L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 giugno 2020

Periodicamente le contraddizioni sociali scuotono gli Stati Uniti

RCI - Dalla "Primavera araba" alla "Primavera statunitense". Chi gioca col fuoco rischia di bruciarsi

5 giugno 2020

La morte di George Floyd ha scatenato negli Stati Uniti proteste su larga scala, in molti luoghi le manifestazioni sono in continua escalation e in alcune città si sono verificati persino saccheggi e violenze, incendi dolosi e sparatorie con vittime. Di fronte a questa situazione sempre più fuori controllo, il presidente Trump ha dichiarato in un discorso televisivo nazionale che avrebbe invocato la "Legge sulla ribellione" per mobilitare "migliaia di militari in servizio pesantemente armati" per reprimere le manifestazioni, provocando una tumultuosa risposta pubblica. Molti americani hanno associato ciò che sta accadendo ora alla "Primavera araba" avuta luogo 10 anni fa nei paesi nordafricani, dichiarando che “si sta vivendo ora la “Primavera statunitense”.

In Cina, si dice che coloro che giocano con il fuoco finiscono per bruciarsi. Gli Stati Uniti, che sono soliti istigare caos negli altri paesi, ora stanno assaggiando il frutto amaro da loro stessi piantato. Per quanto riguarda quei politici americani che trasferiscono il peso delle proprie crisi sugli altri per evitare deliberatamente i conflitti interni, l’utilizzo del "doppio standard" non risolverà i problemi di discriminazione razziale e di violenza della polizia degli Stati Uniti, e ancora meno potrà rendere grandi gli Stati Uniti.

lo spread e le stronzate del libero mercato

La truffa dello spread in un'immagine



di Thomas Fazi
5 giugno 2020

Quante volte in questi anni ci siamo sentiti dire che dovevamo tagliare la spesa pubblica (che non vuol dire rifarvi sull’impiegato delle Poste che vi ha tenuto in fila per ore, ma vuol dire – ormai dovremmo averlo capito – tagliare i fondi alla sanità, all’istruzione, al welfare ecc., insomma segare il ramo su cui siamo tutti seduti), fare le “riforme strutturali” (che nel gergo europeo non vuol dire “ridurre la burocrazia”, che sarebbe anche utile, ma ridurre i diritti dei lavoratori, come il fatto di non poter essere licenziati senza giusta causa, vedi articolo 18) ed eleggere governi “responsabili” (ovverosia governi che taglino la spesa pubblica e facciano le riforme), perché altrimenti sarebbe salito “lo spread” (che rappresenta la differenza tra i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani e quelli tedeschi)?

Quante volte ci siamo sentiti dire che i tassi di interesse li decidono “i mercati” (stronzate), le nuove divinità del nostro tempo, e che i governi non possono fare altro che cercare di compiacerli per mezzo delle suddette politiche, offrendo loro in sacrificio tagli e riforme strutturali, pena il default? 
D’altronde – ci dicevano – è perfettamente normale che sia così: sul mercato dei titoli pubblici, come su qualunque altro mercato, è l’incontro tra domanda e offerta a determinare il prezzo. È la legge del mercato, bellezza! Anche perché – ci dicevano – se “i mercati” non comprano più i nostri titoli, poi sono guai: si va dritti verso il default! 

Quante volte ci siamo sentiti dire che se i tassi salivano era perché non eravamo “affidabili” o perché avevamo un debito pubblico eccessivo?

Questa è stata più o meno la narrazione che ci hanno imposto per farci ingoiare la macelleria sociale di questi anni. E per convincerci che i mercati, alla fine della fiera, contano più della democrazia. Tutti ricorderanno il terrorismo mediatico che si scatenò intorno all’aumento dello spread ai tempi dell’elezione del governo gialloverde, tanto per fare un esempio. 

Peccato che le cose non funzionino così. I tassi di interesse non li fissano i mercati; li fissa la banca centrale. Ed è facile intuire perché: tra i “consumatori” di titoli di Stato che influiscono sulla domanda finale – e dunque sui tassi di interesse – c’è anche la banca centrale, che anzi è il “consumatore” più potente di tutti, visto che è l’unico che può creare dal nulla tutta la moneta di cui ha bisogno. Che ha, per così dire, un arsenale illimitato. 

Ed è per questo che può tranquillamente fissare il tasso di interesse al livello che vuole: perché se i mercati si rifiutano di sottoscrivere i nuovi titoli emessi al tasso di interesse fissato dalla banca centrale, quest’ultima può sempre comprare i titoli essa stessa (come faceva la Banca d’Italia prima del famigerato “divorzio” del 1981). 
In realtà la banca centrale non ha neanche bisogno di intervenire direttamente nelle aste (cosa che non fa praticamente nessuna banca centrale) per determinare il tasso di interesse; gli basta intervenire sul mercato secondario, dove ci si scambiano i titoli già emessi e se ne determina così il tasso di rendimento, che a sua volte influisce sul tasso di interesse dei titoli di nuova emissione. Che è esattamente quello che fanno tutte le banche centrali, inclusa la BCE: aumentando la domanda sul mercato secondario, fanno scendere i rendimenti e dunque i tassi di interesse. 
Ieri la BCE ce ne ha dato una dimostrazione lampante. Nel pomeriggio, infatti, la BCE ha annunciato che aumenterà di 600 miliardi di euro il programma di acquisti di titoli di Stato. Quasi contemporaneamente, il rendimento (e dunque il tasso di interesse) sui titoli di Stato italiani a dieci anni è sceso in modo verticale dall’1,5 all’1,4 per cento, come si può vedere nell’immagine. 

Quale dimostrazione migliore del fatto che i tassi di interesse che paghiamo sul debito pubblico sono sotto il controllo effettivo della banca centrale e non dei famigerati “mercati”? 

Da ciò se ne deduce anche che, se lo volesse, la BCE potrebbe tranquillamente portare i tassi di interesse dell’Italia a zero, come stanno facendo le altre banche centrali del mondo. Ma a quel punto sarebbe più difficile giustificare ulteriori cessioni di sovranità per mezzo del MES o del Recovery Fund. Infatti la BCE si limiterà a fare quello che ha sempre fatto: tenere i tassi abbastanza bassi da scongiurare una crisi finanziaria ma abbastanza alti da indurre gli Stati a trasferire ulteriore sovranità alla UE. Ma si tratta di una scelta politica, non tecnica.

È impossibile non pensare a quanta sofferenza, quante morti si sarebbero potute evitare in questi anni (pensiamo solo agli effetti devastanti dei tagli alla sanità, anche alla luce della recente pandemia) se solo si fosse riconosciuta questa banale verità, invece di utilizzare lo spread come manganello per bastonare interi popoli. 

Ovviamente questa banale verità i nostri governanti la conoscono benissimo. E allora chiedetevi perché in questi anni vi hanno raccontato – e continuano a raccontarvi – l’esatto opposto.

“a tutt’oggi persistono forti dubbi sull’effettivo legame tra i quadri Shabab e le leadership talebane o di al Qaeda; è possibile comunque riscontrare all’interno del movimento una certa influenza jihadista, non tanto come elemento individuale e salvifico, ma più che altro come fattore di militanza e di opposizione a un particolare regime politico, che in questo caso è identificato negli apparati del Gft e nell’esercito etiopico”

Alle radici del caos somalo



di Mostafa El Ayoubi - Nigrizia
5 maggio 2020

La Somalia è tornata di recente agli onori della cronaca in seguito alla faccenda della cooperante italiana liberata il 10 maggio. Si è discusso molto sulla dinamica del suo rapimento e della sua liberazione e sul ruolo dei servizi segreti, in particolare quelli turchi. Poco o nulla è stato detto o scritto sulla situazione di questo Paese, uno dei primi nella triste classifica che riguarda la povertà nel mondo.

Eppure, esiste un nesso tra il rapimento di Silvia Romano e la grave crisi sociale, politica, economica e securitaria che attanaglia la Somalia da trent’anni. I guai caddero tra capo e collo dei somali all'inizio degli anni Novanta.

L'ingerenza Usa

Gli artefici della distruzione della Somalia furono ancora una volta gli Stati Uniti d'America. Nel 1993 l'esercito Usa intervenne in questo Paese col pretesto del sostegno umanitario alla popolazione. Due anni prima, un’insurrezione guidata dal Somali National movement, armato e addestrato dall’Etiopia -fedele alleato del governo americano-, portò alla destituzione del dittatore Siad Barre. E ciò trascinò la Somalia in una grave crisi politica, sociale ed economica che dura tutt’oggi e che fu terreno fertile per il fiorire dell'islam politico radicale di matrice jihadista. Una situazione simile si verificò in Iraq con l'intervento americano che fu l'inizio del declino del Paese più avanzato nel Medio Oriente all'epoca, grazie alla sua cultura millenaria e al suo petrolio (l'invasione del 2003 fu il colpo di grazia per gli iracheni).

In Somalia negli anni Novanta la multinazionale statunitense Exxon scoprì ingenti giacimenti di petrolio. Oltre all’oro nero, altre risorse naturali, come l'oro, rendevano promettente questo Paese del Corno d'Africa. Il Paese dispone inoltre di una costa di 3.000 km, la più lunga del continente. Per di più, la Somalia si affaccia sullo stretto di Bab el-Mandeb nel Golfo di Aden ed è poco distante dallo stretto di Hormuz, due nodi strategici nel traffico marittimo internazionale attraverso l'Oceano Indiano che collegano l'Asia all'Africa.

Oggi gli Usa dispongono di un imponente arsenale militare navale in questo oceano. Oltre a puntare al petrolio, mirano da sempre ad ostacolare geopoliticamente l'allora Paese emergente, la Cina, e ad espandere i suoi rapporti commerciali con il continente nero. Invano! Le sue potenziali risorse e la sua posizione geografica fanno della Somalia un Paese strategico, che però gli americani non riuscirono mai ad addomesticare, perciò adottarono la strategia del caos: o io, o nessuno!

Nel 2006 Washington diede ordine all’Etiopia di invadere la Somalia. Ma fu un altro fiasco per gli americani e purtroppo anche un ulteriore aggravamento della crisi somala. Due anni dopo l'esercito etiope fu cacciato via dalla resistenza somala, in gran parte composta da movimenti islamisti uniti sotto l'ombrello dell'Unione dei tribunali islamici (Uti).

L’obiettivo dei jihadisti di al Shabab

Il caos somalo diede un grande slancio ai movimenti politici e militari religiosi in un Paese ormai frammentato. Le province di Somaliland e Butan-land di fatto hanno i propri governi in netto contrasto con Mogadiscio. La capitale, che era in mano ai signori della guerra, era ingestibile a causa della corruzione e della violenza. Le bande armate, a loro legate, che terrorizzavano l'intero Paese, vivevano di varie forme di contrabbando, pirateria e sequestri.

In questo critico contesto l’Uti, che godeva del sostegno della popolazione, si lanciò alla conquista della capitale e ci riuscì nel giugno 2006. La sua impresa durò solo fino a dicembre dello stesso anno. Le milizie legate al governo federale di transizione (Gft), sostenuto dai signori della guerra e dalle truppe etiopi con la regia di Washington, riuscirono a riprendere la capitale. Fu un colpo duro per l’Uti. E ciò porto a seri conflitti al suo interno, con l’affermarsi di frange estremiste. Gli Usa consideravano l’Uti una minaccia per i loro interessi in Somalia, perciò propagandavano lo spauracchio dell'estremismo islamico. Certo il programma politico di questa Unione si basava sulla sharia, che limita sensibilmente le libertà individuali e collettive. Ma questo problema non ha mai preoccupato la Casa Bianca quando si è trattato dei Paesi arabi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in primis, che di fatto sono la culla del fondamentalismo islamico. La vera ragione è che l’Uti intendeva unire il Paese e liberarlo dall’ingerenza straniera.

In questo quadro nebuloso si fece avanti con forza Harakat al Shabab al moujahidin (il movimento dei giovani combattenti). Si tratta di un gruppo armato intransigente. È sempre stato un alleato dell’Uti, tuttavia manteneva una sua autonomia decisionale e operativa. Le radici di questo movimento risalgono agli anni Novanta, ma cominciò a farsi conoscere nel 2004 quando si alleò con l’Uti. Nel 2008 al Shabab fu schedato dal governo americano come movimento terroristico, considerato come il ramo somalo di al Qaeda. Ma secondo la rivista Limes, che di sicuro non può essere considerata anti-atlantista, “a tutt’oggi persistono forti dubbi sull’effettivo legame tra i quadri Shabab e le leadership talebane o di al Qaeda; è possibile comunque riscontrare all’interno del movimento una certa influenza jihadista, non tanto come elemento individuale e salvifico, ma più che altro come fattore di militanza e di opposizione a un particolare regime politico, che in questo caso è identificato negli apparati del Gft e nell’esercito etiopico”. In un suo articolo (che comprende la citazione di cui sopra) pubblicato nel novembre 2009 sotto il titolo “al Shabab: cosa vuole il movimento radicale somalo?”, la nota rivista di geopolitica sottolineava: “L’intervento etiope-statunitense diede così indirettamente slancio ad al Shabab, consentendogli di maturare un considerevole spessore politico-militare, oltre che un ampio sostegno popolare – anche tra le fila della diaspora – proprio per il fatto di aver rappresentato l’unico movimento la cui leadership rimase in territorio somalo durante tutto l’arco di tempo della presenza etiopica, quando i principali leader delle Corti Islamiche (Uti, nda) cercarono rifugio all’estero”.

Di certo vi sono delle somiglianze di carattere religioso tra al Qaeda e al Shabab. Sono entrambi estremamente fondamentalisti, cosa di non poco conto, ed entrambi ricorrono al metodo degli attacchi suicidi. Ma sul piano politico sono divergenti. Al Shabab si propone, con un non indifferente sostegno popolare, come movimento di resistenza per la liberazione e l’unificazione della Somalia basata sulla cittadinanza e non sull’appartenenza clanica.

Oggi, di fronte al caos totale, i somali sono costretti ad adottare la logica del meno peggio. Molti di loro che vivono nella diaspora (Usa, Canada e Regno Unito) finanziano questo movimento. E prima o poi il governo americano sarà costretto ad aprire un canale diretto di dialogo con al Shabab, come è avvenuto di recente con i talebani. Infatti, tra i due movimenti vi è un minimo comune denominatore: liberare il proprio Paese dall’oppressiva presenza straniera che, nel caso somalo, comprende quella statunitense, turca, qatarina, ecc…

Le ambizioni del “sultano” Erdogan in Somalia

Dalla fine degli anni Novanta la Turchia iniziò ad interessarsi strutturalmente all’Africa; nel 2005 ottenne lo status di osservatore nell’Unione Africana. Erdogan ha investito molto nel Corno d'Africa da quando è arrivato al potere nel 2003. Alcuni Stati africani erano colonie dell'Impero Ottomano, che Erdogan spera di ripristinare economicamente e militarmente. La Turchia dispone ora di 41 ambasciate in Africa (erano 12 nel 2003) e Turkish Airlines ha 58 destinazioni sul continente (erano 14 nel 2011). Il commercio bilaterale è triplicato sotto Erdogan, raggiungendo oggi la cifra di 26 miliardi di dollari.

Vi è un particolare interesse della Turchia nei confronti della Somalia. Il presidente turco si recò a Mogadiscio nel 2011: fu la prima visita di un capo di Stato non africano in Somalia nell’arco di 20 anni.

In Somalia, i turchi hanno costruito strade, ospedali, scuole, gestiscono porti e aeroporti. Hanno inaugurato una sontuosa ambasciata nel 2016, da loro costruita. La Turkish Airlines effettua due viaggi alla settimana a Mogadiscio. La base militare turca avviata nel 2017 si estende su 400 ettari nei pressi di Mogadiscio. Si tratta di una presenza militare strategica dato che la Somalia ha confini costieri con il Golfo di Aden e lo stretto strategico di Bab el-Mandeb. In seguito all’accordo marittimo tra Ankara e Tripoli avvenuto nel dicembre scorso, il Gft somalo ha proposto ai turchi di esplorare le sue acque territoriali alla ricerca di giacimenti di petrolio, stimati intorno a 2,7 miliardi di barili.

Il movimento jihadista al Shabab non tollera la presenza dei turchi in Somalia e quindi gli fa la guerra. Diversi sono stati gli attentati contro di loro nel corso del tempo. Due giorni prima dell'annuncio dell'accordo di esplorazione petrolifera, un'autobomba esplose nella città di Afgoye, a sud-ovest della capitale somala. Quindici persone sono rimaste ferite, compresi gli ingegneri turchi. Al Shabab ha rivendicato la responsabilità dell'attacco attraverso il suo media, Radio Andalus, dicendo: "Abbiamo preso di mira uomini turchi e forze somale con loro". Nel gennaio 2015, pochi giorni prima di una visita ufficiale di Erdogan in Somalia, un attacco suicida ha causato la morte di 5 turchi. Un portavoce di al Shabab rilasciò una dichiarazione affermando che ”la Nato sta usando la Turchia come martello per schiacciare i musulmani”.

Il ruolo del Qatar

In Italia si è parlato molto del ruolo dei servizi segreti turchi, il Mit, nel rilascio della cooperante italiana in Somalia. Il Mit oggi ha un rapporto stretto con l’intelligence somala in virtù dei consolidati rapporti tra Ankara e Mogadiscio. Ha quindi avuto un suo ruolo, ma non di primo piano, perché i jihadisti somali, al Shabab in primo luogo, considerano il governo turco e quello somalo del Gft come acerrimi nemici con i quali è vietato dialogare. È molto probabile che il Qatar abbia giocato il ruolo centrale in questa faccenda. Quest’ultimo è molto legato al Gft ma mantiene dei rapporti con esponenti dell’Uti, che a loro volta sono ancora in contatto con gruppi jihadisti come al Shabab. Quindi l’ipotesi più plausibile è che i servizi segreti abbiano chiesto aiuto al Mit, il quale a sua volta si è rivolto a quelli del Qatar; questi ultimi hanno poi contattato i membri dell’Uti, i quali hanno avviato un negoziato con i rapitori.

C’è da sottolineare che la macchina diplomatica del Qatar è molto attiva dal 2006 in Somalia sin dall’arrivo al potere – seppur per sei mesi soltanto – dell’Uti. A quell’epoca il Qatar presiedeva il Comitato per la Somalia dell’Onu. Il governo qatarino è stato protagonista in tutte le elezioni a partire dal 2009. Con il forte appoggio di Doha in quell’anno fu eletto Cheikh Charif a capo del Gft. Charif fu esponente dell’Uti prima di cambiare casacca. Nel 2012 lo stesso scenario avvenne con l’elezione di Hassan Sheikh Mohamoud e anche nel 2017 con quella di Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo.

Ci si potrebbe chiedere come mai un Paese piccolo, pur ricco ma geo-militarmente insignificante, abbia tutto questo potere sul governo centrale di Mogadiscio. In realtà il Qatar non è altro che la longa manus degli Usa in Somalia, di cui si servono per mantenere un governo fantoccio a Mogadiscio e preservare così i loro interessi geostrategici.

In gran parte la situazione drammatica in cui vive la Somalia da tre decadi deriva dall’interventismo degli Usa e dei suoi alleati. Questa alleanza, oltre a creare il caos politico e sociale, ha taciuto sul problema della pesca illegale nelle acque somale da parte degli industriali occidentali del settore ittico, come anche su quello dei rifiuti industriali tossici, comprese le scorie nucleari, scaricate al largo delle coste di questo Paese, per la cui popolazione il pesce è un alimento primario. L’insieme di questi elementi ha costituito l’humus per il dilagarsi dei fenomeni come la pirateria, i rapimenti, ma soprattutto il jihadismo armato. Là dove interviene Washington sorgono i movimenti radicali estremisti come al Shabbab, che vogliono imporre la legge islamica con la violenza. Ne sono testimoni anche i casi di Paesi come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e la Siria. Gli Usa dicono di essere impegnati nel combattere il terrorismo ma nello stesso tempo favoriscono la creazione dei movimenti estremisti. L’ex segretario di stato Hillary Clinton una volta disse: “Al Qaeda l’abbiamo creata noi”.

Ma il pompiere non dovrebbe fare il piromane, almeno che non sia un delinquente seriale!

6 maggio 2020 - Contro.tv: News della settimana (30 mag. - 5 giu. 2020)

Una classe politica da rottamare, l'unica cosa che è capace a fare è darci una dose giornaliera di terrore puro attraverso le televisioni

Cosa è veramente successo in Lombardia? Interessa, governatore?

Maurizio Blondet 6 Giugno 2020

Esimio governatore della Lombardia, qualche settimana fa avevo scritto un articolo sul suo modo di gestire la crisi “pandemia”, che naturalmente è stato inteso come un attacco, mentre era qualche modesto suggerimento per difendersi dagli attacchi che riceve, e magari contrattaccare. Perché è strano che lei e la sanità lombarda siano sotto inchiesta,e non la gestione della Protezione Civile da Roma.

mi domando se lei abbia visto il video della dottoressa Balanzoni:

E’ la conferma che dietro l’esplosione del coronavirus nella regione c’è qualcosa di indicibilmente losco, turpe, e penalmente rilevante. Una conferma, perché si aggiunge e rafforza ad altre circostanze, di cui – anche se non medico – dovrebbe essere interessato e curioso.

Il fatto che l’Unione Europea ha lavorato fin dal 2018 a un “certificato di immunità”, ossia di avvenuta vaccinazione a qualche virus (non importa quale), come documento obbligatorio per chi vuol visitare gli altri paesi della UE, salire su treni e aerei, partecipare alla vita in società, ed attualmente proposto come mezzo burocratico- per liberare dalle restrizioni attuate dalla pandemia; una imposizione a cui pazienti tedeschi, e loro parenti e familiari, si stanno opponendo.


Le interessa o no?

Ai primi di maggio è stato fatto filtrare un rapporto del Ministero degli Interni tedesco, dipartimento per la Protezione delle Infrastrutture, che dichiarava falsa ed esagerata la narrativa sulla pericolosità del coronavirus, un falso allarme globale. L’impiegato che aveva fatto uscire il documento, Stephen Kohn, è stato licenziato. Però il gruppo di scienziati, medici ed esperti, nominato dal Ministero Interni, che ha stilato il rapporto di 93 pagine dal titolo “Analisi della gestione della crisi”, sono scesi apertamente a difesa del “coraggioso dipendente” con una lettera aperta al Ministero: noi, dicono, “abbiamo dimostrato gli effetti indesiderati vari delle misure di protezione dal Covid in campo medico, e questi sono gravi. Per noi, l’intero processo dà l’impressione che dopo una fase iniziale certamente difficile dell’epidemia, i rischi non siano stati considerati nella misura” sensata. Ritengono pretestuose le misure di restrizione delle libertà messe in atto in Germania – che sono molto più lievi e meno arbitrarie ed offensive di queste mess in atto dal governo Conte.


Non le interessa sapere come mai la versione ufficiale è contestata da gente seria, come gli scienziati tedeschi, e difesa dall’altraparte con la repressione, la gogna mediatica e la forza pubblica?

Il 25 maggio, Repubblica, non Byoblu, ha dato la notizia che i contagi stavano calando troppo presto, “l’epidemia svanisce” e questo non dava tempo agli “scienziati” di preparare l vaccino. “Siamo nella paradossale situazione di sperare che il virus resti ancora per un po’”,m diceva il dottor Adrian Hill di Oxford. Qui l’articolo, nel caso si incuriosisse di un simile paradosso:


Il 5 giugno, la rivista medica Lancet ha definitivamente ritrattato un articolo, che aveva pubblicato poco più di una settimana prima, nel quale si asseriva la pericolosità letale di un farmaco, la idrossiclorochina, largamente usato in tutto il mondo dai medici per la sua comprovata efficacia come precoce terapia contro il Covid.


Uno studio che si è dimostrato platealmente falso.

Eppure, aveva dato il destro all’Organizzazione Mondiale della Sanità – e al nostro ministro della Salute – di vietare ai medici l’uso del farmaco contro il COvid19: goffo e tardivo tentativo, perché personale ospedaliero esposto al contagio già si è autosomministrato da mesi il farmaco a scopo preventivo, in tutto il mondo; in India addirittura il ministero della Sanità lo ha consigliato al personale. I medici lombardi l’hanno usato così massicciamente da svuotare le emergenze, cosa di cui lei non sembra essere curioso.


Ma tuttavia il nostro governo, anche dopo la ritrattazione di Lancet, non ha tolto l’assurdo divieto, e continua a escogitare misure sempre più incredibili, a presunta protezione dalla “pandemia” che è clinicamente scomparsa. Divisori di plexiglass nelle scuole, mascherine sulla spiaggia, eccetera.

Tutto sembra dipingere l’affresco di una sinistra messinscena, a direzione internazionale, a cui il governo (da cui lei sta all’opposizione, vero?) sta obbedendo secondo istruzioni ricevute, per farci arrivare alla vaccinazione obbligatoria e alla sua certificazione, quel certificato d’immunità liberatorio delle restrizioni.

Perché a lei non interessa indagare sul motivo per cui in Lombardia il virus si è manifestato in forma tremendamente più grave e letale che altrove?

A gennaio, centinaia di persone a Bergamo e Brescia si misero in fila, addirittura nella notte gelida, per farsi vaccinare contro il meningococco, che aveva colpito cinque persone nella zona

Il fenomeno fu così imponente, che ne parlarono i media.


Centinaia in coda per ricevere i vaccini nel Bresciano e nel Bergamasco, titolava SkyTg24

Meningite, all’ATS di Sarnico lunghe code per il vaccino, titolò Bergamo News

Le file di gennaio. Il Covid serpeggiava già. 

Meningite, in centinaia in coda per accedere ai vaccini Meningococco C: centinaia di persone in coda per le vaccinazioni,

diceva PrimaBrescia, che insisteva:

“..Centinaia di persone in coda da ore, fin dalla prima mattina. E il centro per le vaccinazioni ha aperto solo alle 9. ….. nei paesi indicati da Ats è stata avviata una campagna di vaccinazioni gratuite rivolte, per ora, solo alla popolazione dagli 11 ai 60 anni residente nei Comuni di Iseo, Paratico, Capriolo e in quelli di Castelli Calepio, Credaro, Gandosso, Predore, Sarnico, Tavernola Bergamasca, Viadanica e Villongo.

Inoltre, c’era stata la vaccinazione anti-influenzale a tappeto degli ultrasessantenni, che la Regione vanta a suo merito, e che non è colpa sua se ha prodotto esiti fatali, perché il rischio de4ll’interferenza immunitaria non era noto,, ed ancor oggi viene contestato e censurato.

Ora, però, l’ipotesi che le vaccinazioni abbiano potuto aggravare gli effetti del Covid, per una interferenza sul sistema immunitario impegnato a formare gli anticorpi per le due affezioni da cui il vaccino intendeva proteggere, merita di essere considerata. Non dico “accettata”, ma almeno studiata e indagata per tempo, vista la minaccia da parte del governo di vaccinare tutti, anche i neonati di 6 mesi, il prossimo autunno.

Invece, questa ipotesi ragionevole non deve essere nemmeno formulata, se n’è accorto? Perché essa viene aggredita pregiudizialmente come fake di fanatici no-vax, da far tacere ad ogni costo, e ciò da organizzazioni di giornalisti appositamente createsi per difendere la narrativa ufficiale sul Covid e la “pandemia”, schedando i siti che raccontano l’altra versione? cosa che mai ho visto nella mia lunga carriera? Come questo:

Coronavirus: i siti italiani di cui non fidarsi


Cosa che mi inquieta perché ho visto in passato che si comincia con le schedature dei dissidenti, e si finisce col colpo alla nuca.

Se lei indagasse su questa ipotesi, che viene così furiosamente attaccata; se prendesse atto che in Lombardia la malattia ha colpito duro , però qui si sono fatte anche le autopsie che hanno consentito di capire la causa delle morti, e ai nostri medici hanno dato il merito di correggere la terapia in modo che la malattia è diventata curabile e il virus meno virulento –

Prenderebbe lei l’iniziativa, e non la subirebbe dagli avversari che la accusano di incompetente gestione della crisi, e colpevole delle troppe morti.

Il rischio è che quando il virus “ritorna” in autunno – la narrativa assicura che ritorna, niente di più facile dunque che ce lo riportino – le inutili vaccinazioni anti-influenzali che saranno ordinate per noi ultra-settantenni, e che il governo vuole rendere obbligatorie, ma anche la Gelmini – la vedano complice involontario di un vero eccidio nuovo.

Perché il governo – di cui lei è all’opposizione, non è vero? – ha già pronto il programma di vaccinazioni a tappeto che i media annunciano giulivi:
Per l’influenza del prossimo autunno vaccino gratis per bimbi fino a 6 anni e pazienti over 60

La decisione del Ministero della Salute

Ai bambini “fra i 6 mesi ei 6 anni” per i quali il virus notoriamente non rappresenta alcun pericolo, verrà iniettato «al fine di facilitare la diagnosi differenziale nelle fasce d’età di maggiore rischio di malattia grave”, pretesto non si sa se più risibile o delinquenziale.

E attenzione, ai bambini verrà inflitto un vaccino che non è stato testato, perché il Ministero rileva che «stante l’attuale situazione pandemica, non esistono le condizioni per condurre uno studio pilota che valuti fattibilità ed efficacia in pratica della vaccinazione influenzale fra i sei mesi e i sei anni». Quindi saranno loro, i bambini, le cavie del governo che sta regalanado centinaia di milioni al Progetto di Bill Gates.


Le interessa, governatore? Perché no? E’ cortezza di mente, oppure paura?

La narrazione sapiente delle televisioni a cui si è accodata la pubblicità è basata su fake news, ci hanno immerso in un mondo di paura con le loro dosi massicce di terrore

COVID-19: LA VERITA’ 

di Marcello Teti
GIU 02, 2020 by SOLLEVAZIONEin INCHIESTE


Premessa

L’uso sistematico della disinformazione strategica, nei riguardi dell’epidemia da coronavirus, è stato lo strumento più importante per riuscire a creare l’attuale clima di paura e di micidiale insicurezza nella popolazione. Una vera e propria epidemia di informazioni artatamente subdole, ambigue, spesso appositamente gonfiate, altre volte false, surrettizie, subliminali. Quasi sempre prive di ogni fondamento razionale, prima ancora che scientifico. Una campagna martellante di notizie date con lo scopo di pompare dosi sempre più massicce di paura e di angoscia in una opinione pubblica atterrita, incapace di distinguere e fare un minimo di scelte critiche. Che accetta ormai supinamente ogni imposizione, ogni sopraffazione dei suoi diritti, quando non è essa stessa addirittura a chiedere ancora più restrizioni. Una sorta di “infodemia” ben più grave della modesta epidemia in atto, la cui sorgente di infezione è proprio il Governo e la sua vasta corte di tecno-scientisti a caccia di fama, potere e lauti guadagni. In verità, senza questi mestatori, millantatori di pseudo verità scientifiche, difficilmente si sarebbero potute creare le condizioni per ingenerare una psicosi collettiva così irrazionale. Va aggiunto subito anche il ruolo decisivo che hanno svolto i grandi mass-media (giornali, tv nazionali e locali, radio, ect) nel creare la situazione surreale che stiamo vivendo da quattro mesi a questa parte. Con grande compiacenza, essi hanno amplificato a dismisura la pletora di informazioni distorte e tendenziose, quando non le hanno inventate direttamente essi stessi. Insomma, una sorta di Min-Cul-Pop (Governo-tecno-scientisti-mass-media) che sta svolgendo egregiamente il compito di soggiogare con il terrore sanitario la maggior parte della popolazione. Ma per quanti sforzi facciano gli strateghi della disinformazione, è pressoché impossibile oscurare i fatti, i dati oggettivi. I numeri hanno la testa dura, si dice. Per quanto possano essere abilmente manipolati, stanno lì e possono essere colti da chiunque, a patto di non avere il cervello obnubilato dalla paura e dal terrore circolante.

Il Rapporto ISTAT-ISS

E’ il caso del recente (è del 7 maggio u.s.) rapporto dell’ Istat-Istituto Superiore di Sanità (ISS) [1] in cui sono stati pubblicati i primi dati post Covid-19. Uno studio sufficientemente asettico che fornisce però (probabilmente al di la delle stesse intenzioni di chi lo ha compilato) elementi molto interessanti per confutare la sciagurata narrazione di questa epidemia. Leggendo attentamente il rapporto Istat-ISS emerge come la tanto “mortale” epidemia Covid, sia invece una malattia a bassissima mortalità. Se in Lombardia c’è stata una discreta letalità, lo è stato non tanto in forza della virulenza del virus (che non va confusa con la contagiosità, che invero per il Sars-Cov-2 è accentuata) quanto, in massima parte, per gli incredibili errori commessi da chi ha gestito l’emergenza: amministratori locali, Governo, tecnocrati di regime.

1.1 epidemia mortale o semplice epidemia influenzale

Il rapporto conferma, numeri alla mano, quanto era apparso chiaro fin dall’inizio. L’attuale epidemia non è sostenuta da un agente patogeno particolarmente letale, perlomeno non lo è in misura maggiore degli altri virus influenzali con i quali conviviamo a decenni. Al pari di una banale influenza, su 100 persone che contraggono il coronavirus, 80 guariscono spontaneamente dai lievissimi sintomi dell’affezione, anzi la maggior parte di questi neanche si accorgono di aver avuto l’infezione; 15 hanno problemi del tutto risolvibili; infine da 2 a 5 (ma come vedremo, analizzando il rapporto, la percentuale è molto minore) hanno sintomi gravi e generalmente decedono, in larghissima parte anziani, ultraottantenni. Come per altri virus influenzali, anche nel caso del Covid-19, spesso la causa di morte non è direttamente il virus, ma le malattie di cui il paziente era già portatore. Quindi non è corretto, anzi è fuorviante, attribuire, sic simpliciter, la causa di morte al coronavirus a soggetti a cui è stato fatto un tampone in vita o addirittura post-mortem ed è stato trovato positivo al Covid-19. Invece il conteggio dei morti è stato fatto così fin dall’inizio. E’ noto che nei malati cronici con pluri-patologie, una qualsiasi noxa ambientale (termine usato per indicare un agente patogeno o una situazione nociva) compreso il Covid-19, può far precipitare un equilibrio di per se già molto precario. In questi casi, il Coronavirus al massimo potrebbe essersi comportato come una sorta di “anticipatore” di decessi nei confronti di una coorte di soggetti “fragili” (ultraottantenni/novantenni con pluri-patologie) destinati fatalmente all’exitus in tempi più o meno brevi, anche a causa di affezioni molto banali, con o senza il coronavirus. Non vi era dunque alcun motivo razionale, anche solo da un punto di vista sanitario, che suggerisse la follia di bloccare una intera nazione agitando lo spettro di un pericolo che non è mai stato realmente grave, men che meno nel Centro e nel Meridione del Paese, Isole comprese. Come afferma il recente studio Meleam[2] sembrerebbe infatti che “il 30% della popolazione italiana è già entrata in contatto con il virus, fin dalla fine del 2019 e si sia già contagiata e immunizzata”. I casi di Ortisei (45% di positivi) e di Vò Euganeo (75%) confortano tale tesi, che probabilmente il virus si è già diffuso (forse già dal mese di ottobre) molto più di quanto pensiamo e che le misure restrittive poste in essere non erano affatto necessarie. Anzi decisamente inutili. Il succitato studio Meleam rileva inoltre che “il 90% degli infetti non ha manifestato alcun sintomo riconducibile al Covid-19”. Alla faccia, dunque, della terrificante letalità con cui la “scienza di regime” vuole accreditare il Covid-19. Quasi il 30% della popolazione italiana:18 milioni di individui, lo hanno già avuto e neanche se ne sono accorti (sic!).

1.2 I numeri del Rapporto ISTAT-ISS

Ma vediamo i dettagli dello studio curato da Istat e ISS, per valutare gli effetti dell’impatto della diffusione del Covid-19 sulla mortalità. Esso è stato elaborato sulla base di dati dell’86% della popolazione italiana e riguarda i decessi (per tutte le cause) avvenuti a partire dal 20 febbraio, data del primo decesso Covid-19 riportato dal Sistema di Sorveglianza Integrato, fino la fine del mese di marzo, quando si è avuta la rapida diffusione del contagio. Questi decessi sono stati confrontati con la media di decessi (sempre per tutte le cause) avvenuti nel periodo 2015-2019. Orbene i decessi passano da 65.592 media del periodo 2015-2019 a 90.946 del 2020. Sembrerebbe dunque che i 25.354 morti in più si possano ascrivere al Covid-19 [3]. In realtà non è affatto così. Intanto, lo stesso studio precisa che dei 25.354 morti in più solo 13.710 sono stati sottoposti a tampone, conseguentemente solo per questi è possibile prospettare una qualche correlazione con il Covid-19. Per i rimanenti 11.600 deceduti senza aver fatto il tampone si possono ipotizzare alcune possibili cause.

a) Una ulteriore mortalità associata al Covid-19 (decessi a cui non è stato eseguito il tampone). Detto per inciso, sono anche questi i famosi “morti non conteggiati” a cui si riferiscono i fautori, anzi, i pasdaran dell’estrema pericolosità del Covid-19, che arrivano persino a giustificare, pur se obtorto collo, la necessità del lockdown duro e ad oltranza decretato dal Governo. Ma anche se così fosse, i numeri, come vedremo, sarebbero lo stesso talmente esigui e non cambierebbero di una virgola il carattere sostanzialmente benigno della dell’influenza Covid-19.

b) Un’altra ipotesi è quella di una mortalità indiretta correlata al Covid-19. Ad esempio potrebbe essere il caso di uno scompensato cardiaco grave che può soccombere per una semplice febbre provocata dal coronavirus. Ma la stessa febbre può essere sostenuta da tantissimi e svariati altri agenti eziologici. In questo caso non ci sarebbe una specificità del Covid-19 nel determinismo del decesso. Va aggiunto inoltre che l’equilibrio di uno scompensato grave è talmente precario che anche un lieve rialzo pressorio, finanche una emozione intensa potrebbe provocarne il decesso. Come diceva saggiamente un mio vecchio professore di clinica medica: “sono cosi fragili che anche un alito di vento potrebbe abbatterli”

c) Infine l’altra ipotesi per giustificare gli 11.600 morti è quella di una mortalità indiretta non correlata al virus ma causata dalla crisi del sistema ospedaliero nelle aree maggiormente affette. Al riguardo c’è il recentissimo grido di allarme lanciato dall'Associazione dei cardiologi italiani, preoccupati dall'impennata delle morti nei soggetti cardiopatici, da imputare ai mancati controlli in ospedale a causa della chiusura di interi reparti e ambulatori provocato dall'allarme coronavirus e dal dirottamento in massa di medici e infermieri verso le aree Covid negli ospedali del nostro Paese. Ma anche la paura dei malati di contagiarsi andando in ospedale a fare i controlli, potrebbe aver influito su questa impennata di morti nei cardiopatici. Vedremo in futuro se l’ ipotesi sostenuta dai cardiologi è vera. Se così fosse il numero di questi morti “trascurati” lasciati colpevolmente nell’incuria (11.600) eguaglierebbe quasi il numero di morti (13.710) positivi al Covid-19. Questo per dire in che situazione pazzesca, irrazionale, paranoica siamo precipitati. Ma si sa, al Min-Cul-Pop interessano solo i morti Covid per continuare a tenere alti i livelli di preoccupazione e di allarme sociale.

1.3 Il Report del Gruppo di Sorveglianza Covid-19

Ma veniamo alla parte più interessante della relazione Istat-ISS: il Report [4] curato dai membri del Gruppo della Sorveglianza Covid-19. In questo report si descrivono le caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione Sars-Cov-2 in Italia, con dati aggiornati fino al 7 maggio. Conseguentemente il numero dei decessi è un pò più alto di quello visto innanzi. L’analisi si basa, infatti, su un campione (i dati pervenuti riguardano l’86% della popolazione italiana) di 27.955 pazienti deceduti positivi all’infezione da Sars-Cov-2 in Italia.

a-distribuzione dei decessi

Studiando la distribuzione dei decessi si nota che la maggior parte di questi, il 73,5% sono avvenuti in solo 3 regioni: la Lombardia, l’Emilia Romagna (più precisamente la parte nord di questa regione) e il Piemonte. Di queste nella sola Lombardia il numero dei decessi è stato il 52,3% del totale dei decessi in Italia. Il che la dice lunga sul fatto che in quella regione si siano commessi errori gravissimi, al limite dell’incredibile, forse troppo, per non considerare l’ipotesi che sotto ci sia dell’altro. Si pensi solo alle migliaia di morti nelle RSA, su cui ora stanno indagando molte procure della Repubblica. I dati ci consentono di sfatare la narrazione di un Nord immerso in toto nella pandemia. In realtà, in molte regioni del Norditalia i numeri sono esigui, come quelli della maggior parte del resto del Paese: Friuli 1.1% di decessi, Valle d’Aosta 0.5%, Province di Trento e Bolzano rispettivamente 1.6% e 1.0%, Liguria 3.8%. Nello stesso Veneto, di cui tanto si è parlato in questi mesi, in realtà il numero dei decessi si attesta al 5.7%. Nel resto dell’Italia, al centro e al sud i numeri sono decisamente bassi. In molte regioni come il Molise, l’Umbria, la Basilicata, Val d’Aosta la Calabria, Sicilia, Sardegna addirittura da prefisso telefonico 0,1, 0,3 e così via. Dunque anche i numeri dei decessi e la loro dislocazione geografica, a distanza di mesi dall'inizio dell’epidemia, testimoniano che non vi era alcuna necessità sanitaria di procedere al blocco totale del Paese, con tutte le drammatiche conseguenze economiche e sociali che ciò ha comportato e in cui ora stiamo affogando. Che, nello stesso Nord, si sarebbe potuto e dovuto procedere meglio e più efficacemente con isolamenti selettivi dei focolai di infezione e identificazione dei portatori asintomatici, che sono le misure più corrette da adottare quando c’è la minaccia di una epidemia, per impedirne il diffondersi. Invece che chiudere tout court, prima lo stesso Nord e subito dopo tutta l’Italia, mettendo agli arresti domiciliari i suoi 60 e passa milioni di abitanti.

b-dati demografici

Analizzando i dati demografici si vede che l’età media dei pazienti deceduti e positivi al SARS-CoV-2 è di 80 anni, per le donne addirittura di 85. L’età media dei pazienti deceduti è più alta di circa 20 anni dall’età media dei pazienti che hanno contratto l’infezione (età mediana dei pazienti deceduti 81 anni- pazienti contagiati 62 anni). Anche questi dati ci permettono di fare alcune considerazioni. Intanto smascherare l’ambiguità di fondo dei mestatori professionisti che creano apposta la confusione dei termini morbosità (contagio) e mortalità per lasciar trapelare surrettiziamente l’idea che l’epidemia non risparmia nessuno e che tutti indiscriminatamente: bambini, giovani, adulti, anziani siamo esposti al rischio di morire se veniamo contagiati, indipendentemente dall'età. Onde appare del tutto legittimo nonché salvifico, l’ordine che essi, assieme al Governo, hanno impartito di restare tappati in casa. Già lo studio Meleam ha evidenziato che “il Covid-19 non ha alcuna possibilità di uccidere un soggetto in buona salute e di età inferiore ai 55 anni”. In realtà, la stessa relazione Istat-ISS, ci dice che nelle fasce di età comprese tra 0-39 anni, sono decedute solo 66 persone a fronte dei 27.955 pazienti Covid-19 positivi morti nello stesso periodo. Inoltre di questi 66 giovani pazienti deceduti, 40 presentavano gravi patologie preesistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) dedotte dall'esame delle cartelle cliniche visionate dal Gruppo di Sorveglianza Covid-19. Di 14 soggetti non era disponibile alcuna documentazione sanitaria per analizzare correttamente le cause di morte. Solo 12 pazienti, infine, non presentavano patologie preesistenti degne di nota. Il che potrebbe fare supporre una azione diretta del SARS-CoV-2 nel determinare la morte di questi soggetti. Ma parliamo di 12 su 27.955 decessi positivi al Covid-19, ovvero un numero irrisorio. Per non parlare poi della mortalità assente completamente fra le fasce di età 0-19 anni (in cui sono ricomprese le fasce in età scolastica dalle elementari alle medie superiori, nonché i bambini che frequentano gli asili nido). Infatti il Report non evidenzia decessi in tale range di classi di età. Anche in questo caso non si capiscono le cervellotiche scelte del Governo e della sua “corte dei miracoli” di chiudere tutto, scuole, università fabbriche, uffici, ristoranti, bar, financo le chiese. Da una parte, questi sciagurati hanno sostenuto ipocritamente di voler salvaguardare la salute e la sacralità della vita, anche di chi teoricamente sarebbe al termine del suo ciclo naturale di esistenza, come gli ultraottuagenari, gli ultra novantenni. Ricordiamo tutti le loro declamazioni al riguardo: “noi teniamo alla salute e alla vita dei nostri anziani e vogliamo proteggerli….” In realtà, li hanno lasciati morire a migliaia, non proteggendoli all’inizio della epidemia come si sarebbe dovuto e potuto, riducendo i contatti e il rischio infettivo alle persone anziane, specie quelle più a rischio. Dopo fornendo sconsideratamente l’occasione del contagio, mettendo i malati Covid in decine di RSA e Case di Cura per anziani (come mettere un fiammifero in una polveriera). Ma evidentemente ciò non bastava. Con lo scellerato lockdown stanno ora distruggendo anche la parte più vitale e produttiva della popolazione che è ridotta allo stremo, non ha più un lavoro o rischia di perderlo e sta morendo letteralmente di fame, a causa della spaventosa crisi economica e sociale in cui si è fatto precipitare, senza alcun valido motivo, il nostro sfortunato Paese. Sfortunato perché non merita una siffatta classe politica.

Ma al peggio non c’è fine. Sfruttando il clima di terrore psicologico creato ad arte nella gente con dosi massicce di ingiustificabile allarmismo, hanno pensato bene anche di sigillare tutte le scuole di ogni ordine e grado, università comprese. Milioni di individui, tra alunni delle scuole materne, elementari, medie, superiori, insegnanti, bidelli, studenti universitari, ect, repressi e confinati a casa, senza alcun serio motivo. Si sarebbero potute prendere decine di altre scelte più realistiche e intelligenti come è avvenuto in altri paesi europei che non hanno chiuso le scuole. Lasciare le scuole aperte, con alcune semplici cautele, non avrebbe, infatti, rappresentato alcun rischio concreto. E non ci si venga a raccontare la barzelletta dei bambini e dei giovani che avrebbero potuto contagiare i loro nonni. Nell’epoca del neoliberismo, la famiglia patriarcale che tiene gli anziani in casa è ormai rara, almeno quanto le tigri del Bengala. E poi abbiamo già visto con che riguardo sono stati cautelati i nostri anziani. La verità è che anche la chiusura delle scuole rientra nel novero delle follie di questo surreale periodo. Non solo in Italia, ma anche livello mondiale i casi di decessi di bambini e giovani adulti sono rarissimi ed è ormai un fatto assodato la pauci-asintomaticità (la scarsità di sintomi) nei bambini e nei giovani. In un pamphlet [5] il Prof. Gian Vincenzo Zuccotti, pediatra dell’Ospedale dei bambini V. Buzzi di Milano intervistato a proposito dell’incidenza del Coronavirus sulla popolazione pediatrica, fra le altre cose, riferisce come: “…nell’ultimo lavoro di Wu Zunyou, Responsabile del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, su 72.314 casi, si riportano 549 casi di infezione da Coronavirus tra i 10 e 19 anni, 416 casi tra 0-9 anni e si ribadisce che nessun decesso si è verificato al di sotto dei 9 anni di età”. Sempre lo stesso Prof. Zuccotti dice: “….un studio, pubblicato sul China CDC Weekly, il 17 febbraio, su un totale di 72.314 pazienti, 965 sono pazienti di età inferiore ai 19 anni e, tra questi si è registrato un caso di decesso nel cluster (raggruppamento) di età tra i 10-19 anni”. Insomma i bambini e i giovani sono colpiti in maniera irrisoria dal coronavirus, analogamente a quanto accadde nella precedente epidemia di SARS. Anche in Italia, nelle fasce di età 0-19 non si è verificato alcun caso mortale, come evidenziato nel Report ISTAT-ISS. Anzi, è presumibile che in Italia i giovani contagiati, grazie al loro sistema immunitario (immunità innata) integro, siano rapidamente guariti e altrettanto rapidamente si siano immunizzati. Non è dunque azzardato ritenere che in Italia, nelle fasce di età più giovanili, (a ragione della maggiore mobilità dei giovani rispetto agli anziani) si sia già creata una sorta di immunità di gregge. A tal proposito, il citato studio Meleam ritiene dannoso il lockdown perché “impedisce il crearsi di una forma di immunità di gregge, specie in un periodo in cui il clima più caldo ha indebolito il virus” Insomma niente indicava la drastica scelta di fermare sine die il mondo scolastico. Se si fosse utilizzata la stessa sciagurata logica di chiudere tutte le scuole, usata in questo frangente, allora in passato avremmo dovuto farlo ogni anno a causa dell’influenza stagionale. Anche questa, infatti, causa mediamente in Italia dai 4 a 10 mila morti indirette all’anno e dai 4 a 7 milioni di malati. Seguendo questo assurdo sillogismo, in futuro sarà giocoforza chiudere, non solo le scuole, ma l’intero il Paese ed esodare tutti i 60.317.000 Italiani, dal momento che ci troveremo alle prese sia con il Covid-19 che con gli altri virus influenzali stagionali che, pur variando come tutti sanno, permangono endemici. Ma continuiamo con l’analisi del Report.

c-patologie preesistenti

I dati più interessanti sono quelli che vengono fuori dall’analisi delle patologie preesistenti dei soggetti deceduti Covid positivi. I dati sono stati ottenuti da 2.682 pazienti deceduti su 27.955 per i quali è stato possibile esaminare le cartelle cliniche. Rappresentano comunque un campione abbastanza significativo e i risultati possono essere estesi con sufficiente sicurezza al totale dei decessi: i 27.955 pazienti deceduti e positivi al Covid-19. Dall’analisi delle cartelle cliniche (2.682) si evince che 101 pazienti (3,9) del campione presentavano 0 patologie preesistenti. Anche qui, come nel caso dei decessi nei pazienti giovani (i 12 casi che abbiamo già esaminato), si può ipotizzare una azione diretta del Covid-19 nel determinare la morte. Ma ribadiamo, essi rappresentano solo il 3,9% del totale. Invece la maggior parte dei deceduti 1.569 (59,9%) aveva 3 o più patologie; 558 pazienti deceduti (21,3) 2 patologie; infine 393 pazienti morti (15,0%) aveva 1 patologia. Basta estendere queste percentuali al totale dei morti positivi al Covid-19 (27.955 alla data dello studio in questione) per rendersi conto che a determinare la morte di questi soggetti anziani e “fragili” siano state le patologie preesistenti e non l’azione diretta del coronavirus. Che questi malati con patologie gravi sono morti presumibilmente con il coronavirus e non per il coronavirus, per usare una espressione magari abusata ma lo stesso efficace. Invece la grancassa mediatica continua a sfornare con esasperante regolarità false cifre di morti da coronavirus, al punto da essere arrivati ormai al ridicolo. Ovvero che in Italia non si muore più di altro che non sia il famigerato Covid-19. A sentire i soloni del Min-Cul-Pop, il rapporto, invece, confermerebbe la pericolosità dell’epidemia, più simile alla peste che non ad una normale influenza. In questa corsa al sensazionalismo allarmistico si sono distinti particolarmente i massa media. Ecco alcuni titoli monstre : “boom di morti a causa del Covid”; Bergamo shock: decessi + 598%, Cremona + 391%, Lodi 371% e giù con l’elenco delle citta più colpite; “il Nord paga all’epidemia un prezzo altissimo in vite umane”. Insomma, invece che un analisi seria e ragionata dei dati contenuti nella relazione, si sono preoccupati solo di estrapolarli e costruirci sopra il solito bollettino di guerra per continuare a terrorizzare l’opinione pubblica. Allo scopo hanno anche utilizzato delle grandezze di calcolo come la percentuale di incremento dei morti che, come avremo modo di vedere, è del tutto ingannevole: uno specchietto per le allodole, buono per farci un titolone sui giornali, ma che non aiuta certamente a capire quello che realmente sta succedendo. Non a caso le misure più correttamente in uso in epidemiologia sono quelle di mortalità, letalità, morbosità, e questo vale per una qualsiasi malattia infettiva e non. In realtà le cifre che ci stanno sfornando da quattro mesi a questa parte sono fasulle come una moneta bucata. Per comprendere meglio, prima però va fatta una necessaria premessa sui termini di mortalità e letalità. La distinzione tra i due termini non è, infatti, semantica ma sostanziale. Il Tasso di mortalità è il rapporto tra il numero di morti sul totale della popolazione media presente nello stesso periodo di osservazione (e non sul numero di malati). Il Tasso di letalità è il rapporto tra morti per una malattia e il numero totale (sintomatici e non) di soggetti affetti dalla stessa malattia, entro il periodo di osservazione specificato. Quindi parlare mortalità del 2 o 3% (addirittura il 5% per alcuni) per il Covid-19 senza dire che cosa è il 100, è un errore macroscopico, anche se voluto, e non può che generare disorientamento, confusione, paura: si pensi che la mortalità per tutte le cause nel Nostro Paese è in genere poco più dell’ 1%. che corrisponde ai 647.000 morti che, ad esempio, si sono avuti nel 2019.

1.4 Mortalità del Covid-19: un artefatto

Rivediamo prima le cifre, dunque, applicando poi ad esse i vari tassi. Alla luce di quanto afferma il rapporto ISTAT-ISS, abbiamo visto che il numero dei morti che presumibilmente si possono ascrivere direttamente al Covid-19 sono solo il 3,9 dei 27.955 deceduti Covid positivi analizzati nel Rapporto (quelli con 0 patologie preesistenti). Quindi 1090 morti. Ne consegue che la mortalità (n° morti/ popolazione tot) da Covid-19 è dello 0,0018 (1090/60 milioni di italiani). Ma ammettiamo pure per assurdo che i 27.955 morti trovati positivi al Covid nel periodo in esame, siano effettivamente deceduti tutti a causa del Covid-19, (che è poi quello che vogliono lasciarci intendere gli “scienziati di regime”) avremmo sempre numeri decisamente irrisori. Infatti in questo caso il tasso di mortalità sarebbe dello 0,046 (27.955/60 milioni). Siamo dunque ben lontani dal 2-5% di mortalità con cui è stato accreditato il Coronavirus per spargere il terrore sanitario e procedere senza intoppi alla chiusura del Paese. La stessa manovra di propaganda alla Joseph Goebbels (dite una menzogna, pur se grande, continuate a ripeterla, alla fine vi crederanno) è stata fatta, sempre in occasione dell’uscita del rapporto ISTAT-ISS. Anche questa volta, a commento dei decessi avvenuti nel nord del Paese, si sono sparate cifre impressionanti, da shock (ad es. + 598% di decessi a Bergamo, +391% a Cremona, +371 a Lodi” e cosi via, senza però rapportarli a niente che facesse capire minimamente l’entità del problema. Anzi ad una grandezza si sono rifatti: l’ineffabile incremento della mortalità, nel 2020, rapportato ai morti dello stesso periodo (gennaio-aprile) del 2019. Ma anche qui la furbata è presto svelata. Facciamo un esempio per capirci meglio. Mettiamo che in un piccolo paese, nel 2019 sia morta 1 persona nel periodo gennaio-aprile, nello stesso periodo nel 2020 ne muore 1 in più (quindi 1+1). Se volessimo fare i giochi di prestigio come fanno i nostri “tecno-scientisti”, potremmo dire che la mortalità è aumentata del 100%, specie se in maniera accorta omettiamo di dire cosa è il 100, ovvero il numero di abitanti di quel paese. Con questo ragionamento, se nel nostro immaginario paesino fossero morte 2 persone in più, diremmo che l’incremento della mortalità è stata del 200%, per 3 morti in più, del 300% e così via. Chiunque capirebbe, anche un bimbo di 3 anni con un pò di dimestichezza con l’abaco, che non si può ragionare in siffatta maniera. A meno che non si intenda terrorizzare la gente, mandarla fuori di testa e non fargli capire più niente. Ed è quello infatti che sta avvenendo. Se invece analizziamo correttamente i dati di mortalità, (morti/abitanti X 100) vedremo che l’incremento della mortalità ad esempio a Bergamo [6], che è stato uno dei centri più colpiti, è dello 0,5%; a Brescia dello 0.27%; a Genova dello 0,1%; a Milano dello 0,07; a Codogno e ad Alzano Lombardo, che sono i paesi simbolo di questa epidemia, l’incremento è stato rispettivamente dello 0,64% e dello 0,78%. Nel resto dell’Italia non vi è stato alcuno incremento, anzi i morti, nello stesso periodo, sono addirittura diminuiti. Certamente una cosa è dire che nelle zone più colpite la mortalità è aumentata di qualche decimale: fa meno impressione anche se corretto. Un’altra invece è scioccare volutamente le persone, parlando di incrementi di mortalità del 400-500% e via dicendo. Sta proprio qui il maleficio o se si vuole, l’anima della propaganda! Nessuno disconosce (men che meno chi scrive) che nelle zone più colpite del Nord i morti ci siano stati, vuoi per la contagiosità del Covid-19 e per il fatto che esso è circolato per la prima volta, ma innanzitutto, come vedremo, per l’insipienza con cui si è affrontata l’epidemia. Ciò non toglie che l’immagine drammatica che hanno voluto dare, del Nord, oltre che dell’intero Paese sia falsa. Come falsa è l’idea (come si è dimostrato) che fa risalire al Covid-19 tutti i morti che ci sono stati in Italia e in maggior misura al Nord. Insomma non è avvenuto niente che potesse giustificare il durissimo lockdown imposto a tutto il Nord prima e poi anche al resto del Paese. Men che meno, il fatto inammissibile che esso stia di fatto ancora perdurando, a causa delle strette restrizioni a cui siamo tuttora sottoposti. Già al momento di dare l’avvio alla cosiddetta fase 2, il Premier Conte ha ribadito che siamo ancora tutti a rischio, che la morte a causa del famigerato coronavirus, ci può cogliere in ogni momento. E quindi non solo è stato giusto lo sciagurato lockdown imposto al Paese, ma che esso deve sostanzialmente continuare. Che non sarà tollerata alcuna intemperanza alle norme, dove per intemperanza si deve leggere la legittima aspirazione di milioni di cittadini ad uscire fuori da questo delirante incubo. Queste se dovessero verificarsi saranno punite, anche attraverso azioni repressive locali dei sindaci-sceriffi. Quel minimo allentamento della quarantena che è stato concesso, potrà in ogni momento essere annullato, qualora le condizioni epidemiologiche dovessero peggiorare….. o mutatis mutandi. le “intemperanze” degli scriteriati cittadini dovessero aumentare.

1.5 Letalità del Covid-19: un artefatto ancora peggiore

Intanto la gang dei tecno-scientisti continua a giocare abilmente, oltre che sul conteggio fasullo dei morti che si sono avuti, anche sull’ambiguità con cui presenta i dati e utilizza alcuni termini. E’ il caso della famigerata letalità del Covid-19. Se dovessimo prendere per buone le grandezze date, la letalità del Covid-19 calcolata al 7 maggio 2020, ovvero alla data del rapporto ISTAT-ISS, arriverebbe in Italia a quasi il 14% (13,9). In Lombardia al 18,4% (14.745:80.081=18,4). Una letalità molto alta e preoccupante. Basti pensare che la temibile SARS aveva il 10% di letalità. Questa percentuale si ricava ponendo al numeratore gli ormai famosi 29.958 decessi e al denominatore 215.858 il numero dei casi totali Covid, forniti dal ministero della Salute, sempre alla stessa data. In effetti, se il numeratore e il denominatore fossero veritieri avemmo certamente la percentuale del 13,9%, (infatti 25.354:215.858 x100 = 13,9). Ma anche qui c’è l’inganno. Intanto il numeratore va fortemente corretto. Lo stesso studio ISTAT-ISS, come abbiamo più volte affermato, ammette che va sottratta una quota di 11.600 decessi a cui non è stato fatto il tampone e che quindi non possono essere definiti correttamente come morti da Covid-19. Scendiamo quindi a 18.358. Ma anche qui dobbiamo porci la solita domanda: Questi soggetti (generalmente anziani, malati cronici) sono deceduti per il Covid? O le cause del decesso vanno ricercate nelle pluri-patologie preesistenti che ne hanno determinato l’exitus. Ovvero sono deceduti con il Covid, ma non per forza per il Covid. Abbiamo visto nello Rapporto del Gruppo di Sorveglianza Covid-19, come solo il 3,9 dei soggetti non avesse patologie preesistenti e solo per questi soggetti si potesse affermare con certezza il ruolo fondamentale del virus nel determinarne il decesso. Se rapportiamo, quindi, questa percentuale ai 18.358 morti positivi al Covid, ne deduciamo che solo 716 decessi possono catalogarsi come morti per Covid-19 e possono essere messi con sicurezza al numeratore per calcolare la letalità del virus. Ma anche il denominatore è furbescamente artefatto. Infatti i 215.858 malati (il denominatore) sono solo i malati contati negli ospedali e in isolamento domiciliare a casa. Ma questo calcolo non tiene conto di tutti gli altri ammalati: quelli hanno avuto sintomi lievissimi a cui neanche hanno badato e gli asintomatici. Orbene tutta questa pletora di persone (lo studio Meleam parla del 30 % della popolazione italiana) va inserita al denominatore, per poter determinare, con correttezza, l’effettiva letalità del Covid-19. Certo è difficile dire con sicurezza quanti siano questi soggetti, ma è probabile che siano milioni di individui. Per dare un generico riferimento si pensi che nell’ultima influenza stagionale 2019-2020 sono stati oltre 5milioni e mezzo i contagiati. Non è azzardato ritenere che anche nel caso del Covid-19 ci possa essere lo stesso numero di contagiati. Ora se rimettiamo sia al numeratore che al denominatore i numeri reali e non artefatti, anche la letalità del Covid-19 su scala nazionale si riduce a percentuali molto basse. Si ribadisce insomma il fatto che sia la mortalità, sia la letalità del Covid-19 su scala nazionale, sono veramente basse, quasi trascurabili. Con buona pace del terrorismo sanitario dei tecno-scientisti e di tutti i pasdaran della “fine del mondo” targata Covid-19. Anche da questo punto di vista, dunque, il lockdown si è dimostrato per quello che è: una inutile pazzia. Se ci fosse una giustizia vera, dovrebbero incriminare Conte e il suo Governo per attentato contro la Nazione, per aver voluto proditoriamente fare precipitare l’Italia nel baratro economico e sociale in cui ora ci troviamo, alla mercé dei pescecani della UE che, a dispetto delle illusioni che nutre questo Governo per la UE, non tarderanno a presentarci il salatissimo conto di questa scelta folle. Infine ma non ultimo, per aver gettato sul lastrico, con criminale disinvoltura, milioni di lavoratori.

1.6 Il caso della Lombardia: una Regione fuori controllo

E’ evidente che in Lombardia la situazione sia sfuggita al controllo. E’ la Regione con l’epicentro del contagio, dove si concentrano più di un terzo dei casi confermati (oltre 80 mila, al 7 maggio 2020) e quasi la metà delle vittime italiane (14.745 su un totale di 29.958 alla stessa data). I dati sono quelli forniti dal Ministero della Salute. Una situazione disastrosa. Tanto disastrosa rispetto anche alle realtà regionali limitrofe, da non poter essere spiegata con la sola epidemia da Coronavirus, men che meno dal concorso di sfortunate circostanze, ma solo con l’inammissibile inettitudine del ceto politico locale (amministratori, assessori, presidente di regione, direttori generali, manager della sanità) del Governo centrale e della sua vasta corte di consulenti. Con i loro incredibili errori sono riusciti a provocare una ondata tale di decessi, malati, contagiati che il virus da solo non avrebbe in alcun modo potuto provocare. Un autentico capolavoro di scelte sbagliate, di decisioni improvvide prese sulla scorta di dati fasulli e sbagliati, di totale confusione sulle cosa da fare e quelle da non fare. Al punto che, il correo Conte, in assenza di qualsiasi strategia, ha pensato solo a sigillare l’immane vaso di pandora lombardo con un inutile lockdown esteso a tutto il Nord. Ma vediamo in dettaglio questi errori che, effettivamente, in Lombardia hanno causato un consistente numero di decessi, considerando la brevità del tempo in cui sono avvenuti.

a) Il ritardo, nelle prime fasi dell’epidemia, nella chiusura delle aree più colpite che ha impedito di circoscrivere i focolai e consentire la tracciatura dei contagi. Questo ha avuto esiti tragici. Tant’è che ben presto in quelle aree è divampato l’incendio. A quel punto, sigillare per decreto la Lombardia e altre 14 province del nord Italia, imponendo restrizioni a circa 16 milioni di persone, è stato inutile . Ormai era troppo tardi. E’ stato come voler “chiudere la stalla quando i buoi erano già scappati”. Nel Veneto, ad esempio, la reazione più rapida nel contenimento dei primi focolai – basata sull’immediata chiusura selettiva delle zone infette e su un maggior numero di tamponi per tracciare la catena del contagio (eseguiti anche sugli asintomatici, contravvenendo alle indicazioni fornite dagli esperti del governo centrale) – ha permesso di tenere sotto controllo l’epidemia.

b) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, identificazione dei focolai di infezione) determinata a monte dalla carenza in Lombardia di una vera e propria medicina di territorio. Il taglio delle spese sanitarie e l’accentuata privatizzazione della sanità lombarda, hanno, infatti, particolarmente pauperizzato questo fondamentale settore della sanità pubblica. Questa assenza di strategie nella gestione del territorio ha contribuito non poco a causare le gravi disfunzioni che si sono verificate in questa Regione. L’omesso coinvolgimento dei medici di base; la limitatezza nell’applicazione dei tamponi, fatti, in pratica, solo a coloro che giungevano in ospedale, (seguendo pedessiquamente le indicazioni sbagliate del Governo centrale di riservare i tamponi solo a chi presentava i sintomi della malattia in atto); la mancata predisposizione di luoghi in cui porre in isolamento le persone risultate positive che ha determinato ben presto la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere in un territorio poco attrezzato dal punto di vista sanitario, pazienti anche gravi per altre patologie che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero. Tutto ciò ha determinato una pressione pressoché insostenibile sull’intera struttura ospedaliera lombarda e contribuito a determinare il dramma vissuto in molti ospedali della Regione, dove gli operatori sanitari sono stati costretti a operare senza protezioni adeguate, i pazienti più anziani sono morti soli senza ricevere neppure cure palliative e il conforto dei propri familiari. Per non dire delle tante persone che non hanno potuto essere ricoverate per mancanza di posti letto.

c) altro errore veramente inconcepibile, per non dire criminale è stato il trasferimento nelle RSA e nei centri diurni per anziani, dei malati accertati Covid provenienti dagli ospedali della Regione che hanno contagiato gli ospiti particolarmente fragili di queste strutture e prodotto il triste bilancio in termini di vite umane che tutti conosciamo e sul quale ora sta indagando la Magistratura. Parliamo di quasi 7 mila morti a livello nazionale, la maggior parte dei quali, nelle zone più colpite del Nord. Più precisamente di 773 [7] che si riferiscono però solo a un terzo (1.082 su 3.420) delle strutture contattate. Nel 40,2 per cento dei casi (2.724 su 6.773) le morti sono avvenute con infezioni da Covid-19 o con manifestazioni simil-influenzali: più di 1.600 solo in Lombardia (su 3.045 decessi totali). Sono numeri enormi perché, lo ripetiamo, stiamo parlando di un campione pari a un terzo delle strutture contattate. Una strage silenziosa di anziani resa ancora più ripugnante dal modo come le famiglie sono state tenute all’oscuro per mesi della sorte dei loro cari a cui non hanno potuto dare neanche l’estremo saluto, visto che qualcuno ha pensato bene di spettacolarizzare la tristissima vicenda, affidando ai camion militari il trasporto delle salme. Così come un altro errore tragico è stato quello di non aver separato da subito in queste strutture ma anche negli ospedali della Regione i percorsi Covid da quelli degli altri anziani residenti e, nel caso degli ospedali, da quello dei malati ordinari. Come ad esempio si è fatto negli ospedali veneti, fin dalle prime fasi dell’epidemia

d) Il mancato reperimento di strumenti di protezione individuale (DPI) soprattutto per i medici e per il personale sanitario negli ospedali ma anche ai medici del territorio (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, continuità assistenziale e medici delle Rsa, al personale sanitario di queste strutture). Questo ha determinato la morte di numerosi medici e la malattia di numerosissimi di essi, ma principalmente ha favorito di molto la diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia, dal momento che gli stessi sanitari hanno operato come veri e propri “diffusori” inconsapevoli di contagio. La inspiegabile mancata esecuzione dei tamponi agli stessi operatori sanitari poi ha stimolato vieppiù la diffusione del contagio, in quanto non si è potuto individuare con certezza questi inconsapevoli “diffusori” e metterli in quarantena. Tant’è che essi hanno continuato ad operare negli ospedali, (pubblici, privati, nelle case di Cura, nelle RSA) in un contesto di assoluta promiscuità fra malati, sani, infetti asintomatici e quant’altro. Cosicché gli stessi ospedali sono diventati un notevole focolaio di contagio. Al riguardo la vicenda dell’ospedale di Codogno, anch’essa sotto la lente di ingrandimento della Magistratura, è emblematica.

e) la mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire imperfetti e fuorvianti (come del resto quelli nazionali che ci vengono forniti con emetica costanza dalla protezione civile) che, realisticamente, non sono in grado di descrivere la realtà epidemiologica nella Regione, come del resto in Italia. Con la conseguenza che nessuno intervento può essere orientato correttamente ed essere efficace. Si naviga a vista e nella più totale confusione. E quando è così si fanno danni enormi, come sta succedendo. Ciò accade quando la raccolta dei dati è impostata male dall’inizio e poi si perservera diabolicamente nell’errore. Nella fattispecie, nel caso del Coronavirus, esso è legato all’esecuzione di tamponi, fatta fin dall’inizio, solo ai pazienti sintomatici ricoverati e non anche alla moltitudine (si può fare rapidamente con i test sierologici) dei soggetti asintomatici (che nella della diffusione del virus sono quelli più pericolosi) o con lievi sintomi. Oppure alla diagnosi di morte attribuita solo alla positività Covid-19 dei deceduti in ospedale. Insomma i dati presentati meramente come “numero degli infetti” e come “numero dei “deceduti” (quelli della “liturgia” delle 18.00 di Borrelli), nonché la letalità calcolata sui decessi dei pazienti ricoverati, non servono a niente. Se non a fuorviare chi si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati. Che essa in Italia, in realtà è bassissima.

*Dott. Teti Marcello
Coordinatore del Cpt di Perugia
30 Maggio 2020
Fonte: Liberiamo l’Italia

NOTE:

[1] Rapporto ISTAT-ISS “Impatto dell’epidemia COVID-19 sulla mortalità totale della popolazione residente primo trimestre 2020”
[2] Meleam SPA Studio COVID19 dal 25 febbraio al 24 aprile a cura del Prof. P. Bacco
[3] Nei primi otto mesi del 2015 in Italia vi fu un’impennata epidemica di influenza stagionale con 45.172 morti in più rispetto a quelli osservati nello stesso periodo nel 2014. A nessuno venne in mente allora di chiudere l’Italia con il lockdown. Anzi, quasi non se ne parlò
[4] Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-Cov-2 in Italia. Dati al 7 Maggio 2020
[5] 50 domande sul Coronavirus; “gli esperti rispondono” del 6 marzo 2020, a cura di Simona Ravizza
[6] Bergamo: n° abitanti 121.639. morti periodo 1 genn-15 aprile 2019 n° 441, morti periodo 1 genn-15 aprile 2020 n° 1079. Saldo positivo decessi 638. Mortalità 638:121.639 x 100=0,524. Tutti i dati illustrati sui decessi nei vari comuni sono stati ricavati da: ISTAT per il Paese: Grafici interattivi sui decessi. Quelli demografici su Comuniverso: il motore di ricerca dei comuni italiani
[7] Dati Istituto Superiore di Sanità (ISS): Terzo rapporto sul contagio da Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie in Italia dal 1 febbraio al 14 aprile 2020

Il Mes, il Recovery Fund possono prestare i soldi agli stati la Bce NO gli elementi basilari dell'economia sono scardinati dal Progetto Criminale dell'Euro

ALLARME BANKITALIA/ “Non possiamo aspettare 6 mesi per i soldi del Recovery fund”

Pubblicazione: 06.06.2020 - Paolo Annoni

Secondo la Banca d’Italia le misure del Governo per stimolare la ripresa valgono il 2% del Pil, un quinto di quello che servirebbe


La sede di Banca d'Italia (Lapresse)

Ieri Banca d’Italia ha diffuso le “proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana”. Lo scenario di base indica un calo del Pil del 9,2% per il 2020 con una graduale “ripresa” del 4,8% nel 2021 e poi del 2,5% nel 2022. Significa che recupereremo il Pil perso nel 2020 non prima del 2023 e più probabilmente nel 2024. In questo scenario le ore lavorate scenderebbero di circa il 10% del 2020; vuol dire un impatto sul “privato” molto superiore. Sarebbero numeri drammatici che diventano peggiori in un secondo scenario, più severo, in cui si incorpora un protrarsi dell’epidemia o l’esplosione di nuovi focolai. In questo secondo scenario il calo del Pil arriverebbe al 13,1% nel 2020 con una “ripresa” più lenta nel 2021, +3,5%, e nel 2022, +2,7%. Questo secondo scenario sembra molto più simile alle proiezioni delle principali banche d’affari e dei maggiori istituti di ricerca internazionali.

Da notare che “neanche in questo scenario, peraltro, si considerano eventuali effetti, non lineari e difficilmente quantificabili, che potrebbero derivare da episodi diffusi di insolvenza tra le imprese che incidano in misura marcata sulla capacità produttiva dell’economia, o da nuove ondate epidemiche globali.” Questo purtroppo è lo scenario che si sta producendo nel nostro Paese in questi giorni. Una crisi di liquidità impressionante che minaccia l’esistenza stessa e la continuità aziendale di moltissime imprese e attività commerciali.

Banca d’Italia calcola che i decreti legge “Cura italia” e “Rilancio” contribuirebbero a mitigare la contrazione del Pil per un importo pari a due punti percentuali. Siamo lontani anni luce non solo dagli interventi messi in atto negli altri Stati d’Europa, ma soprattutto dalle cifre dichiarate in conferenza stampa nelle ultime settimane e che pure hanno campeggiato per giorni sui principali organi di informazione senza che nessuno si preoccupasse di fare qualche conto. Diversi economisti hanno stimato che l’economia italiana, che non cresce da 20 anni, avrebbe bisogno per uscire da questa crisi di stimoli pari al 10-15% del Pil e cioè almeno cinque volte tanto quanto messo in campo sino ad oggi. Sono ordini di grandezza da 150-200 miliardi di euro. Aspettare sei mesi i soldi del Recovery fund farebbe avverare proprio la principale preoccupazione di Banca d’Italia e cioè gli “episodi diffusi di insolvenza”.

Ci chiediamo sinceramente, come domanda aperta, se questo possa essere il Governo in grado di gestire questa emergenza sia nell’importo degli interventi, sia nella loro qualità. Leggiamo ancora di piani discutibili per l’apertura delle scuole e di attacchi al mondo delle imprese che incomprensibili in uno scenario come quello descritto da Banca d’Italia. Come se le imprese e la voglia di fare impresa fossero un dato che prescinde dalle politiche del Governo. Come se l’opposizione a qualsiasi sburocratizzazione, che toglie potere alle figure apicali della Pubblica amministrazione, inclusa l’amministrazione della giustizia, potesse ancora avere senso in uno scenario da recessione profonda in cui bisognerebbe stendere tappeti rossi alle imprese e a chi ha ancora voglia di rischiare. Questo è quello che avviene in Europa, in Germania, nell’Est d’Europa dove evidentemente hanno capito perfettamente cosa sta succedendo. Stiamo parlando in questo caso di interventi senza costi per il bilancio statale.

Forse è il caso di girare lo scenario al ministro dell’Economia che un mese fa in un’audizione spiegava che si trattava solo di qualche punto di pil. E poi su fino al presidente della Repubblica. Perché lo scenario di Banca d’Italia e soprattutto il suo avvertimento sulla continuità aziendale sommato ai due punti di Pil messi in campo dal Governo significano, molto probabilmente, tensioni sociali come mai si sono viste negli ultimi 70 anni. Ci vogliono le migliori, e ultime, intelligenze del Paese altrimenti la situazione sfugge di mano.

La crisi è dovuta alla sovrabbondanza di offerta (SOVRAPRODUZIONE) e le mosse delle banche centrali sono obbligate dalla diversificazione delle aziende che per mantenere un minimo di profitto sono state costrette a fare finanza che inevitabilmente ha portato alla divaricazione tra il mercato azionario e la produzione di merci. L'economia sta veramente male se la Bce abbandona il Progetto Criminale dell'Euro e inizia a fare quello che tutte le banche centrali del mondo stanno facendo prestatore di ultima istanza. Difficile molto difficile che l'economia capitalistica per come la conosciamo riesca a sopravvivere, lo sconquasso sarà tremendo ed inevitabile. Anche la Germania sarà coinvolta nel caos

SPY FINANZA/ Dal rialzo del Dax un brutto segnale per l’Italia

Pubblicazione: 06.06.2020 - Mauro Bottarelli

Il forte rialzo del Dax delle ultime settimane non è un segnale positivo. Significa che l’Europa si sta americanizzando con i rischi che ciò comporta

Lapresse

Ultimo articolo di una settimana densa di avvenimenti, quindi mi consentirete di tirare un po’ il fiato dalla cronaca stringente. Spero non vi dispiaccia se oggi focalizziamo il discorso su una constatazione più politica che meramente economico-finanziaria, anche se quest’ultima rimane la base di partenza del ragionamento. Occorre ringraziare la Corte costituzionale tedesca, ammettiamolo. E non perché si è permessa di ricordare alla Bce quale sia il suo mandato, bellamente disatteso da almeno quattro anni. No, occorre ringraziare Karlsruhe perché la sua sentenza è stata una messa in guardia, un ultimo appello: quei giudici in rosso, apparentemente così rigidi e rigorosi, al limite del marziale nella loro interpretazione dei mandati, stanno cercando di ricordarci che siamo europei. E, soprattutto, stanno cercando di evitare la totale americanizzazione delle nostre società, di fatto grandemente in atto proprio grazie ai processi di Qe sempre più strutturali.

Provo a spiegarmi. Il Dax è l’indice benchmark della Borsa tedesca e rappresenta il classico esempio di export-driven index, ovvero un indice mosso principalmente dal comparto delle esportazioni. Di fatto, rispetto ad altre piazze espressione di una mera finanziarizzazione di massa, il Dax offre un proxy ancora relativamente credibile dello stato di salute dell’economia reale tedesca e delle aziende leader che la compongono, dalle big alle mid-cap più innovative o di eccellenza. Bene, oggi possiamo dire che il Dax offriva una cartina di tornasole affidabile. Guardate questi due grafici relativi al momento spartiacque vissuto da quell’indice lo scorso weekend: frantumata per la prima volta in assoluto quota 12mila punti e, soprattutto, una performance da +43% soltanto dai minimi di metà marzo. Roba che il Nasdaq in confronto appare un indice per dilettanti, materia per investitori retail con il conto titoli su Robinhood.



La ragione di quel rally, però, è inquietante, soprattutto se ricordiamo bene quale sia la natura dell’indice benchmark tedesco, ovvero riflettere la natura produttiva e di export dell’economia. In piena fase di lockdown globale, quando quindi l’attività economica e i flussi commerciali di merci sono praticamente a zero, si frantumano tutti i record. Ma come? Con un andamento che vede il corso azionario in perfetta simbiosi di movimento con l’aumento del bilancio della Bce e, soprattutto, con un’espansione del regime di multipli per azione degna di Wall Street nei suoi momenti più estremi: quasi 20x. Ovvero, nel pieno di una delle tante bolle, da quella dot.com a quella subprime. Guardate questo altro grafico al riguardo, tanto per capire di cosa sto parlando: stessa dinamica per lo Standard&Poors’ 500 rispetto al bilancio della Fed, stesso arco temporale che muove i suoi passi dai minimi di marzo.


Quando, di fatto, i tonfi di mercato innescati dal diffondersi a macchia d’olio della pandemia da Covid-19 hanno spinto sia la Fed che la Bce a entrare in azione con modalità all-in. La prima acquistando debito corporate in tutte le sue forme, in particolare commercial papers e poi aprendo clamorosamente la platea del collaterale alla carta con rating “spazzatura”, la seconda lanciando il suo bazooka e – a sua volta – ampliando di settimana in settimana la platea di collaterale eligibile all’acquisto. Insomma, movimento quasi sincronizzato, in tandem. E medesimo risultato riflesso nei movimenti degli indici benchmark della Borsa.

A cosa porta però questa dinamica, se applicata a un’economia saldamente produttiva e poco finanziarizzata come quella tedesca, di fatto subfornitore esiziale per la nostra componentistica e il nostro comparto dei macchinari di precisione? Un crollo della produttività. Perché se il concetto che le Banche centrali fanno passare è quello di un salvataggio a tempo indeterminato per tutti i soggetti che presentino i requisiti minimi per goderne, viene meno il principio stesso del doversi migliorare continuamente per restare soggetti attivi sul mercato: è il trionfo delle zombie firms. E, di fatto, la negazione stessa del concetto di libero mercato. Non serve produrre bene, serve soltanto avere i requisiti per presentare collaterale allo sportello della Banca centrale di turno e finanziarsi come a un bancomat illimitato.

Debito su debito, la vera chiave del successo, il new normal. E quelle dinamiche che negli ultimi due mesi e mezzo hanno consentito al Dax quella performance senza precedenti devono farci paura, prima che riflettere: perché se passasse quel concetto di economia, il livellamento al ribasso non farebbe sconti alle economie più deboli e incapaci al tempo di imporsi attraverso i mezzucci della finanza espansiva e di supportare in una logica sussidiaria di sistema i propri comparti industriali e produttivi. Insomma, la nostra industria verrebbe facilmente schiacciata sul medio-lungo termine da competitor meno di qualità ma più in grado di venire incontro alle produzioni massificate e “cinesizzate” di un mondo che non conosce più il rischio di impresa e l’ipotesi stessa di fallimento. Se la produttività cala e passa il concetto della produzione centralizzata, il cui fine è unicamente garantire sufficiente quantità di merci a una società onnivora come quella statunitense (o, di converso, permettere continua iper-produzione come quella cinese, il cui Pil da record viene pagato dal mondo attraverso la continua esportazione di deflazione), addio subfornitura italiana di qualità per le automobili tedesche: subentreranno i turchi o chissà chi altro, perché la concorrenza si compirà su altri piani che non siano quelli dell’eccellenza e del merito di mercato.

E attenzione, perché a evidenziare in modo ancora più eclatante il trend in atto, ci pensa questo ultimo grafico, estremizzazione ulteriore del sentiment. Quella che vedete rappresentata è la ratio fra quotazione del Nasdaq e del Bloomberg Commodity Index: siamo alla follia di viaggiare su multipli di 152x! L’ultima volta che si è registrato un picco di divaricazione di una certa importanza è stato nel pieno della bolla dot-com, ma, come potete vedere in maniera plastica, nulla in confronto allo stato attuale. E, tanto per mettere la questione in prospettiva, pensate che dalla fine del 2001 a oggi la media di quella ratio era stata 37x, quasi quattro volte di meno.


Cosa ci dice quest’ultima fotografia dello status quo di mercato? Semplicemente che la divaricazione fra finanziarizzazione pura rappresentata da un indice tech che in realtà è mantenuto sui massimi da buybacks strutturali ed economia reale, letta attraverso il proxy delle materie prime per uso industriale, non è mai stata così estrema e conclamata. E non importa che i giganti tech del Nasdaq non siano grandi consumatori di materiali a uso industriale e di petrolio, resta il fatto che il de-couple fra prezzo dei titoli ed economia reale sia ormai insostenibile. A un punto tale da rendere le due voci totalmente scollegate e assenti da correlazione diretta fra loro: di fatto, una follia che solo Fed e soci hanno potuto rendere possibile.

Insomma, ricordando alla Bce quale sia il suo mandato statutario di controllo dei prezzi, la Corte di Karlsruhe vuole in prima istanza ricordare alla stessa Germania quale sia la sua natura di economia, un monito estremo di fronte a un processo di americanizzazione già ampiamente in atto e che l’ampliamento costante e strutturale del Qe – di cui abbiamo appena vissuto l’ultimo, pesante step – non potrà che far incancrenire e rendere irreversibile. In tal senso, occorrerebbe paradossalmente fare un monumento ai quegli austeri giudici in rosso, perché il loro monito è finalizzato in primis a ricordarci quale sia la nostra storia, la nostra natura, il nostro approccio al mercato e all’economia.

Purtroppo, non si tratta di disquisizioni meramente accademiche, il corso del Dax da marzo in poi parla chiaro: e quell’espansione dei multipli, in pieno periodo di pandemia e con le prospettive di una V-shaped recovery tutte da valutare nella loro effettiva credibilità (basti pensare alla variabile della seconda ondata di Covid, ad esempio), deve far paura. Certo, il piano da 130 miliardi messo in campo da Berlino per la sua ripartenza dopo il lockdown potrebbe giustificare in parte quelle attese di valutazioni roboanti per i prossimi mesi, ma il trend del Dax è cominciato quando ancora si navigava a vista nella crisi, sospinto unicamente dall’operatività della Bce e, di riflesso, da quella della Fed. Insomma, dall’idea che sia la Banca centrale a “gestire” le economie e non gli imprenditori o gli Stati, in regime di concorrenza e produttività.

La Corte di Karlsruhe, di fatto, ci ha messo in guardia su quale deriva sia in atto. A noi avere l’intelligenza e l’umiltà di capirlo.