L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 giugno 2020

Gli Stati Uniti non stanno bene è guerra tra bande contrapposte e se la danno di santa ragione

SPY FINANZA/ Il filo rosso che porta dalle proteste anti-razzismo a Wall Street

Pubblicazione: 27.06.2020 Ultimo aggiornamento: 09:05 - Mauro Bottarelli

La mano di vernice ideologica delle manifestazioni anti-razziste negli Usa si nota anche sul disastro che le Banche centrali stanno compiendo

(Pixabay)

Spero che tutti abbiate letto l’ottimo articolo del professor Massimo Introvigne pubblicato giovedì su queste pagine. Se non lo avete fatto, ponete rimedio. Perché quelle parole di mero buonsenso sono un balsamo per le sinapsi, in un periodo in cui ragionare con la propria testa pare essere divenuto un atto eversivo da evitare come la peste, pena incorrere in scomuniche o pubblico ludibrio. Non si parlava ovviamente di economia o di finanza, bensì delle radici “culturali” che stanno alla base del supporto generalizzato di cui gode quel movimento Black Lives Matter che nelle ultime settimane ha infiammato le strade d’America, in nome di una presunta giustizia per George Floyd da ottenere a colpi di statue abbattute e negozi di sneakers vandalizzati sulla Fifth Avenue o su Rodeo Drive (almeno hanno gusto nella scelta dei punti vendita da assaltare).

Nell’articolo è ben descritto il brodo di coltura marxista ed elitario da cui trae linfa quel movimento, di fatto nato nel 2013, ma nell’immaginario collettivo divenuto una sorta di moderna appendice dei grandi movimenti di emancipazione afro-americana, da quello non violento di Martin Luther King alle Pantere nere di Malcolm X, passando per il suprematismo nero e antisemita di Louis Farrakhan.

Ora direte, cosa c’entra tutto questo con la Borsa e i mercati? Moto più di quanto possiate immaginare. Per oggi niente grafici, né cifre. Niente percentuali, né analisi dei deliri monetaristi della Fed. Oggi vi offro qualche conferma fattuale, non chiacchiere ideologiche, del fatto che quanto sta accadendo in America non solo risponde a un’esigenza precisa di destabilizzazione, ma, soprattutto, non è affatto come ve lo raccontano in tv o sui giornali. E state tranquilli che fra l’andare in piazza ad abbattere la statua di un generale confederato e chiudersi in caso a trattare titoli su piattaforma on-line, abboccando al mito del mercato rialzista del secolo, la differenza a livello di alienazione gradito allo status quo è davvero minimi.

Ieri sera SkyTg24 ha dedicato uno speciale a un mese dalla morte di George Floyd: più che legittimo. Il problema è cosa fai vedere, non il fatto che tu senta il bisogno di mostrarlo. E la narrativa, purtroppo, è drammaticamente unidirezionale: a parte qualche denuncia dell’eccessivo utilizzo della violenza, persino l’abbattimento delle statue viene di fatto inserito nell’indigesto pappone buonista e giustificazionista che nasce dall’eccessivo dosaggio nella ricetta di mal riposto e mal declinato senso di colpa occidentale. Non a caso, a Philadelphia il Consiglio comunale sta decidendo in questi giorni rispetto all’eliminazione della statua di Cristoforo Colombo. Insomma, le stesse istituzioni che quei monumenti dovrebbero curarli e difenderli, battono in ritirata preventiva. A casa mia, si chiama complicità.

Ora guardate questa tabella, è contenuta nell’ultimo studio del Pew Research Center, insieme a Gallup il più importante istituto di statistica degli Usa. Fonte tutt’altro che parziale, insomma. E cosa ne emerge? Che le vite dei neri contano, come recita lo slogan. Ma per i bianchi. E gli ispanici. E gli asiatici. Per tutti, tranne che per i neri.


Il numero di afro-americani che ha partecipato alle manifestazioni è infatti bassissimo, circa 1 su 6. La grandissima parte sono bianchi e di fede politica Democratica o comunque liberal. Insomma, diciamo che dai freddi numeri dello studio demoscopico emerge una realtà un pochino differente da quella che i media ci hanno propinato per giorni e giorni. E attenzione, qui nessuno sta giustificando l’atto compiuto dalla polizia: semplicemente, occorre raccontare l’intera vicenda.

Qual è la questione di fondo? Forse che i neri non partecipano alle manifestazioni per paura? Anche in questo caso, la realtà è sempre duplice. La vulgata autodistruttiva che sogna nuove Berkeley in ogni campus d’America, ovviamente, sposa questa tesi. Ma la realtà è davvero questa? Davvero gli afroamericani negli Usa hanno ancora paura di scendere in piazza per una causa, perché bersagli della polizia? O, forse, hanno paura degli epiloghi quasi sempre già scritti di quei cortei? O, peggio ancora (per la narrativa mainstream), non sono proprio d’accordo con le motivazioni di base di quelle proteste? Al riguardo vi invito ad andare a sentire l’intervista rilasciata giovedì a FoxNews da Robert Johnson. Chi è costui? È il classico esempio dell’afro-americano di successo, fondatore della Bet (Black Entertainment Television), canale via cavo nato proprio con il targeting della gente di colore e acquisito dal gigante Viacom. Lo slogan dell’emittente è Yes to Black e gli ultimi dati di rilevazione dicono che circa 88 milioni di americani ricevono il suo segnale in casa: insomma, una bella cartina di tornasole della situazione. Quantomeno, visto il profilo del fondatore e l’audience raggiunta, certamente più credibile di qualche migliaio di assaltatori di statue o qualche decina di editorialisti liberal che scrivono dall’appartamento in Central Park West.

E cosa dice Robert Johnson nell’intervista? “I bianchi hanno l’errata percezione del fatto che quelli di colore stiano tutti seduti in cerchio, applaudendo le loro manifestazioni e congratulandosi per l’importanza degli atti che compiono, come ad esempio abbattere statue di generali confederati che hanno combattuto per il Sud. A mio modesto avviso, invece, di fronte a quegli atti, gli afroamericani si mettono a ridere. Esattamente come ridono quando i bianchi dicono che i neri devono evitare i talk-show televisivi, poiché li strumentalizzano. Parliamoci chiaramente, la gente che sta abbattendo le statue e cercando di dare a quel gesto un valore di testimonianza, fa basicamente parte di una minoranza di anarcoidi borderline. Gente che non ha un’agenda politica reale, se non quella che pone come finalità ultima proprio l’abbattimento della statua”.

Poi, l’impietosa analisi, fatta da un uomo di colore che in America è diventato famoso, rispettato e miliardario grazie alla sua intuizione e al suo lavoro: “La gente che sta andando in piazza non sta pagando il college a un ragazzino di colore i cui genitori non possono permettersi tasse e retta. Non sta cercando di chiudere il gap salariale fra lavoratori bianchi e neri, ancora esistente in molte realtà. Non sta aiutando la gente di colore a emanciparsi dalla dipendenza cronica da welfare o dai sussidi alimentari. Simbolicamente parlando, il loro è un goffo e raffazzonato tentativo di rimettere a posto lo schienale della poltrona che si trova sul ponte del Titanic. Non significa assolutamente nulla per le reali necessità della gente di colore”. Peccato che SkyNews24 non abbia chiesto i diritti a FoxNews per ritrasmettere con i sottotitoli questa intervista, includendola nel suo bellissimo special dedicato a un mese di proteste per la morte di George Floyd, non credete? Forse il suo contenuto poteva risultare po’ urticante per le pelli abituate al balsamo calmante e rassicurante del politicamente corretto, si rischiava una brutta dermatite da contatto. Con la realtà.

E a confermare che l’intero impianto di un’America bianca, ricca e borghese che scende in piazza per pulirsi la coscienza fa parte di un logica ben consolidata di perpetuazione dello status quo attraverso atti apparentemente di rottura, lo conferma un reportage straordinario del Chicago Tribune, nel quale non solo si certifica come il democratico e liberal Illinois stia comprando armi come se non ci fosse un domani, ma – e soprattutto – che a farlo sono persone di dichiarata connotazione politica progressista. Tanto che un addestratore di tiro in un poligono, intervistato dal quotidiano, ammette come abbia registrato un boom di nuovi clienti per lezioni individuali: “È gente che non vuole che si sappia che detiene un’arma e vuole imparare a usarla. Me lo chiedono come prima cosa, mi impongono un rispetto assoluto della privacy a causa del loro credo politico che vedono in antitesi con l’atto che stanno compiendo”.

E i numeri che arrivano da Chicago, parlano chiaro. Tra l’1 e il 17 giugno, le richieste di permesso per un porto d’armi (le cosiddette Foid cards) sono state 42.089 contro le sole 7.000 dello stesso periodo nel 2019: un aumento del 501%. E anche i tempi dei background checks, ovvero i controlli che l’Fbi compie sui nuovi permessi prima che questi diventino effettivi, in Illinois sono passati dai canonici tre giorni a più di una settimana, portando lo Stato al livello della California, dove fra acquisto dell’arma e suo porto e utilizzo legale passano 10 giorni. Insomma, i liberal hanno paura e si armano fino ai denti. Hanno scoperto, pur vergognandosene in pubblico, il Secondo Emendamento, la cui difesa viene posta da Donald Trump e dai suoi buzzurri e razzisti seguaci quasi come primo punto assoluto dell’agenda politica.

Chiamatelo contrappasso o karma. Io lo chiamo cattiva coscienza e ipocrisia strisciante. La quale, però, va oltre. Perché questo tipo di latente censura della realtà, questa mano di vernice ideologica sul muro troppo rovinato del mondo, si riflette anche nell’economia e nel disastro che le Banche centrali stanno compiendo, mentre il coro quasi unanime della stampa le dipinge come i salvatori dell’universo. Stessa logica di chi scende in piazza a distruggere statue, salvo ogni tanto trovare dei Robert Johnson che rimettono le cose al loro posto.

Vi faccio un esempio, chiaro e semplice. Ieri tutti i siti – nella sezione economia e finanza – rilanciavano la notizia in base alla quale la Fed aveva deciso un cap sui dividendi delle banche e un divieto/limitazione dei buybacks azionari. Di fatto, un atto che viene percepito immediatamente come di giustizia sociale, nel mondo tutto ideologico dei banksters che affamano il mondo (anche grazie ai soldi del tuo continuo indebitarti e vivere sul credito al consumo). Nessuno però si è preoccupato di raccontare anche la parte iniziale della storia, ovvero la comunicazione – a Wall Street aperta, mentre la questione dei dividendi è stata resa nota a fine contrattazioni – che Office of the Comptroller of the Currency e Fdic davano vita a un clamoroso e ulteriore ammorbidimento della Volcker Rule di regolamentazione bancaria contenuta nel Dodd-Frank Act voluto da Obama dopo la crisi di Lehman Brothers. Un bell’intervento sui margini degli swaps che, a conti fatti, per le banche di Wall Street si sostanzierà nella “liberazione” di circa 40 miliardi di dollari. Il tutto, in vista degli stress test della Fed del 30 giugno.

Avete mai visto un regolatore alleggerire i termini di accountabilty alla vigilia di un esame, senza che l’esaminatore abbia alcunché da ridire? Ecco, negli Usa è appena stato fatto. Ma i media vi hanno raccontato solo la seconda parte, quella spendibile e di propaganda. Come vedete, tout se tient.

26 giugno 2020 - NEWS DELLA SETTIMANA (20-26 giu. 2020)

Ebrei attori consumati a farsi passare per vittime. L’annessione israeliana della Cisgiordania è una vicenda brutale

PERCHÉ OSCURANO L’ANNESSIONE DELLA CISGIORDANIA DA PARTE DI ISRAELE

Pubblicato 27/06/2020

DI ALBERTO NEGRI


L’annessione israeliana della Cisgiordania è una vicenda così brutale che soltanto una guerra e l’incombente crisi della Nato – in atto in Libia – potrebbero oscurare dagli schermi internazionali. La mobilitazione nazionale di oggi a Roma per la Palestina illumina finalmente lo scenario. Le grandi potenze mondiali, Usa, Russia e Cina, sono come le tre scimmiette: non sento, non vedo non parlo. Per vari motivi sono soggiogate dalle mosse israeliane.

Gli Stati Uniti hanno un asse privilegiato con Tel Aviv, una potente comunità ebraica maggioritariamente di destra, e sono in piena campagna elettorale; Mosca si serve di Israele e di un 1,5 milioni di cittadini ebraici di lingua russa per aggirare le sanzioni e rimanere indisturbata in Siria con le basi militari, mentre gli aerei israeliani bombardano ogni giorno; la Cina deve far fuori gli uiguri, la sua popolazione musulmana dello Xinjiang nei campi costruiti da Pechino.

Fare a pezzi la Palestina sembra convenire un po’ a tutti. Qui c’è un virus che non ha ancora un antidoto: Israele ha ragione anche quando ha torto e noi lasciamo fare. L’Europa, un ectoplasma con storici sensi di colpa, invia segnali flebili mentre l’Onu alza un po’ la voce perché stanno cancellando le risoluzioni storiche del Palazzo di Vetro.Abbiamo soluzioni diplomatiche? Sembra di no. Si tratta di un atto di forza e in violazione del diritto internazionale: ma l’annessione della Valle del Giordano non è considerata come l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein per cui nel ’91 si fece una guerra che portò poi ad altre guerre e allo sfacelo del Medio Oriente.

In realtà l’annessione avviene al culmine di un drammatico percorso di vent’anni condiviso da Usa e Israele per la disgregazione dei popoli mediorientali e di cui gli europei sono complici. La guerra in Afghanistan del 2001, l’occupazione dell’Iraq nel 2003, la guerra per procura in Siria per abbattere Assad, i raid in Libia del 2011 per far fuori Gheddafi. Direttamente o indirettamente gli Stati uniti hanno provocato milioni di morti e di profughi, manovrato i jihadisti con la Turchia, perseguito la distruzione di intere nazioni come Iraq, Siria, Libia, per lasciare infine a Israele il ruolo di superpotenza regionale.

Ecco il vero «piano di pace» realizzato in Medio Oriente. Che ha un obiettivo preciso, oltre a favorire Israele: inviare un monito per tutti gli stati della regione che stanno ancora in piedi. Non è detto che un domani alcuni di questi Paesi siano ancora sulla mappa, anzi già in parte lo sono solo virtualmente. La Siria occupata da eserciti stranieri è un esempio, l’Iraq pure, lo Yemen anche, domani potrebbe toccare alla Libia.

Israele ha uno statuto speciale fondato sull’Olocausto perpetrato in Europa da Germania, Italia e da regimi europei collaborazionisti con il nazi-fascismo e conniventi con le infami leggi razziali. Ricordiamoci sempre che i veri nemici di Israele sono anche nostri nemici storici e dell’umanità. Ma l’orrore di un tempo non giustifica le violazioni eclatanti di oggi e il perdurare, dal 1967, dell’occupazione dei Territori palestinesi a seguito della “Guerra dei Sei giorni”.

L’annessione della Cisgiordania è stata favorita dagli Stati Uniti. Soltanto un ingenuo poteva credere che con il piano Kushner piovessero sui palestinesi miliardi di dollari. I palestinesi sono divisi tra di loro, lacerati. Figuriamoci se gli davano pure i quattrini. Si trattava della solita tattica dilatoria per consentire a Netanyahu di mettere a punto i suoi progetti. Con la complicità di un mondo arabo fatto di monarchie assolute e dittatori che fingono d’indignarsi.

Neppure Erdogan farà nulla perché, come Israele, occupa territori altrui in Siria, dove nel Nord ha fatto la sua Gaza a danno dei curdi, e ora partecipa alla spartizione di influenze in Libia. In Siria Israele occupa il Golan dal 1967 e la Turchia ambisce a far parte ufficialmente del «condominio siriano» insieme allo stato ebraico e alla Russia. Persino le sacrosante rivendicazioni degli afroamericani sono manipolate. Tutti a inginocchiarsi perché la polizia ammazza neri e latinos ma nessuno che alzi il sopracciglio se gli israeliani uccidono un ragazzo autistico disarmato alla porta dei Leoni di Gerusalemme.

E noi caschiamo volentieri in questa trappola perché ci assolve dal dovere di opporci a quello avviene in Cisgiordania. Le vite dei neri contano, come quelle dei palestinesi e di tutti noi. Di questo passo un giorno faremo fatica a spiegare chi sono i palestinesi o i curdi, per i quali abbiamo speso belle parole quando nell’ottobre scorso sono stati fatti fuori da Erdogan. Solo belle parole, però. Qui di parola ne serve una sola: giustizia. Ci resterà strozzata in gola, forse faremo fatica persino a pensarla quando, guardando la mappa del Medio Oriente, cancelleremo la parola Palestina anche dai nostri cuori traditori.

https://ilmanifesto.it/perche-oscurano-lannessione-della-cisgiordania/

Diritto internazionale fottiti, ci pensano gli ebrei-palestinesi sionisti con l'equilibrio demografico ottenuto con la strategia dell'allontanamento e distruzione di case, villaggi, quartieri, abbinata all'insediamento anno per anno di colonie ebraiche. Ebrei attori consumati a declamarsi vittime


Israele ratifica 50 anni di furto di terra

di Aseel AlBajeh
27 giugno 2020

Dopo più di mezzo secolo, Israele ha deciso di formalizzare l’appropriazione del territorio palestinese, trasformando l’occupazione da un’annessione di fatto a una di diritto. Un atto grave, contrario al diritto internazionale e finalizzato ad espellere dalle proprie terre la popolazione palestinese

L’anno 2020 segnerà l’ennesima battuta d’arresto per le speranze palestinesi di autodeterminazione e libertà dall’oppressione. Dalla “Vision for Peace” degli Stati Uniti di gennaio, che offre a Israele gran parte della Cisgiordania occupata, a un governo di unità israeliano a maggio, che promette di andare avanti con l’annessione illegale proprio di tale territorio, una nuova catastrofe si prospetta all’orizzonte.

Ma perché Israele ha aspettato più di mezzo secolo per l’annessione formale?

Dopotutto, le condizioni materiali costituiscono già un’annessione de facto della Cisgiordania, intrapresa senza grandi conseguenze per l’immagine costruita con cura di Israele come “unica democrazia in Medio Oriente”, insieme alle annessioni formali di Gerusalemme Est e delle alture del Golan (in Siria) conquistate durante la guerra del 1967 [Guerra dei sei giorni – ndt].

La risposta risiede nei progetti colonial-colonici israeliani sistematici che risalgono al 1948 e che cercano di sostituire la popolazione locale con una di importazione. Il ritardo nell’annessione dovrebbe essere visto come un riflesso della demografia della Cisgiordania che, con la sua numerosa popolazione palestinese, doveva essere preparata adeguatamente prima di poter compiere qualsiasi mossa più formale. La preparazione è ormai completata in parti significative della Cisgiordania.

ANNESSIONE DI GERUSALEMME EST

Dopo la conquista della Cisgiordania nel 1967, Israele ha immediatamente e illegalmente esteso la propria giurisdizione e amministrazione su Gerusalemme est e su 28 villaggi circostanti. Nel 1980 ha annesso formalmente Gerusalemme Est con l’approvazione della Legge Fondamentale: Gerusalemme capitale di Israele.

Questa annessione rapida è il risultato dell’equilibrio demografico di Gerusalemme, che nel 1967 era composto per il 74% da ebrei e per il 26% da palestinesi.

In effetti, l’equilibrio demografico è fondamentale per la politica israeliana. Fino alla creazione dello Stato di Israele nel 1948, non c’era mai stata una maggioranza ebraica in Palestina ed è stato soltanto con la cacciata di oltre la metà dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre che tale maggioranza è stata assicurata.

Israele ha tenuto attentamente sotto controllo il rapporto demografico tra ebrei e non ebrei negli anni tra il 1948 e il 1967. Non permettendo ai rifugiati di tornare, distruggendo i loro villaggi e confiscando le loro case (con la Legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950, che portò persino all’assurda categoria del “assente presente” per poter confiscare le case di coloro che erano stati sfollati all’interno del territorio nazionale) Israele ha lavorato duramente per mantenere questa maggioranza ebraica. Di conseguenza, il rapporto ebrei-palestinesi era già in corso a Gerusalemme nel 1967.

Dal 1967, Israele ha lavorato in diversi modi per mantenere questo rapporto nella città: attraverso leggi di pianificazione discriminatorie, espropriazione di terreni e demolizioni di case, insieme alla continua espansione degli insediamenti.

Uno degli strumenti introdotti (in nome della sicurezza) è la costruzione di un enorme muro in Cisgiordania. Il posizionamento del muro è istruttivo. In pratica, circonda quasi l’80% dei coloni israeliani in Cisgiordania, compresi tutti quelli di Gerusalemme Est. Ha quindi aperto la strada all’annessione degli insediamenti più grandi.

Michael Lynk, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla Cisgiordania occupata e Gaza, ha osservato che a Gerusalemme i principali quartieri palestinesi erano situati deliberatamente all’esterno del muro, eliminando qualsiasi obbligo di fornitura di servizi municipali e tagliando fuori un terzo dei palestinesi di Gerusalemme dal resto del West Bank.

Israele ha anche preso di mira coloro che rimangono. Di norma, ai palestinesi di Gerusalemme Est viene concesso lo status di residenti permanenti. Possono richiedere la cittadinanza, ma questo implica giurare fedeltà nei confronti di Israele. Costringere i palestinesi a giurare fedeltà ai propri occupanti è illegale ai sensi del diritto internazionale e implicherebbe che i palestinesi di Gerusalemme riconoscano l’annessione di Israele, cosa che si sono sempre rifiutati di fare.

Tuttavia, dal 1967 la revoca della residenza è stata una delle molte politiche volte a spingere i palestinesi a trasferirsi forzatamente fuori città.

Dal 1995, tale revoca può essere imposta a tutti i palestinesi che non sono in grado di provare che il loro “centro di vita” sia in città. In sostanza, se un palestinese di Gerusalemme trascorre troppo tempo lontano dalla città, può perdere i propri diritti di residenza.

Dal 2006, la revoca può anche essere imposta in modo punitivo sulla base di una “violazione della fedeltà”, vagamente definita come una mancanza di lealtà verso lo Stato di Israele. Dal 1967, più di 14.500 palestinesi di Gerusalemme hanno perso il proprio status legale.

A gennaio, Benny Gantz, attuale Vice-Primo Ministro israeliano, annuncia ai giornalisti l’intenzione di continuare con l’annessione della Valle del Giordano, alle sue spalle. Heidi Levine (Sipa Press)

DALL’ANNESSIONE DE FACTO A QUELLA DE JURE

Che Israele abbia deciso adesso che sia giunto il momento di trasformare l’annessione di fatto in annessione di diritto dovrebbe essere letto come un segnale della riuscita realizzazione della politica di lungo corso di annettere il territorio con il minor tasso di popolazione palestinese.

Ci è voluto mezzo secolo per creare una realtà irreversibile che ha rovesciato la realtà demografica nelle aree che Israele non voleva in Cisgiordania. Già nel quarto giorno della guerra del 1967 Israele aveva iniziato la pianificazione per gli insediamenti. Nel 2019, c’erano oltre 240 insediamenti in Cisgiordania con più di 620.000 coloni.

Il colonialismo dei coloni inizia con gli insediamenti e continua con la sostituzione della popolazione originale.

Un modello esemplificativo di come Israele abbia sostituito con successo la popolazione palestinese è la Valle del Giordano, che fa parte dell’area che il nuovo governo israeliano sta cercando di annettere, pari a quasi il 30% del West Bank.

Secondo gli accordi di Oslo, quasi il 90% della Valle del Giordano era sotto il pieno controllo militare e civile israeliano e parte di una zona nota come Area C.

Nonostante il fatto che l’area avrebbe dovuto essere trasferita alla giurisdizione dell’Autorità Palestinese entro due anni dalla firma degli accordi di Oslo nel 1993, Israele ha mantenuto il controllo su sicurezza, pianificazione e costruzione. Gli accordi di Oslo e il “regime legale di segregazione” hanno permesso a Israele di consolidare la propria sovranità sul territorio.

I coloni israeliani e i palestinesi che vivono nell’area C sono quindi soggetti a sistemi giuridici separati. I coloni godono delle protezioni offerte dalla legge civile israeliana, ma i palestinesi vengono trascinati davanti ai tribunali militari con un tasso di condanna di quasi il 100%.

Politiche come l’appropriazione della terra, la costruzione di insediamenti, lo sfruttamento delle ricche risorse naturali dell’area a beneficio dei coloni, le restrizioni alla circolazione e i permessi di costruzione quasi impossibili da ottenere che consentono ai militari israeliani un ampio mandato per la demolizione delle case, hanno creato tutti insieme un ambiente ostile e coercitivo per i palestinesi autoctoni nella Valle del Giordano.

Il risultato è stato il trasferimento forzato della popolazione palestinese dalla zona. Prima del 1967, c’erano circa 250.000 palestinesi nell’area. Nel 2016, quel numero si era ridotto a meno di 54.000.

La Valle del Giordano non è un caso unico. Israele ha preparato la Cisgiordania per l’annessione formale creando un’infrastruttura fisica (con insediamenti, mura e strade riservate agli israeliani) che crea quello che Michael Lynk ha definito “un bantustan palestinese, un arcipelago di isole scollegate, completamente circondato e separato da Israele e non collegato al mondo esterno.”

Da tempo avremmo dovuto imparare la lezione dell’annessione israeliana di Gerusalemme Est: Israele non nasconde i propri disegni.

Eppure il mondo non riesce nemmeno a mettersi d’accordo su come rispondere a un comportamento così apertamente illegale.

Il capo della politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha confermato che l’UE è “lontana” dal sanzionare Israele per i suoi recenti piani di annessione della Cisgiordania.

Questa è l’ultima possibilità per i governi e le istituzioni più potenti del mondo di rivedere il modo in cui trattano Israele. Gli Stati terzi devono adempiere ai loro obblighi di porre fine a una situazione di evidente trasgressione del diritto internazionale e di non fornire aiuti o assistenza a Israele.

Se il mondo non riuscirà a risolvere la questione, non saranno solo i palestinesi a sopportarne le conseguenze. Le fondamenta dell’intero quadro giuridico post-Seconda Guerra Mondiale sono a rischio di collasso se l’espansionismo israeliano verrà lasciato libero di agire senza conseguenze.

Articolo apparso sul sito The Electronic Intifada

Traduzione a cura di Michele Fazioli per DINAMOpress

Aseel AlBajeh è un ex dirigente di difesa legale e comunicazione presso Al-Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani. Attualmente è dottorando in diritto internazionale dei diritti umani in Irlanda.

Per i Regolatori è indispensabile sapere l'identità dei possessori dei bitcoin

Bitcoin approda negli uffici postali australiani

Bitcoin.com.au, l’exchange di criptovalute s’insedia nelle poste australiane

by vitaminahcirca 26 giugno 2020


Oltre 4000 uffici postali australiani da domani potranno concedere l’acquisto di Bitcoin. Attraverso la partnership con l’exchange Bitcoin.com.au gli investitori saranno in grado di comprare BTC in tutta comodità e sicurezza.

Holger Arians, CEO della compagnia, ritiene che la nuova opzione di pagamento farà avvicinare molti nuovi utenti al settore:

“Per molte persone, pagare per Bitcoin in un ufficio postale australiano sembra più sicuro che trasferire fondi online, specialmente se sono acquirenti alle prime armi.

Siamo orgogliosi di questa collaborazione e desideriamo ringraziare l’Australia Post per la sua costante apertura verso le nuove tecnologie.”

Già presente in oltre 200 punti vendita, i clienti di Bitcoin.com.au erano già in grado di acquistare BTC grazie ad un’altra partnership con il network di pagamento Blueshyft.
I Luoghi fisici diventano i posti per acquistare Bitcoin

L’adozione di massa della criptovaluta più famosa al mondo che sta riscrivendo la storia della nuova finanza sta oramai prendendo il dominio anche negli uffici e punti vendita di tutto il mondo. Solo questo mese si sono registrati dati di nuovi distributori automatici di Bitcoin nel mondo che superano le 900 unità e solo 5000 sono situati negli Stati Uniti.

In Francia prevalgono invece le tabaccherie di Parigi che hanno venduto Bitcoin in tagli da 50, 100 e 250 euro. Il cliente riceve un biglietto contenente una password alfanumerica e un codice QR, che possono poi essere utilizzati sul portale in rete del wallet digitale Keplerk per ottenere le criptovalute acquistate.

Nelle filippine invece la collaborazione fra le società di investimento in criptovalute Abra e il network di pagamento ECPay ha permesso a migliaia di cittadini l’acquisto di Bitcoin nei punti vendita 7-Elelven.

E in Italia come si stanno muovendo? Facci sapere cosa ne pensi e i luoghi dove è possibile acquistare Bitcoin.

Il sindacato è pieno di personaggi colmi di protagonismo personale che pensano sempre di fare gli interessi dei padroni e Mai Mai quello dei propri iscritti, non è un caso che sono sempre solidali tra loro si riconoscono, si annusano fanno parte del medesimo branco

Che cosa celano le dimissioni di Bentivogli dalla Fim-Cisl. Firmato: Pezzotta (ex Cisl)

27 giugno 2020


Il fatto che Bentivogli dimettendosi affermi “questa è la migliore condizione di proteggere la Fim” lascia trasparire l’esistenza di questioni interne alla categoria e alla Cisl. Il commento di Savino Pezzotta, già segretario generale della Cisl

Diversi amici ancora attivi dentro la Cisl con i quali conservo e mantengo significativi e fortemente amicali rapporti, mi hanno chiesto cosa pensassi delle dimissioni di Marco Bentivogli dalla Fim: mi sono astenuto dal commentare la scelta di Marco per non rinnovare la fatica e la sofferenza di cui personalmente feci esperienza. Nessun militante sindacale decide di abbandonare l’impegno se non vi è spinto da diversi fattori o condizioni interne.

Personalmente ho sperimentato che si danno le dimissioni dopo aver sperimentato una tattica interna di logoramento, senza che mai si vi siano posizioni politiche esplicite. Al massimo ti si accusa di cattivo carattere, di invadere i campi di altri e di avere amicizie o stima verso persone politicamente impegnate come se l’autonomia del sindacato impedisse di avere rapporti personali di ampio raggio.

Resto convinto che l’uscita di Marco sia per la Cisl un grave danno e se questa è stata spintanea un grave errore. Marco, che ho conosciuto quando era segretario della Fim di Ancona e con il quale non sempre ho concordato, è stato per me e per tanti altri il volto di una speranza. Un dirigente sindacale che, a mio parere, poteva innovare e rivitalizzare la Cisl e il Sindacalismo Italiano: non tutte le sue posizioni erano condivisibile ma certamente oggetto di discussione. È stato uno dei pochi sindacalisti che ha provato ad uscire dal conformismo sindacale per avventurarsi su terreni nuovi e a prospettare la possibilità per il sindacalismo di vivere pienamente e con ruolo nella società e nel lavoro pervasi dal digitale e al formarsi dell’infosfera, che implica costanti e permanenti considerazioni di carattere sociale, ambientale ed etiche totalmente nuove.

Il lavoro e la sua organizzazione saranno sempre più collocati in uno spazio ibrido tra on line e off line, tra analogico e digitale. Marco è stato, a mio parere, uno dei pochi sindacalisti che ha tentato di vedere le nuove tecnologie oltre il macchinismo, ma di percepire come il lavoratore fosse collocato dentro un modello organizzativo fatto da un mix, fondato sull’interazione di oggetti, strumenti e informazioni diverse. Questo processo di trasformazione doveva mutare, trasformare, i paradigmi abituali in uso nel sindacato, per generarne di nuovi anche se questo significava abbandonare le sicurezze e le certezze ereditate dal passato e assumere la categoria del rischio.

Per una curiosità maligna sono andato a vedere come queste dimissioni venivano riportate sul sito della Cisl e come le commentava il Segretario Generale, ho cercato di vedere anche “Conquiste del lavoro” e non sono stato in grado di rilevare nulla. Non voglio fare delle dietrologie, ma cercare di interpretare la laconicità con cui Marco scrive e annuncia le sue dimissioni, non mi ha convinto che a spingerlo in questa direzione fosse solo il desiderio di “lasciare spazio ad altri”, nobile intenzione che però non mi ha convinto. Ma il fatto che affermi “questa è la migliore condizione di proteggere la Fim” lascia trasparire l’esistenza di questioni interne alla categoria e alla Cisl.

Grazie Marco per il lavoro che hai fatto, per la tensione ideale che hai mantenuto e per avere deciso di andartene piuttosto che sottometterti a possibili compromessi. Poiché ci sono momenti che l’essere liberi richiede sacrifici.

Articolo pubblicato su sindacalmente.org

La burla dei politicanti sulle mascherine è il simbolo del guasto che hanno provocato minando le basi di qualsiasi comunità: la fiducia

Il mondo con i lockdown è impazzito. Parola di epidemiologo svedese

27 giugno 2020 

Anders Tegnell during the daily press conference outside the Karolinska Institute.

Bloomberg ha raccolto l’opinione di Anders Tegnell, epidemiologo svedese, sui lockdown

L’uomo dietro la controversa strategia Covid-19 della Svezia ha definito i blocchi imposti in gran parte del globo come una forma di “follia”- riporta Bloomberg. Anders Tegnell, l’epidemiologo di stato svedese, ha detto di aver sconsigliato tali restrizioni di movimento a causa dei dannosi effetti collaterali che spesso comportano. “Era come se il mondo fosse impazzito, e tutto quello di cui avevamo discusso è stato dimenticato”, ha detto Tegnell in un podcast con la Radio svedese mercoledì. “I casi sono diventati troppi e la pressione politica è diventata troppo forte. E poi la Svezia se ne stava lì sostanzialmente sola”.

Tegnell ammette di aver giudicato male il potenziale mortale del coronavirus nelle sue fasi iniziali, ma si rifiuta di prendere in considerazione l’abbandono della sua strategia. Dice che limitare il movimento in modo radicale, come si è visto in gran parte del mondo, può creare altri problemi, tra cui l’aumento degli abusi domestici, la solitudine e la disoccupazione di massa. “Allo stesso modo in cui tutti i farmaci hanno effetti collaterali, anche le misure contro una pandemia hanno effetti negativi”, ha detto. “In un’autorità come la nostra, che lavora con un ampio spettro di questioni di salute pubblica, è naturale prendere in considerazione questi aspetti”.

Ma la Svezia ha ora uno dei tassi di mortalità Covid-19 più alti del mondo, con più morti ogni 100.000, secondo i dati dell’Università Johns Hopkins. I sondaggi suggeriscono che gli svedesi hanno iniziato a perdere fiducia nella risposta del loro Paese alla pandemia. Invece di chiudere scuole, negozi e ristoranti, la Svezia ha lasciato praticamente tutto aperto. I cittadini sono stati incoraggiati ad osservare le linee guida per la presa di distanza sociale, ma la strategia prevedeva che gli svedesi avrebbero volontariamente modificato il loro comportamento senza bisogno di leggi. Tegnell ha anche sconsigliato l’uso di mascherine facciali, sostenendo che ci sono poche prove scientifiche che funzionino. E dice che è chiaro che la chiusura delle scuole è stata una risposta inutile alla pandemia, un concetto che è stato effettivamente sostenuto in un recente studio francese.

L’argomentazione di fondo di Tegnell è che Covid-19 non se ne andrà presto, il che significa che l’improvvisa e grave chiusura delle scuole si rivelerà alla fine inefficace nell’affrontare la minaccia a lungo termine. Nel frattempo, il virus è riemerso di recente in diversi luoghi dove le autorità pensavano di averlo messo sotto controllo, tra cui Pechino. “Non vedo l’ora di fare una valutazione più seria del nostro lavoro di quanto non sia stato fatto finora”, ha detto Tegnell. “Non c’è modo di sapere come andrà a finire”.

Il parlamento svedese ha acconsentito ad una commissione per sondare la risposta del governo alla crisi del Covid. I risultati dell’indagine dovrebbero essere pubblicati all’inizio del 2022, prima delle prossime elezioni generali. I recenti sondaggi mostrano che il Primo Ministro Stefan Lofven, a capo di una coalizione di minoranza di centro-sinistra, ha visto il suo voto di approvazione degli elettori crollare di fronte alle preoccupazioni sulla politica Covid del Paese.

(Estratto dalla rassegna stampa internazionale a cura di Epr Comunicazione)

Un governo veramente marcio, la sua tendenza palese è esautorare leggi e Parlamento sull'abbrivio che ha fatto picconando la Costituzione con la scusa del covid-19

Come e perché prof e deputati Pd criticano i super poteri di Gualtieri

27 giugno 2020


Tutte le ultime novità sul caso dei super poteri per il ministro dell’Economia, Gualtieri, che sta facendo discutere anche costituzionalisti e parlamentari Pd

Lunedì 15 giugno un asettico e quasi routinario comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dava conto che, a Villa Pamphilj, tra una tartina ed un prosecco, il Consiglio dei Ministri si era riunito per varare un decreto legge atteso già da qualche giorno. Con quel decreto, pubblicato col numero 52 il giorno dopo in Gazzetta Ufficiale, si disponeva infatti la facoltà di utilizzo di ulteriori quattro settimane di cassa integrazione da parte dei datori di lavoro che avevano già esaurito le iniziali quattordici. Tale utilizzo, inizialmente previsto a decorrere dal primo settembre, veniva quindi reso immediato.

Ma sabato 20 sul Corriere della Sera, Federico Fubini ha gettato uno squarcio di luce su un aspetto inizialmente passato sotto silenzio, di cui il comunicato stampa non parla.

Il riferimento è all’articolo 4 del decreto, che dispone che tutte le risorse destinate con i 3 decreti finora emanati dal governo per fronteggiare la crisi (Cura Italia, Liquidità e Rilancio) sono soggette a monitoraggio da parte del ministero dell’Economia. All’esito di tale monitoraggio, il ministro dell’Economia è autorizzato ad apportare, con proprio decreto ministeriale, le variazioni di bilancio necessarie per rimodulare le risorse assegnate tra le diverse misure previste dai tre decreti.

Ma questa non è una novità. Infatti, anche il decreto “Cura Italia” all’articolo 126, ed il decreto “Rilancio” all’articolo 265, recano la medesima disposizione. Il fatto rilevante è che la possibilità di riassegnare le risorse viene qui stabilita non più all’interno dello stesso decreto, ma addirittura tra i 3 decreti che sono stati il pilastro, peraltro gracile, della risposta del nostro governo alla crisi economica da Covid-19.

Giova ricordare che i 3 suddetti decreti avevano in dote ingenti risorse finanziarie. Infatti, il governo era stato dapprima autorizzato dal Parlamento ad aumentare il deficit di 20 miliardi e poi di altri 55, scostamenti che porteranno il deficit/PIL per il 2020 intorno al 10/11%.

Aver inserito quella norma, dapprima nei singoli decreti e poi, nel decreto 52 con effetto cumulativo, conferisce al Ministro dell’Economia un potere enorme.

Quindi non solo il governo, presentando un decreto “monstre” di ben 266 articoli come il decreto Rilancio, ha di fatto esautorato qualsiasi tentativo di emendamento da parte del Parlamento che non avrà mai i tempi tecnici necessari per farlo, ma ha anche rilasciato una sorta di delega molto ampia al ministro Roberto Gualtieri per spostare risorse a seconda delle necessità.

Ma allora vien da chiedersi quali siano i criteri seguiti dal ministro “per ottimizzare l’allocazione delle risorse”. E, si badi bene, qui non stiamo parlando di aggiustamenti marginali. Oggi, come d’incanto, potrebbe bastare un decreto ministeriale per spostare fondi, ad esempio, dal bonus del 110% alla spesa sanitaria o alla cassa integrazione.

Domenica 21 pomeriggio il Mef ha emesso un apposito comunicato per definire come “interpretazioni assolutamente fantasiose e prive di ogni fondamento”, quanto sopra illustrato e quanto apparso sul Corriere della Sera il giorno prima. Ma la risposta del Mef, denotando comunque un evidente fastidio per quanto avevamo descritto, è stata la classica toppa peggiore del buco. Infatti, ha fatto rilevare la presenza della norma già nei precedenti decreti, facendo però finta di ignorare la differenza, che abbiamo sopra descritto, tra le diverse norme. Ha descritto la norma esattamente come l’avevamo interpretata noi, cioè “un meccanismo di vasi comunicanti” tra le diverse misure dei tre decreti. Il Mef ha sostenuto che tale meccanismo fosse stato “già utilizzato in precedenza”, ma così non è. Infatti, alcuni autorevoli costituzionalisti, come il professore di diritto pubblico Francesco Clementi ed il deputato Pd Stefano Ceccanti (costituzionalista), hanno nei giorni successivi fatto notare che i precedenti a cui si riferisce il Mef non sono affatto comparabili con la situazione attuale.

Il Mef non ha affatto risposto alla nostra domanda su quali fossero i criteri di allocazione “ottimale” che avrebbero dovuto guidare Gualtieri nella riassegnazione delle risorse. In presenza di centinaia di norme che potrebbero presentare tiraggio inferiore o superiore alle stime, come si comporterà il ministro? Scriverà di fatto una nuova legge di bilancio, variando le risorse finanziarie assegnate a centinaia di diverse misure?

Proprio i professori Ceccanti e Clementi, intervenuti rispettivamente su Huffingtonpost il 23 e sul Sole 24 Ore il 24 giugno, hanno demolito dalle fondamenta la nota del Mef e confermato la correttezza della nostra prima lettura. Ceccanti ha parlato di “problema istituzionale che deve essere riconosciuto in tutta la sua importanza” e di una norma che consente al ministro Gualtieri “ben oltre quanto previsto dalla legge di contabilità”. Clementi ha scritto di “delega in bianco, in piena discrezionalità, a disposizione del ministro dell’Economia”, di “norma palesemente extra-ordinem”.

A conferma della gravità del problema, è stato quindi presentato l’unico emendamento (68.137) al decreto Rilancio a firma del governo che, abbastanza clamorosamente, modifica proprio il comma 8 dell’articolo 265 del decreto legge “Rilancio”. Infatti, abroga completamente il decreto legge 52 (che era stato l’iniziale pietra dello scandalo) il cui articolo 4 trasloca nell’articolo 265, comma 8 del “Rilancio” con una modifica sostanziale: “Gli schemi dei decreti di cui ai precedenti periodi sono trasmessi alle Camere per l’espressione del parere delle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari, da rendere entro il termine di sette giorni dalla data della trasmissione”.

Se il governo stesso ritiene necessario tale controllo, allora la nostra iniziale interpretazione non era così “fantasiosa e priva di fondamento”.

Troppo grave è il fatto che un ministro possa disporre, con semplice suo decreto, di fondi destinati da ben tre decreti legge (di cui due già convertiti in legge) a centinaia di specifiche misure che praticamente impattano su tutti gli aspetti della vita del nostro Paese.

Martedì 23 è giunto anche il sigillo del Comitato per la Legislazione, organo parlamentare che esprime alle Commissioni pareri sulla qualità dei progetti di legge, valutandone l’omogeneità, la semplicità, la chiarezza e proprietà di formulazione. Esso ha l’obbligo di esprimere pareri su tutti i decreti legge all’esame delle Camere. E non è stato tenero con il governo. Il Comitato ha rilevato il salto di qualità – in peggio – che avevamo evidenziato e cioè che il governo non contento di fare i vasi comunicanti tra le misure di uno stesso decreto, ha pensato bene, con il D.L. 52, di fare le cose in grande, istituendo vasi comunicanti anche tra i tre decreti. Il Comitato osserva che “dalla formulazione della norma sembra ricavarsi una sorta di “delegificazione” attraverso la quale i decreti ministeriali potrebbero modificare, in modo indefinito, tutte le autorizzazioni legislative di spesa recate dal provvedimento; tale interpretazione della norma non può che suscitare però consistenti dubbi con riferimento al sistema delle fonti”. Una stroncatura che non consente repliche a cui il Comitato aggiunge che “se tale interpretazione della norma è quella corretta, il rispetto del sistema delle fonti ne impone la soppressione, potendosi accedere, in via subordinata, e solo qualora un grave stato di necessità, che andrebbe illustrato dal Governo, ne imponga l’adozione, ad una parlamentarizzazione della procedura, attraverso la previsione di un parere parlamentare “forte” (ad esempio con il “doppio parere” parlamentare) sugli schemi di decreto ministeriale attuativi”. Il Comitato non ha dubbi: la norma deve essere soppressa o, al limite, sottoposta ad una rigida procedura di autorizzazione parlamentare, perché qui è in gioco la Costituzione e, finché c’è un Parlamento, le leggi le fa quest’ultimo.

Ma il Comitato si era già espresso il 27 maggio con un altro parere in cui, con riferimento alla norma del Decreto Rilancio, che disponeva (in scala minore) la stessa manovra a favore del Ministero dell’Economia, invitava “ad approfondire l’effettiva necessità della disposizione e, nel caso sia ritenuta necessaria, ad inserire l’espressione di un parere parlamentare forte”.

Per tutta risposta, ignorando del tutto la raccomandazione espressa dal Comitato, il Governo il 16 giugno ha pensato di aumentare la potenza esplosiva di questa disposizione, riproponendola con portata ancora più vasta, nel D.L. 52. Ed il 23 il Comitato ha replicato decidendo di affondare il colpo con la richiesta di soppressione. A brigante, brigante e mezzo.

Ma chi può aver avuto interesse a consentire al ministro Gualtieri spostamenti di risorse, ad esempio, dal bonus vacanze o dal bonus 110% (di cui si teme lo scarso tiraggio rispetto agli stanziamenti) alla Cassa Integrazione o altro? Abbiamo appreso da autorevoli fonti che la “manina” avrebbe un indirizzo preciso: la Ragioneria Generale dello Stato, che è un dipartimento del Ministero dell’Economia. Sarebbe partita da lì questa norma che avrebbe consentito una rapida dislocazione di miliardi da una misura all’altra. Peccato che, come ha dichiarato al quotidiano La Verità l’onorevole della Lega Maura Tomasi, presidente del Comitato per la Legislazione, esista un Parlamento ed una Costituzione che non possono essere scavalcati. E questo è un valore da difendere a prescindere dal colore politico della maggioranza pro-tempore al governo.

La Presidente ci ha anche fatto notare che non condivide il testo dell’emendamento presentato dal governo, che prevede che le variazioni di bilancio ad opera del Mef siano soggette a parere delle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari. Infatti tutti i componenti del Comitato, incluso il vice Presidente PD Stefano Ceccanti, hanno firmato due sub-emendamenti al D.L. Rilancio che prevedono espressamente un doppio parere parlamentare sugli schemi di decreto ministeriale che riallocano le risorse. E non è detto che sia la soluzione definitiva di questo pasticcio.

Ne sapremo qualcosa di più quando il decreto legge “Rilancio” sarà convertito in legge. Per il momento, accontentiamoci dell’efficace lavoro di un organo parlamentare che fa il proprio dovere e riflettiamo sul fatto che una vicenda del genere non ha ancora suscitato un’ondata di indignazione dell’opinione pubblica adeguata allo sfregio causato alle regole della democrazia parlamentare ed alla Costituzione.

2 - lotta di classe e costruzione del soggetto politico

NUOVA DIREZIONE? (seconda parte) 

di Moreno PasquinelliGIU 23, 2020


“Il concetto di classe si forma nel corso della lotta e dello sviluppo. Nessun muro divide una classe dall’altra”. 
V.I. Lenin, 7 aprile 1920

“L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato […] non si fa storia-politica senza passione, cioè senza essere sentimentalmente uniti al popolo”. Gramsci (Quaderni dal carcere)

Abbiamo segnalato, riguardo all’intervento di Melegari e Capoccetti, anzitutto l’astrattezza politica del loro postulare. Essi negano che la riconquista della sovranità nazionale e popolare sia una condizione necessaria (certo non sufficiente) per l’auspicata rivoluzione sociale. In altre parole: mentre per noi il processo sarà diacronico, per essi, al contrario, dev’essere sincronico: non dovrà esserci un primo e un dopo, per essi liberazione nazionale e fuoriuscita dal capitalismo dovranno procedere, intrecciati e di pari passo.

Abbiamo quindi affermato che da una giusta premessa analitica — l’incipiente rivolta di massa della piccola borghesia in via di pauperizzazione e della necessità di incontrarla invece di fare spallucce — hanno tirato una conclusione sbagliata, ovvero il rifiuto di quella che chiamano “politica dei due tempi” che, in soldoni, sta per negare la necessità di prender parte (e dare vita e) ad un “blocco storico nazionale-popolare” — che noi, per analogia, abbiamo chiamato nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, per uscire dalla gabbia dell’Unione europea.

Abbiamo infine segnalato la causa principale di questo errore di astrattezza: il loro voler calare meccanicamente nella complessa situazione italiana la tesi teorica sul populismo di Ernesto Laclau. Essi immaginano cioè che sia possibile sorga un soggetto populista che, forte di un leader carismatico, renda possibile evitare e saltare una politica di alleanza nazionale-popolare. Alla luce della realtà e della storia del nostro Paese si tratta di una velleitaria reductio ad unum.

Veniamo dunque alla dura e lunga risposta del Visalli.

Lettura faticosa assai, non fosse per una sintassi in alcuni passaggi stranamente dislessica — può accadere quando ci si fa prendere dalla foga polemica e dalla fretta.

Ma Visalli coglie il punto: la contraddittorietà e l’astrattezza dell’argomentazione di Melegari e Capoccetti.

Se si è contro la “politica dei due tempi”; se ci si rifiuta di porre come prioritaria la battaglia per la sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea; se si respinge quindi la costruzione di un “blocco storico nazionale-popolare” (che necessariamente include certa destra liberista ma anti-Ue); che bisogno c’è di “correre dietro” al sovversivismo della piccola borghesia? Per Visalli le frazioni di ceto medio impoverito ed in rivolta, citiamo, “spontaneamente confluiscono a dare forza a settori di destra del quadro politico” — en passant: è quantomeno singolare questa categorizzazione politica di campo per un dirigente di un’associazione che ha fatto della fine della “dicotomia destra-sinistra” un vero e proprio paradigma.

Visalli risponde dunque a Melegari e Capoccetti che è sbagliato sposare la rivolta dei ceti medi, poiché questa sarebbe per sua natura sostanzialmente neocorporativa e reazionaria.

Ma seguiamo più da vicino il ragionamento di Visalli e come giustifica questa sua condanna senza appello:

«Autonomi, professionisti, micro e piccolo imprenditori, “bottegai”, sono tutti datori di lavoro potenziali dei lavoratori dipendenti. Guardano il rapporto di produzione dall’altro lato. E’ vero che faticano ad essere realmente “certo medio”, ovvero ad avere quella adeguata protezione dai rischi della vita determinata dal possesso dei capitali, perché la crisi li ha erosi. Ma è proprio per questo, e non per altro, che si muovono. In altre parole, si muovono per riguadagnare la distanza che li qualifica ai loro occhi come “ceti medi” e non per cambiare il sistema sociale di produzione che crea gerarchie. Si muovono per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale. Non è affatto un caso che si muovano in direzioni neocorporative e non è un caso siano ostili a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro. […] questo approccio neocorporativo [è causato] dall’odio per l’eguaglianza che l’azione pubblica porta con sé, della polarità esattamente opposta ad uno spirito socialista».

Non può sfuggire che Visalli risponde all’astrattezza politica dei due riguardo alle conclusioni, con un’astrattezza raddoppiata in sede di premessa analitica. All’intellettualismo egli risponde, non ce ne voglia, con uno sterile teoricismo dottrinario. E’ evidente come qui il Visalli ci ripropini, pari pari, quel disprezzo irriducibile per i “bottegai” del Marx del Manifesto del 1848.

Ma quel disprezzo poggiava su una duplice profezia: che con l’avanzare dello sviluppo capitalistico avremmo avuto la polarizzazione in due sole classi sociali, proletariato e borghesia (con relativa auspicata scomparsa dei “ceti intermedi”); la seconda era la pauperizzazione generale del proletariato.

Orbene, se si può perdonare un profeta, non si possono assolvere i suoi discepoli che hanno il grande vantaggio del senno di poi, di avere verificato quanto questa profezia si sia rivelata errata da entrambi i lati.

Caduto il valore predittivo della profezia, cosa resta? Resta un primordiale odio di classe per i “bottegai”. Ma con l’odio non solo non si produce conoscenza della realtà, ci si rifugia in un digiuno teorico che finisce per condurre a nutrirsi del dilaniato corpo teorico del marxismo, in una parola all’autofagia.

Visalli non esita a spingere alle estreme conseguenze questa sua manifesta (e di vago sapore aristocratico) idiosincrasia per i “ceti intermedi”:

«Si tratta dell’avvio di un “assalto ai forni”, condotto per fazioni. I ristoratori, i commercianti, gli operatori turistici, i professionisti, le piccole imprese, le grandi, le banche, le assicurazioni, il settore edile,… chiunque abbia la possibilità di mostrarsi come gruppo e di avere qualche organizzazione di riferimento e supporto. Assalto di chi ha più voce, chi ha organismi stabili, oliati e ben relazionali in grado di rappresentare (è il caso delle grandi imprese che si appoggiano sulla stentorea voce di Confindustria). Tutti organismi egemonizzati dalla relativa frazione di capitale e dai suoi gruppi dirigenti».

Il risultato che viene fuori è una vera e propria maionese impazzita: ceti e classi dall’asimmetrico rapporto con l’economia globalizzata, dal più diverso rango nella gerarchia sociale neoliberista e, quel che ora più conta, diversamente toccate dalla grande recessione in atto, tutti gettati nel campo nemico.

Un’attenta analisi delle dinamiche sociali ci consegna un quadro completamente differente.

Il Movimento dei Forconi di Mariano Ferro prima (2012), il Movimento 9 Dicembre poi (2013), costituirono i segni evidenti che l’incipiente rivolta della piccola borghesia andava di pari passo con un profondo scollamento con le associazioni corporative di categoria, ovvero gli “organismi egemonizzati dalla relativa frazione di capitale e dai suoi gruppi dirigenti”.

Scollamento che è forma di un radicale distacco, di un congedo della piccola borghesia dalla succubanza verso la grande borghesia e le sue classi dirigenti — diventata vera e propria rottura durante la quarantena e la crisi sociale del Covid-19.

E’ con questa chiave di lettura che ci spieghiamo le tante manifestazioni spontanee delle più diverse categorie di “bottegai”, fino alle manifestazioni dei Gilet arancioni. Movimenti, del resto, fatti della medesima pasta dei Gilet gialli francesi verso i quali Visalli, col suo metro di giudizio, dovrebbe emettere non meno dura condanna.

Se è grave non vedere questi segnali sociali, è gravissimo, pur di confermare il proprio pregiuduzio, non vedere che la veloce e potente avanzata del populismo a cinque stelle ha avuto come sua sorgente principale proprio la rivolta della piccola borghesia, avanzata che testimoniava la profonda crisi di egemonia delle classi dirigenti con contestuale disintegrazione del suo tradizionale blocco sociale.

Chi si rifiuta di considerare questo imponente fenomeno sociale, non ha capito un fico secco del “populismo”, peggio ancora svela di non avere compreso, malgrado ne abbia discettato per anni, il cuore stesso del “momento Polanyi”, quello per cui la società tutta, essendo minacciata dai mercati e dal liberismo economico, richiede una forte protezione dello Stato.

Qui infatti sta il punto di caduta, dove va a sfracellarsi il costrutto teorico di Visalli: egli non vuole vedere la forte domanda di protezione statale contro il liberoscambismo e la globalizzazione che sale dai ceti intermedi pauperizzati; non riconosce la crisi senza precedenti dell’egemonia dell’élite neoliberista; peggio ancora, scambiando fischi per fiaschi, appioppa alla rivolta della piccola borghesia e dei ceti intermedi il segno diametralmente opposto, poiché vi vede anzitutto una domanda “neocorporativa ostile a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro”.

Questa domanda di protezione è progressiva o conservatrice? E’ entrambe le cose. Sta a noi, evidentemente, separare il grano dal loglio, la qual cosa non si può fare standosene alla finestra.

Dove quindi ci conduce Visalli? Ci conduce verso la “vecchia” direzione, ad una variante di “classe contro classse”, quella basata sulla tradizionale solfa per cui solo i produttori di plusvalore, sarebbero una “classe antagonista”.

E’ proprio da questa postazione che il nostro scomunica Melegari e Capoccetti, “eretici”, colpevoli di affermare ciò che, effettivamente, salta agli occhi: primo, che il grosso del lavoro dipendente, ahinoi, non svolge alcun ruolo di punta ed autonomo nella battaglia contro il neoliberismo; secondo, che davanti alla crisi sistemica proprio il proletariato tradizionale (di fabbrica, ma anzitutto i lavoratori del pubblico impiego) si dimostra oggi prigioniero di una relazione corporativa di sudditanza rispetto al capitale.

Checché ne dica Visalli non c’è empirica evidenza che Melegari e Capoccetti dicano il falso.

E’ qui che vale ricordare, contro ogni idea metafisica ed essenzialistica, quel che disse Lenin:

“Il concetto di classe si forma nel corso della lotta e dello sviluppo. Nessun muro divide una classe dall’altra”.

Solo un economicismo d’antan può considerare il produrre plusvalore il criterio risolutivo per definire una classe sociale. Esso è certo un indicatore importante — in sé la classe operaia è solo una parte variabile del capitale —, ma ve ne sono altri: la dimensione in cui si ottiene la quota parte di ricchezza, lo status sociale, ecc.; conta essere o meno organizzati autonomamente, quindi il per sé, il livello medio di coscienza politica e combattività.

Non pare che questo proletariato si distingua in qualche senso dai ceti medi. Tant’è che gran parte del consenso elettorale degli operai industriali è andato a M5s e Lega, non diversamente da come è accaduto per i “bottegai”. Vero è che buona parte dei dipendenti pubblici han fatto peggio, essendo lo zoccolo duro elettorale dell’élite, il principale bacino di consenso del Pd.

Visalli, eretto un muro artificiale tra le classi, non tiene conto del concreto e diseguale impatto che la crisi sistemica ha sui diversi gruppi sociali. Parafrasando Hegel: di notte tutte le vacche sono grigie. Non è notte però, essendo che siamo all’alba di grandi mutamenti storici.

Ma il colpo di scena, come in un giallo che si rispetti, giunge alla fine, quando sorprendentemente il nostro, deponendo l’ascia di guerra, offre a Melegari e Capoccetti il calumet della pace, per la prima volta parlando di “popolo” (categoria che, com’è noto, è blasfema per i “veri marxisti”).

Ma sentiamo cosa scrive Visalli:

«Bisogna comprendere, e bene, cosa è per noi il popolo e cosa sono i suoi nemici. Sapendo che verso i nemici si combatte, verso il popolo si lavora a creare unità di interesse e sentire. In sé la contraddizione tra chi intende elevarsi abbassando gli altri, ovvero aumentando il saggio di sfruttamento a proprio vantaggio, e chi ne subisce l’azione sistemica è una contraddizione antagonista. […] Anche le contraddizioni che possono essere considerate per se stesse antagoniste, come quelle tra chi ha interesse diretto ed immediato a massimizzare l’estrazione di plusvalore per sé (ad esempio, pagando meno un aiutante domestico, un impiegato, un segretario, un commesso), possono essere volte, comprendendo le caratteristiche strutturali di fase, a contraddizioni non antagoniste, e quindi “nel popolo”».

Una maniera contorta, contraddittoria, a cui il nostro tenta di dare un senso compiuto appoggiandosi all’autorità di Mao e al suo noto discorso del 1957 “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”.

Un uso improprio, visto che ogni analogia tra la situazione italiana e il contesto a cui si riferiva Mao è improponibile.

Ma va bene, stiamo a Mao.

Divorziando dalla via russo-staliniana (collettivizzazione forzata, industrializzazione accelerata, rigida economia di piano), Mao ci dice che, nel contesto cinese degli anni ’50 (anni di transizione al socialismo e di lotta frontale contro l’imperialismo), con una giusta tattica, il partito comunista al potere avrebbe potuto trasformare la contraddizione con la borghesia nazionale da antagonistica a non antagonistica.

Sorvoliamo sull’esito di quel tentativo — la borghesia non si fece convertire, di qui la Rivoluzione culturale — e vediamo quel che ne possiamo cavare per noi.

Mao ci dice che in certe condizioni, contro un nemico comune, la borghesia nazionale può essere un nostro alleato tattico. Ci dice che una contraddizione principale può diventare secondaria e viceversa — Althusser, sulla sua scia, parlò con acutezza di “contraddizione surdeterminata”.

Analisi concreta della situazione concreta quindi.

Dato il contesto di deprivazione di sovranità nazionale; data la consunzione della democrazia rappresentativa; dato che gli organismi oligarchici dell’Unione europea sono sovradeterminati rispetto a quelli italiani; dato che quella ordoliberista è una camicia di forza entro la quale il paese è condannato come tale ad essere periferia semi-coloniale; dato che i settori apicali della borghesia italiana (strettamente interconnessi ai circuiti globalisti dominanti) aderiscono all’idea di sbarazzarzi dello Stato nazionale; dato tutto questo se ne dovrebbe dedurre la necessità di un blocco storico nazionale-popolare che includa, assieme al proletariato e ai diversi strati del popolo lavoratore, il grosso dei ceti medi e quelle stesse frazioni della borghesia condannate a morte dal corso che l’élite neoliberista imprime agli eventi. Un Fronte patriottico o nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che, non c’è scampo altrimenti, si batta per strappare il potere, con le buone o con le cattive.

Ma questa conclusione Visalli non la tira e non la vuole tirare. Ed è propria questa assenza di sintesi, questa astrattezza politica, l’apparente punto di convergenza con Melegari e Capoccetti. Abbiamo detto che i due, da una giusta premessa analitica, hanno tirato una conclusione politica sbagliata. Visalli almeno è più coerente: sbaglia entrambe.

Se dovessimo in due pennellate raffigurare dove stanno le differenze tra Visalli e quelli che critica, potremmo dirla in questo modo: per Melegari e Capoccetti il Politico viene prima del sociale e può dargli una forma; per Visalli, all’opposto, è il sociale a venire prima poiché sovradetermina il politico. Per essere ancora più precisi: Visalli non esclude, in linea di principio, l’alleanza tra proletariato e piccola e media borghesia, ma solo a patto che ex ante il primo sia alla testa della seconda. Ove non sia dia questa precondizione oggettiva, non ci sarebbe alcuna possibilità d’inversione dei ruoli, né questa possibilità egemonica si darebbe grazie all’opera del soggetto politico.

Questa astrattezza è rafforzata da una frase finale che avvolge nella nebbia l’enigma di quale sia la strategia di Nuova Direzione:

«Non bisogna immaginare la questione del potere come un episodio singolo. Una “presa”.[…] Il problema non è pretendere di prendere lo Stato, come fosse una macchina, ma è di cambiarlo».

Sorge il sospetto che la gramsciana “guerra di posizione sia interpretata come una versione del socialdemocratismo che fu. Presa o non presa, la verità è comunque che la rivoluzione democratica e popolare è la porta stretta attraverso cui si deve passare se si vuole offrire al Paese una prospettiva di salvezza.

Ma per questa certo rischiosa porta stretta, Visalli non vuole passare.

Quale sia il varco che immagina, è un mistero.

Possiamo a questo punto congedarci citando quello che il compianto Costanzo Preve bollava come il pontefice dei “pallocrati parigini”, per l’esattezza J. Derrida

«Il senso deve attendere di essere detto o scritto per abitare se stesso e diventare quello che è differendo da sé»

26/27 giugno 2020 - DIEGO FUSARO: Il popolo è stremato e loro han pensato solo a salvare i l...

Complottista sono coloro che vogliono nascondere la verità


Ministro dimettiti





















Lo scivolone di Boccia: "Covid? C'è finché Speranza non dirà che è finito." Errore o ammissione?

Vi è una domanda che più di tutte continua a risuonare, una domanda che tutti si pongono senza posa perché ne va della nostra stessa vita: fino a quando durerà l’emergenza? Finché bisognerà riconoscere la presenza del Covid-19 in mezzo a noi?
La risposta forse potrebbe essere semplice, tutto sommato: finché gli esperti non ci diranno che il virus non c’è più.

Qualcuno potrebbe allora riprendere le parole di Alberto Zangrillo, il quale ha detto che il virus è clinicamente morto.
Forse qualcuno potrebbe citare le parole del dottor Tarro, il quale ci ha spiegato che il virus è stagionale e che con l’estate perde la sua potenza.

La risposta che proviene dal Governo è però di altro tipo.
E’ curioso come il Governo continuamente evochi l’importanza degli esperti, quasi a squalificare coloro i quali non lo siano, quando invece la democrazia – ci insegna Aristotele – dovrebbe essere il governo in cui tutti hanno il diritto di decidere sulle cose fondamentali della vita pubblica.

Curioso poi che il governo che evoca sempre gli esperti, abbia come ministro della Salute un non-medico, come Speranza; curioso che lo stesso esecutivo ponga come ministro dell’Economia un non-economista, come Gualtieri.
Ma tralasciando questo aspetto, la risposta del governo è significativa: l’ha prospettata il ministro Boccia, che tempo fa equiparava di fatto coloro che portavano il caffè a qualcuno per strada a dei criminali: “Il Covid non sarà finito finché non ce lo dirà Speranza“, ha sostenuto.

E aggiunge, a precisare quanto detto: “Il Covid è ancora tra noi, e finché Speranza non ci dirà che è finito, non sarà finito“.
Molti di voi ricorderanno allora le parole pirandelliane: così è, se vi pare.

In sostanza il virus c’è, l’emergenza sussiste finché lo decide il ministro Speranza.
L’emergenza dipende dalle decisioni politiche di un ministro, se interpretiamo correttamente le parole di Boccia.
Capite bene l’absurdum di questa posizione: un intero Paese è rimesso alle parole di Speranza, alle decisioni del Governo.

Ecco che allora torna, inquietante, la nostra tesi. Non sarà forse che il coronavirus ha reso possibile l’instaurarsi di una razionalità politica autoritaria e verticistica?
Non sarà forse che, grazie all’emergenza sanitaria, si attiva il dispositivo securitario, in base al quale, per fare salva la vita, si rinuncia a quote di libertà?

Sono domande fondamentali, e credo che la risposta prospettata da Boccia abbia suscitato perplessità in molti di noi.

RadioAttività, lampi del pensiero quotidiano – Con Diego Fusaro

Cosa ci stanno a fare gli Stati Uniti in Siria? Non hanno prodotti troppi danni in Medio oriente?

Video. Scenario da guerra fredda in Siria. Le truppe USA tentano di buttare fuori strada i veicoli russi


Le forze statunitensi sono state filmate questa settimana nel tentativo di guidare un veicolo militare russo fuori strada nella Siria nord-orientale.

L'incidente, che si ritiene avvenuto nella campagna di Qamishli, ha provocato un momento di tensione lungo una strada nel Governatorato di Hasaka.

In un video pubblicato sui social media, le forze statunitensi possono essere viste mentre tenta di guidare senza successo il veicolo militare russo fuori strada.

Questi eventi nel nord-est della Siria sono quasi diventati quotidiani, con diversi incidenti segnalati solo nelle ultime due settimane.

Mentre le forze statunitensi e russe mantengono una comunicazione aperta in Siria, sono state coinvolte in un accumulo militare simile alla guerra fredda nella parte nord-orientale del paese, mentre cercano di ottenere il sopravvento l'uno contro l'altro, specialmente ad Hasaka e nel suo Governatorato.

Uccidono i palestinesi e li lasciano morire come bestie. Gli ebrei sionisti sono la feccia dell'umanità


25 giu 2020
by Redazione

Un video mostra l’auto del giovane palestinese che sterza e si schianta contro un gabbiotto ad un posto di blocco. Per la polizia è la prova di un atto intenzionale. Il padre e la madre: «Non è vero, Ahmad non lo avrebbe mai fatto e non certo nel giorno del matrimonio della sorella»


di Michele Giorgio il Manifesto

Gerusalemme, 25 giugno 2020, Nena News – Con le immagini, registrate da una telecamera di sorveglianza, diffuse ieri pomeriggio, la polizia israeliana ritiene di aver messo fine a condanne e polemiche seguite all’uccisione, compiuta due giorni fa da militari, di Ahmed Erekat, un palestinese di 26 anni che avrebbe investito intenzionalmente con la sua automobile una soldatessa ad un posto di blocco alle porte di Gerusalemme. Invece quelle immagini hanno ottenuto l’effetto contrario. Hanno alimentato le accuse non nuove rivolte alle forze di sicurezza israeliane di sparare subito, sempre per uccidere, e di non provare mai ad arrestare un palestinese responsabile di un attacco vero e presunto, anche se non è armato e in grado di nuocere. Non solo. Altri video in rete mostrano come Erekat sia stato lasciato sanguinante sull’asfalto, senza ricevere alcun soccorso, fino a quando è spirato. Sono ritornati alla mente i sette colpi sparati da un poliziotto, qualche settimana fa nella città vecchia di Gerusalemme, contro Iyad Hallaq, un palestinese autistico. L’uccisione di Hallaq ha unito le proteste di palestinesi e attivisti israeliani per il grilletto facile dei poliziotti a quelle degli afroamericani per la morte di George Floyd, soffocato da un agente di polizia.

Il video diffuso ieri mostra l’auto con alla guida Ahmed Erekat che procede lentamente verso il posto di blocco. All’improvviso il veicolo sterza verso destra e colpisce un gabbiotto del checkpoint. Si vede una soldatessa sbalzata dall’impatto (ha riportato ferite leggere). Erekat esce dall’auto ma è colpito subito dalle raffiche dei militari presenti. Non aveva armi. Per gli israeliani quella sterzata è la prova dell’attacco intenzionale. La famiglia, gli amici e tanti palestinesi respingono questa versione. «Era un giovane innamorato – riferiva ieri sul quotidiano Haaretz, Dalal Erekat, cugina dell’ucciso e figlia di Saeb Erekat, il segretario dell’Olp -, avrebbe dovuto sposarsi alla fine di maggio ma il matrimonio è stato ritardato a causa della pandemia di coronavirus. La sua fidanzata mi ha parlato della nuova casa che stavano preparando e dei preparativi per il matrimonio, dell’abito, dei gioielli, dei mobili che avevano acquistato. Ahmed non ha attaccato nessuno. Questa è la vera storia della sua vita. Non lasciate che l’occupazione (israeliana) riscriva la sua storia».

Il padre e la madre di Ahmed escludono categoricamente che il figlio possa aver pianificato un attacco. Rispondendo a un video in cui il giovane appare depresso e parla di false accuse di «collaborazionismo» con Israele che qualcuno gli rivolgeva da qualche tempo, i genitori ripetono che Ahmed era tranquillo e che due giorni fa era diretto a Betlemme dove lo attendevano la madre e la sorella in un salone di bellezza, in vista del matrimonio della ragazza previsto in giornata. «Ahmed non avrebbe mai commesso un attacco simile – spiegano i genitori – figuriamoci nel giorno del matrimonio di sua sorella. Era di corsa, deve aver perduto il controllo dell’auto e i soldati hanno scambiato quella improvvisa deviazione per un attacco. Aveva noleggiato quell’auto proprio per il matrimonio della sorella». Un’altra cugina di Ahmad, Noura Erekat, noto avvocato dei diritti umani e docente alla Rutgers University del New Jersey, ha inondato di messaggi Twitter e Facebook: «Menti. Uccidi. Menti. Questo è mio cugino. Gli unici terroristi sono i codardi che hanno sparato per uccidere un bellissimo giovane». I social ieri erano colmi di post su Ahmed Erekat. «Gli hanno sparato senza pensarci due volte e lo hanno lasciato morire. Quando sei palestinese prima ti ammazzano e poi ti accusano di terrorismo», hanno scritto in tanti.