L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 aprile 2020

2. Una manovra a tenaglia perfetta. Il circo mediatico è in mano ai ricchi, non ci risparmiano di inondano di fake news , dalla guerra in Iraq, alle bombe umanitarie sulla Libia, al sostegno ai tagliagola mercenari terroristi in Siria, è il primo braccio. L'altro braccio è dato dai tecnici sanitari di istituzioni sanitari rispondenti a case farmaceutiche multimiliardarie, rappresentano l'altro braccio, ci hanno imposto una quarantena che potrebbe non avere ragione di essere togliendoci diritti e accollandoci sensi di colpa di un niente che abbiamo prodotto.

Parte seconda

Media, scienza e stato d’eccezione

1. L’assalto mediatico al singolo individuo

Nella società presente la comunicazione è necessariamente controllata dagli Stati (come la BBC nel Regno Unito o la RAI in Italia) oppure da coloro che hanno grandi capitali per potersi permettere grandi network e case editrici (emblematico il ruolo di Berlusconi nelle Reti Fininvest in Italia, ma soprattutto – nel mondo – certe grandi società, come ad esempio Sky, la prima pay-TV al mondo, di proprietà dell’americana Comcast Corporation, una delle principali industrie mediatiche del mondo). Non da meno sono l’informazione giornalistica cartacea o le radio. Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, il gruppo editoriale Gedi controlla due fra i principali quotidiani nazionali, La Stampa e La Repubblica, più di una decina di giornali locali, periodici di vario tipo e due fra le principali radio del paese, Radio Deejay e Radio Capital. La Gedi è controllata a sua volta dalla CIR della famiglia De Benedetti, la quale controlla varie attività industriali, finanziarie e sanitarie (l’azienda KOS è, ad esempio, la quarta azienda sanitaria privata in Italia per fatturato). Dovessimo esplorare come media, industrie, finanza e Stati siano intrecciati in mille rivoli economici scopriremmo d’altra parte come tale fenomeno, che perdura da più di un secolo, sia ancora più radicato in paesi capitalistici più forti, quali Stati Uniti, Francia e Germania.
I fili dell’editoria sono strettamente intrecciati ad interessi politici ed economici e grandi aziende, multinazionali, corporazioni, banche e finanziarie stanno dietro l’informazione che arriva nelle case. Ogni testata mediatica ha d’altra parte le sue linee editoriali, dettate ovviamente da chi ha investito in essa e non solo, alle quali i giornalisti, gli intrattenitori, gli intellettuali dovranno conformarsi, in cambio, in genere, di un lauto cachet monetario. In una società in cui il denaro e il capitale è tutto non può che essere così. Già Noam Chomsky, in un suo saggio degli anni ‘60 intitolato I nuovi mandarini, mostrava come le democrazie occidentali per dare la versione unica richiesta dai “poteri forti” sui media usano una tecnica semplice: vuoi andare in Tv o scrivere sui giornali, devi scrivere ciò che vuole la linea editoriale, sennò...quella è la porta!55 E quanti sono giornalisti, personaggi della TV, intellettuali presenti nei salotti televisivi che rinuncerebbero ai bei cachet e alla celebrità datagli dai media?

Se però il potere che il grande capitale e gli Stati avevano un tempo sulla popolazione era limitato anche dal fatto che la capacità della diffusione dell’informazione era tecnicamente limitata, nel secondo dopoguerra i popoli mondiali sono stati invasi dai media, in particolare attraverso la televisione in tutte le case, le radio ed ora anche il web, altro organismo che, come vedremo, non può ritenersi politicamente neutro. Pensare da sé diventa pressoché impossibile dinanzi ad una pervasività ed un’invasione tale di informazioni dall'alto che nella storia non si erano mai viste neppure ai tempi di Roosevelt, di Hitler e di Stalin. Qui non si tratta di cosa si dica sui media – ed ogni società ed ogni Stato, a seconda del luogo e del tempo, ha le sue necessità e le sue “propagande diverse” - qui si tratta di quanto l’informazione domini le vite di ogni persona.

2. Balistica bellica

In genere si ritiene l’informazione attuale del cosiddetto “mondo libero” comunque sostanzialmente corretta e che quindi su di essa dovremmo riporre la nostra fiducia, ma vedremo oggi quanto non sia in realtà così. Quante ne hanno raccontate i media, ad esempio, negli ultimi vent'anni?

Com’è noto, il 20 marzo 2003 esplose la Guerra in Iraq fra una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti d’America e appunto l’Iraq. Fra i paesi occidentali che parteciparono alla guerra o che la sostennero, i media (giornali, televisioni, radio, ecc.) diffusero notizie secondo le quali Saddam Husseyn, capo di stato iracheno, aveva fatto produrre in Iraq armi di distruzione di massa, di tipo chimico e biologico, oltre a missili di gittata superiore ai limiti che aveva imposto l’ONU al paese. Grazie a questa propaganda mediatica l’opinione pubblica americana e non solo fu convinta che la guerra contro l’Iraq fu dunque legittima. Il paese fu sostanzialmente distrutto, la gente venne massacrata dalla coalizione filo-americana e il paese si trovò successivamente in preda all’anarchia politica, economicamente a pezzi e con uno stato centrale che contava sempre meno. Poco importa se le armi di distruzione di massa poi non furono mai trovate e che in Inghilterra si volle negli anni successivi mettere sotto accusa addirittura l’ex premier Tony Blair per aver spinto con l’inganno gli inglesi a partecipare alla guerra, poco importa di tutto ciò: la guerra intanto era passata e la verità successivamente poteva anche essere ammessa dagli stessi media qualche tempo dopo.56 Quest’invasione americana (non riuscita del tutto, tra l’altro) non fu d’altra parte una passeggiata a Central Park: si pensi alla città di Fallūja che, dopo un lungo assedio, gli americani conquistarono radendo al suolo 1/5 delle abitazioni e danneggiandone 2/3, ma soprattutto sterminando la popolazione rimasta nella città per difenderla attraverso il fosforo bianco; qualcuno ha giustamente definito Fallūja l’Hiroshima del Medio Oriente.57

In quell'occasione non tutti i media dei paesi industrializzati furono in sintonia, ma per il semplice fatto che Francia, Germania e il Vaticano si dichiararono contrari alla guerra e l’Italia prese una posizione intermedia: nel caso di sopra gli apparati mediatici stessi erano divisi fra diverse posizioni e le critiche ai media americani partirono da subito, sebbene non a livello tale da pubblicizzare troppo, fra la propria popolazione, il genocidio di Fallūja ed altri massacri commessi. In alcuni media dell’epoca uscì qualche verità per il semplice fatto che alcuni Stati europei erano contrari alla guerra degli USA.

Più unitari i media occidentali furono invece su quanto accadde nel 2011 nel mondo arabo, in particolare in Libia e in Siria. Com’è noto una coalizione internazionale, guidata da Francia e Regno Unito, attaccò la Libia. I media diedero la colpa al dittatore e sanguinario di turno, Muhammar Gheddafi, per giustificare un attacco militare e la distruzione del paese. Sulla rivista di geopolitica Limes leggiamo nel 2011: “Fin da subito i media hanno accusato il regime di fare uso di mercenari. In particolare, mercenari africani sarebbero stati impiegati contro i pacifici dimostranti di Bengasi già dal secondo giorno delle rivolte. In realtà, si trattava di operai di origine congolese alle dipendenze di un imprenditore libico che alla vista dei dimostranti e temendo per la sicurezza del proprio cantiere erano stati inviati contro i manifestanti per spingerli a prendere un’altra strada”.58 L’articolo critica anche quella propaganda in Europa che ci raccontava che la popolazione libica fosse contro Gheddafi: “Sostenere la totale mancanza di consenso al regime, se non addirittura la totale opposizione, non corrisponde al vero”.59 Su come poi sia iniziata la “spontanea rivolta” che avrebbe richiesto l’intervento dei liberatori franco-inglesi, l’autore dell’articolo riporta un’analisi svolta dal quotidiano Libero: “Nei mesi precedenti l’autunno del 2010 contatti informali sarebbero avvenuti tra personalità libiche del regime, e/o vicine allo stesso, e personalità dei servizi segreti e dell’amministrazione francese. Agenti militari francesi sarebbero stati inviati in Cirenaica in segreto, nascosti tra operai e dirigenti di aziende francesi, con lo scopo di creare un network e preparare la rivolta. Commando ben addestrati avrebbero attaccato una o più caserme impossessandosi di armi ed equipaggiamenti immediatamente distribuiti ai rivoltosi sin dai primi giorni. Con questi equipaggiamenti la pacifica rivolta si sarebbe immediatamente trasformata in un’insorgenza armata. Le personalità libiche sopra citate sarebbero immediatamente passate, come da accordi presi con i francesi, dalla parte dei rivoltosi con l’appoggio di personalità libiche residenti all’estero”.60 La TV, i giornali e gran parte del web però davano in continuazione la tesi del Gheddafi ultrasanguinario e della “rivoluzione spontanea” contro il dittatore.

La peggiore menzogna lanciata dai media sulla Libia per giustificare il conflitto successivo fu la seguente: il regime di Gheddafi avrebbe represso ferocemente la propria popolazione in rivolta, causando in poche ore circa 10.000 morti. A prova di ciò vennero mostrate all’opinione pubblica delle foto le cui immagini si diceva rappresentavano delle fosse comuni, scavate per seppellire i troppi morti del genocidio di Gheddafi. Questa notizia venne diffusa da tutti i media e in questo modo fu convinta l’opinione pubblica che la destituzione di Gheddafi manu militari fosse giusta e doverosa. Ma che quanto riferito dai media, tanto di sinistra quanto di destra, fosse una grande menzogna gigantesca divenne chiaro qualche mese dopo. Leggiamo così su La Stampa: “Tutti i Tg e le homepage dei principali quotidiani abboccarono (…) ai filmati di presunte fosse comuni sulla spiaggia di Tripoli diffusi nel febbraio 2011 per eccitare l’opinione pubblica e convincerla della necessità morale di una guerra contro il regime di Gheddafi. (...) Si trattava in realtà di un cimitero comune, come i bravi inviati arrivati sul posto poterono raccontare, ma solo dopo che la guerra ormai era iniziata”.61

Una critica invece a quanto detto dai media sulla guerra in Siria ci è stata fornita da varie fonti, ma noi ci limiteremo a citare il Generale Fabio Mini, ex Comandante della missione KFOR in Kosovo, il quale dopo aver mostrato le contraddizioni nelle informazioni che i media occidentali hanno dato, gli interessi internazionali in gioco sulla Siria e le informazioni sui movimenti di diversi servizi segreti nelle settimane precedenti all'implosione della Siria, scrive: “Appare perlomeno sospetto che i media occidentali e arabi si limitino a raccogliere, rilanciare e manipolare le notizie sulla Siria fornite da due sedicenti organizzazioni che usano lo stesso nome – Osservatorio siriano sui diritti umani – basate a Londra. Il nome e la sede prestigiosa dovrebbero essere garanzia di attendibilità, ma le due organizzazioni sono in conflitto tra loro e si insultano a vicenda. In entrambi i casi si tratta di alcuni fuoriusciti dalla Siria nel 2000 per evitare la prigione che si dicono in contatto con attivisti siriani e operano nel tempo libero da una paio di camere ammobiliate a Coventry”.62 Il generale ci spiega qui come le informazioni date dai media occidentali non possano ritenersi attendibili in quanto ricavate da due “sedicenti organizzazioni”, le quali sono protette dal governo di Londra: tali informazioni non riceverebbero alcuna verifica dai giornalisti sedicenti indipendenti e dalla sedicente “stampa libera” e nelle Tv e sui giornali venivano raccontate sulla Siria le fesserie che dovevano essere raccontate.

D’altra parte è alquanto curioso che i media abbiano denominato tanto le guerre in Libia quanto in Siria delle guerre civili, dato che in realtà in tali paesi non era il popolo contro il tiranno che combatteva ma una miriade di mercenari e soldati inviati da varie potenze. La rivista di geopolitica Limes intitolò appunto un suo numero “Guerra mondiale in Siria” specificando nel suo editoriale: “In Siria si combatte la prima guerra mondiale locale. Mondiale perché vi sono coinvolte le massime potenze planetarie e regionali. Anzitutto, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. A supportare i ribelli che da due anni cercano di rovesciare il regime di Baššar al-Asad agiscono Francia, Gran Bretagna, e, molto più tiepidi, Stati Uniti d’America; sul fronte opposto, la Russia è in prima linea, con la Cina, come d’abitudine, alquanto defilata. Poi, principali attori regionali: Turchia, Qatar e Arabia Saudita guidano lo schieramento anti-Asad; Iran e affiliati libanesi (Hezbollah) sono impegnati sul terreno a protezione del cliente di Damasco. Mentre Israele prepara contromisure nel caso il conflitto rompesse i modesti argini siriani per incendiare l’intero Levante”.63

Ciò non riguarda il coronavirus e ciò che sta succedendo in questo 2020, ma ciò ci è sembrato necessario ribadirlo in quanto in questa situazione ritenuta emergenziale i media sono gli strumenti di diffusione principale di ciò che i governi ed i centri di potere economico-finanziari vogliono farci conoscere. Aver fiducia di media simili che lanciano falsità palesi ai popoli per convincerli ad appoggiare un intervento armato ci sembra cosa alquanto fessa e triste. Dopotutto, nella storia dell’ultimo secolo i governi e i media non hanno spinto forse i popoli a due guerre mondiali spiegando che la guerra era giusta e che l’altro era cattivo e che non si poteva fare altrimenti per il bene della civiltà? Quali furono i quotidiani che nel 1914-15 o nel 1939 parlarono contro la guerra? Nel primo caso ci furono soltanto alcuni giornali delle organizzazioni operaie socialiste, ma i giornali che oggi diremmo mainstream giustificarono sempre quelle guerre, come tutte le guerre locali precedenti o successive, come giuste e combattute in nome della civiltà o di qualcos’altro.

3. Pesci nella Rete

Rispetto ai media oramai classici nell’ultimo ventennio si è aggiunto il potere esorbitante del web. Citiamo nuovamente da un vecchio numero di Limes che consigliamo di leggere per intero, intitolato Media come armi. Nei limiti di questo lavoro citiamo soltanto dal primo articolo, scritto da Luca Mainoldi: “Le grandi potenze affilano le armi per il controllo della quinta dimensione: quella cibernetica – dopo terra, mare, spazio atmosferico e spazio extra-atmosferico”. L’articolista successivamente spiega perché il controllo della spazio cibernetico, quindi del web ma non solo, è fondamentale per una potenza moderna, facendo l’esempio della principale potenza, gli Stati Uniti d’America: “Il perseguimento di obiettivi statunitensi viene mascherato da protezione di diritti universali. Rientra in questa strategia l’appoggio a movimenti e associazioni che ‘promuovono la democrazia’ negli Stati, dove, nell’ottica di Washington, è auspicabile un cambio di regime. Tra gli strumenti utilizzati per appoggiare questi movimenti vi sono quelli telematici, in particolare il Web 2.0 [l’articolo è del 2012, ndr]. Sempre più dissidenti usano Twitter e altri social network per comunicare tra loro e con il resto del mondo. Non stupisce quindi che l’amministrazione Obama [oggi l’amministrazione Trump, ndr] abbia finanziato tecnologie che permettono ai dissidenti di comunicare aggirando i controlli agli accessi a Internet. (…) Le cosiddette ‘primavere arabe’ [cioè quelle pseudo-rivoluzioni arabe del 2011, ndr.] sono state contraddistinte dall’uso dei social network da parte dei promotori delle proteste, alcuni dei quali avevano partecipato in precedenza ad appositi corsi di formazione ‘democratica’ promossi dal Dipartimento di Stato [americano, ndr] (fin dai tempi dell’amministrazione Bush) e/o da organizzazioni non-profit come il National Endowment for Democracy (Ned) o la Open Society di Soros. Lo stesso Dipartimento di Stato ha riconosciuto di aver stanziato tra il 2008 e il 2011, insieme all’agenzia Usaid, 76 milioni di dollari per promuovere l’Internet freedom nel solo Medio Oriente”.64

Qui non interessa questo discorso per parlare di geopolitica o per fare una critica agli Stati Uniti d’America, in quanto se lo spazio cibernetico fosse in mano alla Cina o a qualche potenza europea il nostro discorso non cambierebbe. Questo voleva essere semplicemente un esempio di come non possa considerarsi il web più libero di altri media e, anzi, come vedremo nel prossimo paragrafo, se c’è uno srumento invasivo al massimo grado per il controllo della popolazione questo è proprio il web e tutto ciò che è legato al cosiddetto spazio cibernetico.

4. Il mentir diffuso

Che il mondo dei media sia considerato attendibile è dunque alquanto discutibile. Certamente, qualcuno si chiederà come sia possibile pensare che vi sia una diffusa menzogna a livello così totalitario nelle case di tutti. Non è qui il luogo per fare una storia critica dei media nell'ultimo secolo, sebbene possa essere questo un lavoro alquanto interessante. Facciamo però presente che nella società attuale, nell'attuale “mondo libero”, siamo circondati tutti i giorni dalla menzogna sotto forma di pubblicità. Non è forse vero che per la pubblicità non è importante dire la verità su un prodotto, ma semmai dover dire qualunque cosa che convinca l’ascoltatore ad acquistarlo? La pubblicità utilizza per ingannare il consumatore metodi molto sofisticati, teorizzati anche da psicologi e da neurologi, per cui delle frasi semplici semplici e dette in modo ripetitivo sono più convincenti di frasi complesse dette una volta e convincono bene il povero ascoltatore o lettore; inoltre la pubblicità colpisce i punti deboli delle persone che la subiscono, attraverso il piacere o la commozione, la pietà o la bellezza delle immagini, ed anche così ogni persona si trova avvinghiata in questo regno della menzogna; inoltre diversi studi di psicologia sociale e di discipline di vario tipo cercano di individuare costantemente i possibili mutamenti dell’umore del pubblico, le differenze regionali o temporali nei gusti delle persone, ogni subdola arte per giungere meglio all'inganno. Il mondo attuale ha un apparato che si dedica alla menzogna che le società precedenti non avevano e non potevano avere in quanto la società capitalistica è la società in cui ogni cosa è in vendita e per vendere i propri prodotti ogni cosa è lecita, anche terrorizzare le proprie popolazioni. Le stesse campagne elettorali non sono d’altra parte una vendita di un prodotto, pubblicizzato attraverso visi sorridenti sui manifesti e frasi semplici e retoriche e che non dicono nulla, ma studiate per entrare nella testa del lettore o dell’ascoltatore?

Scriveva Céline, con tragico umorismo: “Si mentiva con rabbia al di là dell’immaginabile, molto al di là del ridicolo e dell’assurdo, nei giornali, sui manifesti, a piedi, a cavallo, in vettura. Ci si erano messi tutti. Si faceva a chi mentiva molto più degli altri. Presto, non ci fu più verità in città. (...) Tutto quel che toccavi era truccato, lo zucchero, gli aereoplani, I sandali, le marmellate, le foto; tutto quel che leggevi, inghiottivi, succhiavi, ammiravi, proclamavi, confutavi, difendevi, tutto quello non erano altro che fantasmi pieni d’odio, falsificazioni e mascherata. Perfino i traditori erano falsi. Il delirio di mentire e di credere ti si attacca come la rogna”.65

5. “La verità può essere un errore”

Alla scienza oggi si chiedono risposte sul coronavirus, sperando che da essa arrivi la formula risolutrice che libererà l’uomo dalle paure della pandemia. L’Illuminismo di fine ‘700 pose l’obiettivo di liberare l’uomo dalle catene sociali e politiche attraverso la scienza, facilitando la vita di tutti e liberandolo dagli antichi pregiudizi. La scienza cominciò il suo percorso più rivoluzionario, fra il XVII e il XIX secolo, distruggendo vecchi idoli e vecchie teorie, ponendo le basi di una nuova conoscenza dell’universo e delle cose che circondano l’uomo, attaccando ogni Verità ritenuta assoluta. Ma oggi una miriade di scienziati si presentano come portatori di una Verità Assoluta, non più discutibile, e addirittura, come si è detto nella prima parte, qualcuno adisce le vie del tribunale per difendere delle tesi tra l’altro non dimostrate. Qualche scienziato concepisce la scienza oramai come un insieme di dogmi e sempre più anziché da scienziati siamo circondati da tecnici, che sanno applicare certe formulette o ripetere quanto scritto nei manuali universitari, limitandosi a ciò che oggi è richiesto dalla società e da ciò che serve per una decorosa carriera.

Qui non si sta criticando il buon metodo scientifico che produsse giganti come Galilei o Einstein, qui si sta parlando di cosa s’intenda oggi per scienza. La scienza, nella concezione moderna, è una disciplina recente, sorta nel XVII secolo all’alba delle rivoluzioni borghesi. I Copernico, i Galilei, i Newton, i Darwin o gli Einstein hanno puntellato la storia gloriosa di tale disciplina ed hanno scacciato alcune errate conoscenze precedenti fra l’umanità. Ma la scienza dei grandi non era basata sulla ricerca della Verità Assoluta, a cui l’uomo mai giungerà, ma alla ricerca di una conoscenza dell’oggetto studiato che superi quanto di falso prima si riteneva su di esso. Come spiegava Thomas S. Kuhn “per venire accettata come paradigma [cioè come punto di arrivo condiviso dalla comunità di scienziati, ndr.], una teoria deve sembrare migliore delle altre teorie in lizza, ma non deve necessariamente spiegare tutti i fatti coi quali ha a che fare, e di fatto non li spiega mai tutti”.66 Come spiega poi abbondantemente il celebre saggio di Kuhn ogni paradigma verrà superato da un ulteriore paradigma, confutando quello vecchio.

Noi oggi abbiamo una scienza che si fa invece sempre più portatrice della Verità Assoluta, che non si limita più a voler scacciare false credenze, correggendo vecchi errori, ma ritiene di giungere a sempre nuove certezze, nuove verità che non saranno più confutabili. Ma quando un vecchio errore viene scacciato non si è giunti alla Verità Assoluta su quell’oggetto, si è giunti semplicemente ad un altro errore, ma un po’ più vero del precedente o, se vogliamo, ad un passo ulteriore verso una Verità Assoluta che l’uomo comunque non può raggiungere. Newton, ad esempio, è stato un grande passo in avanti della conoscenza dell’uomo, ma Einstein ha fatto un ulteriore passo da gigante nel campo della fisica e domani vedremo qualche altro grande fisico che farà un ulteriore passo in avanti, magari smentendo alcune delle tesi grandiose di Einstein. Non è un caso che anche una scienza cosiddetta “forte” come la fisica oggi abbia diverse scuole di pensiero, che in modo accanito si controbattono tesi ed ipotesi.

Uno dei più grandi scienziati del secolo scorso, Stephen Jay Gould, scrisse nel 1981 un libro intitolato The mismeasure man, tradotto in Italia come Intelligenza e pregiudizio. Gould mostrava come gran parte della storia, dal XIX secolo agli anni ‘70 del ‘900, inerente agli studi sull'intelligenza umana siano alquanto discutibili e spesso effettuati con scopi non troppo velati di razzismo verso certe etnie o di razzismo verso le classi povere. Questa storia di una specifica branca scientifica, che racconta Gould con un’enciclopedica documentazione, comincia con le teorie della poligenesi razziale (la quale dichiarava di confutare la tesi secondo la quale tutte le etnie umane sarebbero fra loro imparentate); prosegue con le varie tesi craniometriche (che pretendevano di dimostrare come dal cranio e dalla sua misurazione o da alcuni aspetti di esso si potesse comprendere l’intelligenza di un individuo e addirittura la sua moralità); poi con le teorie della ricapitolazione (che si davano a dimostrare che le etnie con tratti più giovanili erano da considerarsi inferiori a quelle etnie che da adulti vedono scomparire tali tratti giovanili); successivamente con le cosiddette teorie “della scimmia” (diffuse da Cesare Lombroso ed Enrico Ferri, per cui un cranio più simile alla scimmia spiegherebbe le tendenze criminali di alcuni); poi prosegue nel XX secolo con le teorie di misurazione del Quoziente d’Intelligenza (Q.I.); ed avanti fino agli anni ‘60 del ‘900 con le nuove teorie genetiste che pretendevano di misurare le intelligenze tramite i cromosomi. La maggioranza degli scienziati che si dedicarono a quegli studi non erano giudicati antiscientifici e bizzarri, ma erano professori universitari e scienziati celebri in tutto il mondo o almeno nella propria nazione. Queste varie scuole scientifiche hanno rappresentato tante Verità, per quanto oggi qualunque studente d’università potrà ridere con faciloneria della teoria cranio metrica o di quella della ricapitolazione.67 Fra qualche decennio gli scienziati di domani potranno però ridere dei pregiudizi degli scienziati odierni e superarli. Ogni comunità scientifica di una data epoca si trova in un dato contesto geografico, sociale, politico ed economico e, come spiegava Stephen Jay Gould, la scienza non opera indipendentemente dalla realtà, al di fuori di essa, ma nella realtà, immersa quindi anche nei pregiudizi e nelle illusioni e nei limiti di tale realtà: la scienza, tanto un secolo fa come oggi, non può considerarsi indipendente “da cultura e classe”.68

6. L’arte medica

Prendiamo ora la branca del sapere che più si avvicina al coronavirus, la medicina. La medicina è innanzitutto un’arte in quanto il buon medico deve saper intuire, conoscere la psicologia e l’ambiente del paziente, dare un giudizio anche dinanzi ad una piccola mole di dati certi, deve saper osservare ed ascoltare. Il fatto che oggi la medicina si limiti sempre più soltanto a darti una cura farmacologica non ne fa una scienza, ma una tecnica: con la febbre si dà un certo medicinale, con la bronchite un altro, ecc. E’ una certezza scientifica che una casa possa crollare dinanzi a certe sollecitazioni o a certe mancanze strutturali, ma non è una certezza scientifica come per la stessa malattia due individui diversi reagiranno: una persona d’altra parte è diversa da un’altra innanzitutto per il suo corpo, ma anche per la sua età, la sua classe sociale, l’ambiente in cui vive, ecc. A corpo molto simile possono corrispondere reazioni molto diverse perché i due individui magari vivono in condizioni estremamente diverse (buona o cattiva alimentazione, lavoro faticoso oppure no, ambiente inquinato o salubre, ecc.).69

Un altro motivo che non fa della medicina contemporanea una scienza, ma piuttosto un’arte che coniuga alcune scienze, risiede nel fatto che in questa società questa disciplina non cura le cause delle malattie, perché perlopiù non le conosce, ma cura le malattie una volta che esse si presentano. Ma tanto la filosofia greca (già quella presocratica) quanto la scienza borghese dei momenti migliori si sono sempre posti di indagare non ciò che appare in superficie, non il fenomeno in sé, ma l’essenza più profonda delle cose, giungendo in questo modo alla causa prima dell’oggetto studiato. Ma qual’è il medico oggi che sa spiegare la reale origine di una certa malattia, il perché al virus una determinata persona abbia reagito in modo diverso da un’altra, il perché una persona abbia avuto un tumore, il perché una persona si sia ammalata proprio in un certo periodo della sua vita e non in un altro? La medicina oggi si è ridotta neanche ad arte, ma perlopiù a mera tecnica: una gran parte dei suoi sforzi è dedicata ad abbreviare la durata delle malattie in modo tale che il malato possa tornare al più presto alla schiavitù del suo lavoro. La medicina dovrebbe avere come scopo il mantenere le persone in buona salute e solo in questo caso tornerebbe almeno ad essere arte e tenderebbe a diventare scienza, ma questo non può interessare questa società. Il fatto che oggi, nel capitalismo contemporaneo più sviluppato, siano diffusi disturbi circolatori, digestivi, nervosi, ecc., mostra come sia cambiato il rapporto fra uomo ed ambiente nel capitalismo avanzato e come la medicina sia una disciplina impotente, scaccia vecchi malanni “precapitalistici” ma spesso non sa come agire sui “malanni contemporanei”.70

Gran parte dei medici sono oggi dei meri tecnici, che non hanno dunque nulla a che fare con la scienza nel senso classico del termine, ma neppure col senso dell’arte della propria disciplina. L’onesto Prof. Tarro, quando un intervistatore gli ha chiesto come mai certi virologi affermano certe tesi sul coronavirus se sono prive di fondamento scientifico, ha risposto: “Personalmente posso affermare di avere una certa esperienza nel campo della virologia. Non tutti i colleghi che aprono bocca davanti a un microfono hanno le competenze per poterlo fare”.71

7. La distruzione e il controllo...attraverso la scienza

E le altre discipline scientifiche? Da quando la scienza ufficiale è stata presa completamente dalla morsa del capitale i suoi principali scopi sono distruttivi: non è forse la scienza che ha permesso che nascessero automobili che appestano l’aria, industrie ultra inquinanti, armi atomiche o chimiche di vario genere o di altro tipo e che ha riempito il mondo di plastica e di tanti prodotti nocivi, che ha sofisticato i nostri alimenti rendendoli dannosi alla salute, che costruisce case insalubri o che non reggono una piccola scossa di terremoto, che in laboratorio riproduce la vita artificialmente senza la mediazione del sesso e che inventa medicine che alterano il tuo sistema nervoso per farti sopportare l’angoscia di vivere in questo miserevole mondo? Non è forse a causa delle invenzioni tecniche del capitalismo che oggi i mari sono inquinati, le terre stanno perdendo la propria fertilità, l’aria è nociva e il lavoro è sempre più alienante e stressante? La scienza in mano al capitale sta producendo frutti terribili per le nuove generazioni e per il pianeta Terra, ma la scienza d’altra parte non può che essere in mano al capitale, fino a che esso esisterà.

Sentire degli scienziati, oggi, a cui l’umanità dà tanto credito, che parlano della scienza come liberatrice di tanti mali, quando in realtà sovente sono soltanto dei meri tecnici che nulla sanno della propria disciplina e che sono compartecipi attivamente a questa simonia diffusa per il globo terracqueo, è disgustoso.

La scienza, nella società odierna, è strettamente legata alla tecnica e alla sua applicabilità ad usi non neutrali, ma di classe. Tutto dev'essere razionalizzato al massimo grado: dal carcere, all'attività produttiva, alla scuola, alla vita quotidiana. Il tutto secondo una logica razionale che nulla ha a che vedere con la nobiltà della logica di uno Spinoza o di un Hegel, ma secondo una logica piuttosto che si è fatta schematica e tecnica e che pervade l’attività umana in ogni suo aspetto. Nel 1791, all'alba del capitalismo trionfante, Jeremy Bentham immaginava nel Panopticon la prigione perfetta, un edificio circolare con al centro un guardiano su una torre in grado di controllare ogni detenuto mentre questo non poteva sapere di essere guardato. La scuola dell’obbligo venne istituita nello Stato prussiano alla fine del XVIII secolo da Federico II di Prussia, con il plauso di D’Alembert, non per dare una cultura ai propri sudditi, ma per fornire le nozioni di base affinché tutti siano posti in condizione di ubbidire agli ordini e di svolgere un ruolo produttivo nella società. Max Weber scriveva che “l’esperienza dimostra che il tipo puramente burocratico di organizzazione amministrativa (...) è, da un punto di vista strettamente tecnico, in grado di raggiungere il massimo livello di efficienza ed è, in questo senso, il mezzo più razionale a noi noto per esercitare un controllo imperativo sugli esseri umani”.72 Si pensi poi, nel XX secolo, alla produzione industriale. Taylor teorizzò e mise a punto un sistema organizzativo delle fabbriche che fece epoca per il suo ultra razionalismo e per il suo ridurre gli operai a meri esecutori meccanici e Henry Ford, che lesse Taylor con avidità, giunse a scomporre la produzione di un’automobile in ottomila operazioni distinte. Tutto ciò è tecnica, ovvero scienza capitalistica, al servizio del capitale, come tutti gli scienziati che hanno inventato e costruito quei macchinari industriali e che oggi si danno alla robotica.

8. Gli esperti in economia

Oggi c’è una smania di credere ai tecnici, agli esperti, quando questi sono spesso nient’altro che uomini o donne che hanno diversi interessi a dire certe cose anziché altre e che sanno bene che dinanzi a popoli e classi sociali allevati dalle TV e dal web ogni forma di capacità di critica è ridotta al lumicino. Si pensi alla fiducia che si è data ai cosiddetti tecnici dell’economia. In Italia negli ultimi decenni, da circa 30 anni, si è data una certa importanza all'impiego di tecnici in economia per risolvere le situazioni emergenziali attraverso dei veri e propri “governi tecnici” (governi Amato, Ciampi e Monti) oppure attraverso consiglieri di governo particolarmente influenti nelle scelte. I tecnici sarebbero dunque “coloro che sanno”, gli “esperti di economia”, coloro che hanno la Verità sul funzionamento del capitalismo contemporaneo. Ciò avrebbe qualche senso se esistesse una scienza economica riconosciuta ufficialmente e, ancor più, se tale teoria economica fosse unica e riconosciuta valevole universalmente. Ma esiste una teoria economica scientifica della società borghese e del suo funzionamento riconosciuta unanimemente? La risposta è del tutto negativa e ognuno potrebbe constatare ciò confrontando fra loro la diversità delle svariate scuole che dalla fine dell'800 si sono diffuse in ambito sia accademico sia extra-accademico: la scuola marginalista o quella keynesiana, la neokeynesiana o la neo marxista, l'evoluzionista o l'istituzionalista, la neoricardiana o qualcuna delle varie teorie monetariste, quella basata sulla teoria dei giochi o quella basata sulla teoria delle utilità attese, quella sulla teoria delle aspettative razionali o la nuova scuola austriaca, l'ordoliberalista o l'econometria, l'economia comportamentale o l'economia sperimentale, l'economia cognitiva o la scuola postkeynesiana o ancora la neoistituzionalista, quella dell'economia dello sviluppo, l'economia etica, ecc. Si consideri inoltre che nelle stesse singole scuole vi sono poi diverse concezioni su singoli aspetti, talvolta fondamentali, come ad esempio la teoria del valore: si pensi a quante teorie del valore esistano nella sola teoria marginalista della scarsità, ma anche nel campo classico o in quello post-keynesiano. Alle varie scuole aggiungiamo poi le teorie di alcuni singoli pensatori, particolarmente riconosciuti come più importanti, e che difficilmente sono inseribili in una sola scuola, quali Marshall, Schumpeter, Keynes, Sraffa, Hayek, Kalecki, ecc. Nel campo del pensiero economico domina dunque il caos e per questo motivo il periodo dell'ultimo secolo del pensiero economico viene definito da uno storico dell’economia "età della disgregazione".73

Quando ad un popolo si propone un economista come tecnico al Governo di un paese o come consigliere a cui affidare alta fiducia se non ampi poteri, lo si farà, pensa qualcuno, in quanto quella precisa persona s’intende di economia molto più di altre persone non economiste. Ma dato che, come abbiamo mostrato, l’economia non è neanche una “scienza debole”, ma bensì un insieme di opinioni fra loro contraddittorie e fra loro estremamente diverse, e dato che ci sono più di una ventina di scuole nella teoria economica diverse fra loro, da quale scuola del pensiero economico deve provenire il tecnico che sappia cosa fare? Dove risiede qui l’oggettività, l’obiettività del tanto decantato tecnico, la sua conoscenza ritenuta Verità Assoluta? In realtà ogni governo, sia politico sia cosiddetto tecnico, persegue sempre determinati fini politici e non potrebbe essere altrimenti, soltanto che nel caso del cosiddetto “governo tecnico” si dice al popolo che questo è un governo che ha la “Verità in tasca”: qualcuno forse ricorda con quale arroganza professorale Monti rispondeva in TV ai suoi oppositori nei dibattiti, mascherando delle tesi politiche specifiche, che propugnavano gli interessi del capitale finanziario franco-tedesco ed americano, con una veste di Verità Scientifiche? Le verità di Monti, come quelle di tanti altri professoroni, intanto significavano tagli alla Sanità, alle pensioni, ai salari reali, ecc., ma il tutto era mostrato come necessario e non discutibile, in quanto da considerarsi Verità Scientifica. La nostra analisi, sia chiaro, non vuole essere morale: se fosse effettivamente Verità Scientifica oggettiva ci inchineremo alle misure prese; se tali misure rappresentano verità come le leggi del moto in fisica come potremmo opporci? Ma nel campo della teoria economica verità non se ne vedono da molto tempo e già Marx spiegava che da Ricardo in poi la teoria economica con pretese veramente scientifiche fra la borghesia era morta: al massimo oggi abbiamo dei buoni empiristi (molto pochi), cioè economisti che almeno sanno leggere bene i dati e le statistiche e spiegarle al pubblico, oppure degli storici dell’economia che danno strumenti di analisi grazie al confronto fra varie epoche.

Non aveva torto quindi la regina Elisabetta II d'Inghilterra quando al rettore della London School of Economics nel novembre 2008, in riferimento al crack economico cominciato nei mesi precedenti, chiese: "Com'è possibile che nessuno si sia accorto che ci stava arrivando addosso questa crisi spaventosa?".74 Un economista, un certo Andrew W. Lo, qualche anno fa, in un articolo su una rivista accademica, recensì 21 libri pubblicati negli Stati Uniti scritti da importanti economisti, pluripremiati e pluridecorati dall'establishment, sulla crisi del 2008 e faceva notare che in tali libri vi erano date ben 21 cause diverse della crisi economica del 2007-2008.75 In generale un economista attuale conosce le dinamiche più profonde del capitalismo tanto quanto un falegname conosce le regole per guidare uno shuttle. Anche qui, come per i tecnici della medicina, abbiamo spesso dei conflitti d’interesse non da poco e lasciamo il lettore libero di fare ricerche su, ad esempio, il conflitto d’interessi fra gli esponenti del Governo Monti e il capitale finanziario o il conflitto d’interessi negli attuali governi europei.

9. Gli esperti dell’OMS

Non sono da meno, quanto a credibilità, i tecnici che oggi, attraverso l’OMS, impongono certe regole all'Italia. L’OMS già dichiarò alcune epidemie precedenti, come la SARS o la MERS, molto pericolose, allarmando alcuni Stati e facendogli acquistare quantitativi di medicinali per arginare tali pandemie che poi nei fatti passarono inosservate e provocarono ben pochi morti (813 decessi a livello mondiale per la SARS e 858 per la MERS). Il motivo però di tali errori di valutazione non stette nell'incapacità di coloro che lavoravano all'OMS, ma in altri motivi. Dato lo spazio ristretto ci limitiamo ad alcuni esempi ed invitiamo il lettore ad approfondire ulteriormente le indagini.

Leggiamo su Quotidiano Sanità del 7 giugno 2010: “Secondo un’inchiesta condotta congiuntamente dal British Medical Journal (BMJ) e dall’Agenzia di Giornalismo Investigativo di Londra (BIJ), è risultato che gli esperti che hanno partecipato alla stesura delle linee guida dell’Oms per le pandemie [in questo caso della pandemia influenzale del 2009, ndr.], erano sul libro paga di due case farmaceutiche: la Roche e la GlaxoSmithKline. Ad un anno dall’annuncio della pandemia, buona parte dei governi occidentali si ritrova con la maggior parte delle scorte di vaccini, ordinate ad altissimo prezzo, inutilizzate. La banca JP Morgan ha valutato il giro d’affari tra i 5,8 e gli 8,3 miliardi di euro. Nel rapporto del Consiglio d’Europa emerge un’analisi critica sulla gestione della pandemia, principalmente in relazione alla scarsa trasparenza su alcune decisioni prese dalle autorità nazionali, europee e internazionali. Le raccomandazioni vengono scritte da quattro esperti in collaborazione con il ‘Gruppo di lavoro europeo sull'influenza’ (Eswi). «Ciò che questo documento non rivelava è che l’Eswi è interamente finanziato da Roche e dagli altri produttori di vaccini e che due degli esperti, René Snacken e Daniel Lavanchy, l’anno prima avevano partecipato a eventi finanziati da Roche», scrivono i giornalisti britannici Deborah Cohen e Philip Carter. I due giornalisti hanno anche sottolineato come si sia mantenuto il segreto, da parte dell’OMS, sulla composizione del comitato d’urgenza, messo in piedi dalla direttrice generale, che l’ha consigliata sul momento in cui dichiarare la pandemia: “Una decisione che ha scatenato i costosi contratti per i vaccini in tutto il mondo”, ha commentato nel suo editoriale la direttrice di Bmj, Fiona Godlee».76

Due mesi dopo leggiamo su Il Fatto Quotidiano un’analisi dettagliata di un documento dell’OMS in cui venivano riportati i curricula di coloro che sedevano nel cosiddetto Comitato d’Urgenza: “E’ ufficiale, l’emergenza per la febbre«suina», il Virus A, H1N1, che ha sconvolto il mondo lo scorso inverno, è finita. Lo ha proclamato l’Organizzazione Mondiale della Sanità con una dichiarazione formale della sua direttrice Margaret Chan, lo scorso 10 agosto. Non ci sono stati sfracelli, i morti sono stati molto meno di una banale influenza ma le società farmaceutiche globali hanno guadagnato un sacco di soldi dalla realizzazione di un vaccino che si è rivelato poi inutile. Forse perché quelle società hanno dentro la stessa OMS più di qualche sponda. Non siamo noi sospettosi a denunciarlo ma lo ammette la stessa OMS che l’11 agosto ha pubblicato la lista completa dei componenti il suo Comitato d’Urgenza; lista dalla quale emergono, comprovate, i legami fortissimi con l’industria farmaceutica. Il Comitato d’Urgenza è composto da 16 nomi che possono essere consultati sul sito ufficiale dell’OMS. Di questi, solo sei hanno pubblicato, sullo stesso sito, la «dichiarazione di interesse», cioè una scheda in cui vengono riportati curriculum e eventuali conflitti di interesse. Benché, in calce alla dichiarazione, la stessa OMS precisi che non si riscontrano «conflitti particolari» e che comunque questi legami erano stati resi noti agli altri membri del Comitato, quello che si legge desta più di un’inquietudine. La dottoressa Nancy Cox riceve regolarmente «supporto finanziario» per la sua attività di ricerca direttamente dalla Ifpma, cioè l’associazione internazionale delle industrie farmaceutiche. Il professor Arnold Monto ha svolto consulenze proprio nel campo delle influenze pandemiche e/o stagionali per Gsk, Novartis, Roche, Baxter and Sanofi cioè le principali società produttrici di vaccino. Il dottor John Wood ha avuto contratti per le sue ricerche in Inghilterra con Sanofi, Csl, Ifpma e Novartis. Ancora in Gran Bretagna, la professoressa Maria Zambon riceve fondi dalle industrie produttrici di vaccino come Sanofi, Novartis, CSL, Baxter and GSK. Consulenze sempre per Roche e Gsk, infine, da parte del professor Neil Morris Ferguson. Solo uno dei sei ha dichiarato di aver collaborato solo con le associazioni del trasporto aereo, mentre gli altri dieci «saggi» – tra cui non figurano italiani – non hanno rilasciato dichiarazioni di «interesse». L’influenza A (2009) ha provocato nel mondo 18.500 decessi contro i 250-500 mila attribuibili ogni anno all’influenza stagionale [nel mondo, ndr.]. Un rapporto incredibile che non giustifica in nessun modo l’allarme lanciato lo scorso anno e che spinse i governi a stanziare circa 10 miliardi di euro, finiti nelle casse delle grandi case farmaceutiche, per la produzione di vaccini che oggi, spiega ancora l’Oms, «non servono più a niente». L’Italia stanziò circa 400 milioni di euro assicurandosi 48 milioni di dosi. Lo scorso luglio il governo ha ammesso che circa 8 milioni di dosi, su 12, sarebbero state gettate. Non solo, altre 12 milioni acquistate ma non ritirate saranno a carico dello Stato per via di un contratto capestro firmato dal ministero della Sanità con la Novartis. Da ricordare che lo scorso anno (l'anno precedente) il ministro della Salute era Maurizio Sacconi (2008/9) la cui moglie è direttrice di Farmindustria. Un conflitto di interessi che allora non colpì a sufficienza e che forse andrebbe meglio indagato. Negli Usa sono stati già gettati via 40 milioni di dosi per una perdita di 260 milioni di euro. Come spesso capita, un disastro per le finanze pubbliche è un affare per poche multinazionali”.77

Tornando a tempi recenti, vediamo come se la cava il consulente sull’emergenza Covid-19 del Governo Italiano Gualtiero Ricciardi, detto Walter, uno dei tecnici scientifici dell’OMS più in voga.Il Prof. Walter Ricciardi è una persona che ha un certo curriculum, sia universitario sia come ex-attore, è stato ex responsabile del movimento Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo per il settore sanità, ha cercato di candidarsi con la lista Mario Monti nel 2013 ed è stato consulente dei governi Renzi e Gentiloni oltre che presidente dell’I.S.S. Recentemente però sul prof. Ricciardi si era aperta una Commissione d’Inchiesta parlamentare promossa da medici, avvocati, biologie giuristi per i suoi vari conflitti d’interessi: legami con iniziative finanziate dalla casa farmaceutica AbbVie, collaborazioni con l’industria farmaceutica Novartis, responsabile scientifico di progetti medici finanziati dall'industria farmaceutica GlaxoSmithKline, stilatore della valutazione d’impatto sulla salute di una serie di vaccini per diverse case farmaceutiche, e consulente di una valanga di tali industrie (GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteur, Novartis, Wyeth Lederle, Astellas Pharma, Amgen Dompé, Pfizer, Menarini e IBSA). Il signor Ricciardi sarebbe stato anche consulente di aziende la cui attività è l’assistenza alle industrie farmaceutiche nelle fasi necessarie all'accreditamento presso tutte le Autorità Sanitarie.78

L’OMS ha messo i propri uomini nei singoli governi e l’Italia presenta nel Comitato tecnico-scientifico del Governo infatti proprio un uomo dell’OMS, Gualtiero Ricciardi, detto Walter. La Francia non è stata da meno, inserendo nel proprio Conseil Scientifique l’esperto dell’OMS Yazdan Yazdanpanah79 e così anche la Spagna che nel suo Comité Cientifico del Covid-19 ha un membro dell’OMS come Inmaculada Casas Flecha.80

Che gli input a muoversi in un certo modo, per quanto riguarda l’Italia, arrivino da lì ce lo dice d’altra parte la Gazzetta Ufficiale del 1° febbraio 2020 nella quale si riportava la dichiarazione dello stato di emergenza per la minaccia del Covid-19, prima ancora che tale virus viaggiasse ufficialmente per l’Italia. In tale delibera del Consiglio dei Ministri leggiamo espressamente che tale scelta viene fatta “vista la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità” e viste le raccomandazioni di tale organismo ad “applicare misure adeguate”.81 Il 3 febbraio, quasi 20 giorni prima che l’allarme Covid-19 venisse lanciato mediaticamente, fu istituito poi il sopra citato Comitato tecnico-scientifico e sembrerebbe che sia giunta da questo Comitato l’indicazione al Governo Italiano di istituire le zone rosse in Lombardia e Veneto e poi di varare le leggi speciali per l’intero Paese.

Se una volta il potere economico espletava i propri interessi attraverso lo Stato ed impiegava tecnici ed intellettuali come strumento, ora lo Stato è diventato lo strumento attraverso il quale tecnici e professoroni decidono, per conto ovviamente del potere economico.

10. Gli esperti (secondo Manzoni e Sciascia)

Vada dunque che potremmo non fidarci delle tesi scientifiche espresse da una Barbara d’Urso o da un Fiorello, ma com’è possibile che tanti esperti laureati mentano apertamente? E’ vero che molti sono corrotti e dicono certe cose per i propri conflitti d’interesse, ma molti altri sui media ribadiscono quelle cose e com’è possibile pensare che la menzogna dilaghi sovrana? Com’è che un medico o una persona che pubblicamente ha un ruolo che dovrebbe servire la comunità possa dire delle fesserie con aria professorale? Diceva Upton Sinclair: “E’ difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire”. Vuoi un buon posto universitario, addirittura visibilità mediatica in tivù e radio, vuoi essere pagato profumatamente per conferenze in giro per l’Italia o per il mondo, vuoi scrivere una rubrichetta settimanale sul giornale? Attieniti a quello che puoi scrivere o puoi dire, che è innocuo, ché se esci fuori dai binari la tua visibilità e i tuoi lauti compensi li perderai. Paradossalmente è a volte più libero un uomo povero, che nulla ha da perdere a dire come stanno secondo lui veramente le cose, che un uomo con una certa posizione sociale ed economica, che può temere di perdere in poco tempo la sua importanza, le sue entrate, il rispetto della società. Cantava un cantante pop-rock : e c’è...chi per poterti fregare / ha imparato a studiare.

Non ci stupisce che in quest’epoca storica gli intellettuali accettino ciò e spesso si facciano proprio paladini di ciò che è richiesto dal potere. Ogni epoca ha visto i suoi servitori colti, basti pensare al ‘600 raccontatoci da Manzoni. Nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi, Manzoni narra della peste a Milano e soprattutto descrive come lo Stato spagnolo in Lombardia avesse creato uno Stato di Terrore attraverso leggi che invitavano a denunciare gli untori, cioè coloro che si riteneva avrebbero portato la peste agli altri, quei contagiati a cui si rimproveravano pratiche stregonesche e magiche. Da che parte erano gli intellettuali dell’epoca, i dotti? Ce lo spiega lo stesso Manzoni, dopo aver paragonato la credenza agli untori alla credenza nella magia: “Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove (…). Pescavan ne’ libri, e pur troppo ne trovavano in quantità, esempi di peste, come dicevano, manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero e Ovidio, i molti altri antichi che hanno raccontati o accennati fatti somiglianti (…). Citavano cent’altri autori [oltre gli antichi, ndr.] che hanno trattato dottrinalmente, o parlato incidentalmente di veleni, di malìe, d’unti, di polveri: il Cesalpino, il Cardano, il Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e, per finirla, quel funesto Delrio (…) le cui Disquisizioni magiche (il ristretto [il compendio, ndr.] di tutto ciò che gli uomini avevano, fino a’ suoi tempi, sognato in quella materia), divenute il testo più autorevole, più irrefrenabile, furono, per più di un secolo, norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carneficine”.82 Leonardo Sciascia sullo stesso periodo e sul passo sopra citato di Manzoni, scriveva: “Queste credenze venivano da dotti religiosi accuratamente catalogate e descritte, passavano ai predicatori [i mass media dell’epoca, ndr.], ritornavano al popolo autenticate, certificate [cioè riconosciute come Verità Assolute indiscutibili, ndr.]: e ancor più così si diffondevano”.83 Gli intellettuali del XVII secolo sostenevano, nei fatti, le mire del potere dell’epoca scrivendo sull'esistenza degli untori, sul diavolo e sulle streghe, imbrogliando le classi oppresse, proprio come oggi gli intellettuali sostengono gli interessi del potere scrivendo e propagandando ciò che esso vuole, ciò di cui ha bisogno.

Nel romanzo di Sciascia sopra citato, uno dei suoi capolavori, più che l’epidemia di peste si raccontava in realtà di un processo per stregoneria contro una giovane donna, Caterina. In tale breve libro si spiegava molto bene come lo Stato e il Tribunale che denunciarono pubblicamente Caterina di stregoneria lo fecero parlando di difesa del bene comune, della salvezza della popolazione e di giustizia conforme alla volontà di Dio. A coloro che, si diceva, professavano la stregoneria, a quegli esseri umani considerati diabolici, si dava “un’immagine della giustizia terrificante”, mentre al popolo un’immagine “soddisfacente, quasi una festa in cui non si era badato a spese”... e “il supplizio cui Caterina era destinata obbediva insomma alla ragion di governo, faceva parte del malgoverno nel dar l’apparenza che il governo fosse invece buono, vigile, provvido”.84

11. Il Grande Fratello cinese e coreano

Abbiamo fin qui mostrato come il caso del coronavirus possa essere considerato discutibile come causa di ciò che sta accadendo, abbiamo mostrato come i media ingannino costantemente le masse e quale sia il ruolo della scienza e dei tecnici in questo contesto storico e prima di trattare la nostra ipotesi del perché ciò stia avvenendo proprio oggi e non due anni fa o fra due anni, dobbiamo mostrare cosa stia intanto avvenendo a livello politico, rivolgimenti che anche dopo l’ondata del coronavirus avranno le loro conseguenze future.

Al momento in cui scriviamo le misure di legge eccezionali sono state prese dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall’Italia e poi, a seguire, da diversi Stati europei e non europei. Cominciamo a mostrare cosa sta succedendo sul piano politico in Corea del Sud.

Il governo della Corea del Sud, attraverso le autorità sanitarie e gli uffici distrettuali, manda una marea di sms ai cittadini non solo per consigliargli di lavarsi le mani e di stare attenti al contagio, ma indicando i vari passaggi effettuati dai contagiati nelle varie città e nei vari paesi, con descrizioni particolari anche sugli uffici da questi frequentati, i locali, ecc. (dati ottenuti dai Gps, dagli smartphone, dalle telecamere, dalle carte di credito, ecc.): sembrerebbe che in tali sms non vengano dati i nomi, ma nella popolazione si è creato un tale panico che molti ricostruiscono a modo loro chi potrebbero essere tali contagiati e moltissima gente viene accusata, maltrattata e impaurita da persone inferocite che si appassionano a dar la caccia all’untore. Una psichiatra d’ospedale ha dichiarato che alcuni suoi pazienti “avevano più paura di essere incolpati che di morire del virus”. La Repubblica, che ha riportato la notizia, cita varie storie terribili di persone perseguitate per le sms del governo che qui non riporteremo ma invitiamo a leggerle nell’articolo.85 Da altre fonti sembra che nei computer dei coreani in realtà si facciano anche i nomi dei contagiati.

La Cina, la prima colpita dall’epidemia, non è stata da meno della Corea del Sud. In Cina vengono impiegate “telecamere intelligenti in grado di intercettare le persone che non indossano una mascherina”; una delle principali società di intelligenza artificiale in Cina, la SenseTime, fornisce un “software di rilevamento della temperatura contactless” che “è stato implementato nelle stazioni della metropolitana, nelle scuole e nei centri pubblici di Pechino, Shangai e Shenzen” oltre ad una piattaforma che è “in grado di riconoscere i volti, anche se i cittadini scansionati indossano le mascherine”; sembrerebbe addirittura che “le forze di polizia della città di Chengdu utilizzano caschi intelligenti in grado di misurare la temperatura di chiunque, entro un raggio di 5 metri”. Infine con lo smartphone in Cina si identificano i potenziali portatori di virus all'entrata degli spazi pubblici in oltre 200 città, grazie ad un’app in cui sono caricati i tuoi dati personali sanitari proprio dal servizio sanitario nazionale.86

Un Grande Fratello Universale si sta formando grazie a Sua Maestà il Virus!

12. Le leggi speciali in Italia

L’Italia ha prima creato una ristretta zona rossa, poi allargato le leggi speciali a 14 province del Nord Italia e due giorni dopo quest’ultimo provvedimento ha allargato le leggi speciali a tutto il paese: vietata la libera circolazione delle persone per diverse settimane e le persone possono circolare per la strada soltanto se motivati da acquisti di prima necessità e mantenendo la distanza di almeno un metro l’uno dall’altra. Le autorità di polizia e l’Esercito possono fermare ogni cittadino e fargli compilare un documento con sopra scritto il motivo della propria passeggiata. Trattasi senza dubbio di misura da “stato d’eccezione” dato che la circolazione è vietata per l’intera giornata e dunque è sospesa la libertà di circolazione di cui all’art.16 della Costituzione Italiana. Ovviamente qualora si dichiari alle autorità il falso le pene diventano ancora più consistenti, fino a due anni di reclusione. Va da sé che si è arrivati alla situazione surreale per cui la popolazione non ha la più pallida idea di cosa possa succedere all’esterno, nelle strade della propria città, e ogni informazione del cittadino non è data dalla sua esperienza e dalla sua vita, ma dai media che lo inghiottono nella sua casa.

Alcune aziende si stanno già proponendo allo Stato e alle autorità di polizia con sistemi di rilevamento informatici simili a quelli impiegati in Cina e in Corea del Sud. Allo stato attuale nella Regione Lombardia già vengono controllati i movimenti delle persone attraverso le celle telefoniche, grazie ad una collaborazione fra la Regione e le compagnie telefoniche.87 In data 13 marzo 2020 è stata pubblicata su Il Sole 24 Ore una pubblicità di un’azienda italiana, la Webtek spa, che scrive: “Abbiamo progettato un’applicazione che, sfruttando i dati di geo localizzazione già presenti sui nostri smartphone, è in grado di capire tramite un sistema d’intelligenza artificiale quante persone sono venute a contatto con un soggetto contagiato e, dunque, rintracciarle ed eventualmente isolarle prima che diffondano a loro volta il virus”.88 Sembrerebbe dunque che anche in Italia e nel resto d’Europa si arriverà a scenari di Grande Fratello come in Cina e in Corea del Sud.

Sembrerebbe che siamo entrati in una realtà in cui l’arbitrio regna sovrano e che starebbe nella tolleranza di un poliziotto se una persona che passeggia può rischiare una condanna o meno. E il disinteresse verso il rispetto dei canoni legali precedenti si può vedere dal fatto che nei tribunali cominciano addirittura a celebrarsi udienze civili e penali via telematica con programmi quali Skype for Business e Teams89, oppure dal fatto che nelle scuole si applicano didattiche a distanza fra docenti ed allievi con relative interrogazioni e verifiche che gli allievi fanno a casa in forma telematica oppure inviando successivamente il proprio compito svolto via mail o con altre forme.

Certamente segnali precedenti di uno stato sempre più repressivo erano chiari da tempo: dal numero degli arrestati fra i gilet jaunes in Francia (circa 10.000), che superano tra l’altro gli arrestati ad Hong Kong (poco più di 1.000) nelle proteste di massa dei mesi scorsi, alle richieste di condanne decennali a No-Tav o anarchici (che superano addirittura in anni le condanne date dal fascismo a capi comunisti, come Bordiga e Gramsci, i quali – a differenza dei No-Tav - erano alla guida di decine di migliaia di operai rivoluzionari pronti al sovvertimento dell’ordine statale esistente), alle restrizioni crescenti degli ultimi decenni a quello che ancora qualcuno, con molto romanticismo e candore, denomina “diritto di sciopero”, alla violenza di certe repressioni nelle piazze o contro i giovani delle periferie francesi ed americane.

13. La strategia del “senso di colpa”

“Bisogna comunque fare il nostro dovere per aiutare la sanità pubblica nazionale!”, sentiamo ripetere. Ma chi è sceso in piazza quando i posti letto venivano tagliati? Chi ha fatto una critica alle politiche governative del Pd e di Monti a sinistra che abbia l’apparenza di essere decorosa? Chi ha smesso di disinteressarsi della “cosa pubblica”, limitandosi al massimo a lottare per singoli argomenti specifici che poco interessano le cose essenziali per un popolo e ha pensato soltanto al proprio fondo schiena e alla propria pace piccolo-borghese? Bel ricatto! Il Governo chiede alla popolazione di salvare con il buon senso ciò che lui stesso ha distrutto. Depoliticizzando la società, facendo delegare ai politici la nobiltà della politica, il popolo si è fatto più bue che mai ed è diventata così anche la classe che un tempo osò sfidare il cielo, la classe operaia, atterrata ed afflitta nelle magagne della sopravvivenza fra un lavoro precario e l’altro, fra una crisi economica e l’altra.

E’ da diversi decenni che le popolazioni occidentali sono ben governate attraverso il “senso di colpa” giudaico-cristiano: un tempo si poteva dare la colpa al capitale o alla nazione nemica; oppure si coniugavano varie istanze politiche e sociali al fine del bene collettivo. Ora si governano le classi sociali sottomesse con una vita individualizzata e con il “senso di colpa”. Se il pianeta dal punto di vista ecologico sta andando in carte quarantotto la colpa non è del capitale che ha necessità che cresca la produzione sempre e con essa crescano consumi inutili e nocivi, la colpa è del singolo individuo che non ricicla come dovrebbe plastica, carta e pannolini! Se il giovane scolaro è un po’ irrequieto, aggressivo e socialmente considerato pericoloso, la colpa non è delle condizioni di vita schifose in cui è stato costretto a crescere dategli da questa “dolce società libera”, ma della psiche dello scolaro che è da rimettere in sesto! Se gli ospedali in questi giorni rischiano il collasso la colpa non è degli ultimi governi felicemente eletti dalle anime candide dell’Occidente, ma del fatto che ognuno di noi non si è chiuso in casa per fronteggiare il cattivone di turno, il coronavirus! Vae victis!

14. L’Union Sacrée

Vi sono state alcune voci fuori dal coro che hanno nel frattempo notato come qui lo Stato sia passato in breve tempo alla sospensione dei diritti individuali delle persone. Giorgio Agamben, ex professore universitario dell’Università di New York (da cui si era dimesso in polemica con le leggi USA sulle impronte digitali e la schedatura degli stranieri) ha scritto su Il manifesto che “la paura dell’epidemia offre sfogo al panico, e in nome della sicurezza si accettano misure che limitano gravemente la libertà giustificando lo stato d’eccezione”. Ha anche aggiunto che vediamo in opera “ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo”.90 Qualche voce dissonante anche fra gli intellettuali “di destra”. Paolo Becchi, professore di diritto presso l’Università di Genova, ha twittato: “Nel giro di ventiquattro ore - scrive su Twitter- il popolo italiano ha rinunciato a qualsiasi suo diritto. Il virus ha vinto. L’esperimento biopolitico è perfettamente riuscito: la democrazia è stata infettata”.91

In generale però attraverso l’emergenza del coronavirus si è giunti all’Unità Nazionale, all’Union Sacrée. I vari partiti di destra e di sinistra sono unanimi dinanzi al Covid-19: non solo i partiti di Governo con i partiti dell’opposizione, ma anche i partiti sopravvissuti a livelli lillipuziani della destra e della sinistra.

Il mondo cattolico non è stato da meno: anziché seguire il precetto di Cristo di “porre le mani sopra i malati”92 o quello del salesiano Giovanni Bosco che invitava i fedeli a non temere il colera se si era in grazia di Dio93, addirittura la Chiesa ha vietato le Messe e le varie funzioni religiose per i fedeli! Anziché piegarsi al volere di Dio e confidare nella propria Fede o nelle proprie azioni, anziché stringersi ancora di più per pregare l’Onnipotente, anziché avvicinarsi ai malati per dargli conforto ed amore, il neocristiano occidentale pensa a salvare il proprio corpicino e pone al centro se stesso dinanzi al Tutto!

Ma questo crollo di ogni capacità critica e di asservimento ai diktat dominanti è diffuso d’altra parte anche fra le organizzazioni che in qualche modo si rifanno nientepopodimeno che al comunismo internazionalista e rivoluzionario. I Comitati Leninisti della Sinistra Comunista (giornale Lotta Comunista) vanno a citofonare per le case a proporre aiuti materiali ai cittadini in difficoltà per la quarantena obbligata dallo Stato (fare la spesa e attività simili), anziché darsi alla critica pubblica di ciò che sta accadendo. Il gruppo che scrive la rivista n + 1, che gestisce una rivista richiamantisi alla Sinistra Comunista storica, quella che ha difeso dagli anni ‘20 il marxismo rivoluzionario dalla degenerazione staliniana e riformista, scrive sul proprio sito: “Sta diventando virale la convinzione che le misure di contenimento adottate dal governo italiano siano esagerate, perché, tutto sommato, quella prodotta dal coronavirus non è che un’influenza e, paragonando le cifre, produce meno morti di un morbo stagionale. L’assunto dell’esagerazione è semplicemente un falso: il coronavirus ha causato finora meno decessi delle influenze stagionali solo perché il suo contenimento, bene o male, è stato attuato, mettendo in pratica i protocolli definiti dall’OMS”.94

Abbiamo citato questi curatori di una rivista denominata n + 1 in quanto questi si rifarebbero appunto alla tradizione storica della Sinistra Comunista d’Italia, quella che gli stalinisti definivano “bordighiana”, che non solo ha difeso l’impianto del marxismo nella sua lettura originale ma ha svolto a più riprese una critica di altissimo livello alla scienza borghese e al suo carattere non neutrale. In sintesi: chi una volta teorizzava rivoluzioni sociali, ora appoggia lo Stato d’eccezione dello Stato; chi un tempo faceva una critica alla scienza borghese, ora la elogia e fa dell’OMS addirittura un’anticipazione del partito di Specie! Ma ciò non ci stupisce: le grandi crisi storiche hanno sempre sparigliato le carte, trasformando gli eroi in vili e i vili in eroi, i rivoluzionari in codini e i qualunquisti di ieri in rivoluzionari.

15. Lo stato d’eccezione non se ne vorrà andare

La nostra analisi potrebbe essere sbagliata. Probabilmente quando il coronavirus se ne andrà il diritto rimarrà lo stesso di prima e la gente comincerà a fare la solita vita. Ma in genere lo stato d’eccezione modifica il diritto in modo tale che le sue modifiche al vecchio diritto, oramai superato, permangono. L’Italia ha mantenuto dopo il 1945 tutta una serie di leggi dell’epoca fascista, come ha mantenuto molti elementi giuridici introdotti con le leggi antiterrorismo della fine anni ‘70.

Un esempio di ciò che stiamo dicendo ce lo dà lo USA Patriot Act, una legge federale statunitense approvata il 26 ottobre 2001 a seguito degli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre dello stesso anno. Tale legge venne proclamata eccezionale per combattere il terrorismo islamico e permette alle autorità di polizia e al Governo di violare la privacy dei cittadini, ad esempio controllando il traffico elettronico, intercettando le telefonate e controllando informazioni personali di vario tipo delle persone anche non indagate per terrorismo. Tale legge in quanto eccezionale, votata per l’urgenza dell’attacco a Manhattan, prometteva di essere qualcosa che al rientro dell’emergenza terrorismo sarebbe rientrata, ma così non è andata. Il 21 luglio 2005 viene votata la proroga della legge e il 26 gennaio 2011 il presidente Obama spinge Camera e Senato ad approvare la proroga del Patriot Act per altri 4 anni. Tuttora la legge è in vigore e con essa tutte le restrizioni sulle libertà personali dei cittadini americani. Leggi simili sono state inoltre votate in tanti altri Stati europei e non.

Abbandonare il Progetto Criminale dell'Euro è fattibile

E se l’uscita dall’euro diventasse inevitabile?

di Emiliano Brancaccio
2 aprile 2020

Di permanenza o uscita dall’euro si è discusso molto e male, in questi anni. Alle libere opinioni di commentatori improvvisati si sono aggiunte le petizioni di principio di colleghi che hanno preferito una pigra partigianeria alla fatica della divulgazione scientifica. Il lettore, desideroso di informarsi, si è trovato a scegliere tra sfocati bozzetti di catastrofi o paradisi, il più delle volte privi di riferimenti alla letteratura. Bene dunque ha fatto Luigi Zingales a promuovere una nuova discussione esortando gli studiosi partecipanti a seguire alcune semplici regole della ricerca, tra cui la buona prassi di distinguere tra impressioni personali e tesi supportate da pubblicazioni accademiche, contributi istituzionali, consensus tra gli esperti.

Zingales ci sollecita a valutare innanzitutto i costi e i benefici di un’eventuale decisione dell’Italia di uscire dall’euro. Ai fini di tale calcolo sarà bene evitare un’incresciosa abitudine che andava di moda tra gli accademici qualche anno fa, e che li induceva a esaminare l’economia come fosse costituita da un fantomatico agente unico, rappresentativo dell’intera collettività. Non occorre scomodare Marx per ricordare che in realtà il sistema è formato da attori sociali molto diversi tra loro, ed è quindi necessario chiarire a quali di essi facciamo ogni volta riferimento nelle analisi.

Per citare un esempio tra tanti, consideriamo l’idea piuttosto diffusa secondo cui il ritorno a una moneta nazionale darebbe facile sfogo alle svalutazioni e quindi alimenterebbe l’inflazione. Distinguendo i diversi gruppi sociali in gioco, questa tesi induce a ritenere che l’uscita dalla moneta unica favorirebbe le imprese e in generale i soggetti che fanno i prezzi, mentre avrebbe ripercussioni negative sui percettori di redditi relativamente fissi: orfani e vedove, come si diceva un tempo, e soprattutto lavoratori dipendenti.

In campo istituzionale e politico questa congettura conta diversi estimatori. L’idea che l’abbandono dell’euro darebbe luogo a una «grande inflazione» è stata autorevolmente avanzata da Mario Draghi agli esordi del suo mandato in Bce, e la connessa previsione che i soggetti sociali più “deboli” ne sarebbero conseguenzialmente colpiti è stata suggerita da più parti, di recente anche dal ministro Padoan.

Queste posizioni trovano sostenitori anche nella letteratura scientifica: dal giovane Krugman, ad Eichengreen ad altri, fino a Blanchard, Giavazzi e Amighini, i quali l’hanno anche riportata nel loro celebre manuale. Le analisi empiriche, tuttavia, forniscono risultati in parte diversi [1]. Durante l’ultimo trentennio, gli abbandoni di regimi monetari a cambi rigidi con successive svalutazioni hanno avuto in media un impatto sull’inflazione rilevante e duraturo nei Paesi meno sviluppati ma modesto e solo temporaneo nei Paesi relativamente avanzati, tra cui l’Italia. In tali Paesi si rilevano pure ripercussioni negative sui salari e spostamenti distributivi a favore dei profitti, che però non sembrano troppo distanti dai deterioramenti del potere d’acquisto e delle quote di reddito da lavoro che si sono comunque registrati dall’inizio della crisi della moneta unica, nel periodo delle riforme strutturali e delle politiche deflattive. Insomma, la tesi che l’abbandono di un regime monetario provochi una «grande inflazione» trova riscontri storici solo parziali, e l’idea che i “poveri” sarebbero i più colpiti pare non tener conto del fatto che essi patiscono in misura non dissimile le politiche deflattive vincolate a un regime monetario con cambio rigido. Dunque, la scelta di uscire dal regime monetario e svalutare sembra influire solo in parte sugli andamenti della distribuzione del reddito tra capitale e lavoro. Più rilevante pare l’impatto sulla distribuzione interna al capitale, tra imprese che riescono a far profitti anche sotto un regime deflattivo e imprese in affanno che avrebbero bisogno di slancio monetario per ripartire.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’euro è altra cosa rispetto ai regimi monetari del passato, e che stavolta sarebbe diverso. La critica è epistemologicamente ardimentosa: se noi economisti rinunciamo a gettare almeno uno sguardo sulla storia empirica passata, cosa ci resta per indagare sui possibili stati del mondo futuri? Non molto, temo.

Ho citato solo uno dei vari esempi in cui l’indagine sui costi e i benefici della permanenza o dell’uscita dall’euro può dare risultati in parte difformi rispetto alla vulgata. Devo aggiungere, tuttavia, che questo tipo di analisi potrebbe non esser decisivo. Esiste infatti una possibilità concreta che dovremmo considerare prioritaria nelle nostre discussioni: al di là del calcolo statico dei vantaggi o degli svantaggi, a un certo punto la dinamica degli eventi potrebbe inesorabilmente condurci all’abbandono della moneta unica.

Il dibattito tende solitamente a considerare tale eventualità in relazione agli esiti di una vittoria politica di forze cosiddette “anti-sistema”. Ma la questione non è solo legata alle dinamiche elettorali. Un problema ulteriore, io credo, attiene alla fragilità dei meccanismi europei imbastiti in questi anni per gestire il cumulo di squilibri nei rapporti di credito e debito e garantire la solvibilità delle istituzioni finanziarie. Molti sono gli indizi che l’Unione sia inadeguata ad affrontare eventuali nuove crisi bancarie, e in letteratura è largamente condivisa l’idea secondo cui il sopraggiungere di tali crisi può alimentare fughe di capitali di tale portata da rendere inevitabile l’abbandono di regimi di cambio fisso o unioni monetarie. Detto in poche parole, un Paese dell’Unione potrebbe vedersi costretto a ripristinare il controllo nazionale sulla moneta per brutali e urgenti esigenze di ricapitalizzazione e stabilizzazione del settore bancario. È questa in fin dei conti la tesi che venne avanzata dall’Fmi nel 2012, e che è stata riproposta dal “monito degli economisti” pubblicato nel 2013 sul Financial Times [2].

Se questo scenario è ritenuto verosimile, il gioco di fazioni perde un po’ di consistenza: anche le forze favorevoli alla permanenza nell’euro sarebbero costrette a dotarsi di qualche “piano B”.

In cosa dovrebbe consistere tale “piano”? In fondo si tratta di risolvere il vecchio problema delineato da Padoa Schioppa e altri: tra piena apertura ai movimenti di merci e di capitali, cambi fissi e politica monetaria nazionale autonoma, sono compatibili tra loro solo due opzioni su tre. Se la soluzione della delega della politica monetaria a un ente sovranazionale come la Bce fallisce, c’è chi sostiene che basterà abbandonare la logica dei cambi fissi e affidare i movimenti valutari al gioco del mercato e degli speculatori. Ad avviso mio e di altri, questa strada porterebbe nuovi problemi senza risolvere i vecchi. Molto meglio recuperare alcuni spunti recenti dell’Fmi e iniziare a ragionare sul ripristino di controlli sulla circolazione internazionale dei capitali.

Note
1. Rassegna ed evidenze empiriche contenute in Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention. Vol. 12, 3.
2. Aa.Vv. (2013). The economists’ warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, September 23 (www.theeconomistswarning.com).

11 aprile 2020 - DIEGO FUSARO: Riflessioni ulteriori su Conte e la sua apertura al Mes. N...

Euroimbecilandia 23 aprile 2020 tic tac tic tac - Conte ha solo una strada per mantenere un minimo di dignità non firmare la ristrutturazione del Mes e chiedere contemporaneamente che la Bce faccia la banca centrale prestatore di ultima istanza

L’accordo all’Eurogruppo? Una sconfitta politica per Conte e Gualtieri

11 aprile 2020


Il bilancio definitivo dopo l’Eurogruppo deve essere ancora redatto, sulla base di quanto deciderà il prossimo Consiglio Ue. Ma dal punto di vista politico per il governo italiano è il fallimento di una strategia. L’analisi di Gianfranco Polillo

E’ stata una Caporetto. Non tanto dal punto di vista economico. Il bilancio definitivo deve essere ancora redatto, sulla base di quanto deciderà il prossimo Consiglio europeo. Ma dal punto di vista politico. Non la sconfitta in una battaglia, che ci può sempre stare. Pearl Harbor insegna. Ma il crollo di una strategia. Con una differenza, tuttavia, allora il Generale Cadorna fu immediatamente rimosso. Il comando passò al generale Diaz che sarà poi l’artefice di Vittorio Veneto e della definitiva sconfitta degli austroungarici. Oggi cambiamenti di questa natura non sono all’orizzonte. Almeno nel breve periodo. Aumentano le tossine destinate ad avvelenare l’atmosfera, ma un possibile sbocco è reso quanto mai difficile dalla pandemia. Che impedisce le stesse elezioni regionali.

Un giudizio eccessivo? L’aver puntato tutte le carte sullo slogan “coronabond o morte”, come avevamo scritto in epoca non sospetta, era ed è stato un errore. I responsabili governativi, ma soprattutto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, doveva saperlo. Da avvocato doveva interpellare gli specialisti della materia e farsi consigliare, senza cedere agli eccessi di protagonismo che ne stanno caratterizzando il profilo. Gli avrebbero spiegato che le cose europee sono ostiche. E che le anime belle hanno poco diritto di cittadinanza. Qui contano i reali rapporti di forza e non basta indossare la coda del pavone per trascinare i riottosi e battere gli irriducibili.

Giuseppe Conte aveva deciso di bluffare fin dall’inizio, quando, nei mesi scorsi, Ecofin prima e poi Il Consiglio europeo avevano affrontato il problema, l’incubo del coronavirus ancora sconosciuto. Nel dibattito parlamentare, reso obbligatorio dalle norme vigenti, invece di preparare il Paese all’eventualità di dover bere un amaro calice, aveva teorizzato la “logica di pacchetto”. No pasarán. Dovranno prima cedere sull’Unione bancaria (garanzia europea sui depositi) e budget europeo (a favore di chi è rimasto indietro). Poi l’avvento della pandemia aveva sconvolto ogni calendario.

Intanto la diplomazia francese tesseva la sua tela. Sua l’iniziativa della famosa lettera al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, da parte di nove Paesi (Italia, Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna) che oggi si trova pubblicata sul sito di Palazzo Chigi, sotto l’egida di Giuseppe Conte. Quasi ad avvalorare la tesi di un primato nazionale. Subito smentita dal successivo decorso della trattativa, con una Francia pronta alla mediazione e quindi a mettere da parte ogni ipotesi di eurobond, pur di giungere ad un finanziamento comune da parte dell’Europa, secondo formule ancora da definire.

A caldo Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, ha esultato: “Ottimo primo tempo, ora dobbiamo vincere la partita in Consiglio europeo”. Dichiarazione non rituale. La verità è che i Dem stavano fin dall’inizio su una posizione diversa. Più possibilisti, da sempre, sul Mes, di cui criticavano alcuni aspetti – ad esempio il single limb – ma non certo una struttura ch’era stata approntata fin dal 2011. Nel marasma del dopo crisi di quegli anni. Poi lo stesso ministro si è un po’ lasciato andare accennando ad esigenze finanziarie dell’ordine di un o un trilione e mezzo di euro. Al quale il Recovery fund o il quarto pilastro, come è stato subito battezzato, dovrebbe contribuire in misura rilevante. Staremo a vedere. Ma lo scetticismo è d’obbligo.

Del resto lo stesso presidente del Consiglio non sembra volersi arrendersi. Le sue dichiarazioni (“la mia posizione e quella del Governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà”) lasciano intuire l’esistenza di una frattura profonda con i vertici del Pd. Non solo con il suo ministro dell’Economia, ma con lo stesso Paolo Gentiloni e David Sassoli, che in un tweet scrive: “Eurogroup proposals go in the right direction”.

Insomma la confusione è tanta. E rischia di aumentare. Specie se le misure di lockdown generalizzato dovessero trascinarsi oltre il dovuto.

Sulla strategia seguita dal presidente del Consiglio, tuttavia, è bene tentare un approfondimento. Si è comportato più da leader politico che da rappresentante istituzionale del Paese. Un evidente paradosso, considerata la sua storia. Uomo di legge prestato alla politica, ma senza alcun relativo retroterra. Anche se non è la prima volta che questo succede: basti pensare alla parabola di Mario Monti. Le cui velleità elettorali durarono lo spazio di un mattino. Il fatto è che la politica è una grande ammaliatrice specie per chi viene proiettato, per un colpo di fortuna, in questo grande teatro. Ne subisce il fascino, ma alla fine rischia di perdere ogni controllo.

Come Presidente del consiglio, Giuseppe Conte avrebbe dovuto conoscere quale era il suo ruolo. Mettere nel conto che, alla fine, un compromesso, pena l’isolamento dell’Italia, era necessario. Doveva essere più golpe (volpe) che lione (leone) per dirla con il Machiavelli. “Scopo principale del monarca deve essere la sopravvivenza dello Stato e a ottenere ciò non deve farsi scrupoli di tipo morale, ma solo evitare quei comportamenti che danneggino la sua immagine pubblica e possano screditarlo agli occhi dei sudditi”. Sarebbe stato meglio, quindi, non partire lancia in resta in una battaglia che, alla fine, rischia di essere come quella di Don Chisciotte. Male per lui, ma soprattutto per l’Italia che, dopo la prova dimostrata nel combattere il virus, meritava di meglio.

Euroimbecilandia 23 aprile 2020 tic tac tic tac - Conte=Tsipras falso ideologico - No alla firma per la ristrutturazione del Mes Si che la Bce faccia la banca centrale prestatore di ultima istanza

9 APRILE 2020: UNA NUOVA CAPORETTO


(di Tiziano Ciocchetti)
10/04/20 

Scriveva il Foscolo né le Ultime lettere di Jacopo Ortis: il sacrificio della nostra Patria è consumato, tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che piangere le nostre sciagure, e le nostre infamie.

Sul suo profilo Twitter, il ministro delle Finanze dei Paesi Bassi Wopke Hoekstra, è uno dei primi a comunicare che con l’approvazione del Fondo Salva Stati (MES) l’Unione Europea erogherà fondi incondizionati per le spese mediche dei paesi membri, e sarà a disposizione per prestiti a sostegno all’economia dei Paesi membri, ovviamente il sostegno sarà condizionato.

Quindi, anche se l’Italia non avrà condizioni per le spese in ambito sanitarie, le avrà per tutti gli altri settori indispensabili per far riprendere l’economia nazionale.

Solo tre giorni fa il presidente del consiglio Conte, in diretta televisiva, aveva affermato che l’Italia avrebbe detto no al MES e si agli eurobond. Invece il risultato sembra esattamente il contrario – tra l’altro, a nostro avviso, neanche gli eurobond (o "coronabond" che dir si voglia) avrebbero garantito nulla, in quanto inteso come un debito europeo e quindi gestito dall’Unione –, aprendo de facto l’Italia alla gestione controllata.

Ricordiamo che il meccanismo europeo del MES si attiva quando un Paese membro dell’Unione non ha più l’accesso al Mercato, cioè non può più rifinanziare il Debito tramite l’emissione di titoli: situazione in cui l’Italia non è.

Resta da vedere se il consenso dell’Esecutivo al MES sopravviverà al passaggio parlamentare, in quanto una legge del 2012 (Legge n. 234) recita che qualsiasi accordo finanziario internazionale necessita dell’approvazione delle Camere.

Immagine: Twitter