L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 marzo 2020

Nulla sarà come prima - è una polmonite virale - Gli Stati Uniti nascondono i dati. Il cigno nero è arrivato

Continuare a riflettere mentre accadono i fatti

di Pierluigi Fagan
5 marzo 2020

Una settimana fa, scrivemmo un post sul fatto dei tempi, lasciando lì una domanda di accompagno allo svolgersi dei fatti: in che misura quanto sta succedendo cambierà la mentalità e poi le forme sociali, se le cambierà? Mi pare la domanda sia e sarà, a lungo, attuale. Vediamo allora, se qualcosa sta cambiando, cosa sta cambiando.

Al momento sta cambiando una cosa sola che però non è di poco conto. Stiamo mano a mano sapendo di non sapere. Il virus sta avendo una funzione socratica, almeno potenzialmente. Non sappiamo un sacco di cose, vediamo di farne un primo elenco:

1) Del virus non sappiamo l’origine. Le tesi possibili, al momento, sono due, l’origine animale e quella umana. Quella umana ipotizza il caso o l’intenzione deliberata. La prima possibilità, l’inavvertita fuga da un laboratorio mi pare molto improbabile, la seconda mi pare ancor meno probabile per varie ragioni, ma il post non è su quello che io penso a riguardo quindi lasciamo lì la pista. L’origine animale a sua volta, chiama due considerazioni. La prima, come alcuni stanno cominciando a fare, è sul quanto il cambiamento climatico ovvero il cambiamento degli equilibri dinamici delle ecologie, stia portando a contatto le specie in modo nuovo, contatto che forma le prime catene si trasmissione che poi arrivano all’uomo.

La seconda considerazione invece è più una constatazione, una deduzione cioè cosa certa eppure fintanto che viene espressa, non conosciuta esplicitamente. L’ha espressa ieri una biologa italiana “gli uomini sono animali”. Questo potente ritorno del biologico che riprende il dominio dell’immagine di mondo dopo esser stato a lungo chiuso in cantina mentre all’attico dell’edificio cognitivo il metafisico, l’economico e l’informatico si dilettavano a dar dell’umano astratte descrizioni ad hoc necessarie poi a sciorinare il loro discorso egemone, è il grande ritorno del principio di realtà. Si noti ad esempio come alcuni concetti di recente o meno recente, grande diffusione stiano cambiando significato: il virale ad esempio, la realtà aumentata, la sempiterna relazione problematica mente-corpo, l’altra sempiterna problematica relazione emozione-ragione, il presunto concetto di “singolarità”, il nostro tendere a costruire cose morte che poi ci fanno pensare di essere divinità creatrici, il trans umanesimo e l’immortalità, il grande significato dei Big data, la distruzione creatrice, confini e frontiere, libertà, e molto altro. Il virus, sull’immagine di mondo, potrà avere un certo effetto, credo.

2) La seconda cosa che non sappiamo è anch’essa duplice: che effetto ha sugli individui e che effetto ha nei grandi numeri? Il virus si sta scavando una sua nicchia definitoria tra l’influenza normale e quella spagnola. Ma fanno fatiche molte menti ad aggiornare la classificazione e quindi s’è speso inutilmente molto tempo per cercar di capire se fosse dell’una o dell’altra categoria, quando il suo posto è semplicemente in un’altra categoria, una categoria propria. Fanno fatica le menti individuali ma fa molta più fatica la mente collettiva anche perché gli esperti riflettono lo stato di incertezza. Scopriamo così lo statuto limitato della stessa nozione di “esperto”. Esperto di cosa? Innanzitutto se il virus è di tipo nuovo e categoria propria, le analogie non funzionano. La novità poi di per sé significa che non ha storia pregressa e quindi è difficile fare induzioni. Poi tra i biomolecolari, i biologi, gli epidemiologi, i medici, gli statistici, i nutrizionisti, gli immunologi, i farmaceutici ci sono decine di gradazioni di esperti. Ci vorrebbe une esperto di esperti, ma temo che direbbe: ancora non sappiamo dire precisamente. Forse è proprio che quell’aspettativa di “precisione” è sbagliata, le cose morte sono precise, quelle vive no. Ma a noi piacciono i numeri, i confini definiti, le cose chiare e distinte e poiché non vogliamo rinunciare a questa aspettativa a priori, costringiamo i fatti nel nostro letto di Procuste, tagliandoli, allungandoli, legandoli, obbligandoli a stare lì dove non possono stare ed a dirci quello non ci possono dire. Ci metteremo un po’ a cambiare i nostri presupposti, è questo il destino del nostro obbligo ad adattarci alla realtà. Questo poi se gli esperti vivessero nel migliore dei mondo possibili. Nei fatti però vivono nel nostro imperfetto mondo e quindi ecco che prima si allarmano, poi rimangono allarmati ma gli vien detto di esser rassicuranti, poi sono in competizione tra loro, oscuri funzionari della scienza vengono sbattuti davanti al microfono ed il video provando il warholiano quarto d’ora di celebrità e fanno pasticci. Ne potrebbero conseguire effetti positivi, tipo domandarsi cos’è la scienza o se sono legittime le nostre aspettative per un certo tipo di scienza che però non corrisponde alla scienza in quanto tale, quanto finanziamo e quale scienza finanziamo nella ricerca e molto altro. Ma è presto per dire, vedremo. Nel frattempo scopriamo di non sapere molte cose come accadde a suo tempo per il termine “spread” ovvero la differenza tra epidemia e pandemia, tra causa unica (il virus ammazza) e causa complessa (il virus può portare sistemi già compromessi all'esito finale, è causa quindi? O concausa? Che cos’è una concausa?). Non sapendo che WHO ha lanciato un voluminoso paper su i rischi epidemico-pandemici come fenomeno probabile per una serie di ragioni già nel 2007 (ma altri ne parlavano già negli anni ’70), ci meravigliamo che Bill Gates se ne occupi per cui se si occupa sapendo cose che noi non sappiamo, invece di domandarci cosa non sappiamo, deduciamo che Bil Gates fabbrica apposta virus per sterminarci. Anche se il virus ha mortalità relativa. Tra l'altro, WHO ossia OMS è l'unica entità pubblica ad aver mantenuto costante forma e contenuto del suo dire in queste settimane, un dire settato sul problematico-plumbeo direi.

Il secondo effetto è nei grandi numeri. Qui appaiono chiare alcune cose, ovvero che le cose non sono chiare. Come fa il Sud Est asiatico ad avere così pochi casi? O il Pakistan? O le monarchie del Golfo? E l’Africa? La Germania? Gli Stati uniti d’America? Abbiamo citato tutte aree che statisticamente hanno dalle decine alle centinaia di linee di interrelazione coi cinesi, più che non quelli di Codogno lodigiano. Scopriamo così che in alcune parti del mondo globale gli standard sanitari non sono globali (accipicchia, una deduzione davvero illuminante!), ma non lo sono neanche quelli politici. Spicca il caso americano dove il presidente ha nominato addirittura uno “Zar”, un terminale unico che è l’unico che ha diritto a parlare di cosa sta succedendo. Però è scientificamente affidabile visto che si è più volte dichiarato per il “disegno intelligente”. E cosa succede quindi nel Paese che non ha una sanità pubblica, in cui i test tamponi sono a volte a pagamento, dove la lobby delle assicurazioni private trema al timor di doversi dissanguare per pagare gli effetti del cigno nero, dove il partito di opposizione rischia di veder nominato candidato uno che propugna la sanità pubblica sul modello europeo e dove tra nove mesi si va ad elezioni col rischio di esser in recessione economica e l’evidenza che solo i ricchi possono sperare di sopravvivere indenni alla cieca furia infetticida del virus cinese? Ma che domande, non succede (quasi) niente, è ovvio! Quindi, sì non sappiamo perché non abbiamo esperienza ma neanche sapremo perché chi detiene le chiavi del diritto pubblico all’informazione, deciderà che è meglio non sapere. Infatti, una prima cosa che abbiamo capito presto, è che non il virus in sé ma le aspettative su i suoi effetti sono molto più dannose del virus stesso, per cui la società dell’informazione diventa improvvisamente la società della non informazione. I dati saranno Big per le banche dati che servono la marketing ed al controllo panoptico ma rimarranno Small per quanto riguarda ampiezza e velocità dell’epidemia.

Questa enorme bolla di incertezza oscura poi tutto il resto. L’Antartide nell’ultimo mese si sta sciogliendo e se si scioglie tutta, dio non voglia, i mari saliranno di cinquanta metri. Di cavallette abbiamo già parlato in altro post. In India si massacrano tra hindu e musulmani con un bilancio morti e feriti che fa di Delhi un posto più rischioso di Vo’ euganeo. Trump fa finta di fare pace coi talebani ma con effetti a quattordici mesi per cui c’è tutto il tempo per presentarsi alle elezioni come “ho mantenuto le mie promesse” e poi ripensarci. La Nato che ha perso l’andata della guerra in Siria, vuole giocare il ritorno scendendo in campo con i turchi che nel frattempo ci vogliono inondare di siriani, a noi che poi in teoria siamo Nato. A dirigere la CDU si candida un certo Merz che oggi lavora per Blackrock che fa paura solo a guardarlo con la sua aria da feldmaresciallo sadico che ci farà ricordare la Merkel come Nonna Papera. Prestigiose università americane hanno verificato e confermato che i risultati delle elezioni che si tennero in Bolivia erano assolutamente corretti e quindi abbiamo cacciato un presidente legittimo perché trionfasse la vera democrazia. Roubini è l’unico che dice quello che tutti sanno ovvero che ci sarà una recessione globale. Nel mentre torme di sciacalli si aggirano furtivi intorno al caos per trarne qualche piccolo vantaggio, economico, finanziario, politico, geopolitico, di momentanea notorietà.

Non sappiamo poi tante altre cose, dal quanto durerà, al che effetto finale avrà, del che faremo dopo, se ci saremo nel dopo e così via. Ma dovremo abituarci, è passata una sola forse un paio di settimane dall’inizio della storia, almeno la sua italica fase conclamata. C’è tempo per sapere quante altre cose non sappiamo e sapremo e domandarci meglio che ruolo hanno informazione e conoscenza nei funzionamenti delle nostre società complesse. Intanto, laviamoci le mani …

La Cina ha saputo mettere in piedi una risposta proporzionata alle dimensioni della minaccia

Coronavirus e i danni incalcolabili dell'industria della paura

di Pino Arlacchi
6 marzo 2020

Ho citato ieri, a proposito del Coronavirus, la nefasta opera dell’industria della paura in un contesto facile da suggestionare come l’Italia. Ma questa industria è globale, come è globale il deficit di leadership mostrato dalle autorità pubbliche, specie occidentali, nel confronto con l’epidemia. Quasi nessuno se la sente di sfidare gli sventurologi che imperano nei media e anche in quel segmento della comunità scientifica che decide di sfruttare a proprio vantaggio le angosce collettive.

Ci sono però due importanti eccezioni: il governo della Cina e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella persona del suo Direttore Tedros Ghebreyesus. La Cina ha saputo mettere in piedi una risposta proporzionata alle dimensioni della minaccia, reagendo con estrema determinazione nel momento dell’esplosione dell’epidemia e rilassando via via le misure di contrasto dopo il superamento del picco infettivo.

L’OMS ha tallonato da vicino la malattia, rifiutandosi di cedere alle spinte verso la paranoia mascherate da richieste di tutela del tipo “è meglio esagerare nell’allarme, così aumenta la sua efficacia”.

Ghebreyesus è un politico africano, ben consapevole dei giochi sporchi che si imbastiscono dietro le emergenze umanitarie e sanitarie. Un uomo che è stato perciò capace di opporsi a chi pretendeva che la nuova malattia fosse subito dichiarata una “pandemia”, una epidemia globale, inflitta dai comunisti cinesi al resto del mondo. Un uomo apprezzato da chi è in grado di ragionare con la propria testa ed attaccato da quelli che hanno rieletto la Cina a “pericolo giallo” del Ventunesimo secolo.

Vi invito a meditare, allora, su questo resoconto delle ultime dichiarazioni di Ghebreyesus apparso su una fonte a lui non favorevole, il “Financial Times” di oggi:

«L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua ad insistere che il nuovo morbo del Coronavirus non è ancora una pandemia...Il Direttore Generale Tedros Ghebreyesus ha dichiarato...che l’uso indiscriminato del termine pandemia non porta ad alcun tangibile beneficio, ed aumenta in modo significativo il rischio di amplificare paura e stigma non necessarie e non giustificate, portando alla paralisi dei sistemi. (Questo abuso) può anche lanciare il segnale che non siamo più in grado di contenere il virus, e questo non è vero.

Siamo dentro una lotta che può essere vinta se facciamo le cose giuste. Allo stato, ha detto il Dott. Tedros, non stiamo assistendo ad una trasmissione di massa sostenuta ed intensiva del virus, e non stiamo assistendo a decessi ed infermità su vasta scala: la Cina ha meno di 80mila casi su una popolazione di 1,4 miliardi di persone, e nel resto del mondo ci sono 2.790 casi su una popolazione di 6,3 miliardi». (Clive Cookson, World Health Organisation says virus still not a pandemic, Financial Times, 26.02.2020).

Mare Nostrum non è più nostro

Zona economica esclusiva: Algeri si impegna a discuterne con Roma

5 marzo 2020 


Italia e Algeria hanno firmato un’intesa per istituire una commissione tecnica congiunta per la delimitazione tra i due Paesi delle rispettive aree marittime di interesse esclusivo (ZEE), secondo i principi stabiliti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Lo si apprende da una nota della Farnesina del 2 marzo. A siglare l’intesa, ad Algeri, è stato il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (M5S).

“Contrariamente alle speculazioni politiche create ad arte in Italia – ha affermato Di Stefano – i nostri interessi marittimi non sono in alcun modo minacciati dall’ Algeria, paese amico e predisposto al dialogo. Ci avviamo anzi a definire, di comune accordo con Algeri, una nuova intesa sulla gestione degli interessi comuni nel Mar Mediterraneo”.

Affermazione un po’ azzardata e di certo fuorviante per diverse ragioni. Innanzitutto il sottosegretario pentastellato è dovuto andare ad Algeri per firmare un documento con cui il governo algerino si impegna solo a discutere con Roma le sue pretese, non al momento a rinunciarvi o a ridimensionarle.


Inoltre è meglio ricordare che l’Algeria, senza alcuna preventiva informazione né un confronto con l’Italia, ha istituito una sua Zona economica esclusiva (ZEE) che lambisce le aree costiere della Sardegna occidentale, estendendosi sino nord-ovest del Golfo di Oristano in prossimità delle acque territoriali di Sant’Antioco, Carloforte, Portovesme, Oristano, Bosa ed Alghero, con una cuspide (punto di coordinate 40°21’31’’N – 06°50’35’’E) distante circa 60 miglia dalla costa della Sardegna ed almeno 195 miglia da quella Algerina.

Difficile quindi poter affermare, come fa il sottosegretario della Farnesina, che “i nostri interessi marittimi non sono in alcun modo minacciati dall’Algeria” anche perché Di Stefano dovrebbe sapere che l’Italia ha inviato ad Algeri diverse note di protesta.

Inoltre gli algerini non hanno ancora ceduto un solo millimetro e la Storia insegna che i contenziosi sulle aree marittime durano spesso decenni: quello che l’Italia ha in essere con Malta è in discussione dal 1968, quello con la Tunisia addirittura dal 1951.

Nei giorni scorsi il caso dei confini marittimi italo-algerini era approdato in parlamento e il leader della Lega, Matteo Salvini, aveva accusato il governo di aver fatto poco o nulla “sulle pretese dell’Algeria di mettere le mani sul mare di fronte alla Sardegna”, dopo che Algeri aveva “unilateralmente deciso di annettersi parte del mare davanti alle coste di Oristano e Carloforte”.

Sulla vicenda Analisi Difesa ha pubblicato il 7 febbraio scorso un ampio approfondimento di Fabio Caffio in cui si ricordano la visita ad Algeri del premier Conte nel gennaio di quest’anno e l’esplodere qualche giorno dopo di un dibattito caratterizzato da eclatanti dichiarazioni ed iniziative.

Il 5 febbraio, durante un question time alla Camera originato da un’interrogazione della Lega il Governo, preannunciando l’avvio dei negoziati con il paese nordafricano, ha dichiarato che l’Algeria «ha disatteso l’articolo 74 della Convenzione Onu sul diritto del Mare che richiede agli Stati, nelle more di un accordo di delimitazione, di cooperare in buona fede con gli Stati vicini e di non compromettere o ostacolare il raggiungimento dell’accordo finale con comportamenti lesivi degli interessi degli altri Stati».


In sostanza, quello che Roma addebita all’Algeria, non è l’aver istituito una ZEE, ma di averne fissato unilateralmente un limite che lede i diritti dell’Italia ed è perciò inaccettabile.

Come si legge nella nota di protesta «…il Governo italiano esprime la sua opposizione alla delimitazione della ZEE Algerina…poiché essa si sovrappone indebitamente a zone di legittimo ed esclusivo interesse italiano».

Di fronte alle note del suo stesso governo e del suo stesso ministero è quasi surreale che il sottosegretario Di Stefano parli di “speculazioni politiche create ad arte in Italia” affermando che “i nostri interessi marittimi non sono in alcun modo minacciati dall’Algeria”.

Quello che sembra assodato semmai è che Algeri non sembra voler innalzare la tensione con Roma. Già il 6 febbraio scorso fonti del ministero degli Esteri algerino avevano riferito all’agenzia di stampa Nova che quella della ZEE “è una questione puramente tecnica e i due paesi stanno già lavorando insieme per chiarire la faccenda”.

Del resto Algeri ha dato proclamato la ZEE nel marzo 2018 (forse non a caso subito dopo il voto politico italiano che solo a giugno portò alla nascita del governo Conte) e nell’ottobre seguente ha ufficializzato i programmi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio off-shore affidando a Eni e Total, in partnership con la compagnia statale Sonatrach, l’esplorazione di acque profonde praticamente inesplorate.

Il rischio che l’Algeria rivendichi presunti diritti di sfruttamento degli idrocarburi anche nelle acque prossime alla Sardegna hanno indotto nel novembre 2018 l’Italia a protestare ufficialmente davanti alle Nazioni Unite.

Algeri rispose il 20 giugno 2019 rassicurando “il governo italiano della sua piena disponibilità a lavorare insieme, attraverso il dialogo, al fine di raggiungere una soluzione equa e reciprocamente vantaggiosa, sui limiti esterni della zona economica esclusiva Algeria e zona marittima italiana, in conformità con l’articolo 74 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”.

La questione della giurisdizione marittima si aggiunge a quella dei flussi di migranti illegali algerini in Sardegna. Nel 2019 le autorità di Algeri sostengono di aver intercettato 3.053 algerini diretti illegalmente verso la Sardegna dove ne sono sbarcati l’anno scorso 1.009 contro i 1.218 del 2018 mentre dall'inizio del 2020 ne sono già arrivati 308.

20/30.000 possibili vettori statunitensi della polmonite virale si spanderanno in Euroimbecilandia per un'operazione militare inutile, dimostrare alla Russia i muscoli degli Stati Uniti insieme a tutti i servi di Euroimbecilandia

Arrivano 30.000 soldati americani in Europa senza mascherina

6 Marzo 2020 - 20:45 

I 30.000 soldati impiegato nell’operazione Defender Europe 20 non dovranno rispettare le misure di sicurezza contro il coronavirus: “Le nostre forze sono in buona salute”.


30.000 soldati provenienti dagli USA saranno impiegati in una maxi esercitazione Defender Europe 20. Nonostante gli Stati Uniti abbiano innalzato l’allerta nei confronti dell’Italia a livello 3 e 4, i militari non saranno tenuti ad indossare le mascherine e a seguire le prescrizioni di sicurezza imposte dai vari Stati.

Le motivazioni sono da rintracciarsi nelle dichiarazioni rilasciate dallo US Army Euro che si è posto come garante dei suoi militari, sostenendo che: “stiamo monitorando il coronavirus” e che “le nostre forze sono in buona salute”.

L’esercitazione inoltre coinvolge diverse migliaia di persone e a ritmi e procedure tali da rendere impossibile il perseguimento delle norme sanitarie imposte ai civili. Saranno previsti inoltre una serie di concerti della US Army Rock Band in Germania, Lituania e Polonia, tutti ad ingresso gratuito che attrarranno molte persone.

In cosa consiste l’esercitazione Defender Europe 20

Il Defender Europe 20 è il più grande dispiegamento di soldati americani all’interno dei territori dell’Europa degli ultimi 25 anni. Oltre a quelli già presenti sul territorio se ne aggiungeranno altri 30.000 nel periodo compreso da aprile e maggio.

Il primo gruppo di militari è giunta al porto di Bremerhaven in Germania e nei prossimo giorni ne arriveranno i pezzi di equipaggiamento militare in 6 porti dell’Europa, nello specifico in Belgio, Olanda, Germania, Lettonia e Estonia, che andranno a sommarsi a quelli già forniti dallo US Army Europe.

Lo US Army Europe comunica che i soldati americani: “si spargeranno attraverso la regione europea” per “proteggere l’Europa da qualsiasi potenziale minaccia” facendo un chiaro riferimento alla Russia.

Quali sono i rischi del Defender Europe 20

L’obiettivo della Defender Europe 20 è quello di “accrescere la capacità di dispiegare rapidamente una grande forza di combattimento dagli Stati Uniti in Europa”. questo comporta una grande mobilità delle unità militari americane all’interno del territorio Europeo.

Al rischio di infezione e diffusione del coronavirus da parte dei militari americani, che saranno sprovvisti dei presidi medici di protezione, si aggiunge anche l’impatto ambientale che questa operazione comporta.

Al Defender Europe 20 parteciperanno i carri armati Usa Abrams, dei cingolati pesanti 70 tonnellate dotati di corazze in uranio impoverito che consumano 400 litri di carburante ogni 100 chilometri percorsi.

La Fratellanza Musulmana ha una strategia chiara e precisa la Sharia in Euroimbecillandia, le cui istituzioni preposte solo ad attuare il Progetto Criminale dell'Euro non hanno neanche una pallida idea di come contrastare questo Piano

06 Marzo 2020 - 14:41
Minaccia turco-ottomana nel Mediterraneo, fino a dove arriverà il Sultano-presidente Erdogan?


(Chiesa e Post Concilio – 6 marzo 2020) Nella nostra traduzione da Valeurs actuelles un eccellente articolo di Alexandre del Valle* che spiega che i paesi dell’Unione europea devono più che mai prendere sul serio la minaccia turca. Nel quadro delle aggressioni militari nel nord della Siria col massacro dei curdi; dell’invio di jihadisti siriani da Ankara in Libia; della rivendicazione delle isole greche dell’Egeo; delle trivellazioni illegali in violazione della sovranità cipriota; dell’apertura delle frontiere UE ai migranti illegali, nel contesto di un ricatto insopportabile, sostegno del separatismo islamista in Occidente.

*Alexandre del Valle, politologo e saggista francese, è autore del libro [quiqui] ora disponibile anche nella traduzione italiana: ‘Il complesso occidentale – Piccolo trattato di de-colpevolizzazione’, per la Paesi Edizioni (prefazione di Marcello Veneziani)

In occasione della conferenza organizzata dall’International Center for Geopolitics and Analytical Prospective (GIGPA) presso la Maison de la Chimie il 29 febbraio, l’ ex ambasciatore della Tunisia presso l’UNESCO, Mezri Haddad, presidente del GIGPA, ha invitato a Parigi importanti leader politici dei paesi interessati dalla minaccia “neo-ottomana” e dall’atteggiamento bellicoso di Erdogan nel Mediterraneo. Un pericolo geopolitico ed esistenziale per l’Unione europea, poiché sono direttamente minacciati due dei suoi membri: la Grecia e Cipro. L’organizzazione del simposio è coincisa col momento in cui Recep T. Erdogan ha minacciato di invadere le isole greche, ha inviato jihadisti dalla Siria nella Libia occidentale, ha attaccato il regime siriano per aiutare i “ribelli islamisti” dell’HTS ( ex-Nosra / Al-Qaïda) di fronte ai curdi massacrati, e il vile rilascio al confine dei paesi europei di centinaia di migliaia di migranti siriani e afgani, tra cui un certo numero di islamisti e ex detenuti…

I relatori, incluso l’ex ministro della Difesa greco, Panos Kamenos, hanno ricordato ciò che gli altri leader europei non vogliono vedere: Grecia, Cipro ed Egitto sono sull’orlo della guerra con Ankara per il gas in mare aperto nel Mediterraneo rivendicato illegalmente dalla Turchia. Quest’ultima, insoddisfatta dei confini marittimi legali, vuole aumentare unilateralmente le sue acque sovrane del 35% a scapito dei paesi rivieraschi. L’esercito turco invia regolarmente navi militari per violare le acque territoriali greche (Creta, Mar Egeo) e persino impedire la trivellazione di compagnie italiane (ENI), francesi (TOTAL), greche e cipriote. Durante la conferenza, Georges Lillikas, ex ministro degli affari esteri cipriota; Amr Moussa, ex ministro degli Esteri egiziano nonché l’ex segretario generale della Lega degli Stati arabi e l’ex ministro della Difesa greco del governo Tsipras, Panos Kamenos, hanno affermato che se la Turchia non incontra un fronte unito, lo considererà una debolezza e attaccherà la Grecia nel Mar Egeo. Ricorda che non passa giorno senza che l’aviazione e la marina turche violino gli spazi marittimi e aerei sovrani della Grecia. Kamenos ha anche ricordato che l’esercito greco, consapevole che né la NATO né l’Unione sono state in grado di dissuadere Erdogan, si sta già preparando ad un conflitto.

Come possiamo ancora giustificare il proseguimento dei negoziati di adesione con la Turchia di Erdogan, che minaccia due paesi membri dell’UE?
Notizie recenti confermano il fatto che la candidatura all’Unione europea, ingenuamente supportata dai greci e dalla Repubblica di Cipro in segno di “pacificazione”, piuttosto che “unire le civiltà” come è stato sbandierato per giustificare questa candidatura – e particolarmente desiderato dalla NATO, da Londra e da Washington -, ha avvelenato le relazioni turco-europee. Il popolo euforico afferma che se la Turchia fosse stata rapidamente integrata nell’Unione negli anni 2002-2007, quando Erdogan era “moderato”, essa non sarebbe diventata una dittatura nazional-islamica che minaccia l’Europa di uno tsunami migratorio, saccheggiando finanziariamente l’Unione europea, negando il genocidio armeno, alimentando il jihadismo (Siria, Libia), minacciando Cipro e la Grecia e bramando le riserve di gas offshore del Mediterraneo. 

Abbiamo già spiegato negli anni 2000 che Erdogan, storico islamista, autore di una commedia sulla trama “Massonico-Giudeo-Comunista” (Maskomya), vicino al jihadista afgano alleato con i talebani Gubuldin Hekmatyar, e formato dal movimento islamista turco Milli Görüs, una specie di fratellanza musulmana turca, non è mai stato un “democratico islamico” e che il suo vero progetto era smantellare il kemalismo e trarre profitto dalla restaurazione di un califfato ottomano.
Le ambizioni irridentiste del Presidente-Sultano erano quindi prevedibili. Se la Turchia di Erdogan fosse riuscita a integrare l’UE, questo paese, in ogni caso, liberato dai militari laici e diventato ancora una volta islamista, nell’Unione rappresenterebbe il potere demografico dominante: tra non molto 90 milioni di abitanti, 100 membri del Parlamento europeo e la più alta percentuale di voti nel Consiglio dell’Unione Europea.
L’idea di introdurlo nell’UE nonostante l’incompatibilità geopolotica e il conflitto di civiltà era tanto più stupida in quanto non sono certo gli europei “turcofobi” o “islamofobi” che avrebbero bloccato il suo ingresso e quindi “radicalizzato” Ankara, ma gli stessi dirigenti turchi che, fin dall’apertura dei negoziati nel 2005, hanno rifiutato di riconoscere un paese membro dell’UE, la Repubblica di Cipro e successivamente hanno rifiutato l’integrazione delle norme e dei valori fondanti dell’UE come la libertà delle minoranze, dei media, dell’opposizione (curda e non solo), di riconoscere il genocidio armeno, e infine di cessare l’occupazione di Cipro avvenuta nel 1974. I nostri governanti europei tuttora rifiutano di porre fine a questa candidatura contro natura mentre la Turchia con le sue fregate militari minaccia le navi collegate agli impianti di trivellazione di gas e petrolio italiane e cipriote, effettua ricerche e trivellazioni illegali nelle acque cipriote, rivendica le isole greche dell’Egeo, e denuncia il trattato di Losanna del 1923 che fissa i confini tra Turchia e Grecia.

Non sono gli europei “anti-turchi” che “bloccano” l’adesione all’UE, ma Ankara che viola la legge europea e rifiuta di riconoscere Cipro!

Più che mai, la Turchia si sta evolvendo come ho annunciato nel 2003 (vedi la Turchia in Europa, un cavallo di Troia islamista?) [qui]. E anche dalla fine degli anni ’90 (Islamismo-Stati Uniti 1997 e Guerre control’Europa, 2000), mentre le politiche e le analisi occidentali spiegavano che la Turchia doveva essere integrata nell’UE perché era stata “un’alleato contro l’URSS “; perché “è meglio avere la Turchia con noi che contro di noi” … o perché il rifiuto della Turchia di aderire all’UE rischiava, secondo Jacques Attali, Jacques Chirac e Tony Blair, di provocare uno “scontro di civiltà tra Islam e Occidente”. Argomenti di rara stupidità, perché se un candidato minaccia fin dall’inizio di rivolgersi ai nostri nemici se si rifiuta di accoglierlo, è perché una tale candidatura è già problematica. Aprire la porta dell’UE alla Turchia sulla base del ricatto morale (“L’Europa deve” dimostrare che non è un club cristiano”, mentre la Turchia di Erdogan vuole essere il leader del mondo musulmano) e accettando che essa violi il diritto europeo e la sovranità di Cipro e della Grecia non è mai stato un sano punto di partenza.

I leader e gli strateghi turchi, che disprezzano la debolezza e la disunione di un’Europa piena di complessità e molto ricettiva al ricatto morale, avevano ragione, dal loro punto di vista, nel cercar di provare a integrare l’UE facendola sentire in colpa, soprattutto imponendole di “dimostrare di non essere un club anti-musulmano”. Tuttavia, l’inattuabile promessa europea di integrare una Turchia incapace di soddisfare i criteri richiesti ha solo peggiorato le relazioni UE-Turchia: il diritto e la democrazia europei abilmente invocati da Erdogan in fase di preadesione, hanno permesso di smantellare “legalmente” il potere dei militari laici (5° pacchetto di riforme europee che chiedono la fine del potere dell’esercito kemalista).
Una volta liberatosi dai kemalisti, ora in prigione, Erdogan in realtà non ha più nulla da aspettarsi dall'Europa che lo costringerebbe a rinunciare al suo DNA autoritario-nazionale-islamista. Il neo-sultano ha recentemente identificato questa vecchia Europa che disprezza come un “continente in pieno processo di putrefazione”, debole, perverso, decristianizzato, nel quale egli invita musulmani e turchi a non integrarsi, ad arricchirsi e a fare molti figli, fino a quando “gli europei non oseranno più uscir di casa nelle strade”… Una vera dichiarazione di guerra geopolitica e di civiltà.
Più che mai, il neo-ottomano Erdogan sta testando le reazioni dei suoi vicini. Non si fermerà finché non troverà davanti ad un fronte di resistenza unificato. Questa osservazione è condivisa anche da numerosi intellettuali arabi come il presidente del Center for Middle Eastern Studies (CEMO), Abdelrahim Ali, anche saggista e deputato egiziano, che ha appena pubblicato The State of the Muslim Brotherhood, Europa e l’espansione dell’organizzazione internazionale (L’Harmattan).
L’autore continua a mettere in guardia gli europei sulla “strategia separatista dei Fratelli musulmani da parte di Erdogan e dei loro alleati Qatar e Turchia, la cui azione sovversiva in Francia e in Occidente consiste nel minare i valori del secolarismo per spingere i musulmani così presi in ostaggio e fanatizzati, a non integrarsi. I promotori di questo progetto sono i Fratelli musulmani e il loro leader indiscusso è Erdogan, che vedono (via Al-Qardaoui) come il nuovo califfo”. 

Alexandre Del Valle, 4 marzo 2020
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

Concesso a Erdogan una tregua che non può durare molto, troppi terroristi mercenari tagliagola nella provincia di Idlib

Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan durante la conferenza stampa successiva al loro incontro, a Mosca, il 5 marzo 2020. (Pavel Golovkin, Reuters/Contrasto)


Gabriele Crescente, giornalista di Internazionale
6 marzo 2020 17.47

Non c’è niente che due vecchi amici non possano risolvere tra loro. Dopo un incontro durato quasi sei ore al Cremlino, la sera del 5 marzo il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per mettere fine ai combattimenti nella provincia siriana di Idlib. Sembra così scongiurata la possibilità di un conflitto armato tra i due paesi, che nelle ultime due settimane era stata pericolosamente vicina.

Tutto era cominciato a febbraio, quando l’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione russa, aveva lanciato un’offensiva per riconquistare Idlib, l’ultimo territorio rimasto in mano all’opposizione dopo nove anni di guerra civile. In teoria la zona era coperta dal cessate il fuoco stabilito con l’accordo di Soči tra Putin ed Erdoğan nel 2018, ma la Russia accusava la Turchia di non aver disarmato i gruppi jihadisti attivi nella regione, come previsto dal patto, e il presidente siriano Bashar al Assad era ansioso di riprendere il controllo delle autostrade M4 e M5, che collegano la capitale Damasco e la costa mediterranea ad Aleppo. L’offensiva aveva provocato la fuga di quasi un milione di persone verso il confine turco e causato una gravissima crisi umanitaria.


Erdoğan aveva reagito rafforzando la presenza militare turca a Idlib, già prevista dall’accordo di Soči, ma questo non era bastato a scoraggiare Assad. Le forze turche avevano allora cominciato ad attaccare direttamente quelle siriane, e poi addirittura a prendere di mira gli aerei russi. Il 27 febbraio un bombardamento siriano o russo aveva colpito una postazione turca, uccidendo almeno 34 soldati. A quel punto Ankara aveva lanciato una massiccia rappresaglia, abbattendo tre aerei siriani e bombardando pesantemente le forze di Assad. La Russia non aveva reagito, permettendo ai droni turchi di agire quasi indisturbati nello spazio aereo siriano.

La situazione era resa più pericolosa dal fatto che entrambi i leader si giocavano la faccia. Putin non poteva tollerare che la Turchia infliggesse una sconfitta militare ad Assad, mettendo in discussione il ruolo di potenza regionale che Mosca ha cercato faticosamente di costruirsi con l’intervento in favore di Damasco nel 2015. Complessivamente la Russia ha una potenza militare molto maggiore rispetto alla Turchia, ma non sarebbe stata in grado di mobilitare rapidamente abbastanza forze in Siria per rispondere all’offensiva turca. Erdoğan, una volta fallito il tentativo iniziale di intimidire Assad, non poteva lasciare impunita l’uccisione dei soldati turchi. L’esercito gli è sempre più ostile per le continue purghe di militari accusati di aver partecipato al golpe del 2016 e non avrebbe tollerato un’umiliazione simile.

L’accordo del Cremlino contiene importanti concessioni da entrambe le parti

Alla fine, però, entrambi hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio. Distruggere il complicato rapporto costruito tra Mosca e Ankara negli ultimi anni avrebbe avuto costi insostenibili per entrambi. La Russia avrebbe perso contratti militari miliardari e soprattutto la possibilità di controllare l’accesso al mercato europeo del gas naturale, vera stella polare della sua politica regionale, attraverso il gasdotto Turkish stream. La Turchia avrebbe dovuto tornare all’ovile della Nato, che durante la crisi ha rifiutato la sua richiesta di istituire una no-fly zone su Idlib, e rinunciare alla politica estera indipendente che ha portato avanti negli ultimi anni grazie alla sponda di Mosca. La reimposizione delle sanzioni russe adottate dopo l’abbattimento di un aereo russo in Siria nel 2015, inoltre, avrebbe dato il colpo di grazia a un’economia già traballante. Il sostanziale fallimento del tentativo di ricattare l’Unione europea scaricando migliaia di migranti al confine con la Grecia ha dimostrato a Erdoğan che in Europa la sua mano è molto più debole rispetto a qualche anno fa.

L’accordo del Cremlino contiene importanti concessioni da entrambe le parti. La Russia dovrà far accettare ad Assad di rinunciare a riprendere il controllo di tutta la Siria e di accontentarsi della riapertura delle autostrade per Aleppo. Il successo della controffensiva turca ha dimostrato che senza il sostegno della Russia né l’esercito siriano né le milizie iraniane sono in grado di tenere testa alla Turchia, e questo potrebbe rafforzare l’influenza russa a Damasco. Erdoğan invece deve rimangiarsi la promessa di ricacciare Assad alle linee dell’armistizio di Soči e gestire una situazione umanitaria che si fa sempre più difficile: gli oltre tre milioni di profughi dovranno stringersi in un territorio ancora più piccolo.

Con il suo intervento militare la Turchia si è di fatto assunta la responsabilità della sicurezza nella provincia, che avrà lo stesso status delle altre aree occupate dall’esercito turco nel nord della Siria. Ma mentre in queste ultime Ankara può contare sul sostegno di milizie siriane relativamente affidabili, a Idlib la forza dominante è il gruppo jihadista Hayat tahrir al Sham, legato ad Al Qaeda, con cui i rapporti saranno molto più difficili.

Nonostante tutte le incertezze dell’accordo, però, sembra improbabile una ripresa delle ostilità ai livelli delle ultime settimane, almeno a breve termine. Entrambe le parti hanno avuto modo di valutare a fondo le conseguenze disastrose di un conflitto in piena regola. Ma nessuno dei nodi fondamentali del conflitto siriano è stato risolto, e non ci vorrà molto perché la tensione torni a salire. Putin ed Erdoğan avranno ancora molto di cui parlare.

Gli Stati Uniti credono di gestire la crisi della polmonite virale facendo pagare tremila dollari a tampone per i casi sospetti. L'imbecillaggine sotto le stelle è infinita. Nulla sarà come prima

L’IMPATTO DELLA CRISI DA CORONAVIRUS SULLA SICUREZZA INTERNA E INTERNAZIONALE. UNA ANALISI BREVE, MA AGGHIACCIANTE


(di David Rossi)
06/03/20 

“Il nuovo patogeno altamente contagioso… può diffondersi rapidamente, e deve essere considerato in grado di causare un enorme danno alla salute, all’economia e all’intera società umana in qualsiasi ambiente… Costruire scenari e strategie solo sulla base di agenti patogeni noti rischia di non far sfruttare tutte le misure possibili per …salvare vite umane”. Così concludevamo, nel penultimo paragrafo, il nostro precedente articolo.

Ora, in estrema sintesi, proviamo a puntare la nostra analisi non sull’impatto economico e sanitario di una possibile diffusione del COVID-19 con ampiezza pari a quella dell’influenza stagionale, ma sul settore della sicurezza, vale a dire su quelle migliaia o in certi Stati milioni di uomini in divisa, militari e non, tecnici, amministratori, politici e esperti che garantiscono il rispetto della Legge e la sicurezza interna e internazionale di ogni Paese, a partire dal nostro.

Quanti uomini possono perdere, anche nel breve periodo e non in modo definitivo, una divisione, una brigata, un ufficio amministrativo, un’assemblea elettiva, prima di cessare di funzionare in modo coerente col sistema?

La risposta non è univoca. Tuttavia, è di facile comprensione che i componenti delle Forze dell’ordine, delle Forze armate e i pubblici amministratori si vengono a trovare, al pari del personale sanitario, più spesso in situazioni in cui, sempre citando il recente rapporto dell’OMS, la stretta “vicinanza e il contatto tra le persone… in ambienti potenzialmente contaminati potrebbero amplificare la trasmissione”. Aggiungiamo il contributo di medici e infermieri militari alla sanità civile, che potrebbe privare i tutori dell’ordine del meglio dell’assistenza a loro disposizione.

Non dimentichiamo, poi, che basterebbe che una caserma o un ufficio entrassero in contatto anche con un solo caso per costringerli, nella migliore delle ipotesi, a due settimane di quarantena. Capite che un delinquente o un terrorista infetto potrebbero, senza sforzo, togliere dalla circolazione interi equipaggi, caserme o uffici della procura con la loro semplice presenza.

Potremmo aspettarci, quindi, che lo Stato avrà in certi periodi e in certi territori a rischio anche meno della metà dei tutori dell’ordine a disposizione, a combattere il crimine organizzato, il terrorismo e le altre minacce alla sicurezza dei cittadini.


La situazione, se possibile, si fa ancora più complicata nel caso delle missioni all’estero delle Forze armate, anche di quelle italiane. Per fare un solo esempio, ma significativo, la missione UNIFIL in Libano comprende parecchie migliaia di uomini, la gran parte forniti da Cina, Sud Corea, Italia, Francia, Spagna, Malaysia, Germania e Austria, tutti Paesi che ospitano i nove decimi dei casi di COVID-19. Il Libano stesso ha già 15 casi, ma soprattutto per via degli stretti legami con la Repubblica Islamica Iraniana, potrebbe già averne al suo interno decine di migliaia.

Chi l’avrà vinta prima fra la paura dei Libanesi per il contagio portato dai militari stranieri e la necessità per i Paesi partecipanti di richiamare il loro personale, soprattutto quello medico, per non esporlo a inutili rischi di contagio? Che dire di tutte le altre missioni in cui decine di migliaia di civili e uomini in divisa sono impiegati per garantire lo status quo?

Un discorso analogo, ma per altri versi persino più inquietante, può valere per quei Paesi, come la Svizzera, ma soprattutto Israele, dove vige il sistema del cittadino in armi. Per costoro, la possibilità di perdere molti effettivi anche senza combattere e di trovarsi con riserve spendibili troppo scarse è un problema reale. Così come l’impossibilità di condurre esercitazioni, foriere di aumentare il contagio. Non a caso, Israele ha imposto la quarantena ai viaggiatori provenienti non solo dall’Italia, ma da tutti i Paesi con una massiccia insorgenza del COVID-19, oltre ai territori palestinesi dove sono proprio ieri apparsi i primi casi.

Questo è solo l’inizio: attorno allo Stato ebraico, tutti i Paesi islamici, a differenza dell’Iran, hanno imposto il silenzio sugli ospedali che ribollono di casi di polmonite atipica, compresi molti effettivi e riservisti. Ogni Paese della regione mediorientale spera, parafrasando un vecchio adagio, di essere l’ultimo che il coccodrillo divorerà.

Ci sono, poi, i Paesi tecnologicamente avanzati e che svolgono il ruolo di potenza regionale, quelli - come la Turchia ad oggi priva di casi “ufficiali” - che hanno una forza aerea e una marina militare in grado di proiettarsi in una regione… a patto di avere un numero sufficiente di piloti che possano alzarsi in volo!

Che succederà in Siria e in Libia quando una delle parti si troverà con le truppe falcidiate da febbre, dissenteria, tosse e congiuntivite? Per non parlare dei casi con complicanze respiratorie serie che non potranno certo tornare subito a volare o a navigare dopo un mese di ospedale. Il Paese con meno infetti tenterà una sortita disperata?


Infine, rimangono i Paesi tecnologicamente più avanzati di tutti, in primis gli Stati Uniti. Questi ultimi, credono di gestire la crisi facendo pagare tremila dollari a tampone ai casi sospetti? Oppure si troveranno, per la prima volta, a dover dirottare risorse enormi dal pingue budget militare a quello della sanità, per una causa che si chiama salvezza nazionale?

Sempre citando il suddetto report dell’OMS, gli Stati uniti, al pari di “gran parte della comunità globale non sono ancora pronti, nella mentalità e materialmente, a attuare le misure che sono state impiegate per contenere COVID-19 in Cina”. E tuttavia “queste sono le uniche misure che - è attualmente dimostrato - possono interrompere o minimizzare le catene di trasmissione nell'uomo. Fondamentale per queste misure sono la sorveglianza proattiva per rilevare immediatamente casi, la diagnosi rapida e l’isolamento immediato del caso, oltre al tracciamento rigoroso e alla quarantena dei contatti degli infettati, insieme a un grado eccezionalmente elevato di comprensione e accettazione di questi le misure da parte della popolazione”. No, definitivamente il Pentagono e la sanità pubblica si troveranno a tirare da una parte e dall’altra una coperta divenuta davvero troppo corta per un Paese con un enorme debito pubblico e oltre 100.000 miliardi di dollari di impegni di spesa futuri ancora non coperti.

Non sappiamo se davvero il COVID-19 avrà un impatto così devastante sulla sicurezza: ancora una volta, speriamo di non aver azzeccato la foto della situazione futura. Sappiamo che “si sta diffondendo con una velocità sorprendente” e che le sue epidemie “in qualsiasi contesto hanno conseguenze molto gravi”, cosa che appare ben evidente a noi italiani.

Se non prendiamo al più presto coscienza dei pericoli a cui il sistema va incontro, in particolare per un possibile collasso del… firewall rappresentato dalle Forze dell’ordine, e non immaginiamo, progettiamo e proponiamo modi per tamponare le falle, le conseguenze di questa crisi dureranno per anni e anni anche dopo che saremo stati tutti vaccinati dal coronavirus.

In un tale scenario, l’impatto del COVID-19 sull’economia, le istituzioni e la società sarà così devastante da far sembrare le crisi del 1929 e del 2008… delle gite in campagna.

Foto: Arma dei Carabinieri / Unifil / U.S. Army

Il sentiero sempre più stretto di Erdogan con capriole chiare ed inevitabili. La tregua ottenuta è solo un respiro in più

IL GIOCO DELLE PARTI TRA PUTIN ED ERDOGAN


(di Gino Lanzara)
06/03/20 

L’evoluzione della crisi ad Idlib, ha portato all’auspicato incontro tra Putin ed Erdogan; incontro atteso anche alla luce delle pressioni che gli eventi stanno esercitando sulle relazioni in ambito regionale. Per Ankara, Idlib costituisce una un’ineludibile prova di forza condizionata dal permesso del Cremlino di concedere un (effimero?) successo tattico, che permetterebbe di fermare l’offensiva siro-russa sull’ultimo lembo di Siria occupato dai ribelli. Per la Turchia si tratterebbe di avanzare verso la linea Aleppo – Mosul, ovvero il confine a cui puntava Atatürk già dal 1920. L’azione turca, peraltro, potrebbe indicare aspetti innovativi nella relazione sia con Washington, quale – ora – utile alleato NATO, che non ha mostrato particolari opposizioni all’abbattimento di due aerei da combattimento siriani di produzione russa, e che ha ricevuto richieste di supporto bellico da Ankara, sia con Mosca, che ha dovuto testare la volitività di Erdogan.

L’operazione turca ad Idlib, condotta con droni, ha rallentato l’avanzata di Assad, imponendo una diversificazione delle operazioni di Pasdaran iraniani e Hezbollah, ora allo scoperto nella controffensiva lungo l’autostrada M5. Questa evoluzione potrebbe rendere più comprensibile l’incontro del 5 marzo, volto presumibilmente ad aggiornare l’accordo stretto a Sochi nel 2018, che prevede di fatto un arretramento delle forze siriane.

Agevolare Erdogan, secondo realpolitik, consentirebbe di riposizionare sia Assad che Teheran, di legittimare le posizioni turche, rafforzando il ruolo russo in veste di grande mediatore.

Sotto questa prospettiva, la Turchia potrebbe conseguire un duplice obiettivo: lavorare per rafforzare la sua deterrenza, ritagliandosi una zona di sicurezza profonda 30 km lungo il confine, magari ipotizzando la sistemazione di almeno 1 dei 5 milioni di rifugiati che ospita sul suo territorio, ed ergersi a paladina dei sunniti.


Va comunque sottolineato che, al momento, malgrado le dichiarazioni turche di voler evitare un’escalation con il Cremlino, le tensioni rimangono vivide, visto che il ministro degli esteri russo Lavrov ha imputato all’Europa di voler deliberatamente ignorare il dispiegamento illegale delle truppe turche su suolo siriano, specialmente quelle volte al controllo dello snodo strategico di Saraqib, a 20 km da Idlib, e che Israele non ha mancato di far sentire la sua voce, battendo con attacchi aerei le posizioni siriane a Homs e Quneitra proprio all’alba del 5 marzo.

Al di là delle apparenze diplomatiche e degli attriti che ci sono stati in passato tra le Forze Armate russe e turche, c’è da rimarcare l’irrigidimento delle reciproche posizioni politiche in funzione degli obiettivi strategici divergenti, cosa che porta una volta di più a considerare la liaison tra Ankara e Cremlino come di carattere tattico e di visuale non profonda, prova ne siano le molteplici violazioni dell’accordo di Sochi, utile più che altro a liberare il campo da attori internazionali che Mosca ha sia voluto marginalizzare, sia tentare di rimpiazzare, come nel caso degli USA.

Ad Idlib, la Turchia punta a sostenere le forze di opposizione controllando così il territorio, mentre Mosca intende annichilire i possibili oppositori di Assad. La Turchia potrebbe ora puntare su un celere cessate il fuoco, che però non potrebbe essere risolutivo, visto che del futuro assetto politico siriano non si riesce ad avere contezza.

L’incertezza che aleggia è quella che, di fatto, ha indotto Erdogan ad aprire le frontiere, pressando un’UE sempre meno attenta alle dinamiche internazionali. A tal proposito, l’azione turca è ancor più da stigmatizzare, visto che è stata ed è tutt’ora condotta in violazione degli accordi stipulati a Bruxelles nel 2016 (e dei conseguenti ed ingenti fondi percepiti), ed è indirizzata a creare una forte sacca d’instabilità ai danni del rivale di sempre: la Grecia.

Notevoli – per imprecisione e smaccata partigianeria – i commenti della stampa generalista che, ottusamente, ha inteso colpevolizzare il governo greco, quasi volendo ignorare filmati e testimonianze che riconducono l’ondata migratoria in capo al regime turco che, con questa politica, vuole che l’Europa pressi il governo russo perché rallenti la sua azione su Idlib.


Una delle ipotesi su cui basare un temporaneo accordo peraltro appoggiato da Washington, potrebbe fondarsi, a livello tattico, sulla restituzione integrale delle autostrade M4 e M5 ad Assad, concedendo tuttavia la creazione della zona cuscinetto voluta da Ankara. In questo contesto, non sarebbe nemmeno da sottovalutare l’interesse americano verso un riavvicinamento ad Ankara, spinto dal non troppo celato desiderio di contenere Assad ma, soprattutto, Putin.

Nel gioco delle parti, visto che comunque si tratterà di una tregua, malgrado la divergenza sui punti di vista, è dunque improbabile una rottura tra Ankara e Mosca, ma si può immaginare un riavvicinamento americano alla Turchia, in un più generale quadro di bilanciamento politico regionale, grazie a cui far ingoiare ad Assad il rospo di un’innegabile perdita di sovranità.

Un aspetto che va evidenziato è la volubilità della politica turca che, messa alle strette, si vede costretta a richiedere all’amato/odiato alleato d’oltreoceano, batterie di missili Patriot in sostituzione degli S400, mentre cerca di ricucire i rapporti con Mosca; insomma, un ottimismo molto poco spinto, visto che Putin non può certo accettare né un confronto siro turco a viso aperto che riaprirebbe la guerra civile, né allontanarsi troppo dalla scia della politica estera di Trump. Potrebbe trattarsi, per Erdogan, un momento di rara difficoltà, stretto tra l’incudine russa ed il martello americano, con l’incognita della direzione politica assunta dai Curdi, che hanno avuto l’intuizione strategica di accordarsi con Assad.

Da non dimenticare, infine, l’assist offerto alla Russia da alcuni Paesi sunniti che, come avvenuto con Egitto ed EAU, hanno riallacciato rapporti diplomatici con la Siria.

Foto: Cremlino / Türk Silahlı Kuvvetleri / White House

Il Parlamento diventa silente e delega i suoi poteri al Presidente del consiglio. Mai più grande sbaglio strategico, una delegittimazione voluta e cercata

Il bisticcio del potere

Repubblica, 3 marzo
DI MICHELE AINIS

C'è un diritto per il tempo di pace, e c'è un diritto per i tempi di guerra. Non siamo in guerra (o invece sì?), però intanto le nostre leggi indossano l'elmetto. Da quando sono stati accertati i primi due casi di contagio (30 gennaio), sull'Italia cade una grandinata di provvedimenti normativi, sempre più severi, sempre più stringenti. Di conseguenza s'offuscano le libertà costituzionali, cambia la catena di comando. E il coronavirus infetta l'ordinamento giuridico italiano, oltre agli italiani in carne e ossa. Può darsi che la scelta sia obbligata, ma un male minore resta pur sempre un male, diceva Hannah Arendt. Solo che il virus biologico viene monitorato, analizzato, studiato nei laboratori; il virus normativo, invece, passa inosservato. Cerchiamo allora di scoprirne le caratteristiche, magari ci aiuterà a trovare un buon vaccino.

Anzitutto i numeri. In poco più d'un mese si contano 2 decreti legge del governo (il terzo è in arrivo), 3 decreti del presidente del Consiglio, 11 ordinanze del capo della Protezione civile (nell'ultima settimana al ritmo d'una al giorno), 13 circolari e 12 ordinanze del ministro della Salute, una direttiva del ministro della Pubblica amministrazione, un decreto del ministro dell'Economia, 12 note e 3 provvedimenti del ministro della Giustizia, 34 ordinanze regionali, 4 ordinanze provinciali. Senza dire delle circolari via via adottate in tutti gli enti pubblici, compresa la Rai. È tutto? No, perché bisogna ancora aggiungervi le ordinanze firmate dai sindaci: saranno almeno un migliaio, nel Paese dei mille campanili.

C'è un senso, c'è una direzione univoca in questo flusso normativo? A giudicare dai pasticci e dai bisticci, non parrebbe. Si è perfino scomodato il Tar, per annullare un editto del governatore marchigiano. Tuttavia, a guardare in controluce, appare - nitida - una trama. La stessa che sempre si disegna durante gli stati d'eccezione, quando sui popoli incombe una minaccia. E dalla trama affiorano tre punte, come la pochette del presidente Conte.

Primo: l'eclissi delle libertà costituzionali. A cominciare dalla libertà di circolazione, protetta dall'articolo 16. Per motivi di sanità può venire limitata, afferma la Costituzione; però soltanto dalla legge, e solo "in via generale". Stavolta, viceversa, interi territori sono stati segregati per decreto, con disposizioni specifiche e puntuali. Mentre subisce ulteriori restrizioni la libertà di riunione (nei musei, negli stadi, nelle piazze). Quella di culto (anche le chiese sono ormai tabù). Il diritto-dovere d'istruirsi, con la chiusura delle scuole. E ovviamente va in fumo la privacy, quel po' che ne restava (se hai soggiornato nelle zone a rischio devi dichiararlo, idem se frequenti un contagiato, altrimenti t'arrestano per 3 mesi).

Secondo: la centralizzazione. Improvvisamente l'autonomia è diventata un lusso, le Regioni un impaccio. Colpa di decisioni scoordinate, talora avventate, come in Friuli, che ha dichiarato lo stato d'emergenza senza concordarlo con il governo. Colpa altresì d'iniziative strampalate come quella di Ischia, dove i sindaci avevano vietato lo sbarco ai turisti veneti e lombardi. Colpa, infine, d'un sistema barocco, di competenze che si sovrappongono a vicenda, sicché ciascuno ruba il mestiere altrui. La Costituzione, però, detta una norma chiara: se corre rischi l'incolumità dei cittadini, lo Stato può sostituirsi alle amministrazioni locali (articolo 120). Così, il 23 febbraio un decreto legge stabilisce che le misure adottate da governatori e sindaci verranno rimpiazzate da decreti del premier; due giorni dopo un protocollo fra Stato e Regioni ne prosciuga gli spazi di decisione autonoma.

Terzo: la personalizzazione del potere. È l'ultima prova della curvatura autoritaria che sta plasmando il nostro ordinamento, ed è forse la prova decisiva. Giacché tutti gli organi collegiali hanno perso la voce, mentre torreggia l'autorità dei loro presidenti. A Milano non c'è più una Giunta regionale, c'è solo il governatore. Roma non è più la sede del Consiglio dei ministri, bensì il luogo da cui governa il premier. "Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione", recita una massima di Carl Schmitt. Lui intendeva dire che durante un'emergenza l'ordinamento si ritrae, mettendo a nudo le proprie radici. Aveva ragione, benché la sua teoria fosse gradita a Hitler. Tuttavia la nostra Costituzione affida il timone delle crisi al Parlamento (articolo 78), non a qualche cavaliere solitario. E invece proprio il Parlamento è il grande assente nel tempo del coronavirus. O i costituenti presero un abbaglio, o in questa crisi c'è uno sbaglio.

28 febbraio 2020 - Umberto Galimberti sul coronavirus

6 marzo 2020 - Panico Coronavirus. È solo colpa dei media?

Segui i soldi e capirai ...

News6 Marzo 2020 di: PAOLO SPIGA

ROBERTO BURIONI / TUTTO POMONA & CAPPUCCI

“Se non fermiamo questa epidemia siamo nei guai”.

E’ l’ultima, grande Scoperta del Vate di tutti i Vaccini, Roberto Burioni, che impartisce la sua Lectio Magistralis al popolo bue, ai Somari di casa nostra che ormai pendono dalle sue labbra.

La Scoperta è del 4 marzo, concessa all’Adn Kronos. Attendiamo a questo punto con ansia le ulteriori rivelazioni che concederà agli italiani nell’ormai consueto salottino di Fabio Fazio domenica sera. Un “appalto” ormai consolidato quella mezz’ora tutta Provette & Ricerca.

Vorrà il Vate aggiornare gli italiani sugli ultimi ritrovati della sua perla di famiglia, Pomona Ricerca srl, la creatura che negli ultimi anni ha sfornato tanti preziosi vaccini?

E i rapporti con alcune importanti case farmaceutiche, come ad esempio il gruppo che fa capo a Lady Pillole, ossia Diana Bracco?

A questo proposito riteniamo molto istruttivo rileggere l’inchiesta di tre anni fa della Voce (18 aprile 2017) “Roberto Burioni, il mago dei vaccini / Ecco tutti i business a base di brevetti e Big Pharma, da Bracco a Pomona”.

E anche l’altra inchiesta di qualche mese dopo (16 agosto 2017) dedicata all’affiliazione massonica del Vate, iscritto al Grande Oriente d’Italia (“Roberto Burioni / Il guru dei vaccini è iscritto alla massoneria – Grande Oriente d’Italia. A sua insaputa”).

Come mai Burioni ha sempre cercato di nascondere tale iscrizione al GOI, invece di andarne fiero, come fanno tutti i massoni, orgogliosi della loro fratellanza? Resta un mistero.

Avvertiamo comunque il Profeta dei Vaccini che può riporre con cura nel cassetto cappuccio, compasso & grembiulino, visto che il tradizionale appuntamento annuale al Palacongresso di Rimini, previsto dal 3 al 5 aprile per celebrare la “Gran Loggia 2020” è stato appena rinviato a causa del Coronavirus.

A meno che Mago Merlino non faccia il miracolo e scopra il vaccino.

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16 Agosto 2017 di Andrea Cinquegrani

18 Aprile 2017 di Andrea Cinquegrani

La massoneria è un'associazione unita da soldi&potere - Sono come l'olio galleggiano, ma le contraddizioni ci sono e vengono evitate rifiutando di ammetterle e affrontarle, non basta un no o una sospensione in attesa dello sviluppo delle vicende giudiziarie. Non si ammette nulla solo quello evidente che non si può negare

L'INCHIESTA

Il giudice Petrini, la loggia coperta e i processi aggiustati a Catanzaro: parla il gran maestro del Goi

di Arcangelo Badolati — 06 Marzo 2020

In alto Stefano Bisi e, sotto, il giudice Petrini

Una loggia “segreta”. E deviata. Della quale avrebbe fatto parte il giudice di Catanzaro Marco Petrini, arrestato per corruzione in atti giudiziari e successivamente scarcerato dopo aver ammesso le proprie responsabilità e iniziato una collaborazione piena con i pm di Salerno Luca Masini e Vincenzo Senatore.

La loggia “coperta” composta ovviamente da più persone impegnate in ruoli professionali diversi avrebbe operato lungo l’asse Catanzaro, Cosenza e Castrovillari tutelando, evidentemente, precisi interessi e condizionando anche gli esiti di procedimenti giudiziari.

I verbali degli interrogatori resi da Petrini il 25 e il 29 febbraio scorsi sono stati giustamente secretati dai magistrati inquirenti. Il togato, sospeso dal Csm, è stato sentito alla presenza dei suoi legali, gli avvocati Francesco Calderaro di Castrovillari e Agostino De Caro di Salerno che, per ovvie ragioni, non possono parlare.

Dove si riuniva la misteriosa loggia, chi la guidava e quanti sono, soprattutto, gli “iniziati”? E, ancora, chi ha cooptato Petrini? Domande per il momento senza risposta. Si tratta, ovviamente, di una struttura massonica, o meglio di una “camera di compensazione”, estranea alle maggiori Obbedienze italiane che per legge, dopo lo scandalo della P2, non possono annoverare al loro interno iscritti “riservati”.

Ma, sul punto, abbiamo contattato Stefano Bisi, il gran maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi), la numericamente più ampia organizzazione massonica del nostro Paese. C’è, infatti, l’esigenza di capire di più sui meccanismi interni al mondo esoterico anche perché dell’esistenza di una sedicente loggia coperta attiva nel capoluogo di regione si parla già dai lontani anni 90.

«Non conosco il giudice Petrini e non è iscritto al Goi» afferma Bisi. «Non so di cosa parli. Ha rilasciato dichiarazioni ai magistrati inquirenti. Dichiarazioni delle quali non so nulla di preciso».

Ma c’è la possibilità che esistano logge coperte? «Non esistono logge coperte, né fratelli “riservati” nel Goi già dalla gran maestranza di Armando Corona risalente al 1982, dopo lo scandalo della P2». Le logge segrete, tuttavia, evocano antichi fantasmi... «Dopo lo scioglimento della Propaganda due tutto quello che avviene nel Grande Oriente d’Italia è alla luce del sole. Noi non abbiamo nulla da nascondere. Licio Gelli venne espulso e mai più riammesso».

Dunque, nella più importante organizzazione massonica italiana non esistono più “fratelli” che sono solo “all’orecchio del Gran maestro” ? «Assolutamente no! Non esistono logge coperte, né nomi riservati».

È del Goi, invece, l’avvocato Giancarlo Pittelli, arrestato dalla Dda di Catanzaro nell’operazione “Scott- Rinascita” con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per via dei legami mantenuti con il boss Luigi Mancuso di Limbadi. E pure di lui chiediamo a Stefano Bisi. «È sospeso dal Grande Oriente d’Italia» risponde «in attesa degli sviluppi della vicenda giudiziaria».

Una sedicente loggia “coperta”, tuttavia, esisterebbe per davvero secondo quanto avrebbe riferito Marco Petrini ai magistrati inquirenti. Una “loggia” estranea alle Obbedienze ufficiali e, naturalmente deviata, perché costituita in spregio ai dettami della Legge Anselmi.

Euroimbecilandia nata per attuare il Progetto Criminale dell'Euro, è priva di idee quando si tratta di ben altro, impotente perchè la sua macchina non è progettata per essere un'istituzione politica per creare benessere per le sue comunità anzi lo scopo è spingerle sempre più in basso con l'illusione di farle credere libere

L’EUROPA MUORE INCATENATA A UNO ZAR E A UN SULTANO
Pubblicato 06/03/2020
DI ALBERTO NEGRI


Incatenati a uno Zar, a un Sultano e alla nostra ipocrisia. L’incontro Putin-Erdogan è un altro anello della catena degli orrori bellici e della nostra ipocrisia mediatica, come la definisce sul manifesto Tommaso Di Francesco. Il cessate il fuoco da mezzanotte a Idlib salva la faccia di un Sultano che si piega allo Zar, cioè al suo gas che ha fatto della Turchia il maggiore hub energetico del Mediterraneo, l’unico vero traguardo strategico ottenuto da Ankara nella sua tattica del pendolo tra Est e Ovest.

Erdogan si è presentato da Putin militarmente più credibile – nella battaglia di Idlib le sue forze insieme ai jihadisti stanno resistendo – ma politicamente è vulnerabile, sia all’esterno che all’interno. Soprattutto non ha poco da dare in cambio a Putin. Prima aveva ceduto Aleppo a Mosca (e Damasco) in cambio dei curdi siriani. Ora il Cremlino vuole Idlib e che prenda in custodia, oltre ad altri 3,5 milioni di rifugiati, migliaia di profughi siriani di cui Damasco intende liberarsi. Il riferimento nell’accordo di Mosca al ritorno dei profughi è quasi accademico.

I profughi sono l’intollerabile misura demografica della sua sconfitta, mitigata soltanto dai territori strappati al Rojava dei curdi. L’ondata di rifugiati che Erdogan spinge con le forze speciali verso la Grecia è soltanto una parte del ricatto all’Europa: è la sua vendetta per la debàcle siriana che dovremmo pagare anche noi.

Gli europei stanno con la Grecia e sono disposti a pagare perché si tenga i profughi ma non a dargli un sostegno politico o militare. Gli Stati Uniti, altra potenza occupante, hanno più o meno la stessa posizione anche se Washington ha mandato due inviati in territorio siriano occupato dalla Turchia, come già fece Obama con la passeggiata dell’ambasciatore Ford tra i ribelli di Hama nel luglio 2011. I qaidisti di Idlib insieme ai turchi sono schierati contro Damasco e Mosca, quindi Washington strizza l’occhio anche ai peggiori terroristi, come ha già fatto con i talebani in Afghanistan e come faceva un tempo con i mujaheddin che combattevano l’Unione sovietica a Kabul: Trump non vuole interventi militari ma tiene il colpo in canna, come è avvenuto con il generale Soleimani, per portare a casa qualche voto in più.

Erdogan è pur sempre colui che ha sbeffeggiato la Nato e gli Usa, che ha acquistato gli S-400 dai russi, che ha chiuso e aperto come voleva la base americana di Incirlik, che ha massacrato i curdi siriani alleati dell’Occidente contro l’Isis, senza che per altro nessuno li difendesse e chissà cosa sarebbe accaduto se dopo il ritiro degli americani non fosse arrivato Putin. E oltre ad appoggiare i jihadisti in Siria, Ankara li ha spostati in Libia spingendo il traballante Sarraj a firmare un documento sulle risorse nel Mediterraneo che non ha nessuna base giuridica.

Madamina il catalogo è questo. Ed è lungo. Come del resto lo è quello delle complicità europee e americane con Erdogan, quando si incoraggiava l’afflusso di jihadisti in Siria pur di abbattere un regime alleato dell’Iran: questa «guerra mondiale a pezzi», come l’ha chiamata il Papa, è stata quasi subito una guerra per procura.

Erdogan occupa un vasto territorio nel Nord della Siria in gran parte strappato ai curdi del Rojava e del cantone di Afrin, senza essere stato invitato (come Russia e Iran) e senza l’autorizzazione di alcuna risoluzione dell’Onu: qui combatte fianco a fianco con le milizie affiliate ad Al Qaida, che oggi a Idlib godono della sua copertura con i droni e i missili terra-aria e hanno inflitto perdite pesanti – esagerate dalla propaganda di Ankara – alle truppe di Assad.

Ma l’unico amico di un turco è soltanto un altro turco, dice un vecchio detto e vale pure per Erdogan. Oggi Assad, che ieri non escludeva di riallacciare i rapporti con Ankara, è rientrato nei ranghi della Lega Araba e viene ormai riconosciuto da gran parte dei Paesi della regione, persino dal generale Haftar, allineato all’Egitto e alle monarchie del Golfo. A Erdogan prudono le mani ma è possibile che sia costretto a perdere, o a non vincere, sia la partita siriana che quella libica. Per queste guerre in parlamento c’è appena stata una rissa gigantesca e l’opposizione, dopo averlo sconfitto alle amministrative di Istanbul e Ankara, sta riprendendo piede mentre la crisi economica fa il resto.

Il fronte dove Erdogan può «vincere» è quello europeo dove usa l’arma dei profughi. Vorrebbe farsi pagare per loro ma anche per i costi della guerra. In gioco non c’è soltanto il suo cinismo: la colpa è anche dell’Europa che risponde con un’inflessibile chiusura dei confini. Gli europei in questi anni – dopo l’ultima grande ondata migratoria del 2015 (un milione di persone) – avevano tutto il tempo per trovare risposte alternative sia con l’apertura di canali di ingresso regolari che con la riforma del diritto d’asilo. Nulla è stato fatto, riempiendo di profughi la polveriera dei Balcani. Dire che siamo sorpresi dalla fuga da Idlib di oltre 900 mila persone e dalla pressione di Erdogan sulla Grecia dove i profughi vengono bastonati e uccisi è soltanto un’ipocrisia. È qui che l’Europa sta morendo davvero.


L'Italia, per la proprietà transitiva, appoggia Erdogan, la Fratellanza Musulmana, i terroristi mercenari tagliagola che dal 2011 mettono a ferro e fuoco la Siria e i suoi popoli

CON UN TWEET L’ITALIA SI SCHIERA CON AL QAIDA ED ERDOGAN

Pubblicato 05/03/2020
DI ALBERTO NEGRI


Con un tweet l’ambasciata d’Italia ad Ankara ha dato la sua solidarietà alla Turchia per i soldati uccisi nella città siriana di Idlib dove Erdogan sostiene il fronte dei ribelli affiliato ai qaidisti. il nostro ministro degli Esteri non ha niente da dire: si vede che approva.

L’Italia si è schierata con Al Qaida e nessuno dice niente. Con un tweet l’ambasciata d’Italia ad Ankara ha dato la sua solidarietà alla Turchia per i soldati uccisi nella città siriana di Idlib dove Erdogan sostiene il fronte dei ribelli affiliato ai qaidisti. Nessuno in Europa ha osato tanto. Ma il nostro ministro degli Esteri non ha niente da dire: si vede che approva.

Non risulta che abbiamo inviato un messaggio di condoglianze per l’assassinio da parte degli americani del generale iraniano Qassem Soleimani nell’aereoporto civile di Baghdad. Eppure lo sciita Soleimani era certamente più amico nostro dei jihadisti sunniti che negli anni scorsi minacciavano di fare saltare il Vaticano. O ce lo siamo dimenticato?

E’ significativo che tutto questo sia avvenuto mentre Erdogan si preparava a ricattare l’Europa e la Grecia con un’ondata di profughi. E’ ancora più significativo che Erdogan sia colui che minaccia di bloccare le esplorazioni di gas della joint venture Eni-Total nelle acque di Cipro greca, contro ogni regola internazionale, e che ora comandi anche a Tripoli dove abbiamo foraggiato per anni un governo di marionette nella speranza che non ci mandassero altri profughi. Un successone.

Ma forse noi italiani con Erdogan abbiamo un po’ la coscienza sporca. Con l’Europa e gli Usa lo abbiamo incoraggiato per anni ad abbattere Assad manovrando terroristi islamici, Isis e jihadisti.

Dobbiamo essere realisti. Infondo siamo tra i maggiori fornitori di armi di Ankara, anzi assembliamo proprio in Anatolia gli elicotteri d’attacco Agusta (Finmeccanica-Leonardo). Con una joint venture francese forniamo missili e batterie di artiglieria a un Paese che appena ne ha l’occasione massacra i curdi come ha fatto nell’ottobre scorso invadendo il Rojava siriano dopo il ritiro degli americani. Allora avevano persino promesso di imporre un embargo sulle armi alla Turchia ma nessuno sa che fine abbia fatto.

Figuriamoci se adesso l’Italia con l’Europa attuerà, come ha promesso, l’embargo di armi alla Libia: ma possiamo davvero immaginare che gli italiani blocchino navi o aerei della Turchia _ Paese alleato della Nato _ che portano armi a Sarraj che noi stessi gli vendiamo? Fa niente se Sarraj a Tripoli è ormai una marionetta di Erdogan che gli fatto firmare un accordo sul Mediterraneo che va contro gli interessi energetici italiani. Noi facciamo sempre buon viso a cattivo gioco.

In realtà non sosteniamo poi così convintamente Erdogan. Facciamo quello che vogliono gli Stati Uniti. Gli americani hanno appena mandato due inviati dentro al confine siriano per portare aiuto ai profughi e dare sostegno militare alla Turchia nella battaglia di Idlib contro Damasco e i russi. Del resto gli americani hanno fatto persino pace con i talebani, quelli che in Afghanistan ospitavano Osama bin Laden, l’architetto degli attentati del 2001 in America. E non importa se per combattere i terroristi in Afghanistan sono morti a migliaia, compresi 58 soldati italiani.

Insomma seguiamo il menù di Washington con la speranza, non troppo nascosta, che Trump tenga in piedi questo governo e abbia un occhio di riguardo per i nostri interessi, in primo luogo in Libia dove ormai siamo banderuole al vento. Un giorno sosteniamo Sarraj, un altro andiamo da Haftar, il quale tra l’altro ha appena dichiarato il suo appoggio proprio ad Assad, in linea con quanto ha già fatto il suo alleato egiziano Al Sisi, nemico giurato dei Fratelli Musulmani. Ma non importa: ci aggiusteremo anche con lui che minaccia di prendersi i terminali di petrolio e gas dell’Eni.

Ma nessuno ci può certo rinfacciare che abbiamo una nostra politica estera coerente. Un giorno facciamo quello dicono tedeschi e francesi, un altro quello che suggeriscono gli americani, un altro ancora cerchiamo di conquistarci le simpatie di Erdogan e speriamo di avere giustizia del generale Al Sisi che ci ha buttato in casa il cadavere torturato di un povero studente, Giulio Regeni, e non abbiamo ancora ottenuto neppure un processo. Chiniamo il capo con tutti i raìs e con tutti i padroni e padroncini del mondo.

Per noi l’epidemia del coronavirus è, purtroppo, anche una scusa: un’emergenza così grave che ci obbliga a non pensare ad altro senza essere obbligati a confrontarci con il mondo che ci circonda. Ce la caviamo con un tweet demenziale a favore di Erdogan e pensiamo di farla franca. Siamo degli inguaribili leccapiedi. Ma se Erdogan dovesse traballare, guai a lui. Basta che gli altri ci diano il via per dargli il colpo di grazia e noi siamo pronti, anche contro i nostri stessi interessi, come abbiamo fatto con Gheddafi nel 2011. Ecco che cosa c’è dietro a un tweet da poveri untorelli manzoniani.