico e razionalità, valutando i costi ed i benefici di ogni misura da adottare e tenendo in conto le profonde differenze delle due popolazioni e dei due sistemi sanitari.

Sarebbe il caso che, anche in Italia, si smettesse di produrre ed ascoltare maratone di chiacchiere, lanci scandalistici e profeti della fine del mondo e si cominciasse a raccontare, scientificamente e molto tranquillamente, i fatti. A partire da quelli illustrati da Aylward.


La polmonite virale mette a nudo il niente della sanità privata e l'inesistenza di quella pubblica. Stati Uniti nel pieno dello sbando

GIOVEDÌ 27 FEBBRAIO 2020
Il piano di Trump sul coronavirus

Il presidente statunitense ha parlato per la prima volta delle misure prese dal suo governo per frenare la diffusione del virus, che secondo molti sono insufficienti

 
Donald Trump durante la conferenza stampa sul coronavirus (AP Photo/Evan Vucci)

Mercoledì il presidente statunitense Donald Trump ha parlato delle misure adottate dal suo governo per frenare la diffusione del coronavirus (SARS-CoV-2) negli Stati Uniti. Trump, che era stato accusato da diversi parlamentari di avere sviluppato una strategia debole e inefficace, ha nominato il vicepresidente Mike Pence responsabile di coordinare la risposta del governo e ha annunciato un piano di 2,5 miliardi di dollari per contrastare la diffusione del coronavirus. Ha inoltre minimizzato molto i rischi legati al virus: «Abbiamo i più grandi esperti del mondo, proprio qui», riferendosi ai diversi esperti di sicurezza sanitaria che erano di fianco a lui.

Finora negli Stati Uniti sono stati confermati 15 casi di infezione, ma il numero di tamponi eseguiti è stato molto più basso (445) rispetto a quello di altri paesi, come per esempio il Regno Unito (7.132, ultimo dato ufficiale) e l’Italia (9.462 a ieri).

La conferenza stampa di mercoledì è stata la prima di Trump sul coronavirus, e si è tenuta il giorno dopo la prima positività riscontrata nel paese su una persona che di recente non aveva fatto viaggi all’estero. Non è chiaro come questa persona abbia contratto il virus, hanno detto i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC), l’organismo di controllo sulla sanità pubblica negli Stati Uniti, e probabilmente l’infezione è avvenuta in territorio americano. Il contagiato proviene dalla contea di Solano, in California, ed è ora ricoverato in un ospedale della contea di Sacramento.

L’ultimo caso confermato dai CDC ha provocato molte preoccupazioni tra le autorità sanitarie e diversi politici statunitensi, che temono che il governo di Trump non stia facendo abbastanza per prevenire la diffusione del virus.


Martedì, per esempio, Nancy Messonnier, direttrice del centro che si occupa di malattie respiratorie all’interno dei CDC, aveva usato toni molto preoccupati con i giornalisti che le chiedevano notizie sul coronavirus. Messonnier aveva detto, riferendosi alla possibilità di una diffusione del virus anche negli Stati Uniti: «La questione non è più se accadrà, ma quando». Aveva aggiunto che gli ospedali e le scuole dovevano prepararsi per un eventuale peggioramento della situazione e che lei stessa aveva parlato alla sua famiglia prevedendo la possibilità di «un significativo impatto sulle nostre vite».

Mercoledì Trump ha cercato di ridimensionare le parole di Messonnier, mostrando uno studio della Johns Hopkins University (Maryland) che sostiene che gli Stati Uniti siano il paese più preparato al mondo per affrontare un virus.

Funzionari del governo americano citati dal New York Times hanno detto che Trump si sta mostrando molto riluttante ad accettare la visione più «allarmista» sul coronavirus. Durante la conferenza stampa, per esempio, Trump ha paragonato il virus all’influenza stagionale e ha detto che sparirà con l’arrivo del caldo, anche se diversi esperti gli hanno fatto notare che al momento le informazioni disponibili per dirlo sono molto poche. Trump ha detto anche di non credere che la diffusione del coronavirus negli Stati Uniti sia inevitabile, come invece aveva sostenuto il giorno prima Messonnier.

In generale non tutti sono convinti che gli Stati Uniti siano preparati ad affrontare la diffusione del coronavirus, soprattutto per alcune decisioni adottate negli ultimi anni dal governo Trump, che hanno provocato un taglio del budget e del personale del settore pubblico che si occupa di trattare crisi sanitarie di questo tipo.

Nel 2018, per esempio, la Casa Bianca eliminò un importante incarico previsto all’interno del National Security Council, l’organo che consiglia il presidente su temi di sicurezza nazionale e politica estera: quello di coordinatore della risposta a una pandemia. Oggi il governo non ha alcun incaricato di coordinare e indirizzare le decisioni della mezza dozzina di agenzie che prendono decisioni relative alla pubblica sicurezza e alle emergenze sanitarie. La mancanza di questa figura ha per esempio creato parecchia confusione sulla gestione dei 14 cittadini statunitensi risultati positivi al coronavirus a bordo della nave Diamond Princess, che sono poi stati rimpatriati nonostante l’opposizione di Trump.


Mercoledì Alez Azar, segretario della Salute e dei Servizi Umani del governo americano, ha detto che Trump non ha intenzione di nominare un “coordinatore speciale” per affrontare la diffusione del coronavirus negli Stati Uniti, a differenza per esempio di quello che fece Barack Obama durante l’epidemia di ebola del 2014, che era molto più contenuta anche se derivante da un virus più rischioso del coronavirus.

Trump è inoltre accusato da diversi membri del Congresso, anche Repubblicani, di non spendere abbastanza soldi per fermare la diffusione del coronavirus. Il governo ha annunciato lo stanziamento di 2,5 miliardi di dollari, di cui la metà sottratta dai fondi per la protezione contro il virus ebola. Chuck Schumer, il capo dei Democratici al Senato, ha per esempio proposto uno stanziamento di 8,5 miliardi di dollari, di cui 3 miliardi da destinare a un fondo di emergenza per la sanità pubblica, 1,5 miliardi per i CDC, 1 miliardo per lo sviluppo di un vaccino e 2 miliardi per rimborsare gli stati e le città che finora si sono fatti carico di prevenire e prepararsi per una eventuale diffusione del coronavirus.

Un ultimo problema per Trump è che la maggioranza degli americani non crede a quello che lui dice: diversi membri della sua amministrazione stanno cercando di capire come rendere la comunicazione del presidente più efficace, soprattutto di fronte a situazioni confuse e tese come quella che potrebbe crearsi con la diffusione del coronavirus negli Stati Uniti.

Un sondaggio realizzato a novembre dal Washington Post in collaborazione con ABC News ha rilevato che solo il 31 per cento degli americani pensa che Trump sia onesto e affidabile. Stephen Morrison, esperto di sicurezza sanitaria al Center for Strategic International Studies, think tank di Washington, ha detto al Washington Post: «Quando hai una Casa Bianca che diffonde falsità su ogni sorta di questione, non sorprende che le persone [del governo] si facciano domande tipo: “Qual è la nostra strategia, e cosa stiamo comunicando al pubblico americano?”».

Euroimbecilandia alla resa dei conti, il bilancio è il terreno di scontro. Il Progetto Criminale dell'Euro comincia a vacillare

Ecco gli Stati europei che vogliono conservare i privilegi nel bilancio Ue

28 febbraio 2020


Tutti i perché del mancato accordo sul bilancio Ue. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Come noto, il Consiglio Europeo straordinario del 20 e 21 febbraio, chiamato ad approvare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027, si è risolto con un nulla di fatto. Due giorni e circa 30 ore di colloqui, non sono stati sufficienti per raggiungere un accordo tra i 27 Paesi, orfani del Regno Unito. Al termine, il Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, ha dichiarato che è necessario più tempo per comporre gli interessi divergenti e tuttavia non ha ancora fissato una nuova data per il prosieguo delle trattative.

Ma cosa ha impedito l’accordo? Il livello di ambizione del bilancio — che si vuole vada dal contrasto al cambiamento climatico, alla difesa ed alla sicurezza, all’innovazione ed alla ricerca, ai fondi di coesione regionale ed ai sussidi agricoli — come pomposamente sostenuto dal nostro presidente Giuseppe Conte, o più prosaicamente, le divisioni su chi paga il conto?

È comprensibile che parlare di “green new deal” e di digitale permetta di riempire le piazze di giovani inebriati dalle “magnifiche sorti e progressive” che la Ue prepara per loro. È però probabile che quei giovani non sarebbero così entusiasti nel sapere che gli egoismi nazionali di alcuni Paesi, non a caso i più prosperi della UE, chiedono di non fare il passo più lungo della gamba (come ha scritto sul Financial Times il premier austriaco Sebastian Kurz) invitando i leader europei a contenere le ambizioni nei limiti delle risorse disponibili. Pare che l’uscita del Regno Unito sia qualcosa di simile all’apertura del vaso di Pandora. All’improvviso sono venuti fuori tutti i problemi ed i difetti strutturali del progetto europeo.

Dietro il paravento degli obiettivi roboanti, è infatti in corso, ormai da circa 2 anni, un durissimo braccio di ferro su somme tutto sommato modeste, tra un blocco di 5 Paesi (Germania, Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) e tutti gli altri. Questi Paesi sono beneficiari, assieme al Regno Unito, di particolari sconti (rebates) al fine di evitare che la loro contribuzione netta sia troppo gravosa. Tali sconti furono introdotti nel 1984 a favore del Regno Unito per alleggerirlo dell’eccessivo peso dei sussidi agricoli. Gli altri 5 Stati beneficiano invece dal 2002 di una correzione nella partecipazione alla copertura di questi sconti, in pratica uno sconto sullo sconto. Sta di fatto che, grazie ad essi, quei 5 Paesi pagano contributi, in percentuale sul Reddito Nazionale Lordo, inferiori a quelli degli altri Paesi. Quindi il disaccordo non è tanto sull’entità del bilancio (1.100 o 1.250 miliardi nel settennio, con un probabile punto di caduta intorno al 1,05% del RNL) quanto sulla ripartizione del conto.

Va detto che già la Commissione Juncker ad inizio 2018 aveva proposto di eliminare del tutto questi sconti, per il semplice motivo che essi esistevano perché c’era il Regno Unito. Usciti i britannici, finiti gli sconti per tutti. La levata di scudi dei Paesi coinvolti, Germania in testa, era stata immediata. La cancelliera Angela Merkel si era lamentata che, in questo modo, la contribuzione netta della Germania sarebbe salita dai circa 15 miliardi attuali a circa 33 miliardi nel 2027, anche e soprattutto per il buco lasciato dall’uscita del Regno Unito, contributore netto per ben €69 miliardi nel settennio 2012-2018. L’Italia nello stesso periodo figura come il quarto contributore netto con €36,3 miliardi; 5,2 miliardi in media all’anno, con incassi tra 9,5 e 12,2 miliardi e versamenti tra 13,8 e 17,1 miliardi annui.

Questi sconti valgono circa €6,4 miliardi per il 2020, di cui €3,7 a beneficio della Germania. Come si vede, un’inezia rispetto alle dimensioni del Paese che però permette di sbandierare davanti ai rispettivi Parlamenti nazionali una vittoria negoziale a Bruxelles che, aldilà di tutte le dichiarazioni di solidarietà, resta sempre un capitale politico enorme. Finché il Regno Unito era nella UE, i 5 Stati, Germania in testa, avevano avuto gioco facile nel nascondersi dietro ai britannici per mantenere queste correzioni. Con la Brexit ora i 5 Paesi sono stati costretti a venire allo scoperto, piangendo miseria e povertà per mantenere inalterati questi sconti ed invocando pure tagli di spesa proprio sui capitoli, come i fondi di coesione regionale, a cui i Paesi beneficiari netti (i 4 del Patto di Visegrad in testa) annettono invece grande importanza.

Lo stallo si è manifestato in tutta la sua evidenza nell’ultimo Consiglio, dove tuttavia sono emerse novità interessanti negli equilibri tra i diversi Paesi. Abbiamo infatti appreso da fonti vicine al dossier che i 5 Paesi sono praticamente rimasti soli, con l’aggiunta di Belgio ed Irlanda, nella difesa di queste correzioni che appaiono ormai solo una questione di principio. Anche la Finlandia pare aver mollato il fronte dei “frugali” e si è unita agli altri 19 Paesi, Francia inclusa, che ne chiedevano da tempo la totale eliminazione dal 1° gennaio 2021. Siamo quindi 20 contro 7. Ma anche in quest’ultimo gruppo cominciano a delinearsi degli importanti distinguo: la Germania ha fatto trapelare delle lievi aperture verso la ricerca di un compromesso, mentre gli altri 4 Paesi insistono per beneficiare di quelle correzioni in modo permanente.

Ora, dopo il fallimento del primo round negoziale, ci si chiede fino a che punto oseranno spingersi i “frugali” nella difesa dei loro privilegi. Stanno andando verso la rottura o stanno semplicemente bluffando? La loro posizione non appare solida per almeno due motivi:
L’enfasi data dalla nuova Commissione Von der Leyen agli investimenti sul “green new deal” che potrebbe mettere l’intransigenza di questi Paesi in contraddizione con quanto sostenuto sul fronte interno dalle forze politiche, tra cui i Verdi, che partecipano ai rispettivi governi.
Se non ci fosse accordo entro dicembre 2020, la Commissione potrebbe proporre di cominciare il 2021 con gli stessi tetti di spesa del precedente piano finanziario pluriennale (una sorta di esercizio provvisorio). E questo comporterebbe per i “frugali” un aggravio di spesa.

Ma l’eventuale accordo su quanto spendere e su chi paga, non esaurisce i problemi. Poiché la Commissione ha messo al centro del bilancio il “green new deal”, si restringe inevitabilmente lo spazio per tradizionali voci di spesa come i sussidi agricoli ed i piani di coesione regionale. Inoltre, c’è poco spazio per i piani di difesa e sicurezza comune, già falcidiati nel primo giro di trattative, un’altra bandiera della nuova Commissione. Un bel tutti contro tutti, in cui deve salvare la faccia anche il Parlamento Europeo che aveva chiesto addirittura un bilancio pari al 1,3% del RNL ed ora si ritrova a dover accettare una chiusura, forse, al 1,05%, molto vicino al 1% chiesto dai “frugali”.

È questa la cruda realtà: il blocco di Paesi che, grazie alla scomparsa del rischio di rivalutazione della propria moneta, più di tutti beneficia dei vantaggi del mercato unico, tra cui anche consistenti immigrazioni di giovani qualificati dal sud Europa, ha problemi a mettere qualche spicciolo in più nel bilancio europeo. Ma questo conviene che non si sappia, altrimenti cosa ne sarà del sol dell’avvenire della rivoluzione “green”?

(versione integrata e aggiornata di un articolo pubblicato dal quotidiano La Verità il 26 febbraio)

Poveri noi

Italia-Francia, che cosa hanno firmato Conte e Macron su Ue, Africa, difesa e innovazione

28 febbraio 2020

Napoli - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al vertice italo francese, oggi 27 febbraio 2020. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

La dichiarazione congiunta Macron-Conte al vertice intergovernativo Italia-Francia che si è tenuto a Napoli. Ecco sintesi e testo integrale

Pace fatta tra Italia e Francia dopo la grave crisi diplomatica di un anno fa, ora i due Paesi hanno un nemico comune: l’epidemia di coronavirus che si sta diffondendo in Europa. Così l’Ansa ha sintetizzato ieri sera l’esito del 35esimo vertice intergovernativo a Napoli. Il premier Giuseppe Conte e il presidente Emmanuel Macron hanno non solo ribadito l’importanza delle relazioni tra i due Paesi – rilanciandole con consultazioni rafforzate – ma soprattutto hanno voluto fare fronte comune contro allarmismi e populismi che vorrebbero blindare l’Italia. “Le frontiere restano aperte”, è il messaggio dei due leader. Dal “vertice del rilancio”, come lo ha chiamato Macron, che “rappresenta un salto di qualità” ha detto Conte, riparte anche il progetto del Trattato del Quirinale per rafforzare la cooperazione in diversi campi, sul modello di quello che Parigi ha già con Berlino dal 1963. E tanti sono i dossier bilaterali e internazionali, a partire da quelli economici con 86 miliardi di scambio, alla Tav (“lieto che il progetto sia stato ripreso con un’attenzione al clima”, ha commentato Macron), al bilancio europeo per cui i due Paesi vogliono insistere per poter dotare l’Ue di un budget all’altezza delle sue ambizioni. In Libia, su cui in passato erano emerse tensioni tra Roma e Parigi, Conte e Macron intendono perseguire la strada del processo di Berlino, sostenendo la missione navale europea per il rispetto dell’embargo delle armi. Sono stati infine firmati tre accordi nei settori della Difesa (Naval Group e Fincantieri), dell’economia e dell’innovazione (Cassa depositi e presiti e Bpi France) e della cultura (Università). Il vertice si è concluso con una cena offerta dal presidente Sergio Mattarella, l’artefice della pace ritrovata un anno fa tra Italia e Francia. (Redazione Start Magazine)

GLI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE SUL VERTICE:




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2 35° VERTICE INTERGOVERNATIVO ITALIA-FRANCIA

Napoli (Palazzo Reale), 27 febbraio 2020

DICHIARAZIONE CONGIUNTA

Consapevoli delle loro responsabilità condivise in Europa e nel mondo, Italia e Francia desiderano riaffermare la comune volontà di progredire nel cammino storico dell’integrazione europea: solo una Unione Europea più unita, sovrana, e democratica, può assicurare benessere e prosperità ai propri cittadini e svolgere un ruolo di grande attore sulla scena della politica internazionale.

A questo fine, riuniti oggi a Napoli, nel celebrare solennemente l’antica amicizia tra il popolo italiano e il popolo francese, Italia e Francia intendono rilanciare e intensificare i rapporti bilaterali, fondati su solide radici e legami storici che si ritrovano nei valori condivisi dell’identità europea e nelle tradizioni comuni, nonché in una vicinanza linguistica e culturale eccezionale. Questi legami speciali, che si traducono in una serie di cooperazioni a livello delle nostre società civili, sono stati considerevolmente rafforzati dalle rispettive collettività di connazionali nei due Paesi, tra cui – in tempi più recenti – giovani generazioni particolarmente attive nel campo della collaborazione culturale, scientifica, tecnologica e commerciale, e sensibili all’emergenza climatica e ambientale. Per assicurare un livello di dialogo bilaterale più ambizioso e contribuire così più efficacemente al perseguimento degli obiettivi comuni, in Europa e nel mondo, i Governi italiano e francese agiranno entro un quadro strutturato di consultazioni rafforzate, dalle questioni bilaterali, alle politiche europee e ai principali temi internazionali. In aggiunta ai formati esistenti, dialoghi strutturati saranno avviati a livello politico in materia economica e finanziaria, in materia di migrazioni e di asilo e di trasporti.

A tale scopo, si avvarranno anche di meccanismi che facilitino su base regolare scambi di funzionari e programmi di formazione congiunta Inoltre, consultazioni periodiche avranno luogo in materia di clima e di ambiente anche a margine degli appuntamenti europei e internazionali in questi ambiti. Italia e Francia collaborano in stretto raccordo per fronteggiare l’emergenza derivante dal virus COVID 19, a tutela della salute dei propri cittadini e di tutti i cittadini europei. Al riguardo, nel richiamare il Comunicato dei Ministri della Salute di Austria, Croazia, Francia, Germania, Italia, Slovenia, Svizzera e San Marino del 25 febbraio scorso, i due Paesi sostengono la necessità di una posizione europea comune per contrastare tale sfida globale. A questo scopo, Italia e Francia convengono sull’opportunità di mantenere l’apertura delle frontiere in questo momento, di condividere le informazioni relative ai viaggiatori di ritorno o diretti ad aree a rischio, condividere le conoscenze scientifiche e le informazioni sulle misure di contrasto adottate, uniformare le informazioni rivolte ai professionisti e al pubblico, mantenere costanti contatti a livelli di esperti, nonché riunioni periodiche a livello ministeriale e, infine, non cancellare aprioristicamente eventi di rilievo, riservandosi di valutare nella specificità dei casi concreti le misure da adottare.

Alla luce di quanto sopra, i Governi di Italia e Francia hanno congiuntamente individuato le seguenti posizioni comuni e progetti congiunti:

Politica estera, sicurezza e difesa, e spazio

È essenziale che l’Unione Europea diventi a tutti gli effetti un attore globale che si esprima in maniera unitaria, tempestiva e concreta sulle questioni internazionali. Italia e Francia rafforzeranno il coordinamento nell’ambito della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), con l’obiettivo di aumentarne la coerenza e l’efficacia. Nell’ottica di un’Unione europea forte e strategicamente sovrana, l’Italia e la Francia sostengono le iniziative per il rafforzamento della Difesa europea – in piena complementarietà con la NATO – volte a incrementare la capacità dell’Unione di agire autonomamente in risposta alle crisi e ai conflitti esterni e contribuire ad assicurare la protezione dei propri interessi e dei suoi cittadini. In particolare, la Francia e l’Italia intendono rafforzare il loro ruolo guida nell’attuazione di nuove iniziative di difesa europee nel campo delle capacità attraverso la cooperazione strutturata permanente (PESCO), il Fondo europeo di difesa (EDF) e il futuro Strumento Europeo per la Pace (SEP). I due Paesi presenteranno e parteciperanno congiuntamente a numerosi progetti, in tutti i campi. La Francia e l’Italia si impegnano altresì nell’ambito della Iniziativa europea di intervento per sviluppare una vera e propria cultura strategica comune europea. Insieme, i due paesi offriranno la loro conoscenza condivisa delle sfide in materia di sicurezza nel Mediterraneo, in particolare grazie alla creazione di un gruppo di lavoro dedicato.

L’Italia e la Francia riconoscono il ruolo essenziale della NATO nella difesa collettiva dell’area euro-atlantica, nonché l’importanza di un approccio alla sicurezza a 360 gradi, con una reale attenzione alle sfide della sicurezza provenienti dal Sud. L’Italia e la Francia sostengono pienamente e contribuiranno attivamente al processo di riflessione sul futuro dell’Alleanza atlantica volto a rafforzare la dimensione politica della NATO. Anche sul piano bilaterale, Italia e Francia concordano nel proseguire lo sviluppo di progetti di capacità congiunta nel settore della difesa e dello spazio, al fine di dotarsi di sistemi efficienti e pienamente interoperabili e per costruire una base industriale di tecnologia europea e difesa competitiva.

Nel settore navale, la firma odierna dell’accordo che sancisce il sostegno dei due Stati per la joint venture Naviris creata da Naval Group e Fincantieri, concretizza il progetto avviato al precedente vertice di Lione. Questa alleanza consentirà di coordinare le strategie industriali internazionali, con la definizione comune di un portafoglio di opportunità di esportazione.

In ambito scientifico e tecnologico, Italia e Francia si impegnano, anche attraverso un processo di consultazione rafforzata sia in ambito bilaterale che multilaterale, a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore spaziale, auspicando la firma di un Accordo quadro intergovernativo volto a favorire il coordinamento e l’armonizzazione strategica delle attività reciproche nel campo dell’esplorazione e dell’utilizzo dello spazio a fini pacifici. A tal fine saranno organizzate riunioni periodiche per concordare posizioni comuni riguardo la politica spaziale europea, promuovere ed avviare iniziative congiunte in ambito UE ed ESA, nonché rafforzare la cooperazione in programmi bilaterali congiunti.

Nel settore spaziale, Francia e Italia accolgono con favore il lancio dei lavori di interconnessione tra il componente spaziale ottico francese e il sistema radar italiano Cosmo-Skymed di seconda generazione. Si auspica che questa proficua collaborazione continui per la prossima generazione di satelliti di osservazione. Vogliono lavorare alla seconda fase del servizio di telecomunicazione satellitare della NATO il più presto possibile. Più ampiamente, il settore spaziale è oggetto di una storica e stretta cooperazione tra la Francia e l’Italia, nonché tra le loro agenzie spaziali CNES e ASI, nel campo delle telecomunicazioni governative, dall’osservazione della Terra ad uso duale, dei lanciatori, delle missioni scientifiche dell’Agenzia spaziale europea, e dell’Unione europea. La stabilità di lungo termine del Mediterraneo e dell’Africa sub-sahariana, resta una priorità assoluta per l’Italia e per la Francia, per il raggiungimento della quale è importante promuovere l’utilizzo delle risorse energetiche della regione come fattore di inclusività e di cooperazione geo-politica. I due Paesi sottolineano la necessità di sostenere, nel quadro di un rinnovato partenariato tra l’Unione europea e l’Africa, lo sviluppo economico e umano del continente, essenziale per combattere le cause profonde dell’instabilità e delle migrazioni. Si mobiliteranno per promuovere investimenti sostenibili in Africa, anche nei paesi africani più fragili. Francia e Italia ribadiscono la necessità di un’azione risoluta per combattere la tratta di esseri umani, favorire una gestione ordinata delle migrazioni e lottare contro il terrorismo. L’Italia e la Francia svolgono un ruolo chiave nel Mediterraneo.

A livello di sicurezza, si impegnano, anche attraverso l’incremento dell’interoperabilità tra le rispettive marine ad operare a favore della sicurezza marittima, e a difendere la salvaguardia della libertà di navigazione nel Mediterraneo orientale, che è oggi lo scenario di crescenti tensioni. Francia e Italia desiderano lavorare per rilanciare il capitolo meridionale della politica di vicinato dell’Unione europea, al fine di sviluppare un’agenda politica positiva, incentrata sullo sviluppo della cooperazione su questioni di interesse comune tra Unione europea e paesi vicini (governance democratica, clima e ambiente, pace e sicurezza, migrazioni). Infine, sottolineano l’importanza dei 5 molteplici progetti di cooperazione che stanno realizzando insieme in questa regione, puntando a un dialogo ricco e inclusivo tra le nostre rispettive società civili e quelle della sponda sud.

In Libia non vi può essere una soluzione militare al conflitto in corso. Italia e Francia sostengono con convinzione il percorso definito dalla Conferenza di Berlino, per una soluzione pacifica del conflitto, guidato dalle Nazioni Unite e nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese. Si tratta oramai di mettere in atto le conclusioni di Berlino. Francia e Italia condannano pertanto con fermezza tutte le interferenze esterne e le violazioni dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi, che alimentano il confronto militare, l’impiego di milizie e di mercenari stranieri nel Paese, gli attacchi contro la popolazione e le infrastrutture civili nel conflitto, nonché l’impiego delle risorse locali come strumento di guerra o come fonte di finanziamento delle milizie. Francia e Italia chiedono inoltre che sia messa fine quanto prima al blocco della produzione petrolifera, e che siano anche adottate appena possibile misure che consentano un’equa e trasparente distribuzione delle risorse del Paese. I Governi di Italia e Francia continueranno a lavorare insieme con tutti gli attori della crisi, in particolare gli attori libici, ma anche i vicini della Libia e dell’Unione africana, e a promuovere un impegno più efficace e più visibile dell’Unione Europea. Il nostro obiettivo è quello di contribuire a un cessate il fuoco e a un dialogo inter-libico rappresentativo e inclusivo, al fine di favorire la stabilità della Libia e la sicurezza del suo contesto regionale.

A tale proposito, i due governi sono pienamente impegnati nei lavori avviati in seno alle istituzioni europee per attuare la nuova operazione europea centrata sul rispetto dell’embargo sulle armi in Libia, che succederà all’operazione Sophia. La nuova offensiva a Idlib guidata dal regime siriano e dai suoi sostenitori è inaccettabile. La Francia e l’Italia chiedono a tutti gli attori interessati di cessare immediatamente le ostilità e di avviare un cessate il fuoco duraturo. Chiedono insistentemente a tutte le parti coinvolte nel conflitto di rispettare pienamente gli obblighi che spettano loro secondo il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale relativo ai diritti umani, e di permettere agli aiuti umanitari di accedere senza ostacoli e direttamente a tutti coloro che ne hanno bisogno. La Francia e l’Italia sono determinate a rafforzare la loro assistenza umanitaria alla popolazione civile della regione di Idlib. È della massima importanza che gli autori di violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale relativo ai diritti umani debbano rendere conto dei loro atti. È la ragione per la quale la Francia e l’Italia chiedono alla Corte penale internazionale di occuparsi della situazione in Siria. La Francia e l’Italia sostengono una soluzione politica credibile, in conformità alla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al comunicato di Ginevra. L’Italia e la Francia confermano il loro sostegno alle iniziative volte alla riduzione delle tensioni nella regione del Golfo, dove occorre incoraggiare dinamiche di confronto politico e garantire la libertà e la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Italia e la Francia ribadiscono a tale riguardo il loro sostegno al lancio della Missione Europea di Sorveglianza EMASOH, le cui attività sono iniziate il 31 gennaio 2020 e alle quali l’Italia sta valutando le modalità di un contributo. Resta fondamentale salvaguardare il “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA) con l’Iran e sostenerne la piena applicazione. Anche il Sahel è una regione di rilievo strategico per la rispettiva sicurezza nazionale ed europea e per il controllo dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa. È dunque necessario rafforzare l’impegno dell’Unione Europea, in particolare attraverso gli strumenti dell’azione esterna e delle missioni di Sicurezza e Difesa, per un più incisivo sostegno ai Paesi del G5 e alla Forza Congiunta del G5 Sahel, e un miglior coordinamento delle iniziative nell’ambito dell’Alliance Sahel. Sul piano securitario, Italia e Francia continueranno a partecipare allo sviluppo capacitivo delle forze dei partner del G5, anche attraverso la futura creazione della Task Force Takuba, per la quale l’Italia sta valutando le modalità di un contributo. Un forte, comune impegno è necessario altresì nel Corno d’Africa, per rispondere alle sfide della stabilità e della sicurezza, sostenendo l’iniziativa di pace fra Etiopia ed Eritrea, favorendo il rafforzamento istituzionale della Somalia, e assicurando lo sviluppo economico della regione e delle sue popolazioni. Nell’anno del 75mo anniversario delle Nazioni Unite, Italia e Francia rinnovano l’impegno condiviso per il rafforzamento del sistema multilaterale con al centro l’ONU e degli obiettivi di sviluppo sostenibile, di mantenimento della pace, della tutela e la promozione dei diritti umani, dell’uguaglianza tra donne e uomini, della salute mondiale e della lotta al cambiamento climatico. Rafforzeranno altresì la collaborazione volta a stabilire uno stretto coordinamento sulle tematiche oggetto di discussione delle riunioni G7/G20, anche in vista della Presidenza italiana del G20 nel 2021.

Le Parti convengono sulla difesa di un’economia mondiale solida, aperta e inclusiva. Esse intendono lavorare di concerto per combattere ogni forma di protezionismo; promuovere un vero “level playing field” su scala globale, la liberalizzazione e la facilitazione del commercio e degli investimenti, nel rispetto delle regole antidumping, antisussidi e degli asset strategici europei; mantenere la centralità dell’OMC e cooperare per la necessaria riforma dell’organizzazione. Ciò nell’obiettivo di rafforzare il sistema multilaterale del commercio basato sulle regole, trasparente, equo, non discriminatorio, rispettoso dell’ambiente, aperto e inclusivo e di comune interesse.

Migrazione e asilo

L’Italia e la Francia sono convinte che l’Unione Europea debba superare una gestione delle crisi migratorie dettata dall’emergenza, promuovendo – come stabilito dai Trattati – una politica realmente europea di migrazione e di asilo, basata sulla solidarietà e la responsabilità per tutti gli Stati Membri. A tale scopo, i due Paesi sosterranno lo stanziamento di adeguate risorse nel prossimo bilancio europeo per il 2021-2027 e regole funzionali per il loro utilizzo.

Il “Nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo” annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, dovrà costituire un primo passo in questa direzione. Sarà necessario costruire un modello sostenibile, equo ed efficace di gestione delle migrazioni. Italia e Francia considerano il pre-accordo di Malta un esempio da seguire e da rafforzare per assicurare una gestione europea del salvataggio in mare.

Il Sistema Europeo di Asilo dovrà essere ripensato secondo la logica della solidarietà e della responsabilità. Esso dovrà definire chiare regole di responsabilità, per evitare che un richiedente asilo possa presentare più domande in diversi Stati membri. Dovrà garantire, in particolare tramite ricollocamenti, che nessuno Stato membro sia esposto a flussi di domande d’asilo troppo elevati, creando un sistema sostenibile di solidarietà al quale ogni Stato membro dovrà partecipare. È urgente creare al livello europeo un efficace sistema di rimpatri dei migranti irregolari, anche attraverso la firma di accordi di riammissione e di politiche di incentivazione e disincentivazione con i Paesi terzi, incluso attraverso lo sviluppo di accordi di cooperazione da parte dell’Agenzia Frontex. Allo stesso tempo, va messa al centro della politica migratoria europea una rinnovata cooperazione con i Paesi di origine e di transito dei migranti, in particolare nel continente africano, secondo le linee guida del Piano d’azione de La Valletta. Essa deve basarsi su un approccio globale che integri la mobilità circolare, in particolare quella ai fini della formazione e della ricerca, l’investimento nella diaspora nei paesi di origine e la prevenzione delle migrazioni irregolari. Solo questo nuovo approccio, basato sulla solidarietà e la responsabilità per tutti gli Stati Membri, che limiti gli oneri dei paesi di primo ingresso, nonché i movimenti secondari, permetterà di risolvere le difficoltà in materia di migrazione a livello europeo.

In tale contesto, l’Italia e la Francia si impegnano a consultazioni regolari e strutturate per un continuo confronto sull’agenda europea sulla questione migratoria, incluso il coordinamento degli interventi in Nord Africa e Sahel.

A livello bilaterale, l’Italia e la Francia rinnovano il loro impegno comune a continuare a rafforzare la cooperazione transfrontaliera tra le forze di polizia, migliorando i meccanismi già esistenti per i controlli frontalieri e doganali nelle zone frontaliere comuni.

A tale riguardo, un passo significativo è stato compiuto nel marzo 2019 con la firma di un regolamento d’impiego per l’esecuzione delle missioni della polizia e della dogana alla frontiera franco-italiana, che è in corso di attuazione tramite accordi locali, nonché tramite la definizione di modalità procedurali di gestione dei migranti irregolari, l’istituzione di un settore di polizia di frontiera a Bardonecchia annunciata nel 2020 e percorsi di formazione congiunta. L’Italia e la Francia convengono inoltre di istituire un ufficio di polizia congiunto tra la Polizia di Stato italiana e le Autorità francesi competenti per i controlli di frontiera. Un coordinamento è anche in corso per assicurare un’interpretazione armonizzata dell’accordo di Chambéry sulle riammissioni.

Cooperazione in materia giudiziaria e di polizia

Per rafforzare la cooperazione bilaterale, l’Italia e la Francia intendono istituire una formazione integrata comune per le forze di polizia francesi e italiane.

I due paesi miglioreranno inoltre la loro cooperazione nel campo della criminalità organizzata transfrontaliera, in particolare per quanto concerne la lotta alle organizzazioni mafiose e al traffico di droga, valutando, a tale ultimo riguardo, l’invio, a condizioni di reciprocità, di ufficiali di collegamento nazionali presso i rispettivi Uffici Antidroga (OFAST e DCSA). La cooperazione sarà inoltre rafforzata per combattere i reati contro la proprietà, la criminalità economica e finanziaria attraverso il sequestro di beni, e la criminalità ambientale.

Consapevoli dell’importanza delle sfide legate alla criminalità ambientale a livello europeo, la Francia e l’Italia ritengono che l’armonizzazione e il rafforzamento degli strumenti normativi relativi al contrasto a questa forma di criminalità debba essere una priorità per l’Unione europea.

In materia di contrasto alla criminalità informatica, Francia e Italia incoraggiano un rafforzamento della collaborazione, in particolare nei settori che riguardano la prevenzione e la repressione della pedopornografia, il cyberterrorismo e la criminalità finanziaria on line.

Dato il posizionamento geografico strategico dei due Paesi, essi si impegnano ad ampliare gli scambi di informazioni sulla lotta al terrorismo con priorità comuni, in particolare sul monitoraggio e la gestione dei combattenti terroristi stranieri. I due paesi incoraggiano inoltre l’adozione, entro l’estate, di un regolamento europeo sul ritiro di contenuti terroristici on line.

I due paesi convengono circa l’opportunità di promuovere l’istituzione della Procura europea e di sostenere il suo corretto funzionamento affinché questo nuovo organo giudiziario europeo abbia successo. I due paesi condividono l’importanza di rafforzare la cooperazione giudiziaria civile nello scambio di informazioni sui minori stranieri non accompagnati, per il tramite delle Autorità Centrali italiane e francesi.



Parallelamente intendono potenziare la collaborazione in ambito penitenziario, sui temi della formazione, della sicurezza e delle misure alternative alla detenzione. Inoltre, i due paesi intendono consolidare e intensificare la cooperazione operativa, in particolare programmando incontri regolari tra magistrati e professionisti nel campo del rilevamento di flussi finanziari illeciti transnazionali. In tale contesto, i due paesi accolgono con soddisfazione la prima destinazione sociale, nell’ambito della cooperazione giudiziaria internazionale, di una proprietà confiscata alla mafia, a favore, sul modello italiano, di un’associazione francese, che lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

Futuro dell’Europa e riforma delle istituzioni europee

L’Italia e la Francia sostengono il prossimo lancio della Conferenza sul futuro dell’Europa, che si chiuderà nel 2022 nel corso del Semestre francese di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Tale Conferenza è un’opportunità fondamentale per rafforzare le priorità dell’Unione e renderla più vicina alle esigenze dei suoi cittadini.

La Conferenza dovrà innanzitutto porsi all’ascolto dei cittadini e per questo dovrà focalizzarsi sulle concrete sfide che l’Europa sta affrontando e sulle risposte di lungo termine. L’Italia e la Francia rafforzeranno le sinergie per sviluppare una prospettiva condivisa nel corso dei lavori della Conferenza e punteranno a creare le condizioni per un autentico dialogo tra i due Parlamenti nazionali e le rispettive società civili, organizzando in particolare processi deliberativi di cittadini.

In questo contesto, sarà rinnovato il nostro impegno a dialogare in maniera costruttiva sul processo di allargamento, anche sulla base di una metodologia rinnovata, affinché i Paesi dei Balcani Occidentali possano avanzare con efficacia nel percorso di integrazione europea, contribuendo alla pace e alla stabilità nel continente, al consolidamento dei valori dell’UE e al benessere dei nostri popoli.

Politiche economiche, Riforma dell’UEM e governance della zona euro

L’Italia e la Francia convengono che l’obiettivo di una crescita sostenibile e inclusiva è di primaria importanza ed è strettamente legato alla necessità di compiere progressi rapidi nella governance economica dell’Unione Europea. È la ragione per la quale intendono impegnarsi in una più stretta collaborazione in materia di integrazione economica e finanziaria dell’Unione Europea. In tale contesto, incoraggeranno le politiche di lotta alla disoccupazione in particolare giovanile e di armonizzazione in materia di diritti sociali compreso il sostegno a un salario minimo dignitoso in tutta l’Unione europea – nonché il completamento dell’Unione del Mercato dei Capitali. L’Italia e la Francia intendono altresì promuovere, anche tramite armonizzazione, l’avvicinamento dei regimi fiscali degli Stati membri dell’UE e una tassazione più congrua dei profitti delle imprese operanti nel Mercato Unico, passando progressivamente, come propone la Commissione, al voto a maggioranza qualificata, al fine di migliorare il processo decisionale.

Al fine di garantire la prosperità dell’economia europea, Italia e Francia si impegnano ad adottare iniziative per iscrivere le riforme dell’Unione economica e monetaria in una più generale revisione della governance economica europea e dei suoi obiettivi, che miri alla crescita sostenibile ed inclusiva dell’area euro e dell’Unione Europea nel suo complesso e che sostenga l’economia consentendo livelli adeguati di investimento e di spesa sociale.

Continueranno i lavori sull’Unione bancaria, anche con il sistema europeo di garanzia dei depositi bancari (EDIS), che costituisce un elemento di stabilità del sistema finanziario, nonché progressi concreti a favore di una vera propria integrazione del mercato bancario europeo. Una lotta più efficace e coerente contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo richiede anche un rafforzamento delle norme e della supervisione a livello europeo.

Il coordinamento delle politiche di bilancio deve essere rafforzato ai fini di un orientamento di bilancio aggregato nella zona euro maggiormente a sostegno dell’economia, per riequilibrare il mix di politiche e sostenere gli investimenti in beni comuni come la transizione ecologica. Oltre a un vero bilancio della zona euro per promuovere la crescita, la convergenza e la competitività, è anche essenziale che la zona euro disponga di uno strumento di stabilizzazione macroeconomica con adeguate risorse finanziarie. Un meccanismo europeo di assicurazione della disoccupazione rappresenta quindi un importante percorso da esplorare, al fine di fornire all’Unione monetaria uno strumento di stabilizzazione che protegga i cittadini europei dalle crisi e migliori la capacità di assorbimento degli shock nella zona euro. Allo stesso tempo, una più forte mobilitazione degli investimenti pubblici e una loro valutazione più favorevole, nel quadro della governance economica, sono necessari per contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’UE in termini di competitività e di transizione tecnologica ed ecologica.

L’Italia e la Francia svolgeranno un’azione concertata con altri Stati membri all’interno dell’Unione per una riforma della normativa sulle fusioni e gli aiuti di Stato, tenendo maggiormente conto delle sfide legate alla concorrenza internazionale e alla tecnologia digitale che consentono l’emergere di attori europei competitivi a livello globale e di catene integrate di valore europee.

I due Paesi vogliono promuovere una strategia industriale europea completa, visibile e focalizzata sulle sue industrie strategiche, che preservi la nostra sovranità tecnologica e risponda alle sfide della transizione ecologica e della trasformazione digitale delle nostre società. Essi accolgono con favore l’annuncio della Commissione di proporre nel secondo trimestre 2020 un Libro bianco sugli effetti delle sovvenzioni di paesi terzi nel mercato interno. I due paesi intendono concludere nel 2020 i negoziati nel quadro inclusivo BEPS al fine di adattare le norme attuali per la ripartizione degli utili tra Stati, che consentiranno in particolare una più adeguata tassazione delle multinazionali nell’economia digitale laddove creano valore. Una simile riforma dovrebbe 11 applicarsi all’interno dell’Unione e sostituire, se del caso, le imposte specifiche sui servizi digitali introdotte a titolo provvisorio. In assenza di un accordo internazionale, conformemente alle conclusioni del Consiglio e al mandato del Commissario, dovrà essere trovata una soluzione europea.

Cambiamenti climatici e Patto verde europeo

Il salto di qualità nella collaborazione bilaterale si colloca sullo sfondo della sfida epocale dei cambiamenti climatici, che rappresenta oggi un tema prioritario per lo sviluppo di progetti e iniziative di collaborazione, a partire dalla CoP 26, nel cui quadro l’Italia organizzerà un evento per i giovani e la Pre CoP, nonché un evento ministeriale dedicato al tema dell’adattamento e del contrasto agli effetti dei cambiamenti climatici nel Continente africano.

L’Italia e la Francia intendono accelerare la transizione verso la neutralità climatica al 2050, sostenendo il Patto verde per l’Europa presentato dalla Commissione europea e che dovrà essere un motore di crescita sostenibile, d’innovazione e d’impiego. I due Paesi desiderano inoltre che l’Unione europea stabilisca quanto prima il nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 al 2030, che dovrà essere rialzato (ad almeno il 50% e verso il 55% in funzione dello studio d’impatto). A tal fine, Italia e Francia chiedono alla Commissione di pubblicare entro giugno questo studio d’impatto dei nuovi obiettivi, per consentire all’UE di annunciare i nuovi NDC in tempo per la Pre CoP di Milano. L’ambizione climatica deve accompagnarsi a misure di sostegno a livello europeo in modo che la transizione non lasci nessuno indietro. L’istituzione di un meccanismo di tassazione alle frontiere dell’Unione del contenuto di carbonio dei prodotti importati permetterà di sostenere le trasformazioni dell’industria europea, evitando il carbon leakage. Nelle relazioni commerciali tra l’Unione e i paesi terzi, la Francia e l’Italia auspicano che il rispetto dell’accordo di Parigi, e in particolare il deposito degli NDC, costituiscano una clausola essenziale.

Al fine di attuare l’ambizioso Patto, i due Governi promuoveranno un aggiornamento delle regole di bilancio europee, garantendo un adeguato sostegno finanziario per la transizione verde e facilitando gli investimenti pubblici e privati a favore della decarbonizzazione dell’economia, attraverso un meccanismo di determinazione del prezzo del carbonio che migliori la redditività dei progetti di transizione. Entrambi i Paesi accolgono con favore la trasformazione in corso della Banca europea per gli investimenti in una vera e propria banca climatica europea, e considerano la possibilità, a medio termine, di un aumento del suo capitale che potrebbe rafforzare il suo contributo agli obiettivi del Patto verde.

L’Italia e la Francia sottolineano che anche il Patto verde deve essere sostenuto da una strategia industriale europea che metta la trasformazione dell’industria al servizio della lotta ai cambiamenti climatici, anche accelerando lo sviluppo delle catene del valore strategiche europee per le tecnologie a basso tenore di carbonio come l’idrogeno, in particolare attraverso lo sviluppo di importanti progetti di interesse comune (PIIEC). In materia di finanza verde, i due paesi convengono di scambiare in maniera approfondita sui loro dispositivi nazionali e di attuare un quadro comune europeo di valutazione dei titoli sovrani verdi. L’Italia e la Francia attueranno e riaffermeranno in ogni foro internazionale gli obiettivi dell’Agenda 2030 e quelli dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, i principi dell’economia circolare, nonché i valori della biodiversità, del capitale naturale e della neutralità del degrado del suolo.

L’Italia e la Francia sostengono anche l’adozione di un quadro internazionale ambizioso per la biodiversità durante la COP15 in Cina. È importante, in tale prospettiva, che l’Unione europea si avvalga di una strategia ambiziosa per la biodiversità con obiettivi quantificati. In vista della COP 15, il Congresso dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) a Marsiglia sarà una tappa fondamentale per sensibilizzare le parti interessate all’urgenza di un’azione determinata a favore della preservazione della biodiversità.

L’Italia e la Francia collaboreranno nell’adozione di misure condivise per la gestione sostenibile del patrimonio forestale, con particolare riferimento al meccanismo di stoccaggio del carbonio. L’Italia e la Francia sono favorevoli ad una nuova strategia europea a favore dell’economia circolare per intensificare l’azione intrapresa, in particolare per quanto riguarda il divieto di alcune categorie di prodotti di plastica monouso e la riduzione dei rifiuti in generale.

L’Italia e la Francia lavoreranno insieme per la preservazione del Mediterraneo. Continueranno a operare per la creazione di una zona di riduzione delle emissioni di zolfo (SECA) secondo la roadmap approvata alla CoP 21 di Napoli nel quadro dell’Organizzazione marittima internazionale.

La Francia e l’Italia assumeranno dal 2020 iniziative comuni, alla stregua del Paris Food Forum di giugno 2020 – al quale l’Italia sarà uno dei paesi ospite d’onore – e del decennale della Dieta Mediterranea patrimonio UNESCO, affinché i loro modelli di alimentazione e di gastronomia, molto vicini, siano sempre più rispettosi del pianeta, della salute e dei produttori.

I due Paesi convengono che una maggiore sostenibilità dei sistemi agroalimentari passa anche da processi produttivi di qualità, dalla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come le Indicazioni Geografiche, e dalla trasparenza delle informazioni al consumatore funzionali a diete salutari e sostenibili.

Italia e Francia ritengono altresì necessario intensificare la già ottima collaborazione, anche nei fori multilaterali e a livello UE, per accelerare la trasformazione dei sistemi energetici per l’abbattimento delle emissioni di carbonio e per la realizzazione di modelli di crescita climaticamente neutrali, riconoscendo l’importanza cruciale dell’innovazione tecnologica e della diversità di soluzioni nel conseguire obiettivi di energia pulita, accessibile, sostenibile e sicura per tutti.

Trasporti e Infrastrutture

Italia e Francia riconfermano il loro interesse strategico per lo sviluppo della mobilità passeggeri e merci nel rispetto dell’ambiente, con un’attenzione particolare alle nuove infrastrutture transalpine, essenziali per il riequilibrio modale. Sottolineano l’importanza dell’ultimazione della sezione transfrontaliera della linea Torino-Lione in corso con il fondamentale contributo UE, al momento confermato al 40%, ma di cui è auspicato, nell’adottando nuovo Regolamento per il periodo di programmazione 2021-2027, un incremento fino al 55%, sotto determinate condizioni e applicato a specifiche attività. Nel confermare il ruolo delle Commissioni Intergovernative, i due Governi avviano a livello politico, un “Dialogo Strategico Trasporti” con cui definire, tra l’altro, la richiesta e le condizioni di finanziamento europeo alle tratte di accesso al tunnel di base, nonché il sostegno all’Autostrada Ferroviaria Alpina. Nell’ottica del Patto verde europeo, sarà istituito a livello tecnico un “Gruppo di lavoro sulle problematiche dei trasporti dell’UE”. Ciò al fine di sviluppare crescenti sinergie e possibili proposte congiunte da presentare ai tavoli europei sui temi della transizione verso la mobilità sostenibile e dello sviluppo dell’intermodalità.

Istruzione, formazione, ricerca e cultura

Italia e Francia promuoveranno la diffusione e la conoscenza reciproca, specie presso le giovani generazioni, della lingua italiana e di quella francese. A tale scopo, esse svilupperanno – a dieci anni dalla sua creazione – il dispositivo Esabac che consente il rilascio del duplice diploma del baccalauréat e dell’Esame di Stato; rafforzeranno i rapporti già esistenti per il riconoscimento dei percorsi formativi, con l’obiettivo di lavorare insieme all’istituzione di uno spazio europeo dell’istruzione; intensificheranno i programmi di scambio per studenti, docenti e assistenti di lingua; infine, avvieranno una collaborazione nell’ambito dell’insegnamento e della formazione professionale, appoggiandosi sui Campus dei mestieri e delle qualifiche e sulle reti organizzate attorno agli Istituti Tecnici Superiori. La Francia e l’Italia intendono inoltre incoraggiare l’educazione allo sviluppo sostenibile e le iniziative dei giovani in materia.

Nel campo universitario, le parti concordano nel riconoscere all’Università Italo Francese (UIF) un ruolo guida nelle relazioni bilaterali, nella prospettiva del rafforzamento dello spazio europeo dell’istruzione superiore (Processo di Bologna). In tale logica la prossima riunione ministeriale dei Ministri dell’istruzione superiore dell’area pan-europea, che si svolgerà a Roma nel giugno 2020, rappresenta una straordinaria opportunità per mettere in rilievo l’esperienza maturata dall’UIF in oltre vent’anni di collaborazione bilaterale, insieme a quelle di altre università binazionali europee.

La Francia e l’Italia ribadiscono il loro sostegno all’iniziativa delle “Università europee” avviata dalla Commissione europea nel 2018, riconoscendo ad essa il ruolo di esperienza fondamentale per la crescita della competitività e della coesione europee, nonché ai dottorati congiunti o in co-tutela fra le Università dei due Paesi, promossi dalle Amministrazioni preposte.

Inoltre i due paesi si congratulano della dichiarazione di intenti firmata tra la Francia e l’Italia, che permetterà di rilanciare la cooperazione in materia di ricerca polare, promossa dalla Francia e l’Italia a livello europeo.Inoltre, il programma PRIMA (Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area) permetterà anche di sviluppare le cooperazioni che contribuiscono alle sfide della produzione alimentare sostenibile e della sicurezza dell’acqua per le aree aride e semi-aride della regione mediterranea.

I due Governi riaffermano il proprio sostegno, anche attraverso infrastrutture di ricerca dedicate, a iniziative congiunte per la tutela, la protezione e la valorizzazione reciproca del patrimonio culturale, materiale e immateriale e per un più efficace coinvolgimento dell’Unione Europea nella difesa del patrimonio culturale. A tal fine, l’Italia e la Francia intendono promuovere a livello europeo un Fondo per la prevenzione dei rischi e la salvaguardia dei beni culturali in caso di calamità naturali e di catastrofi [come l’acqua alta a Venezia e l’incendio alla Cattedrale di Notre Dame a Parigi], valorizzando le migliori pratiche in ciascuno di loro. La Francia e l’Italia rinnovano l’impegno per il rafforzamento e l’attuazione della Risoluzione 2347/2017, da loro congiuntamente presentata all’ONU sul tema della protezione del patrimonio e delle identità culturali nelle aree di crisi, e faranno il possibile per assumere iniziative comuni su questo tema anche nell’ambito dell’UNESCO.

La Francia e l’Italia agevoleranno l’accesso alla cultura delle loro collettività e particolarmente delle giovani generazioni nei due Paesi e in Europa, anche attraverso scambi reciproci. La Francia e l’Italia riaffermano la necessità di un quadro giuridico favorevole alla diversità culturale, al pluralismo e alla difesa della creatività nel contesto digitale. In tal caso, i due governi confermano il proprio sostegno alla protezione del diritto d’autore.

Firma di accordi bilaterali

I rappresentanti dei due Governi hanno firmato un accordo nel settore della cantieristica navale, nonché una dichiarazione di intenti per la ricerca polare, che rafforzano la collaborazione bilaterale. L’Italia e la Francia esprimono apprezzamento per la firma di una dichiarazione congiunta tra Bpifrance e la Cassa Depositi e Prestiti, mirato a sviluppare gli strumenti finanziari franco-italiani in materia di capitale di rischio e di credito all’esportazione, a rafforzare i legami tra le PMI dei due Paesi e a esplorare cofinanziamenti nei fondi in Africa.

L’Italia e la Francia si congratulano della firma di due accordi-quadro atti a rafforzare la cooperazione scientifica da una parte, tra il CEA e l’INFN, e dall’altra, tra il CNRS e l’INFN. Questi due accordi permetteranno di rafforzare gli scambi tra i due paesi, sia sul piano bilaterale che in materia di partecipazione ai programmi multilaterali.

Trattato di collaborazione bilaterale rafforzata

Per condurre la collaborazione bilaterale a un livello superiore, i due Governi avvieranno nel corso del 2020 un negoziato atto a elaborare nei prossimi mesi un trattato di collaborazione bilaterale rafforzata, che preveda meccanismi di consultazione bilaterale sistematica tra i nostri due paesi e focalizzato sulla definizione di un’agenda europea comune, sulla gestione delle crisi internazionali in ambito bilaterale e multilaterale, nonché sul lancio di progetti e iniziative bilaterali in campi essenziali d’interesse comune. Giuseppe CONTE Presidente del Consiglio dei Ministri Emmanuel MACRON Presidente della Repubblica Francese della Repubblica Italiana