L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 maggio 2020

30 maggio 2020 - NEWS DELLA SETTIMANA (23-29 maggio 2020)

L'Australia volontariamente ed incoscientemente ha voluto accodarsi agli Stati Uniti utilizzando il covid-19 per attaccare la Cina pretestuosamente. L'economia di mercato è una favola per bambini creduloni

MONDO
Non solo Hong Kong. Le scintille tra Cina e Australia ci riguardano eccome. L’analisi di Lo Prete

di Michele Arnese
30 maggio 2020




Le tensioni su Hong Kong analizzate da Marco Valerio Lo Prete con Start Magazine

La stampa italiana da qualche giorno si sta occupando della proposta legislativa cinese che mette a repentaglio l’autonomia di Hong Kong. Una mossa senza precedenti, criticata dagli Stati Uniti, oltre che dagli stessi attivisti pro democrazia della città-stato che nel 1997 il Regno Unito restituì alla Cina a patto che in futuro fosse rispettato il principio “un unico Paese, due sistemi”. Per Marco Valerio Lo Prete, giornalista del Tg1, può essere utile leggere tali tensioni in parallelo a quelle tra Cina e Australia che finora hanno ricevuto minore fortuna mediatica in Italia. Ne ha scritto di recente su Public Policy e Start gli ha posto qualche domanda sul tema.

Perché sta salendo la tensione diplomatica tra Australia e Cina?

La scintilla da cui sembra essere iniziato tutto, a metà dello scorso aprile, è stata la scelta del governo australiano, guidato dal Liberale Scott Morrison, di chiedere un’inchiesta indipendente e in tempi brevi sulle origini della pandemia da Coronavirus. Per l’esecutivo di Canberra – che, per inciso, non ha mai detto di credere all’ipotesi che il virus provenga da un laboratorio cinese – solo grazie a un’inchiesta si può onorare davvero la cooperazione internazionale, e l’annesso principio di responsabilità verso gli altri Paesi, e solo così si potrà fare tesoro di quanto accaduto per evitare in futuro nuovi casi simili. Dopo settimane di trattative diplomatiche, l’Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha approvato una risoluzione su un’inchiesta internazionale, seppure caratterizzata da toni meno esigenti rispetto al progetto australiano. La Cina, comunque, ha letto nella proposta australiana originaria la volontà di attaccare Pechino, in tandem con gli Stati Uniti.

Quali forme sta assumendo lo scontro tra Pechino e Canberra?

Si è aperto innanzitutto un fronte diplomatico. Le autorità cinesi hanno usato parole inusitatamente dure nei confronti di Canberra. L’ambasciata della Repubblica Popolare in Australia ha accusato i politici locali di essere “pappagalli” degli Americani, poi ha ipotizzato futuri boicottaggi di beni e servizi australiani da parte dei cittadini cinesi, infine ha definito “nient’altro che una barzelletta” l’idea che l’Australia si possa prendere un qualche merito per la decisione dell’OMS di condurre un’indagine sulle origini del Coronavirus.

Se questi sono i toni “diplomatici”, figuriamoci il resto…

Il “resto” è quello che rischia di fare più male all’Australia. Proprio negli stessi giorni di queste dichiarazioni senza precedenti, la Cina ha assunto decisioni che penalizzano l’economia australiana. Prima di tutto ha sospeso la licenza per esportare a quattro grandi mattatoi australiani. Poi ha imposto un dazio dell’80%, per cinque anni, sull’orzo australiano. Infine ha annunciato una revisione del regime di controlli sull’importazione di minerali ferrosi che potrebbe penalizzare l’Australia, o almeno così fa sapere il Global Times, giornale del Partito Comunista Cinese. Osservo che l’export di minerale di ferro verso la Cina, lo scorso anno, ha portato quasi 50 miliardi di euro nelle casse delle aziende australiane. Formalmente non c’è nessun legame tra gli attriti diplomatici sul Coronavirus e queste decisioni, ma molti analisti – tra cui ce ne sono anche di vicini a Pechino – le descrivono apertamente come ritorsioni per l’atteggiamento del governo australiano.

Che rischi corre l’Australia in questo confronto con la Cina?

I rischi di breve termine sono ovviamente per alcuni settori dell’economia nazionale. Attualmente la Cina acquista il 32,6% di tutte le esportazioni australiane – soprattutto materie prime come minerali ferrosi, carbone e prodotti alimentari. Dalla Cina, inoltre, proviene il 28% degli studenti stranieri che frequentano le Università australiane, con l’educazione terziaria che è il terzo settore più importante nell’economia nazionale. Nel medio termine, le mosse di Pechino puntano a incrinare il consenso, finora bipartisan, per le misure anti-ingerenze straniere e a tutela dello Stato di diritto in Australia. Se i ceti produttivi del Paese fossero duramente colpiti nel portafoglio, inizierebbero a esercitare pressioni per far cambiare direzione alla politica estera, trovando magari sponde nel panorama politico, e indebolendo l’azione del governo sul piano internazionale.

Perché quanto sta accadendo in Australia è così rilevante anche per i Paesi europei e per l’Italia? E in cosa differisce dallo scontro in corso tra Cina e Hong Kong?

La tensione tra Australia e Cina è ormai strutturale, dura da anni e va al di là di questo singolo episodio riguardante il Coronavirus. Da una parte infatti c’è la Cina, con un miliardo e 400 milioni di abitanti governati ininterrottamente per 71 anni dal Partito Comunista locale, col suo rampante capitalismo di Stato e una crescente assertività sul piano internazionale. Dall'altra parte l’Australia: 25 milioni di abitanti, una società multiculturale innestata su una democrazia tendenzialmente bipartitica di matrice anglosassone, un’economia di mercato tra le più solide del pianeta, e soprattutto un’alleanza strategica in essere con gli Stati Uniti. Sono le prove generali del tipo di rapporto – tutt’altro che semplice – che potrebbe instaurarsi tra una Cina rampante e le nostre democrazie liberali. Come ho scritto due anni fa, l’Australia è un po’ il canarino occidentale nella miniera dell’autoritarismo che fa proseliti nel mondo. Per questa ragione sarebbe utile approfondire le misure messe in campo dall’Australia per fronteggiare ogni tipo di pressione esterna – cinese o meno – sulle proprie istituzioni democratiche.

Su queste misure torneremo in una prossima puntata di questa conversazione…

Con piacere!

E' guerra vera tra Francia e Germania ma anche all'interno di quest'ultima. Da una parte l'esigenza di portare avanti il Progetto Criminale dell'Euro dall'altra la crisi che morde obbliga a rivedere le Strategie in Euroimbecilandia

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 Bce, economisti tedeschi contro Karlsruhe: "Minaccia indipendenza Bundesbank"

Bce, economisti tedeschi contro Karlsruhe: "Minaccia indipendenza Bundesbank"
"Secondo la Corte, molto di ciò che ha fatto la Bundesbank in passato non sarebbe compatibile con la Costituzione"


Economia · 29 maggio 2020 - 17.25


(Teleborsa) - La sentenza della Corte Costituzionale tedesca sull'intervento della Bce nell'acquisto dei titoli di Stato del programma Pspp potrebbe minacciare anche l'indipendenza della Bundesbank.

È la critica che un gruppo di economisti tra i più noti in Germania hanno affidato a una lettera pubblicata dalla Frankfuerter Allgemeine Zeitung, evidenziando gli "esiti di politica monetaria della sentenza di Karlsruhe, non solo in Europa ma anche in Germania".

"La Corte si discosta dalla tradizione tedesca secondo la quale la politica monetaria è condotta da una banca centrale indipendente impegnata unicamente a perseguire l'obiettivo della stabilità dei prezzi. Molto di ciò che la Bundesbank ha fatto in passato non sarebbe compatibile con la Costituzione secondo la logica della Corte" si legge nell'articolo.

In secondo luogo l'esito della sentenza non ha solo l'effetto di danneggiare l'indipendenza della Bce ma anche della Bundesbank."Abbiamo bisogno dell'indipendenza della banca centrale affinché la politica monetaria non diventi un giocattolo della politica" e "per lo stesso motivo, abbiamo anche bisogno dell'esclusività del mandato di stabilità dei prezzi", hanno detto gli economisti


E' guerra vera tra Francia e Germania e il Recovery Fund=Next Generation EU è solo una trappola per l'Italia, un guadagnare tempo per digerire i risparmi e le aziende italiane tra le due rivali storiche


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SCENARIO/ Sapelli: col Recovery Fund ancora più tasse, così l’Italia va in pezzi

Pubblicazione: 30.05.2020 - Giulio Sapelli

In Europa è in corso una guerra e il Recovery Fund rischia solo di rappresentare per l’Italia non un’ancora di salvezza, ma un colpo di grazia


Ursula Von der Leyen e Angela Merkel (LaPresse)

Che le nuove misure dell’Unione Europea siano il frutto di una trasformazione in corso negli equilibri di potere del capitalismo europeo è confermato da segnali che da deboli si fanno sempre più evidenti e chiari. Il primo è quello che viene di nuovo dalla Germania, frutto della situazione delle sue banche cooperative Sparkasse, che sono 378 e che amministrano, con le quattro Landesbank, 2.220 miliardi di euro, ovvero più di Bnp Paribas, Credit Agricole, Santander e Deutsche Bank (che amministrano dai 2.000 ai 1.300 miliardi di attivi) e delle francesi Société Générale e Bpce e del tedesco Cooperative Group (tutti con 1.300 miliardi di attivi amministrati).

I rapporti di queste banche con gli organismi di regolazione europei, l’Eba, e anche con la vigilanza tedesca, sono tesissimi per la situazione gravissima in cui tutte queste banche versano anche, e non solo, per non essere mai addivenute a quelle riforme della loro governance richieste e imposte, invece, con un rigore sempre sospetto a tutte le altre banche dell’Ue e che alle stesse erano sempre state risparmiate. Ora il fronte della Cdu e di parte della Spd, che su queste banche si è costruito, beninteso anche con il benestare dell’industria e dell’economia tedesca, si è rotto ed è iniziato un regolamento di conti senza pietà quale mai si era visto prima in Germania.

I primi bagliori, lo si ricordi, si erano già visti con le lotte con Annegret Kramp-Karrenbauer e con i bavaresi della Cdu e della Spd che reclamavano e reclamano con sempre più impazienza – con la Confindustria tedesca – l’abbandono delle regole dell’austerità. In due direzioni diverse, certo: da un lato la destra di Schäuble e di Merz (Cdu) e dell’AfD, che invocano un più duro nazionalismo sostenuti anche dalle sentenze della Corte costituzionale tedesca sia in merito al Mes, sia in merito alla recente polemica con la Bce e i piani di Quantitative easing; dall’altro lato, parte della Spd e della maggioranza dell’industria tedesca. La Germania, come ho detto più volte, lacerata dal liberismo senza remore, ritrova le sue storiche divisioni tra Prussia e città anseatiche da un lato e Baviera alleata storicamente dell’Italia e della Spagna dall’altro, che oggi non hanno più armate e mercenari che divengono re, ma industrie e servizi essenziali per il capitalismo tedesco del meridione teutonico e che non possono essere distrutte senza distruggere anche l’industria tedesca.

La stessa cosa capita in Spagna, dove la disgregazione continua. Dopo le condanne a diversi anni di carcere ai separatisti catalani, le divisioni non sono finite: tra Podemos e i socialisti di Sanchez e tra il Pp e le sue faglie come Ciudadanos, per finire con i neofascisti di Vox sempre più attivi e centralisti. I Baschi sono ancora immobilizzati dalla sconfitta – politica prima che militare – dell’Eta, ma è una quiete prima della tempesta.

Sul bimbo meccanico neogollista Macron – il più colto degli artifici “post-umani” che hanno sostituito su scala europea i partiti di massa – e la douce France è scesa una crisi di legittimazione terribile, a cui si fa fronte ora con la proposta elaborata dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen e di cui oggi si discute. Se non si comprende che la proposta di Recovery Fund proviene da un’Europa in cui il capitalismo è impegnato in una guerra affannosa per la sopravvivenza per la crisi pandemica, non si comprende il senso della tragedia che si avvicina.

Pensate all’acciaio e al destino cui una classe tecnocratica e politica europea (così si autodefinisce) l’ha ridotto. Il caso Ilva ne è l’emblema, con la sua definitiva scomparsa dopo averla affidata all’unico gruppo mondiale che ricercava senza mascheramenti di ridurre la sovrapproduzione in cui era immerso, tanto che andrà chiusa… facendo sì che la siderurgia ad acciai speciali migliore del mondo non possa partecipare alla gara per la futura ricostruzione mesopotamica, grazie alla concorrenza sleale degli acciai cinesi e degli altri produttori turchi ed europei. Il solo Massimiliano Salini, non a caso cremonese e giustamente impegnato nella difesa del suo territorio, l’ha recentemente con coraggio ricordato, questo vero e proprio dramma che non interessa più nessuno e che cova una tragedia umana, sociale, ambientale, politica, terroristica.

Ma veniamo al parto del bimbo deforme, poverino, battezzato Next Generation EU. Frutto del travaglio della Commissione, potrà essere attivato – lo si legge solo sul Wall Street Journal – il primo di gennaio del 2021, quando la cenere si sarà posata.
Vediamo di fare chiarezza nella tragedia. L’Ue ricercherà sui mercati mondiali circa 750 miliardi di euro. Li prenderà a prestito. Di questi, come si è detto, 500 saranno erogati come sussidi e garanzie. Altri 250 saranno prestati agli Stati dopo negoziazioni che dilanieranno l’Europa, piuttosto che unirla – purtroppo – come pensano, se pensano, le anime belle.

Si dice che l’Italia otterrà, grazie agli accordi informali già stipulati, circa 80 miliardi di sussidi e 90 di prestiti. Quello che non dice nessuno (salvo l’attento e severo professor Perotti a cui vanno resi onore e gloria) è che anche i sussidi saranno raccolti dall’Ue a debito e non saranno regalati a nessuno perché andranno ripagati con finanziamenti degli Stati dell’Ue. Come? Si è ancora incerti, ma le nuove tasse non potranno mancare e saranno parametrate al Pil degli Stati medesimi con proporzionalità alle quote nazionali che concorrono a formare il bilancio dell’Ue.

Si dovrebbero ottenere circa 17 miliardi di sussidi (non tantissimi!) nel corso dei quattro anni a partire dall’1 gennaio del 2021, con un esborso molto diluito nel tempo. Certo c’è grande differenza nei tassi: l’Ue emette debito a tassi inferiori a quello di ogni singolo Stato, ma la sostanza dell’indebitamento rimane, risparmiando circa, io credo (con il buon Perotti), un miliardo, un miliardo e mezzo l’anno. Il problema forse ancora più grande, vista l’incapacità assoluta delle attuali classi politiche di gestire la cosa pubblica, è il fatto che il Governo, i Governi presenti e futuri, dovranno amministrare una quota non indifferente del Pil in quattro anni con piani in parte indicati dalla Commissione, ma in parte affidati alle classi politiche attualmente incaricate di governarci.

Se si pone mente a quale sia lo stato di frantumazione e divisione profonda in cui è caduto lo Stato italiano devertebrato e patrimonializzato sia da gruppi di interessi, sia dagli ordini dello Stato (in primis l’ordine giudiziario trasformatosi in potere che promana da ordinamenti di fatto in continuazione annichilendo la stessa Costituzione repubblicana nel sonno della Corte costituzionale, a differenza di ciò che accade in Germania e in Francia e in Spagna) si comprende quale rischio corra la cosa pubblica per effetto dell’aprirsi di una cornucopia che invece che darci, come si dice, la salvezza, mi pare che ci darà il colpo finale come Repubblica parlamentare, come Stato, come comunità.

La crisi dell’ordoliberismo – del resto – non si ferma. L’Europa rischia scontri tra le nazioni potenti e pericolosissimi se non si ritroverà la saggia meditazione sulla necessità di lavorare per costruire uno stato di diritto in Europa sospendendo i Trattati e ripensando tutta l’architettura dell’Unione. Del resto l’articolo 112 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione del 2012 recita proprio in tal senso quando evoca eventi catastrofici in presenza di cui si possono sospendere tutti i Trattati tra gli Stati che reggono l’Europa funzionalista senza sovranità e senza leggi.

Vaste programme, avrebbe detto il generale De Gaulle. Ma ve n’è uno immediato: dare vita al Prestito Tremonti-Bazoli, qui già invocato, e prepararsi a non perdere un centesimo degli euro da far destinare all’Italia dal programma emanato, anche con tutti i suoi difetti. Quest’ultimo, del resto, è anche il frutto di coloro che protestano contro la politica economica di un’Europa che non si vuole così come è, ma che c’è, lo si voglia o no.

Vigilare e costruire un programma: sempre, anche se non si governa.


Decadentismo degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti bruciano. Ma sono già affogati nel sangue della rabbia

Di Eugenio Palazzini -30 Maggio 2020

Roma, 30 mag – “Capisco la rabbia, ma la situazione è incredibilmente pericolosa. Tutto questo non riguarda la morte di George Floyd, né le diseguaglianze, che sono reali. Questo è il caos. Ci sono persone là fuori che vogliono solo creare conflitti”. Così il governatore del Minnesota, Tim Waltz, ha fotografato le rivolte che stanno andando in scena a Minneapolis. Waltz è tutto tranne che uno sceriffo, è un pacato politico di lungo corso del Partito Democratico. Eletto deputato alla Camera dei Rappresentanti nel 2006, dal gennaio 2019 è governatore del Minnesota e ha sempre portato avanti posizioni fortemente progressiste che hanno ricevuto l’appoggio di organizzazioni come Planned Parenthood (associazione che si batte da anni a favore di una legislazione abortista) e Human Rights Campaign (la più grande associazione Lgbt degli Stati Uniti). Waltz non è insomma tacciabile di tendenze securitarie, eppure di fronte alla devastazione ha evidenziato stringatamente le contraddizioni che emergono dalle arterie americane.

L’American dream era già morto

Parole rassicuranti, che gettano acqua dolce su fuochi mai spenti. Un ricorso all’equilibrio che sa forse di paludato equilibrismo, eppure fuori di allitterazione è apprezzabile perché difficilmente rinvenibile in una società crivellata da proiettili rabbiosi sparati da e verso tutti i punti cardinali. E’ il nonsense degli States, a volte ignorato da struzzi all'occorrenza, ma ormai descritto fino alla nausea. Siamo insomma di fronte all’ennesimo deja vu di una cloaca narrata a lungo come pronta a esplodere. L’American dream è in realtà già affogato da decenni, come nella catastrofe post apocalittica di McCarthy. Si ciba però delle sue macerie e sopravvive. Non importa quali siano queste macerie, vanno comunque bene per un fast food, rappresentazione plastica e lapidaria del vuoto di radici. Il fanatismo bianco millenarista, la criminalità nera da strada, la cultura del piagnisteo democratico, l’ottusa prepotenza repubblicana. Nessuno ha ragione, nessuno è innocente. E anche questo si sapeva già, non serviva un Minnesota’s burning per comprenderlo.

Il ghetto del multirazzismo 

Si potrebbe reperire l’origine di questo magma indomabile nei topi di Steinbeck, nella ricerca di guai di Mark Twain, nella polvere di Fante, nella generation di Kerouac. Oppure no. Perché conta poco l’interpretazione letteraria del battesimo di fuoco, a contare è solo la spietata realtà di un perpetuo Far West. E questa ci dice, senza girarci troppo intorno, che negli Stati Uniti non si intravedono possibilità di integrazione e orizzonti di convivenza pacifica. Il multiculturalismo americano è in realtà uno spietato multirazzismo dove domina il richiamo del sangue e dove si torna sempre al sangue. Back to blood, per dirla con Tom Wolf. E’ qui che l’appartenenza all’etnia si è sempre fatta ghetto, dove il miraggio di una simpatica Babilonia oscilla tra l’anelito di dorate supremazie e cavernicoli slum in cui sfogare la rabbia del presente.

Non c’è spazio per alcun sogno, ci si insozza della propria merda e si abbandona la speranza. Un girone dantesco che non prevede purgatori, si passa dall’inferno al paradiso consapevoli che li divide una sottile linea rosso sangue: nel ghetto tutto fa schifo ma è l’unico spazio dove si può contare qualcosa. Ne emerge un’unica certezza: di fronte a questa varietà umana, spesso avvilente, si distinguono per arrendevolezza i bianchi angloamericani, in preda al tramonto psicofisico (e metafisico) che campa di una rendita ormai lacera. Loro non riescono a rifugiarsi neppure nel ghetto. Senza più sangue, restano le menti sospese di Elvis, the Pelvis. In the Minneapolis.

Piano di Salvezza Nazionale 31 marzo 2020



I medici criticano la misura che obbliga a usare le mascherine...

MEDICI CHE LOTTANO PER LA (NOSTRA) LIBERAZIONE

Maurizio Blondet 29 Maggio 2020 

Covid, un gruppo di medici al governo: “Revocare i provvedimenti prudenziali, mancano i presupposti di fatto”
Gli esperti hanno inviato unʼistanza in autotutela in cui chiedono contezza delle delibere alla luce delle evidenze sullʼepidemia che si è rivelata “una forma influenzale non più grave di altri coronavirus”

“Il governo revochi i provvedimenti di contenimento emessi sulla base di uno stato di emergenza di cui oggi non sussistano dei presupposti di fatto che ne giustifichino l’applicazione”. E’ la richiesta posta da un gruppo di medici che ha inviato un’istanza in autotutela al governo. Nel documento vengono smontati i “punti della narrativa allarmistica sul coronavirus” attraverso prove documentali e l’esperienza sul campo, e viene chiesto al governo di giustificare le scelte fatte sulla base delle osservazioni di “esperti” di cui, secondo gli autori dell’istanza, non si conoscono né l’autorevolezza e né l’esperienza (“ci potrebbero essere conflitti d’interesse”). I medici inoltre criticano la misura che obbliga a usare le mascherine: “Indossarle per ore fa male, tra i rischi l’ipercapnia e sovrainfezioni da microorganismi”.

Persiste un numero di divieti che non trova legittimazione scientifica – L’istanza è stata firmata da Pasquale Mario Bacco, Antonietta Gatti, Mariano Amici, Carmela Rescigno, Fabio Milani, Maria Grazia Dondini. Nell’atto i camici bianchi evidenziano come sia paradossale che “tutt’oggi, nonostante un quadro sanitario nettamente positivo, persista un numero impressionante di obblighi e divieti che non trova alcuna legittimazione scientifica e tantomeno giuridica”. Dall’altra parte, spiegano, permane “una regolamentazione confusa, contraddittoria e priva di giustificazione per chi ha un quotidiano e diretto riscontro con la situazione dei pazienti”.

Basta diramare notizie allarmanti – I medici sono convinti che “in primo luogo sia necessario chiarire in modo univoco, chiaro e scientificamente credibile che il Covid-19 ha dimostrato di essere una forma influenzale non più grave degli altri coronavirus stagionali: nonostante l’Oms abbia dichiarato l’emergenza pandemica l’11 marzo, le cifre ufficiali dei deceduti, dei contagiati e dei guariti contraddicono la definizione stessa di ‘pandemia’ – scrivono -. Occorre dare informazioni corrette e fornire criteri di comprensione dei dati reali, evitando che i media diffondano notizie allarmanti, a nostro parere assolutamente ingiustificate. La banalizzazione statistica dei decessi è la sintesi di una comunicazione istituzionale che ha impedito, per tutta l’emergenza e ancora oggi, di avere una chiara sintesi della situazione, portando a un circolo vizioso in termini di provvedimenti sanitari e di impatto sociale”.


La verità sulle vittime – Gli esperti si chiedono perché continuare con i “bollettini di guerra” giornalieri senza analizzare affondo i dati, che in questo modo creano solo un allarmismo “infondato sotto il profilo clinico ed epidemiologico”. Come dichiara l’Istituto Superiore di Sanità, l’identikit delle vittime continua a essere quello dell’inizio dell’epidemia: l’età media è di 80 anni, in prevalenza sono uomini e con gravi patologie pregresse. Se nei comunicati quotidiani si dessero solamente “i deceduti per Covid, e solo Covid, quale sarebbe lo scostamento dalla medie ufficiali negli anni precedenti per patologie analoghe?”, osservano.

I tamponi non sono strumenti affidabili – I medici, inoltre si chiedono, “quali siano i reali motivi per cui in alcune zone del Nord Italia si è registrata una diffusione tanto abnorme e una letalità tanto più alta rispetto ad altre zone del Paese, persino limitrofe”. Nell’istanza si parla anche di tamponi, che non sono uno strumento affidabile poiché ci sono stati “falsi positivi” e “falsi negativi” e “di conseguenza, le percentuali ricavate dal numero dei tamponi vanno interpretate e spiegate tanto agli operatori sanitari quanto ai media e alla popolazione, evitando inutili allarmismi”. E’ stato il professore Ricciardi, consigliere del ministero della Salute, a dire che “oggi in tutto il mondo abbiamo test non perfetti dal punto di vista della sensibilità perché messi a punto in poco tempo e devono essere perfezionati. Quindi c’è un’ampia possibilità di sovrastimare le positività”.

Perché non sono stati presi in considerazione i rilievi di medici sul campo, è dunque necessario chiarire, sottolineano, “quali sia il motivo per cui si è deciso di non tenere in considerazione gli studi e i rilievi di medici e specialisti impegnati sul campo, privilegiando l’impostazione opinabile degli ‘esperti’ anche laddove contraddetta da casi documentati; anche il ricorso all’uso dei ventilatori polmonari pare quantomeno controverso”, dato che si è trattato nella maggior parte dei casi di tromboembolie polmonari e non di polmoniti.

Perché impedire le autopsie? – Un’altra domanda che non trova risposte, argomentano, è “per quale motivo si siano impediti gli esami autoptici, che si sono invece rivelati, quando effettuati, una fonte insostituibile di preziosissime informazioni e che hanno consentito di scoprire che la causa principale dei decessi non era la virulenza della patologia, ma una sua errata cura”.

Perché i malati nelle Rsa e perché mantenere ancora le distanze ove non necessario – E poi “per quale motivo si siano date disposizioni, su indicazione dell’Oms, di trasferire i pazienti anziani nelle Rsa, con le conseguenze ben note” e “per quale motivo si continui ostinatamente a ‘minacciare’ futuri, possibili scenari di inasprimento delle misure di contenimento, come se l’epidemiologia dipendesse solo dalla mancata ottemperanza di disposizioni sanitarie la cui efficacia è quantomeno dubbia: nessuna evidenza scientifica permette di affermare che in questo stadio dell’epidemia sia ancora necessario mantenere le distanze di sicurezza, usare mascherine, indossare guanti oltre a curare l’igiene delle mani”. Uso della mascherina che viene fortemente criticato per i danni collaterali che ne comporta.

Pronto l’esposto in caso di una mancata risposta – Infine, concludono gli esperti, “confidiamo, in spirito di sincera collaborazione, di ricevere una risposta a queste nostre osservazioni, la qual cosa consentirà di porre fine alle pericolose speculazioni di chi, dinanzi a tanto dilettantismo, solleva il dubbio che il Covid-19 venga utilizzato per secondi fini”. Nel caso in cui il governo e le altre autorità interpellate non dovessero dare risposta entro i termini prestabiliti dalla legge i medici procederanno con un esposto.


Silvana De Mari – Epidemia finita, comincia il regime ed il rischio della sottrazione dei bambini


29 maggio 2020 - IL CHIRURGO: "UN TEATRINO I NUMERI, LA SANITÀ È MORTA". Barbara Balanzon...

30 maggio 2020 - Violent George Floyd protests at CNN Center unfold live on TV

29 maggio 2020 - CNN reporter Omar Jimenez released from police custody

29 maggio 2020 - CNN reporter arrested live on air while covering Minneapolis protests

29 maggio 2020 - Protests in Minneapolis continue over the death of a black man in police...

La raffica dei provvedimenti dà la dimensione di quanto estesa e profonda sia l’offensiva degli Stati Uniti contro la Cina. E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni

Cina, Iran, Israele, Nord Stream 2: l’America è davvero contro tutti
Carta di Laura Canali.

28/05/202

La rassegna geopolitica del 28 maggio.
a cura di Federico Petroni

QUATTRO MOSSE CONTRO LA CINA

Nel giro di poche ore, gli Stati Uniti hanno sparato quattro cartucce contro la Cina. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha sospeso la certificazione dell’autonomia di Hong Kong in conseguenza dell’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale che rafforza il controllo di Pechino sulla regione speciale. Il presidente Donald Trump si è offerto per mediare la disputa di confine Cina-India. La Camera dei rappresentanti ha approvato un disegno di legge per sanzionare i funzionari cinesi responsabili dei campi di detenzione del Xinjiang. Infine, una corte canadese ha riconosciuto la possibilità di estradare negli Usa una delle leader di Huawei detenuta dal 2018.

Perché conta: Nessuna di queste notizie è una novità. Ma la raffica dà la dimensione di quanto estesa e profonda sia l’offensiva degli Stati Uniti contro la Cina. Al punto di abbandonare la certificazione sull’autonomia di Hong Kong, strumento mantenuto in piedi finora per garantire un trattamento economico e finanziario separato alla regione speciale allo scopo strategico di preservarne la differenza da Pechino. Ora che quell’autonomia semplicemente non c’è più – la legge cinese autorizza per esempio a stanziare servizi d’intelligence – Washington passa all’attacco. Opporsi alla Cina a Hong Kong serve a non creare un precedente per Taiwan, che difatti reagisce alla vicenda considerando manovre speculari a quelle americane e invitando i cittadini del Porto Profumato a emigrare. Le preoccupazioni di Taipei sono a livelli altissimi: la stampa denuncia l’invio di ben due portaerei cinesi nello Stretto nelle imminenti esercitazioni che si pensa simuleranno l’invasione dell’isola. L’opzione non è in agenda. Ma il surriscaldarsi della tensione Usa-Cina si scaricherà direttamente su Formosa.


CINA-RUSSIA

Ad aprile, nelle importazioni petrolifere della Cina la Russia ha superato l’Arabia Saudita, con quest’ultima scivolata addirittura in terza posizione dietro l’Iraq. I cinesi hanno incrementato del 18% l’acquisto di oro nero russo.

Perché conta: Questa notizia è direttamente collegata alle precedenti. L’aumento della pressione degli Usa spinge la Repubblica Popolare a curare attentamente le poche alleanze di cui dispone. A cominciare da quella strategicamente più importante, nonché fondamentale: quella con la Russia. Pechino ha perfettamente colto che Washington sta sfruttando l’epidemia per mandare segnali a Mosca. A dire il vero a farlo sono i politici alla Casa Bianca, non le burocrazie federali, per nulla disposte a mollare di un millimetro la pressione antirussa. Ma la Repubblica Popolare si cautela comunque. Anzi, in assenza di una convinta apertura da parte degli Stati Uniti alla Russia, quest’ultima sarà costretta a gravitare sempre più verso la Cina in conseguenza del coronavirus, che in patria sta colpendo durissimo e mettendo a seria prova la tenuta dell’economia. Se l’ostilità americana continuerà imperterrita, i russi approfondiranno la dipendenza materiale dalla Repubblica Popolare. Potrebbero essere costretti a svendere ambiti pezzi dell’industria bellica, ad accettare condizioni sgradite in investimenti infrastrutturali, a indirizzare l’innovazione tecnologia esclusivamente verso oriente.


NORD STREAM 2

Due senatori degli Stati Uniti stanno considerando nuove sanzioni contro Nord Stream 2 nel caso in cui la Russia riesca a completare il gasdotto verso la Germania.

Perché conta: Dimostra platealmente la viscerale opposizione alla Russia di cui sopra. Washington intende impedire a tutti i costi l’inaugurazione di un’infrastruttura nella quale riconosce la tendenza di Berlino a intendersi con Mosca. Grazie al lobbying polacco-ucraino, gli Usa hanno imposto al consorzio di adeguarsi alla normativa antimonopolistica dell’Ue e a dicembre hanno varato sanzioni che hanno dal giorno alla notte bloccato i cantieri. I russi hanno risposto schierando una loro nave posatubi che ha recentemente rimesso in moto i lavori, ormai intorno al 95%. Dunque il Congresso inizia ad attrezzarsi. Segno che non sono solo gli apparati federali a stelle e strisce a non voler concedere nulla al Cremlino, ma pure l’istituzione che controlla le spese centrali. Peraltro l’iniziativa è bipartisan, essendo promossa da un senatore repubblicano e da una senatrice democratica. E possiede anche una dimensione antitedesca, non esplicita ma volta a impedire alla Germania di acquisire maggiore centralità in Europa.


USA-IRAN

L’amministrazione Trump ha sospeso le esenzioni dal regime sanzionatorio che permettevano ad aziende europee, russe e cinesi di lavorare negli impianti nucleari dell’Iran.

Perché conta: Le esenzioni erano ritenute utili anche dalle figure sospettose delle attività atomiche iraniane, al fine appunto di tenere un occhio puntato su di esse. La decisione della Casa Bianca è stata criticata sostenendo che ora Teheran sarà ulteriormente incentivata a produrre materiale fissile in proprio. Ma i sostenitori di questa misura ritengono che la Repubblica Islamica sia talmente con le spalle al muro dal punto di vista economico da non potersi permettere di compensare tale perdita. È dunque un ulteriore segno della determinazione americana di condurre gli iraniani sull’orlo del collasso, nella convinzione di poterli spingere al tavolo dei negoziati in una posizione disperata. Comunicando peraltro ad alleati e avversari di non tollerare alcuna interferenza nel dossier persiano.


USA-ISRAELE

Secondo la stampa israeliana, il governo di Gerusalemme si è infuriato alla richiesta di Washington di costituire una squadra congiunta per mappare i confini orientali dello Stato ebraico una volta che questo avrà annesso parte dei Territori occupati.

Perché conta: Gli Stati Uniti si mettono contro pure un alleato, anche uno strettissimo come Israele. Non desiderano dare carta bianca a Gerusalemme e ai suoi piani più sfrenati. Sfrenati nel senso letterale del termine: gli americani vorrebbero mettere un limite all’espansionismo dello Stato ebraico, nel timore di assistere a una recrudescenza delle tensioni regionali, non tanto da parte degli Stati arabi – piuttosto condiscendenti verso l’espansionismo ai danni dei “fratelli” palestinesi – quanto da parte dell’Iran e potenzialmente della Turchia. Persino un piano simpatetico come quello dell’amministrazione Trump non coincide specularmente con gli interessi geopolitici della fazione guidata da Netanyahu. A dimostrazione di ciò, gli americani chiedono con insistenza che Israele riduca i legami, in particolare tecnologici, con la Cina. Qualche segno c’è stato, ma finora non nella misura desiderata da Washington.


Gli Stati Uniti da anni continuano a consumare più di quello che riescono a produrre

Stati Uniti, cresce deficit bilancia beni ad aprile

ECONOMIA > NEWSVenerdì 29 Maggio 2020


(Teleborsa) - Negli Stati Uniti è salito il disavanzo della bilancia commerciale dei beni ad aprile, attestatosi a 69,68 miliardi di dollari rispetto ai 64,98 miliardi di marzo (+7,2%).

Lo comunica il Bureau of Economic Analysis (BEA) del Dipartimento del Commercio americano, che ha pubblicato oggi il dato preliminare relativo alla sola partita dei beni.

Le esportazioni sono crollate a 95,4 miliardi. Le importazioni sono scese a 165 miliardi.

Stati Uniti - periodicamente un uomo di colore viene ucciso dalla polizia

ESTERI
Giovedì, 28 maggio 2020 - 12:14:00
Stati Uniti, proteste dopo la morte di Georg Floyd a Minneapolis
Stati Uniti, proteste dopo la morte di Georg Floyd a Minneapolis. Donald Trump: "Sarà fatta giustizia"
(fonte Lapresse)

Stati Uniti, proteste dopo la morte di Georg Floyd a Minneapolis

Si è spento tra le sofferenze George Floyd, gridando al poliziotto che lo aveva bloccato a terra perché in possesso di un documento falso: “Lasciatemi, non riesco a respirare”. Numerose sono scoppiate le proteste del movimento Black Lives Matter in favore del 46enne afroamericano. Si chiede giustizia per la morte dell'uomo e la fine delle violenze della polizia sugli afroamericani. Una passante ha filmato l’intera scena e il video della morte di Floyd, nella serata di lunedì 25 maggio, ha fatto il giro del mondo. Sul caso si è espresso anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito la vicenda “molto triste e tragica” assicurando che “giustizia sarà fatta”.

Cosa è successo

Intorno alle 20 di lunedì sera alcuni agenti di polizia sono stati chiamati per la presenza di un uomo sospetto, poi identificato come George Floyd, seduto in un’auto e apparentemente sotto effetto di sostanze stupefacenti. L’intervento della polizia sarebbe stato richiesto perché Floyd aveva cercato di usare un documento falso in un mini market. A quel punto all’uomo è stato intimato di scendere dall’auto, ma lui avrebbe opposto resistenza. Gli agenti lo hanno quindi estratto con la forza e bloccato a terra: mentre cercavano di ammanettarlo, e anche dopo averlo ammanettato, uno di loro ha tenuto a lungo premuto il suo ginocchio sul collo di Floyd. Una passante ha ripreso quello che stava accadendo. “Per favore, non riesco a respirare (I can’t breathe)”, ha detto Floyd. Dopo diversi minuti, il 46enne ha smesso di muoversi: presumibilmente perdendo conoscenza. A quel punto i poliziotti hanno chiamato un’ambulanza, ma Floyd è morto poco dopo e secondo la versione ufficiale della polizia si sarebbe trattato di un "incidente medico".

Le televisioni creano narrazioni false basate su fake news

29/05/2020 12:01 

La capitale di Israele? Per l'Eredità è Gerusalemme. E sui social scoppia la polemica

Flavio Insinna ha corretto la concorrente che aveva risposto "Tel Aviv" e scoppiano le polemiche su Twitter: "Inchino della Rai, Gerusalemme è Palestina"

HuffPost

TWITTER

Qual è la capitale di Israele? La concorrente dell’Eredità risponde “Tel Aviv”, ma subito il conduttore, Flavio Insinna, la corregge con “Gerusalemme”. In rete è subito scoppiato il caso: chi ha ragione? Tel Aviv è stata la capitale di Israele ed è ancora la sede di diverse ambasciate straniere. Israele, da parte sua, ha proclamato come capitale Gerusalemme. Gerusalemme capitale però non è stata riconosciuta da diverse risoluzioni dell’Onu e dalla maggior parte dei Paesi.

“Il profondo inchino della Rai a Israele - si legge in un commento su Twitter -. Gerusalemme non è la capitale di Israele”. “Gerusalemme è la capitale di Israele, con buona pace della sinistra, dei palestinesi e degli antisemiti”, sentenzia un utente. Un altro tweet recita: “E io dovrei pagare il canone Rai per assistere a questo vergognoso scempio della verità? Gerusalemme è Palestina”.


E io dovrei pagare il canone RAI per assistere a questo infame e vergognoso SCEMPIO della verità??

NoTav - TAV = Mafie

News, post — 29 Maggio 2020 at 10:31

Come molti sapranno, un’enorme scritta accoglie i visitatori all’imbocco della Val di Susa. Da anni, arrivando in valle, sui mille metri del monte Musine, tutti possono leggere TAV = MAFIE. Un sorta di promemoria gigante per ricordare una verità incontrovertibile e ormai acclarata anche da sentenze della magistratura giudicate in via definitiva come quella sulla Toro srl: questo tunnel porta morte e porta mafia.


Ma come sanno tutti, la verità spesso fa male, soprattutto alla variegata lobby del grande buco. Negli anni quindi la scritta ha mandato letteralmente ai pazzi sitav di ogni risma. È stata oggetto di comunicati stampa indignati da parte dei politici piemontesi, esposti ai carabinieri, petizioni di scarso successo che ne chiedevano la rimozione e atti vandalici. L’ultimo è arrivato ieri da parte di un gruppetto di estrema destra in cerca di visibilità, tale ALIUD. La cosa potrebbe essere bollata come la solita azione estemporanea e un po vigliacchetta di qualche mentecatto. C’è però un dettaglio interessante.

A rimuovere la scritta stavolta non è stato un gruppo qualsiasi ma un manipolo creato e finanziato circa un anno fa a Torino su indicazione del fratellino d’Italia Roberto Rosso. Ve lo ricordate? È proprio lui! Il mitico consigliere regionale della giunta Cirio che metteva striscioni SITAV sul comune di Torino e che è poi stato arrestato per voto di scambio con le cosche della ndrangheta che fanno base tra Torino e Carmagnola. Insomma, la giovanile della ndranghetav prova goffamente a tappare la bocca ai notav. Ma con Rosso ancora alle Vallette non era meglio fare profilo basso invece di coprirsi ridicolo?

Inutile dire che la prodezza ha avuto vita breve. Alcuni giovani notav assieme agli abitanti di Almese sono andati ieri sera a ripristinare la scritta che stamattina era di nuovo ben visibile dall’autostrada!

Di seguito il comunicato del Comitato NO TAV Valmessa

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Niente da fare, proprio non ce la fanno. Ogni tanto qualcuno deve salire sulle pendici del Musinè a modificare la storica scritta a proprio piacimento.

Questa volta, però, gli autori si sono anche firmati, non sono semplici “buontemponi” ma militanti dell’estrema destra e neofascisti. Il comunicato che hanno mandato in giro oltretutto rasenta il ridicolo.

Scrivono di “conoscere nomi e cognomi di chi negli anni ha ridotto e malmenato la Sanità italiana” e in questo passaggio noi gli crediamo dato che Fratelli d’Italia con fratellini e nipotini, precedenti e attuali, negli ultimi anni ha governato sia a livello nazionale che regionale contribuendo in prima persona allo smantellamento della sanità pubblica.

Dicono anche che “il problema dell’Europa non è un’infrastruttura ferroviaria”, dimenticandosi che sono proprio queste scelte a fare incetta di denaro pubblico a discapito di cose ben più importanti per la vita delle persone che loro asseriscono di voler difendere con la successiva frase “non c’è costo materiale che non debba esser sostenuto per salvare delle vite” … che poi per loro alcune vite debbano essere salvate e altre no omettono di scriverlo ma sappiamo bene come la pensano

Ma anche questa volta, come sempre in passato, noi NO TAV in brevissimo tempo abbiamo ripristinato la scritta che da anni difende la valle proprio all’imbocco di essa.

La difende dallo sperpero di denaro pubblico per un’inutile infrastruttura e dalle mafie che stanno dietro queste opere e “propone” di spendere questi soldi nelle piccole opere utili, nella messa in sicurezza del territorio e nelle politiche a difesa delle persone….TUTTE !!!

Comitato NO TAV Valmessa – Laboratorio Civico Almese

Euroimbecilandia contorce la logica per mantenere le sanzioni al popolo siriano che ancora subisce gli attacchi dei tagliagola terroristi mercenari e l'invasione dei suoi territori da parte della Turchia, Stati Uniti e Francia

CONFLITTO
Siria: sanzioni Ue prorogate fino al 2021. Borrell, restiamo al fianco del popolo siriano

28 maggio 2020 @ 18:15

Josep Borrell (foto SIR/Commissione europea)

Le sanzioni dell’Ue contro il regime siriano resteranno in vigore un altro anno, fino al 1° giugno 2021. La decisione annunciata oggi da una nota del Consiglio Ue. “Il popolo siriano ha dovuto attingere a straordinarie riserve di resilienza nel corso del conflitto”, ha spiegato l’alto rappresentante Josep Borrell, ma “le sanzioni dell’Ue riguardano i responsabili delle loro sofferenze, i membri del regime siriano, i loro sostenitori e imprenditori che lo finanziano e beneficiano dell’economia di guerra”. Nonostante le sanzioni, l’Ue resta al fianco del popolo siriano e continua nel suo impegno “a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per cercare una soluzione politica al conflitto a beneficio di tutti i siriani e porre fine alla repressione in corso”. Le sanzioni in atto sono state introdotte nel 2011, in risposta alla violenta repressione da parte del regime siriano sulla popolazione civile e sono rivolte a aziende e uomini d’affari che traggono benefici dai loro legami con il regime e l’economia di guerra; è incluso nelle sanzioni il divieto di importazione di petrolio, restrizioni su determinati investimenti, il congelamento delle attività della Banca centrale siriana nell’Ue e restrizioni per l’esportazione di attrezzature e tecnologia che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna.

Togati&istituzioni malate - Uniti consapevolmente nel Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato: “Sussurrati all’orecchio” e “Sacrati sulla spada”

Il venerabile pentito: «Vibo Valentia epicentro di tutta la massoneria, legale e deviata»

VIDEO | I verbali di Cosimo Virgiglio agli atti dell’inchiesta Rinascita Scott. Il potere delle logge, il prestigio planetario dei “Garibaldini”, i magistrati “Sussurrati all’orecchio” e i mafiosi “Sacrati sulla spada”. E poi il finanziere «galoppino» del boss massone e la convention dalla quale sarebbe partito l’ordine di sostenere l’elezione di Costa a sindaco 

di Pietro Comito 
29 maggio 2020 08:43

«Intendo rispondere e confermo la mia volontà di collaborare con la giustizia. Premetto che io ero un massone, maestro venerabile. La città di Vibo Valentia è l’epicentro della massoneria, sia di quella legale che di quella cosiddetta deviata».

Tra le decine di migliaia di atti assorbiti dalla maxinchiesta “Rinascita Scott”, i verbali che contengono le dichiarazioni rese da Cosimo Virgiglio sono certamente tra i più suggestivi. Il 25 novembre del 2016, a Roma, nel quartiere generale del Ros, viene interrogato da Giovanni Bombardieri e Camillo Falvo, in seguito designati al vertice delle Procure di Reggio Calabria e di Vibo Valentia ma allora magistrati in forza alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, impegnati nell’inchiesta che, tre anni dopo, sarebbe culminata con la retata che Nicola Gratteri definì come «la più grande operazione antimafia dopo quella che portò al maxiprocesso di Palermo», “Rinascita Scott” appunto.


La storia di Cosimo Virgiglio

Virgiglio arricchisce di dettagli inediti i racconti già resi alla magistratura requirente e poi confluiti nelle discovery dei procedimenti più importanti istruiti in Calabria nel nuovo millennio, da Maestro a Breakfast, fino a ‘Ndrangheta stragista. Nato a Rosarno, classe ’66, legato ai giganti dell’onorata società calabra che hanno cannibalizzato Gioia Tauro, il porto e il resto della Piana, l’ex venerabile pentito ha un profondo legame con il Vibonese, per due ragioni: di fatto crebbe in una delle roccaforti dei Mancuso, Nicotera, dove frequentò le scuole; e poi fu proprio a Vibo Valentia che la sua storia massonica ebbe un salto di qualità.

La sua affiliazione al Grande oriente d’Italia, e qui siamo nei ranghi della massoneria legale, avvenne tra il 1990 ed il 1993, a Messina, al termine degli studi universitari. Fu in quel periodo che entrò anche nel “Sacro Sepolcro”. «Sono stato sacrato in quel periodo, nel 1997-98 all’interno della Chiesa Sant’Anna del Vaticano – racconta ai pm Bombardieri e Falvo e ai carabinieri del Ros – mentre nel 2002 sono dovuto rientrare per forza nella massoneria riconosciuta, nella Gran Loggia dei Garibaldini d’Italia».

La loggia più «pulitissima di tutte»

Divenne maestro venerabile, quindi, e da qui ebbe un punto di osservazione privilegiato, dal quale acquisì quegli elementi che lo portano a riferire ai magistrati come «una delle logge più potenti a Vibo era la “Morelli”», mentre la sua, la «Gran loggia dei Garibaldini d’Italia è una delle più riconosciute e spendibili». E proprio sulla Gran loggia dei Garibaldini d’Italia, offre molti significativi dettagli. Gran Mestro («lo era, lo è e lo sarà», racconta Virgiglio) «il professor Giuseppe Francica». Insegnante di matematica e commercialista, «figlio di carabiniere e padre di un noto penalista», Francica viene descritto da Viriglio come una figura di elevato profilo morale, così come la sua loggia che «era la parte proprio pulitissima di tutta, e credo che ancora oggi lo sia… però è la più carismatica che esiste a livello nazionale». Godeva di un grande prestigio, questa loggia, perché «nel nostro tempio ci passò Giuseppe Garibaldi e ci lasciò proprio una bandiera intrisa di sangue dei garibaldini, il suo obolo, il “maglietto” e questa aveva una simbologia molto… era riconosciuta proprio dalla “Madre di Inghilterra”, in maniera insomma molto importante». 


“Sussurrati all’orecchio” e “Sacrati sulla spada”

Premesso che i suoi ricordi si fermano al 2009, quando fu risucchiato in una delle inchieste giudiziarie che da Reggio colpirono al cuore i Piromalli-Molè, Cosimo Virgiglio spiega, quindi, la distinzione tra logge coperte e riconosciute: «Chi intendeva fare potere, si creava la famosa loggia coperta e cioè “Gli iniziati sulla spada” o “Sussurrati all’orecchio”». Non è un passaggio inedito, questo, ma è bene rammentarlo per contestualizzare meglio le successive dichiarazioni del collaboratore di giustizia: «Quelli “Sussurrati all’orecchio” erano personaggi che per la loro carica istituzionale non potevano entrare nella loggia, sia per la Legge Anselmi, sia per la tornata del 1993 che fu tenuta a Capo Verde…». Ad esempio, i magistrati, da allora non potevano più far parte della massoneria legale. Diversamente molti avrebbero fatto parte della massoneria coperta come “Sussurrati all’orecchio”.

I pm che lo interrogano sono molto interessati al profilo di Giancarlo Pittelli, importante penalista ed ex parlamentare della Repubblica, figura chiave dell’inchiesta “Rinascita Scott”, finito in carcere dallo scorso dicembre. Virgiglio racconta dell’appartenenza massonica di Pittelli ma elenca anche diverse personalità – magistrati, politici, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine – che avrebbero militato in logge borderline. Virgiglio, tra gli altri, pronunciava il nome di un «capitano» e di un «appuntato» della Guardia di finanza.

Altra categoria particolare, e qui siamo sempre nel campo delle logge coperte e, quindi, illegali, è quella dei “Sacrati sulla spada”, ovvero figure che «avevano avuto problemi con la giustizia o avevano avuto problemi con la vecchia Propaganda 2, di Licio (Gelli, nda)». 

Sistema di potere parallelo e occulto

Insomma, esiste, secondo Cosimo Virgiglio, un sistema di potere parallelo, coperto e, quindi, illegale, che proprio a Vibo Valentia, avrebbe il suo epicentro. Un sistema di potere che sin dal 1993 avrebbe inteso assorbire quanti più operatori della giustizia possibile: «Questo era un modo per veicolare e sistemare in appello o in Cassazione, il processo di primo grado… Questo era». Un apparato in grado, pertanto, di condizionare la giurisdizione, ma anche l’informazione, come quella volta che «che c’era il problema dei Bronzi di Riace, che li volevano portare negli Stati Uniti per un periodo». Secondo suo il racconto, a suo tempo l’ex governatore Chiaravalloti si sarebbe reso protagonista di uno scivolone legato al caso del trasferimento oltre oceano dei Bronzi e, pertanto, Virgiglio stesso fu interessato affinché contattasse l’editore di una importante agenzia di stampa e bloccasse la pubblicazione della notizia.
Il «figlioccio» vibonese di Ugolini

Questo sistema di potere, d’altro canto, avrebbe anche influito sulla gestione della cosa pubblica, in particolare nel corso delle elezioni. E i “Sacrati sulla spada” avrebbero giocato un ruolo chiave, secondo Cosimo Virgiglio. Tra questi vi sarebbe stato anche «Giovanni Mancuso», uno dei boss del casato di Limbadi e avrebbe fatto parte della «Gran Loggia di San Marino». Lo avrebbe conosciuto personalmente a Roma, dove si sarebbe recato assieme ad un suo «galoppino», nientemeno che un militare della Guardia di finanza la cui consorte avrebbe avuto – a dire del pentito – un pastificio. E lo stesso finanziere sarebbe stato addirittura «il figlioccio di Ugolini, il “capo supremo” di tutta la massoneria».


Vibo Valentia, elezioni 2002

A domanda del procuratore Falvo, poi, Cosimo Virgiglio – le cui memorie, lo ricordiamo, si fermano al 2009 ed i cui racconti, su diversi punti devono essere riscontrati – spiega come la massoneria si sarebbe mossa anche nelle tornate elettorali di Vibo città: «Ecco, non vorrei sbagliare il nome, era un ex magistrato, Costa, è possibile, che era nel Vibonese. Tutte le logge diedero una mano all’epoca. O Costa o Tucci… Ah, ecco, Tucci era il maestro venerabile di Cosenza, sì».

Evidente il riferimento, siamo nel 2002, alla prima elezione come sindaco di Vibo Valentia di Elio Costa, che – per completezza e correttezza d’informazione – non è indagato nell’inchiesta “Rinascita Scott”, dalla quale è completamente estraneo, inoltre non esistono elementi che comprovano né la sua appartenenza o vicinanza ad ambienti massonici o controindicati.

«Ma si mossero facendo…», incalza il magistrato che lo interroga. «A spada tratta, dice “Muovetevi tutti, dobbiamo portare questo “fratello”, c’è stata una convention tra logge e quindi, come le ripeto, quando c’era quell’ordine, quella direttiva, ecco, tutti quanti ci si muoveva». E poi, un altro particolare: «Non ci si sceglieva sempre un solo candidato, cioè i voti non dovevano andare solo ad uno. A volte venivano divisi anche in parti opposte. Chi va ci rappresenta. Ma questo perché non dovevano essere concentrati su una sola persona».

venerdì 29 maggio 2020

Recovery Fund=Next Generation EU - Chi festeggia sguaiatamente, sfottendo e deridendo l’avversario sconfitto, umiliandolo, semplicemente non sa vincere. La componente Pd e di Italia Viva al governo – alla farsa andata in onda a Bruxelles mercoledì rientra a pieno in questa categoria di decodifica psico-socio-politica: si sono attaccati a una presa per i fondelli, tramutandola nella vittoria del secolo

SPY FINANZA/ Recovery fund, la Troika sotto copertura pronta a sbarcare a Roma

Pubblicazione: 29.05.2020 - Mauro Bottarelli

Si sta parlando e forse esultando troppo per il piano della Commissione europea che non sembra poter cambiare di molto le sorti dell’Italia

Palazzo Chigi (Lapresse)

La saggezza popolare in voga nel mondo sportivo dice che il vero campione lo si vede, paradossalmente, da come sa gestire i trionfi, più che le sconfitte. Chi festeggia sguaiatamente, sfottendo e deridendo l’avversario sconfitto, umiliandolo, semplicemente non sa vincere. E quindi non sarà mai un campione, anche se il risultato del campo dice il contrario. Bene, la reazione del Governo italiano – quantomeno la componente Pd e di Italia Viva – alla farsa andata in onda a Bruxelles mercoledì rientra a pieno in questa categoria di decodifica psico-socio-politica: si sono attaccati a una presa per i fondelli, tramutandola nella vittoria del secolo. Quando sento parlare di alba di una nuova Europa, di D-day del XXI secolo, di Big Bang, mi viene da ridire. E da piangere, contemporaneamente. Per cosa, di grazia? Per il fatto che, alla fine, i cosiddetti Paesi “frugali”, gente il cui Pil messo insieme non fa quello del Veneto, ha imposto l’agenda relativa alla percentuale di prestiti da rimborsare, rispetto alle richieste iniziali di fondo perduto tout court? Avete tolto lo champagne dal frigorifero per questo o vi siete dimenticati i toni da Guerra dei mondi minacciati fino alla scorsa settimana da Giuseppe Conte, ivi compreso il veto al Budget Ue? Pensate davvero, come vi ho detto fin dall’inizio, che la mossa di Austria e Olanda non fosse concordata con la Germania per ottenere proprio questo risultato, giocando al poliziotto cattivo e quello buono e “costringendo” così la Commissione a un compromesso?

Guardate i numeri. Certo, 172 miliardi a disposizione del nostro Paese fanno impressione a livello di numero assoluto, ci sembrano tutti i soldi del mondo. Sapete quanto spendiamo all’anno solo di interessi sul debito? Nel 2019, 64 miliardi di euro (3,6% del Pil). Un terzo circa degli aiuti europei che festeggiamo come fossero manzoniana pioggia purificatrice. E attenzione, perché nell’ultimo Def pubblicato ancora sotto la guida di Giovanni Tria, quella cifra era già prevista in crescita a quota 74 miliardi solo nel 2022 (3,9% del Pil). E senza Covid-19 a schiantare le dinamiche di crescita, all’epoca fattorizzate a un tasso più o meno dello 0% o +0,2% e oggi in area di previsione di circa il -9,5% (ogni punto di Pil equivale a 16 miliardi di euro, tanto per mettere la questione in prospettiva). Provate poi a scorporarli quei miliardi e vedrete che, di fatto, siamo quasi a un 50% e 50% fra aiuti e prestiti.

Certo, questi ultimi hanno scadenza lunghissima, visto che andranno rimborsati fra il 2028 e il 2058, ma restano comunque in carico, fanno stock, non sono “a babbo morto” come il nostro Governo avrebbe voluto, minacciando sfracelli che ovviamente sapeva di non poter scatenare. Di fatto, poi, come vi ho già detto ieri, la parte eccedente rispetto ai 500 miliardi del piano franco-tedesco originario faranno capo a una partita di giro con la Bce, la quale opererà da prestatore di ultima istanza rispetto ai bond emessi per finanziare la parte principale del Fondo. Basta attendere il 4 giugno, per avere la conferma: se, come pare, verrà aumentato il limite massimo del 10% per le detenzioni di debito sovranazionale, il Re sarà nudo. Perché la Bce non è un’entità marziana o venusiana, siamo noi.

Come mai, altrimenti, alle 13:30 di ieri mattina il nostro spread era già risalito a 194 punti base? Dopo l’ok al Mes, Cipro ha visto il suo decennale perdere 60 punti base in un giorno rispetto al pari durata tedesco. Il nostro ha fatto poco più di un plissé, anzi in mattinata era arrivato al massimo intraday di 198 punti dai 191 dell’apertura: sintomo che, prima di andare a pranzo, una manina a Francoforte ha fatto un po’ di shopping. E quel livello non è a fronte di un piano limitato di salvataggio come il Mes, bensì di fronte a quello che il Governo ci spaccia addirittura come il D-day della nuova Europa. E con la Bce che sta comprando con il badile.

Cosa c’è che non torna? Il problema reale è che lo status attuale del nostro spread è paradossalmente più preoccupante di quello raggiunto un mese e mezzo fa, in piena bagarre da Eurogruppo. All’epoca, infatti, tutto era ancora formalmente da decidere in sede Ue e, soprattutto, l’Eurotower aveva dispiegato l’artiglieria pesante solo da un paio di settimane. Qui siamo già a un terzo dell’ammontare del Pepp già messo in campo (28%), siamo stati di fronte a una proposta franco-tedesca formalmente tutt’altro che punitiva verso Italia e Spagna per oltre dieci giorni, ora possiamo contare sul Big Bang di tutte le manovre europee di sostegno e, dulcis in fundo, ci ritroviamo con il lockdown da pandemia pressoché terminato, quantomeno nei suoi aspetti più paralizzanti per società ed economie. Eppure, il nostro spread resta lì. Nonostante gli acquisti monstre della Bce, il Covid che fa meno paura, i tappi di champagne fatti volare per il collocamento record del Btp Italia e il Decreto rilancio tramutatosi in realtà sulla Gazzetta Ufficiale.

Signori, questo significa che siamo molto prossimi al game over. E che, soprattutto, quella fase terminale del gioco pare godere del medesimo trattamento di compressione artificiale di cui beneficia lo spread, grazie a gente come la Isabel Schnabel e i soloni dell’azzardo morale da annullamento del concetto di rischio: senza Bce, l’insostenibilità dei conti si sarebbe già palesata e sarebbe già stata prezzata dai mercati, invece che rimanere nascosta nelle pieghe di una riapertura del Paese in fretta e furia su “consiglio” interessato di Inps e Inail. Non prendiamoci in giro, per favore.

Certo, parlare di assistenti civici e reagenti che mancano garantisce ascolti televisivi ai talk e letture degli articoli sui siti di news, ma configura anche una clamorosa cortina fumogena rispetto a quanto sta accadendo nel Paese. Ovvero, quella che già in un articolo passato ho definito la lenta e dolente Spoon River delle saracinesche chiuse. Soldi che non arrivano, se non – furbescamente – i 600 euro promessi agli autonomi: argent de poche, infilato nelle pieghe del Decreto e finanziato magari ex post proprio con fondi europei, al fine di tacitare i mugugni più rumorosi e minacciosi. Quelli, ad esempio, di chi non ha visto un euro da marzo. Ora il primo saldo è ormai arrivato al 100%, aprile poi verrà coperto in fretta, millantando panacee europee: l’importante era “scavallare” il nodo reale, quello della cassa integrazione in deroga. Prima scaricando politicamente le colpe sulle Regioni, i monsieur Malaussène preferiti da questo Stato centralista fino al midollo, e poi riaprendo in ordine sparso il Paese, in modo e nella speranza che l’economia in qualche modo rimettesse in moto le dinamiche salariali e reddituali. La Cig in deroga, a quel punto, arriverà anch’esssa a babbo morto, come parte del Recovery Fund. Ovvero, mai. Ma, almeno, adesso si evitano cortei di protesta ogni giorno e si cerca di togliere munizioni all’opposizione.

Ecco a che punto siano, cari lettori. E pensate che saranno i 172 miliardi del Recovery Fund a cambiare le cose? Oppure si tradurranno soltanto negli ennesimi asciugamani di lusso con cui tenteremo di tappare una falla degna delle cascate del Niagara, in attesa della prossima crisi ciclico-strutturale, magari quando la Bce dovrà giocoforza darsi una calmata con gli acquisti?

Vi avevo promesso un grafico molto esplicativo per oggi: eccolo qui, compara la nostra ratio debito/Pil con la quota dello stesso detenuto da Bankitalia su mandato Bce in seno al programma di acquisto generale di bond sovrani (Pspp) e dei suoi vari addentellati e fantasiosi acronimi.


Pensate che da una dinamica di dipendenza totale e assoluta dall’Europa di questo genere si esca con 172 miliardi, a fronte oltretutto di un Pil che quest’anno viaggerà in area negativa a doppia cifra per il fall-out economico della pandemia? Siamo seri, qui stiamo parlando di centinaia e centinaia di miliardi strutturali di servizio del debito. Di una dinamica che, giocoforza, quest’anno passerà dal 132% a oltre il 150%, con forte tendenza ad andare fuori controllo, come quasi sempre accade quando si varcano certi Rubiconi (vedi il Giappone, totalmente incapace di ridurre il suo stock e infatti costretto al Qe strutturale solo per restare in piedi, fra una recessione e l’altra).

Attenzione, poi, a sottovalutare la scadenza del 5 agosto, entro la quale la Corte di Karlsruhe attende una risposta formale dalla Bce ai suoi rilievi di liceità relativi proprio ai vari cicli di Qe e alla proporzionalità delle misure messe in campo rispetto al mandato statutario. Se come riportato dalla Reuters martedì (non smentita), a Francoforte i tecnici sarebbero già al lavoro per approntare contingency plans in grado di garantire l’operativa del Pspp e di tutti gli altri programmi anche in assenza della Bundesbank, qualcosa di serio all’orizzonte c’è. Fosse anche solo una strategia o un gioco delle parti, come immagino sia. Perché non si arriva a palesare certe dinamiche pubblicamente, se la posta in palio non è decisamente alta.

L’Ue, piaccia o meno, oggi è più che mai a guida tedesca, alla faccia dei sovranisti festeggianti dopo le Europee dello scorso anno. E la Germania vuole dare soldi all’Italia subito solo per evitare il fallimento del comparto produttivo del Nord, quello che garantisce componentistica e macchinari all’industria tedesca. Poi, riforme strutturali, abbattimento dello stock di debito in primis. Quella è la linea Maginot, oltre la quale Berlino non andrà. E, conti alla mano, chi tiene il coltello dalla parte del manico è noto e palese, come mostrato dal grafico.

Non è colpa dei tedeschi se siamo indebitati a livello pubblico come uno Stato centrafricano: le vie sono due, d’altronde, se si vuole restare in Europa. Utilizzo del risparmio privato, via prelievi una tantum, controlli di capitale e patrimoniale. Oppure condizionalità riformista all’erogazione degli aiuti. Una Troika sotto copertura che risponde al nome di Mario Draghi e al suo Governo prettamente tecnico. Tertium non datur, alla faccia del Btp Italia. Perché provate pure a emettere un bond dopo che la Bce avrà smesso di garantire il backstop (anche solo rimettendo la capital key italiana al 17% statutario, senza per forza smettere di colpo di comprare) e vedrete quanto vi costerà l’autarchia. Per referenze, chiedere in questi giorni ai cittadini argentini. E, soprattutto, ai creditori di Buenos Aires.

Recovery fund: Next Generation EU - Quindi ci vorrà tempo. Ma non abbiamo tempo….

NEXT GENERATION EU: un tesoretto per l’Italia da non sprecare

Scritto il 28 maggio 2020 alle 14:06 da Danilo DT

Evvai! Tutti felici e contenti con il Next Generation EU, in primis il nostro premier Giuseppe Conte che ritiene adeguata la proposta della Commissione Ue che prevede 500 miliardi di euro a fondo perduto e 250 miliardi in prestiti (a lungo termine e tassi risibili) agli Stati membri per aiutarli dopo la crisi, nell’ambito di un piano di ripresa da complessivi 1.850 miliardi.

Ottimo segnale da Bruxelles, va proprio nella direzione indicata dall’Italia. Siamo stati descritti come visionari perché ci abbiamo creduto dall’inizio. 500 mld a fondo perduto e 250 di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo sul negoziato e liberiamo presto le risorse

— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) May 27, 2020

Chiaramente il nostro Premier gongola perché la parte più consistente dei 750 miliardi andrebbero proprio a Italia e Spagna, i Paesi più colpiti dall’epidemia: per noi sarebbero 82 miliardi di sussidi più 91 miliardi in prestiti.
Ecco, però cerchiamo di essere pragmatici. Infatti l’Italia incassa ma dall’altra…contribuisce. Se dunque guardiamo al saldo tra contributi ricevuti a fondo perduto e i versamenti al bilancio, ipotizzando un nostro contributo alla crescita pari a 56 miliardi, il trasferimento netto sarebbe di 26 miliardi, circa l’1,5% del Pil.
Recovery fund: Next Generation EU


Forse i numeri iniziano a cambiare un pochetto, non credete?
E tutto questo comporterà per forza di cose un nostro maggior impegno nel ricercare il modo per rendere il debito più sostenibile e quindi per poter poi ripagare il cosiddetto pacchetto ripresa.
Seconda cosa: se già il piano, tenendo conto di quanto detto sopra, sembra meno interessante, ecco che bisogna dare nulla per scontato. Infatti ricordate che il piano deve comunque essere approvato da tutti i 27 Stati membri e dal Parlamento europeo.
Terza cosa: se mai arriverà l’ok dei 27, il piano diventerà operativo l’anno prossimo, 2021, quando ormai il deserto sarà calato sul tessuto produttivo italiano.


Per carità, meglio di nulla ma c’è sempre il rovescio della medaglie e quando c’è del fondo perduto, la strada deliberativa si fa sempre in salita. Quindi ci vorrà tempo. Ma non abbiamo tempo….

Intanto i mercati festeggiano, Lo spread BTP Bund scende e anche il nostro indicatore sull’Italexit migliora. O meglio, migliora la percezione del rischio Italia e anche la paura di una potenziale Italexit.
Non dimentichiamo quanto detto dalla Lagarde ieri. Quest’anno l’economia del blocco UE subirà una contrazione dell’8%-12% e che, superato lo scenario “moderato”, restano ora il “medio” e quello “grave”. Morale: UE a -10% di PIL circa e Italia quindi molto peggio. PIL che noi sicuramente non recupereremo regalando tasselli di crescita ad altre realtà.
CDS Italia: rischio Italexit


In tutto questo c’è ovviamente anche qualcosa di positivo. Si tratta dell’accettazione della mutualizzazione di un debito in UE, elemento rivoluzionario, una porta che potrebbe aprirsi e cambiare certe dinamiche future, anche se il percorso è lungo e tortuoso. Ma necessario se si vuole rendere credibile l’UE.
Detto questo (tenuto conto del fatto che la strada è ancora lunga) la grande sfida adesso sarà SPENDERE nel miglior modo possibile queste cifre e non depauperare l’ennesimo tesoretto che abbiamo a disposizione, una rte a cui siamo secondi a nessuno.

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STAY TUNED!