L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 luglio 2020

Il covid-19 ha colpito gli encefali di 125 scienziati

Vaccino, infettare giovani per velocizzarlo: la proposta shock di 125 scienziati

17 Luglio 2020 - 21:29 

Un gruppo di 125 scienziati propone di infettare dei pazienti giovani che volontariamente si offrono alla sperimentazione per testare il vaccino contro la COVID-19.


Infettare pazienti giovani per velocizzare il vaccino. È questa la proposta avanzata da 125 scienziati, tra cui anche 15 premi nobel che hanno lanciato questo appello, facendo discutere non poco la comunità scientifica. Un’ipotesi simile era già stata avanzata anche da Burioni, che aveva proposto di infettare dei pazienti sani a basso rischio per validare la sperimentazione sui vaccini riducendo i tempi della ricerca a pochi mesi.

In sostanza gli scienziati avrebbero pensato di esporre al virus un gruppo di volontari a cui è stato somministrato il vaccino sperimentale in precedenza per validare una possibile efficacia contro l’infezione. La proposta è decisamente audace, ed esce dai normali schemi di ricerca soprattutto da un punto di vista etico, tuttavia, come riferisce la BBC, il direttore del programma vaccinale COVID-19 dell’Università di Oxford, lo avrebbe definito “fattibile”.

Infettare pazienti giovani per velocizzare il vaccino

Secondo il nutrito gruppo di scienziati il modo per velocizzare la ricerca sul tanto agognato vaccino sarebbe quello di infettare dei giovani volontari che accettano di venir esposti al coronavirus dopo essersi sottoposti ad alla vaccinazione sperimentale. Secondo il team di ricerca infatti, per questi soggetti il rischi sarebbero decisamente bassi, se confrontati con i potenziali benefici della salute della società. In una lettera aperta al capo dei National Institutes of Health degli Stati Uniti gli scienziati scrivono che:

“Se i challenge trial possono accelerare in modo sicuro ed efficace il processo di sviluppo del vaccino allora c’è un formidabile elemento a favore del loro uso, che richiederebbe una giustificazione etica molto convincente da superare”.

Attualmente sono 23 i candidati vaccini che potenzialmente potrebbero debellare definitivamente la piaga sanitaria che ha messo in ginocchio il mondo intero, ancora in fase di trial sperimentali. L’unico modo per sapere se effettivamente funzionano è quello di sperimentarli sull’uomo, ma questo potrebbe richiedere delle tempistiche molto lunghe soprattutto perché in molti Paesi in cui sono stati avviati gli studi si sta assistendo a un calo delle nuove infezioni.

La lettera dei 125 scienziati

La lettera aperta ha creato non poco scalpore, soprattutto perché tra i firmatari ci sono dei nomi illustri tra cui Mario Capecchi, il Nobel del Department of Human Genetics, University of Utah School of Medicine, Carol Greider della Johns Hopkins University School of Medicine e Lou Ignarro, emerito dell’Ucla School of Medicine, ma anche da Adrian Hill, direttore del Jenner Institute dell’Università di Oxford, che sta sviluppando uno dei vaccini più quotati in collaborazione con l’Italia.

Togati&Istituzione malati - altro scarcerato

'Ndrangheta, scarcerato colonnello Cc
Lo ha deciso la Cassazione, è accusato di violazione segreto


Redazione ANSACATANZARO
18 luglio 202010:44NEWS

(ANSA) - CATANZARO, 18 LUG - La Corte di Cassazione ha dichiarato l'annullamento senza rinvio dei reati per i quali era stato arrestato il colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli, ex comandante del Reparto operativo di Catanzaro, disponendone l'immediata liberazione. Naselli, difeso dagli avvocati Giuseppe Fonte e Gennaro Lettieri, era stato arrestato nel dicembre scorso nell'ambito dell'operazione 'Rinascita Scott', con l'accusa di violazione di segreto d'ufficio. "Termina qui la vicenda cautelare e probabilmente anche processuale - commenta l'avvocato Fonte in una nota - del colonnello Naselli. La decisione di annullamento senza rinvio, anche in assenza di deposito della motivazione, è indicativa della insussistenza giuridica dei fatti contestati al Naselli. E' molto triste la presa d'atto che, per avere ragione sulla illegittima privazione della libertà di un uomo, si sia dovuto ricorrere alla Corte di Cassazione".

18 luglio 2020 - SCINTILLE AL CONSIGLIO EUROPEO: L'UE MOSTRA DI NUOVO IL SUO VERO VOLTO D...



Al Consiglio Europeo si gioca una partita che non è semplicemente retorico definire decisiva.
Da quel che sappiamo si sono registrate vere e proprie scintille in Consiglio, giacché la strada è stata letteralmente in salita per l’Italia, soprattutto in ragione del fatto che l’Olanda e quelli che vengono definiti con formula edulcorante “paesi frugali”, hanno chiesto all’Italia di seguire la via delle riforme “lungimiranti”.

Non sappiamo come finirà, ma molti indizi ci inducono a formulare una previsione coerente con le analisi che andiamo svolgendo.
l’Unione Europea, che doveva essere la nostra principale alleata, si è comportata come il peggiore dei nemici. Lo ha fatto ostacolando in ogni modo l’Italia, prendendone le distanze e addirittura, con il famoso discorso della Lagarde, mettendo in ginocchio la già difficile situazione del nostro Paese.

Mentre stava affogando l’Italia ha teso la mano all’Europa per chiedere aiuto. Questa, di tutta risposta, anziché tendere a propria volta la sua mano, ha lanciato un’incudine verso l’Italia in difficoltà.

Questa strategia propria di un nemico, ha continuato a svolgersi anche nei mesi seguenti, e sembra ora volgere al proprio momento culminante.
Si rischia davvero che per l’Italia sia la fine e che l’UE approfitti ancora una volta del Covid per piegare il nostro Paese, magari anche costringendolo ad utilizzare il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità che taluni – anche italiani – stoltamente caldeggiano.

Questi ultimi non precisano però che l’Unione Europea ha costretto l’Italia a tagliare la spesa pubblica (si veda la famosa lettera della BCE del 2011), e ora ci offre miliardi da prendere in prestito per la sanità: gli stessi che ci hanno imposto le riforme privatrizzatrici e che l’hanno messa in ginocchio.
Si tratta in sintesi di un prestito usuraio.

L’Unione Europea non è che la prosecuzione del conflitto tra interessi nazionali, nascosto sotto il sembiante di un’integrazione che è solamente nominale.

RadioAttività, lampi del pensiero quotidiano – Con Diego Fusaro

Euroimbecilandia coscientemente boicotta il Venezuela e il suo governo legittimo

Dal Parlamento Europeo, un'aggressione senza precedenti al Venezuela bolivariano

di Geraldina Colotti
11 luglio 2020

Il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione dal titolo “Situazione umanitaria in Venezuela e crisi migratoria e dei rifugiati”. Un documento in 19 punti in cui si articola il piano di ingerenza contro la Repubblica bolivariana. Una nuova aggressione che smentisce i propositi espressi dal comunicato congiunto tra il capo della diplomazia europea Joseph Borrell e il ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza che sembrava aprire la strada a un atteggiamento diverso da parte della UE.

La pressione delle lobby che agiscono all’interno dell’organismo ha però evidentemente preso il sopravvento. La risoluzione riprende quelle già approvate in precedenza in linea con le decisioni del Pentagono e con le richieste dell’estrema destra venezuelana, ben rappresentata dal padre del leader di Voluntad Popular, Leopoldo Lopez, l’eurodeputato Leopoldo Lopez Gil.

La UE ha cominciato a emettere “sanzioni” al Venezuela nel 2017. In quel solco continua ora a definire “illegali” le istituzioni bolivariane e insiste nell’emettere misure coercitive unilaterali anche contro i parlamentari dell’opposizione moderata che hanno accettato il dialogo con il governo Maduro e le elezioni parlamentari del prossimo 6 dicembre. Dopo gli 11 funzionari colpiti, ora si propone di ampliare la lista.

In questo modo, a parlare del Venezuela in Europa potranno essere solo golpisti e truffatori accreditati da questa farsa internazionale. Nonostante la situazione di crisi in cui versano i settori popolari in Europa dopo la pandemia, i governi UE insistono poi nell’erogare 2.544.000 euro ai paesi neoliberisti che tramano contro Maduro, con il pretesto di aiutare i “rifugiati venezuelani” che si sono recati lì.

A questo fine, la risoluzione tace sugli oltre 60.000 venezuelani che hanno fatto rientro nel loro paese, ricevendo assistenza gratuita, e mente spudoratamente sulle cifre del coronavirus in Venezuela. Per nascondere i risultati del sistema sanitario, preventivo e di prossimità, messo in atto dal governo bolivariano con l’aiuto di Cuba, si prendono per buone le cifre sparate dai golpisti.

Ma il punto più allarmante della risoluzione è quello in cui si chiede “all’Unione e a altri agenti internazionali di sollecitare una risposta della comunità internazionale che contribuisca a ristabilire urgentemente la democrazia e lo Stato di Diritto in Venezuela”. La “democratica” Europa auspica, insomma, un’aggressione armata del Venezuela, per balcanizzare il paese e rubarsi, come fece con l’oro libico, quello del Venezuela.

Per questo, vengono minacciati apertamente quei governi che non abbiano riconosciuto l’autoproclamato. Si ingiunge loro di farlo senza reticenze, e si ipotizza l’espulsione degli ambasciatori della repubblica bolivariana in Europa. Si chiede poi ai governi della UE di appoggiare presso la CPI la denuncia che vorrebbe condannare Maduro per “crimini di lesa umanità”.

Il Parlamento europeo – replicano i rappresentanti dell’Assemblea Nazionale Costituente – “legittima i crimini di aggressione contro il popolo del Venezuela”. Diosdado Cabello, Tania Diaz, Gladys Requena, Fidel Vasquez e Carolys Pérez, componenti della struttura direttiva dell’ANC, ricordano che il massimo organo plenipotenziario del Venezuela, non è frutto di autoproclamazioni volute da Washington. È stato eletto da oltre 8 milioni di persone mediante voto diretto e segreto il 30 luglio del 2017, da 335 municipi del paese, in rappresentanza di vari settori della società: dai lavoratori e le lavoratrici, alle donne, alle comunas, alla gioventù, alle persone diversamente abili, ai popoli indigeni, agli imprenditori, agli anziani.

La ANC definisce il documento “vergognoso e immorale, risultato dell’insieme di interessi delle élite legate all’estrema destra politica che, per mandato sedizioso del governo degli Stati Uniti, hanno usato male la rappresentanza popolare che è stata loro affidata, per legittimare un delitto di aggressione contro il popolo del Venezuela”.

È una poderosa macchina da guerra quella che sta attaccando la rivoluzione bolivariana su tutti i piani: da quello economico-finanziario a quello mediatico, da quello diplomatico al terreno militare. Dà rabbia e impotenza vedere con quanta ipocrisia figure politiche che dovrebbero andare a nascondersi per il nefasto contributo che hanno dato e continuano a dare nella politica dei propri paesi, calpestino con tanta arroganza i diritti di un popolo che vuole solo poter decidere senza tutele.

Com’è possibile – ci si chiede – che una costruzione artificiale come quella messa in piedi da un deputato che si è autoproclamato “presidente a interim” senza voti né autorevolezza possa fare così tanti danni? Com’è possibile che le “democrazie europee” così prone sulla carta al consenso della maggioranza si lascino trascinare in un’avventura tanto minoritaria quanto evidentemente meschina?

Com’è possibile che si ergano a fustigatori dei costumi, a giudici contro la corruzione quando è così evidente che stanno sostenendo un manipolo di truffatori e ladroni, che si sono intascati i soldi di finanziamenti e donazioni? A denunciare il comportamento della banda, sono stati gli stessi complici dell’autoproclamato, indignati per la disparità di trattamento nella spartizione del bottino.

È di pochi giorni fa il comunicato diffuso sui media non dall’opposizione moderata che accetta il dialogo con il governo Maduro, ma dai peggiori estremisti della cerchia di Guaidó, come Antonio Ledezma, Maria Corina Machado, Diego Arria, che gli chiedono di spiegare dove siano finiti i soldi e lo accusano di mancanza di trasparenza nella gestione dei conti.

Ma, evidentemente, per i parlamentari europei che hanno votato la risoluzione contro il Venezuela, conta di più la voce del padrone nordamericano. Contano di più gli interessi economico-finanziari di quelle sempiterne oligarchie che, a fronte della crisi post-pandemia, vogliono mettere la mano sulle risorse del popolo venezuelano.

E, infatti, a comparire nelle foto di gruppo insieme agli emissari dell’”autoproclamato”, c’erano quegli stessi politici italiani che, in modo “bipartisan”, hanno scavato la fossa alle classi popolari italiane. Un gruppo di “famiglie” che appoggia gli interessi dei costruttori italiano-venezuelani in Abruzzo, degli speculatori immobiliari e affaristi che finanziano la destabilizzazione in Venezuela… Una piovra che influenza giornali, televisioni e università diffondendo il verbo dei think tank statunitensi e israeliani. L’Europa dei banchieri e dei tribunali addomesticati ai loro voleri agisce per conto delle grandi corporazioni economico-mediatiche, che organizzano il nuovo Plan Condor economico-finanziario contro il Venezuela.

Non è una partita da poco quella che si sta giocando sulla pelle del popolo venezuelano. La pandemia da coronavirus ha evidenziato ulteriormente la crisi sistemica del capitalismo, l’insostenibilità di un modo di produzione devastante per gli esseri umani e per l’ambiente. Riprendere il controllo delle enormi risorse del Venezuela, risulta essenziale per una borghesia internazionale che non intende rinunciare ai suoi profitti e che cerca di ristrutturare a proprio vantaggio gli inadeguati assetti politici dei governi capitalisti e delle alleanze in cui agiscono.

Per questo, non esita a calpestare quella stessa legalità internazionale che pretende di imporre ai settori popolari impoveriti, limitandone le libertà sociali e adattando alla nuova fase gli elementi di “controrivoluzione preventiva” sperimentati nei momenti più alti del conflitto sociale.

Una strategia che, intorno al micidiale riflesso dell’”unità nazionale” forgiato contro la lotta di classe degli anni 1970, si rinnova ora contro il Venezuela, identificato come “il pericolo rosso”. Con il suo becero semplicismo, Berlusconi coglie nel segno quando, rieditando la vecchia paura della borghesia afferma a proposito della risoluzione del Parlamento europeo: “Con questo voto si dimostra una volontà politica chiara. In Venezuela, come in altri paesi, il comunismo dimostra di essere un dramma del presente e non solo del passato”.

Contro il “pericolo rosso” scatta il riflesso bipartisan della borghesia, compatta nel voler dimostrare che non esistono alternative al capitalismo. Di fronte al fallimento delle politiche di privatizzazione, per evitare che si riaffacci una qualche prospettiva di pianificazione economica, l’impresentabile Partito Democratico spara a zero persino su quella parte del Movimento 5 Stelle che ha mantenuto una relativa “neutralità” sul Venezuela e che si è astenuto dal voto.

Gli apparati mediatici si affannano perciò a eleggere la sala condominiale di Guaidó, dove si riuniscono i pochi faccendieri che ormai lo appoggiano, al rango di “parlamento”, mentre bollano come “illegale” il parlamento che ha eletto la maggioranza dell’opposizione venezuelana. Con sprezzo del ridicolo, parlano di “governo di transizione” e di “elezioni libere”, sapendo perfettamente che, a “rappresentare” all’estero la repubblica virtuale dell’autoproclamato sono personaggi che non hanno neanche la nazionalità venezuelana: dall’imprenditrice-Cia Vanessa Neumann, a Londra, a una sconosciuta signora in Svizzera, e così via in altri paesi dove si perpetua la farsa del pagliaccio di Trump.

Una notizia diffusa da Reuters rende bene l’idea della trappola tesa dalla strategia della confusione. La nota recita: “Il Parlamento del Venezuela, a maggioranza di opposizione, ha approvato il 9 luglio la decisione di contattare due firme negli Stati Uniti che si incaricheranno di amministrare i fondi all’estero che sono sotto il controllo del capo del Congresso e leader dell’opposizione, Juan Guaidó”.

Considerando che l’unico Parlamento a maggioranza di opposizione è quello che presiede Luis Parra e a cui partecipano anche le forze chaviste, per depistare il giornalista poco accorto si correda l’articolo con l’immagine dell’Assemblea Nazionale, che l’autoproclamato ha deciso di abbandonare insieme alla sua banda. Si aggiungono le foto dei golpisti, e il gioco è fatto: la realtà della politica venezuelana scompare, per lasciar posto al circo virtuale, avallato dalle istituzioni internazionali.

“Le compagnie BRD Disbursement e BRV Administrator – prosegue la nota - saranno incaricate di cominciare a gestire le risorse che le forze di Guaidó – che buona parte della comunità internazionale riconosce come leader legittimo del Venezuela – sono riusciti a accumulare in quello che viene definito Fondo di Liberazione Nazionale”. In realtà, si stanno spiegando i termini dell’operazione di pirateria internazionale costruita ai danni del popolo venezuelano, ma il lettore viene indotto a prendere per buona la “legalità” del presunto Parlamento.

E a questo punto, anche se emergono i dati veri della truffa, chi legge è già stato depistato a sufficienza. Guaidó – ammette Reuters - non controlla le finanze pubbliche né le risorse del Banco Centrale del Venezuela, ma è riuscito a congelare alcuni beni del paese, nelle nazioni che riconoscono la sua leadership”.

Come ci sia riuscito, è indicato dalla risoluzione del Parlamento europeo e da quelle che l’hanno preceduta: con la truffa, l’arroganza,e con l’inganno. Questo, però, la nota non lo dice, limitandosi a spiegare che i fondi “provengono dal processo di recupero di attivi che Maduro ha denunciato come un furto dell’opposizione”. Sappiamo poi che circa 80 milioni di dollari verranno usati per finanziare distinti (e non meglio precisati) programmi e che “circa 36 milioni di dollari andranno a programmi di aiuti a medici venezuelani che verranno erogati mediante la Croce Rossa e l’Organizzazione Panamericana della Salute”.

Altro denaro che finirà nelle capienti tasche degli autoproclamati, visto che lo Stato venezuelano è l’unico abilitato a consentire o meno alle organizzazioni internazionali di erogare aiuti sul territorio. Intanto, “per i loro servizi finanziari, le compagnie riceveranno 1,25 milioni di dollari, secondo il contratto approvato dal Parlamento”.

Un’indecente pantomima contro la quale si stanno mobilitando le organizzazioni popolari a livello internazionale.

Ma cosa ci stiamo a fare in Euroimbecilandia?

Mes o Recovery, comunque al guinzaglio

di Claudio Conti
13 luglio 2020

Con un articolo in calce di Guido Salerno Aletta da Milano Finanza


La settimana che si apre dovrebbe essere quella decisiva per quanto riguarda la strategia europea per il post-pandemia (ammesso e non concesso che ci si trovi in un “post” anziché in una pausa stagionale). Gli iniziali atteggiamenti ritardatari dei “paesi frugali” (“l’importante è fare bene”) sono stati improvvisamente accantonati su indicazione della cancelliera Angela Merkel, per sei mesi presidente di turno di tutta l’Unione Europea, che intende sfruttare anche questa occasione – e la crisi ne sta offrendo a decine – per imporre l’imprinting sull’Unione 2.0.

Cuore della discussione continentale è il Recovery Fund, ossia il fondo straordinario “per la ricostruzione” da aggiungere al normale bilancio europeo. 500 miliardi, come nella proposta iniziale di Merkel e Macron, e non 750 come poi proposto dalla Commissione guidata da Von der Leyen. Tanto per far capire chi è che comanda (nonostante anche la presidente della Commissione sia tedesca, ma con una composizione ovviamente più “pluralista”).

500 miliardi di “trasferimenti a fondo perduto”, vincolati a investimenti per effettuare precise “riforme strutturali” che l’Unione Europea pretende da ogni Paese non le abbia ancora compiute o completate. I dettagli non sono ancora stati resi noti, ci si è limitati ad evocare “svolte green”, rivoluzioni digitali, ecc. Ma sono pià che intuibili…

Per esempio, l’incontro tra Giuseppe Conte e il suo omologo olandese Mark Rutte ha provveduto a sgomberare il campo da ogni equivoco, visto che il boero ha consigliato all’”avvocato del popolo” di eliminare “quota 100”. Una battuta informale, certo – “quota 100” vale pochissimo, in termini di bilancio, e comunque doveva scadere nel 2021 – ma che indica con nettezza la direzione da prendere: i Paesi con alto debito pubblico, quelli euromediterranei, insomma, devono tagliare ancora di più la spesa sociale, a cominciare da quella pensionistica.

Per essere ancora più esplicito, il boero si è ripetuto stamattina anche nell’incontro con il pari grado spagnolo Pedro Sanchez, oggi in visita all’Aja: “non sarà facile” raggiungere un accordo per il fondo europeo di ricostruzione post-pandemia. Dunque Rutte ha invitato Sanchez “a cercare una soluzione interna alla Spagna“. Non sappiamo come si dica “cazzi vostri”, in quella lingua, ma certo non lo si può accusare di ostilità solo verso l’Italia…

Ma come, non eravamo qui per discutere dei “miliardi che devono arrivare dall’Europa per la ricostruzione”?

Ancora con queste favole per bambini ipodotati… La prima cosa da capire è che “l’Europa” non ha un solo euro, di suo. Tutto quello che le arriva, viene dai singoli Stati. I quali versano soldi cash oppure forniscono “garanzie” di contribuire alle spese comunitarie con il criterio della percentuale rispetto al Pil. Mentre i “fondi europei”, così costituiti, trasferiscono quei soldi ai vari Paesi secondo criteri dipendenti dalle “politiche europee”. Per esempio, dalla caduta del Muro in poi, i Paesi dell’ex Patto di Varsavia o ex sovietici, ricevono più di quanto versano per “aiutare il loro sviluppo”. Con una mano si dà, con l’altra si prende, con qualche piccola differenza.

L’Italia, in questo gioco di versamenti e ritorni sotto forma di “fondi europei”, è da sempre contributore netto. Ossia versa all’Unione Europea più di quanto poi non riceva.

Bene, dirà il lettore depistato da Repubblica e via elencando, ma “questa volta avverrà il contrario!”

No. Nemmeno per sogno, o meglio, per incubo (da virus).

Tutto dovrà andare come sempre, più duramente di sempre. Per capirlo, naturalmente, non ci si può basare sulle “dichiarazioni” dei politici. Quelli “europeisti” dicono che “finalmente l’Europa mutualizza il debito e aiuta i Paesi in difficoltà”; oppure – sul ricorso al Mes – giurano che “possiamo prendere 37 miliardi senza condizionalità”. I nazionalisti alla Salvini e Meloni dicono che è una “fregatura”, ma non spiegano il perché (è un po’ complicato capire il meccanismo, e può darsi lo sia troppo, per loro…), tantomeno indicano una via per superare l’impasse che non sia una sciocchezza buttata lì.

Per capire tocca fare i conti, guardare i numeri e fare le quattro operazioni fondamentali che si imparano ai primi anni delle elementari.

Ci aiutiamo ancora una volta con l’analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza sabato, così nessuno potrà dire che “facciamo solo ideologia”.

Primo numero: il bilancio dell’Unione Europea, relativo al settennato 2021-2027, è di 1.279 miliardi di euro, pari all’1,11% del Reddito nazionale lordo dell’Unione, da ripartire in proporzione tra i 27 Stati membri. Ma quei soldi finanziano in pratica le “spese correnti” della Ue (commissari, funzionari, staff, strutture, ecc) e i “progetti” o “linee di investimento” già approvate o in corso.

Dunque non è da lì che arriverà qualcosa, anzi non è stato ancora risolto problema di come riempire il “buco” aperto dalla Brexit (13 miliardi l’anno, per complessivi 91 miliardi).

Il fatto brutale che il Recovery Fund sarà di soli 500 miliardi, anziché di 750, smonta in un attimo tutta la fantasiosa macchina narrativa secondo cui all’Italia sarebbero arrivati 153 miliardi (il 20,4% del totale) rispetto a 96,3 miliardi di contributi (il 12,8% del totale), con un incasso netto di 56,7 miliardi.

Secondo quella proposta – che non è più sul tavolo, ripetiamo – i “contributi a fondo perduto” (grant) sarebbero stati pari a 81,8 miliardi, mentre i prestiti (loan) a 71,2.

Gaudio, tripudio, manna dal cielo? No, perché il contributo italiano a quel fondo ormai morto sarebbe stato di 96,3 miliardi, ossia 14,5 in più di quanto sarebbe stato ricevuto come grant. Dove sarebbe stato il guadagno, non si può proprio capire…

In più, ci sarebbero stati i 71,2 miliardi di normali prestiti, ovviamente da restituire con interessi (quasi zero, com’è oggi sul mercato), che comunque andavano ad aumentare il debito pubblico e quindi a peggiorare le cicliche “verifiche” della Ue (in base alle quali scattano, oppure no, prescrizioni, sanzioni, “sorveglianze rafforzate”, ecc).

Se guardate i giornali o ascoltate i talk show, noterete che “gli europeisti” continuano a cianciare di quei 153 miliardi stracciati dalla Merkel, come se fossero cosa quasi fatta, invece che s-fatta…

Verrebbe quasi la tentazione di tirare un sospiro di sollievo per il fatto che il Next Generation EU della Commissione non esiste più.

Trattenetevi.

Il “piano Merkel” è naturalmente assai più rigido, drastico, sparagnino.

Citiamo direttamente Salerno Aletta:

“’Sosteniamo la dote da 500 miliardi per tutta l’Europa’, ha affermato [Merkel], intendendo soprattutto che si dovrà trattare di solo grant. Niente loan: per i debiti, si dovrà far ricorso al Mes.

Ha prevalso la linea dei Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, la testuggine politica usata dalla Germania per contrastare le velleità di spesa dei Paesi mediterranei. Insieme a Gran Bretagna ed Irlanda, anche Danimarca, Olanda e Svezia hanno ampiamente risparmiato sui versamenti al bilancio europeo nel settennio 2014-2020 tutelandosi con i rebates: sono davvero frugali, ma con i soldi degli altri. Anche con quelli dell’Italia, che infatti contribuisce all’Unione in misura più che proporzionale rispetto al suo pil.”

Non dovrebbe servire traduzione, ma cerchiamo comunque di “agevolare” il lettore non abituato al linguaggio economico. I 500 miliardi saranno messi insieme con lo stesso meccanismo di ripartizione adottato per qualsiasi fondo europeo (contributi degli Stati, proporzionali al Pil), e saranno redistribuiti “ a fondo perduto” con l’identica logica (vincolati a “riforme strutturali” per cui vanno presentati al pià presto “piani nazionali” che dovranno essere esaminati e, se approvati, finanziati).

Il “guadagno”, per l’Italia, starebbe solo nel fatto che – essendo il “piano Merkel” più povero – bisognerebbe contribuire con una cifra minore per ricevere comunque un qualcosa di più modesto, e dunque con uno scarto tra dare e avere minore di quanto previsto nel piano della Commissione per cui abbiamo dato i numeri.

La parte peggiore arriva infatti dal lato prestiti: “ricorrete al Mes”. Ossia al fondo che ha distrutto la Grecia facendo scendere in campo la Troika (Ue, Bce, Fmi) e devastando la società greca.

Gli “europeisti” assicurano: “ma stavolta non ci sono condizionalità, tranne quella di spendere quei soldi per la spesa sanitaria!”.

Vero e falso, ma soprattutto molto falso.

Di vero c’è pochissimo, ossia il fatto che la ferree “condizionalità” previste dal Mes (che è stato istituito con un trattato apposito) sono momentaneamente sospese. Non cancellate. Né avrebbero potuto esserlo senza rivedere totalmente il trattato relativo.

Lo stesso megadirettore galattico del Mes – Klaus Regling, uno degli architetti dell’euro – aveva già provveduto a precisare, un paio di mesi fa, che “La Commissione Europea chiarirà monitoraggio e sorveglianza in accordo con le regole del Two Pack”.

E qui tocca aprire una breve parentesi per ricordare che il sistema dei trattati che regolano e reggono l’Unione Europea è per l’appunto un sistema. Ossia un insieme di “contratti” tutti logicamente e contenutisticamente correlati. La sospensione temporanea di una regola – per motivi contingenti o straordinari, come la pandemia – non abolisce di per sé “le regole”. Altrimenti si dovrebbe scriverne di nuove.

Il Two Pack richiamato da Regling, non a caso, disciplina insieme al trattato Six Pack (i nomi non significano niente, di modo che nessuno possa intuire cosa c’è dentro) tutta la complessa procedura di redazione della “legge di stabilità” di ogni singolo Stato dell’Unione Europea. Una procedura che da aprile ad ottobre – il “semestre europeo” – vede ogni governo stilare il modo in cui troverà risorse e per cosa le spenderà l’anno successivo; ad ogni tappa dell’elaborazione (ne sono previste diverse) dovrà sottostare all’approvazione della Commissione. Quei 37 miliardi in meno di spesa sanitaria italiana, per esempio, in appena dieci anni, sono maturati in questo modo. E casualmente corrispondono quasi al centesimo ai fondi in prestito che si potrebbero chiedere al Mes.

Non entreremo di più nei dettagli, rimandandovi per questo all’analisi di Salerno Aletta, più che esauriente sia nei numeri che nell’individuazione della “razionalità strategica” della politica tedesca.

Sull’uso dei fondi del Mes, del resto, è stato già lapidario il ministro dell’economia Gualtieri, che ha spiegato come eventualmente quei 37 miliardi verrebbero usati “per pagare le fatture emesse durante la pandemia, non per effettuare nuova spesa sanitaria”. Ossia non per rimettere in sesto il servizio sanitario pubblico e renderlo più pronto ad inevitabili nuovi schock.

Ci basta qui, per chiudere, rispondere a quanti, come contabili di condominio, raccontano che “chiedere i fondi del Mes ci costa di interessi meno di quanto spenderemmo finanziandoci sui mercati emanando titoli di stato”.

E’ vero. Con un piccolo particolare che fa una grande differenza. Sui mercati ti chiedono di pagare un interesse “attraente”, ma resti in qualche modo padrone delle scelte da fare su come spendere quei soldi (stendiamo un velo pietoso sull’attuale classe dirigente italiana, tutta, e immaginiamo una condizione “ideale”).

Dal Mes pretendono di avere le chiavi della tua cassa, poi decidono loro cosa fare…

*****
Il vero obbiettivo della Merkel sul recovery Fund

di Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Prima i numeri. Senza i numeri è vano dar conto del Recovery Fund e di quanto è accaduto nel corso della settimana: dal discorso inaugurale del semstre di presidenza europea della Cencelliera Angela Merkel, secondo cui “c’è un nuovo inizio che richiede di essere particolarmente responsabili per preservare e proteggere l’Europa in modo che possa svolgere in modo sovrano il ruolo che le spetta nel mondo”, ai colloqui madrileni tra il presidente Conte ed il suo omologo sagnolo Sanchez, convenendo sulla necessità di accelerarne al massimo l’approvazione.

Bisogna fare in fretta, come sempre, anche se non sembrano affatto chiare le reali conseguenze economiche per l’Italia. Se ne parla senza mettere i numeri.

Affossando per l’ennesima volta la prospettiva di una mutualizzazione dei debiti degli Stati membri dell’Unione, che stavolta considerava quelli necessari per fronteggiare le conseguenze economiche e sociali dell’emergenza sanitaria denominandoli Emergency Bond, Pandemic Bond ovvero Recovery Bond, la prima proposta alternativa è stata avanzata insieme da Francia e Germania, prevedendo di istituire nel periodo 2021-2027 un “Recovery Fund” di 500 miliardi di euro: un programma straordinario, quindi una tantum, aggiuntivo rispetto alle iniziative già previste nel Quadro finanziario pluriennale della Unione riferito al medesimo periodo.

Il predetto Quadro finanziario, che ancora non è stato approvato secondo la procedura che richiede la unanimità dei 27 Paesi aderenti, prevede stanziamenti complessivi per 1.279 miliardi di euro a prezzi correnti, che equivalgono ad un contributo pari al 1,11% del Reddito nazionale lordo dell’Unione, da ripartire tra i 27 Stati membri.

Nella ripartizione occorre ancora risolvere la questione della mancata partecipazione della Gran Bretagna al bilancio dell’Unione, che pesa all’incirca per 13 miliardi li euro l’anno: mancano entrate per 91 miliardi di euro, pari al 7% del totale. Qualcuno se ne dovrà far carico, se non si vuole tagliare di altrettanto gli impegni di spesa.

Nel conto del dare e dell’avere con l’Unione, l’Italia è da decenni contributrice netta: nel settennio 2012-2018 ha versato 34,7 miliardi di euro più di quanto non abbia ricevuto beneficiando dei programmi di spesa. Tralasciando la questione dei mancati contributi della Gran Bretagna, è presumibile che anche nel settennio 2021-2027 l’Italia rimarrà contributrice per una cifra analoga.

Per dimostrare di essere in grado di affrontare una situazione economica mai così grave, la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha battuto un colpo, proponendo di elevare la dotazione proposta da Francia e Germania portandola a 750 miliardi di euro, aggiungendo 250 miliardi di prestiti (loan) da erogare agli Stati in difficoltà. Di conseguenza, mentre la copertura dei complessivi 750 miliardi di spesa veniva ripartita tra i 27 Paesi della Unione secondo la consueta chiave di contribuzione basata sul rispettivo pil, la allocazione delle erogazioni avrebbe tenuto conto di una serie di parametri (allocation keys), differenziando i Paesi in tre categorie, a seconda che avessero un basso ovvero un alto debito pro capite, oppure un alto reddito pro capite.

L’Italia, rientrando nella seconda di queste categorie, avrebbe ricevuto risorse per 153 miliardi (il 20,4% del totale) rispetto a 96,3 miliardi di contributi (il 12,8% del totale, commisurato al pil), con un incasso netto a suo favore di 56,7 miliardi pari al 3,2% del pil. Quest’ultimo importo avrebbe rappresentato il beneficio della solidarietà europea.

La ripartizione tra grant e loan sarebbe stata di 81,8 miliardi per i primi e di 71,2 miliardi per i secondi. Il saldo tra i contributi (96,3 miliardi) e le erogazioni a fondo perduto (81,8 miliardi) sarebbe stato dunque negativo per 14,5 miliardi: un contributo, questo sì a fondo perduto pagato dall’Italia.

Un costo enorme per ottenere 71,2 miliardi di loan: nessun differenziale di interessi, infatti, tra i più alti tassi richiesti dal mercato e le migliori condizioni che sarebbero state offerte dalla Unione, avrebbe mai coperto questo importo.

Tenendo poi conto del contributo netto al Quadro settennale 2021-2027, il passivo italiano nei confronti dell’Unione sarebbe lievitato a 49,2 miliardi di euro. E comunque, niente sarebbe cambiato anche se i loan a favore dell’Italia fossero arrivati a 90,9 miliardi, secondo le diverse stime tweettate dal Commissario europeo Paolo Gentiloni.

A Bruxelles, la Cancelliera Merkel ha smontato il progetto della von der Leyen, riportando le lancette all’indietro. “Sosteniamo la dote da 500 miliardi per tutta l’Europa”, ha affermato, intendendo soprattutto che si dovrà trattare solo grant. Niente loan: per i debiti, si dovrà far ricorso al Mes.

Ha prevalso la linea dei Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, la testuggine politica usata dalla Germania per contrastare le velleità di spesa dei Paesi mediterranei. Insieme a Gran Bretagna ed Irlanda, anche Danimarca, Olanda e Svezia hanno ampiamente risparmiato sui versamenti al bilancio europeo nel settennio 2014-2020 tutelandosi con i rebates: sono davvero frugali, ma con i soldi degli altri. Anche con quelli dell’Italia, che infatti contribuisce all’Unione in misura più che proporzionale rispetto al suo pil.

Le ambizioni della Presidente von der Leyen escono fortemente ridimensionate dalla Cancelliera Merkel, che ha ricondotto il Recovery Fund alla dimensione ed alla configurazione iniziale: non solo si torna alla dotazione di 500 miliardi di euro, ma il bilancio dell’Unione non andrà gravato in alcun modo da prestiti contratti sul mercato.

La procedura di anticipazione della provvista per erogare i loan, che era stata ipotizzata nel Next Generation Ue con il loro rimborso da parte degli Stati beneficiari solo a partire dal 2028, era troppo pericolosa. Non solo derogava alla prescrizione del TFUE, secondo cui il bilancio della Unione è “in pareggio”, ma depotenziava il ruolo del Mes, fiore all’occhiello della strategia tedesca volta a condizionare severamente qualsiasi sostegno finanziario concesso dall’Unione agli Stati.

L’articolo 136, comma 3, del Trattato, appositamente introdotto nel 2010, prevede infatti che: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.

Diversamente dai prestiti concessi dal Mes, che nella revisione non ancora approvata del proprio Statuto prevede verifiche puntuali della sostenibilità dei debiti per i Paesi che non rispettano i parametri del Fiscal Compact e quindi una loro eventuale ristrutturazione preliminare, i loan erogati attraverso il meccanismo previsto dal Next Generation UE non sarebbero stati assistiti da una altrettanto rigorosa condizionalità.

La von der Leyen, assai ingenuamente, stava mettendo fuori uso lo schiacciasassi che la Germania ha costruito con tanta cura in questi anni, non solo per smarcarsi dalla ingombrante presenza americana nel Fmi, membro della Troika con la Commissione e la Bce, quanto per mettere direttamente sotto tutela i Paesi dell’Eurozona che non riescono a finanziarsi sul mercato.

Per l’Europa non c’è dunque nessun “Hamilton moment”: non solo non c’è in vista nessun debito comune, ferma rimanendo come negli Usa la assoluta responsabilità di ciascuno Stato per il proprio, ma non c’è neppure una svolta “rooseveltiana” nel senso che l’Unione provvederebbe con propri interventi diretti in luogo dei singoli Stati.

Si conferma invece il meccanismo tradizionale che si fonda su una contribuzione al bilancio dell’Unione tendenzialmente proporzionale rispetto al pil, ovvero al comportamento concreto di ciascuno Stato membro (ad esempio, la plastic tax si baserebbe sulla quantità di prodotto non riciclato), e dall’altra su una distribuzione delle risorse legata a programmi “a gara” o che riflettono situazione oggettive, soprattutto di svantaggio economico e sociale.

Tot paghiamo, meno riceviamo: essendo già contributrice netta al bilancio europeo, e rimanendo tale anche nel prossimo settennio, all’Italia non serve un programma che peggiora ulteriormente il suo saldo finanziario nei confronti dell’Unione. Anche i prestiti previsti dalla Next Generation Ue sarebbero stati costosissimi per via del pesante squilibrio previsto tra i contributi comunque versati e le erogazioni ricevute a fondo perduto.

Comunque vada, anche nel caso di un programma ridotto a 500 miliardi di euro, dovremo contribuire al Fondo proporzionalmente al nostro pil. E se pure ci fosse nella distribuzione delle erogazioni una speciale considerazione per la maggior gravità della epidemia che ha colpito l’Italia, la complessità delle procedure europee rallenterebbe le spese in modo estenuante.

Senza contare che questi grant saranno condizionati alla adozione di riforme strutturali, come avviene con i prestiti del Mes: questo è ciò che chiedono i Paesi frugali.

Per l’Italia significa mettersi il cappio al collo da sola: pagheremmo per farci condizionare.

Moneta Complementare - Certificati di Compensazione Fiscale (CCF). Ma strategicamente riacquistare la capacità di battere moneta, riacquistare Sovranità Monetaria

Trovare i soldi per ripartire: una soluzione per l’Italia

di Jacopo Brogi, Francesco Chini, Giovanna Pagani
10 luglio 2020

Migliaia di attività commerciali in tutto il Paese attendono risposte dallo Stato, milioni di cittadini si stanno chiedendo ciò che sarà, molto oltre la Fase 2: come ci potrà essere normalità senza un’economia che riprende davvero a vivere?

Questi i temi al centro di “Trovare i soldi per ripartire”, diretta video organizzata dall’associazione Sottosopra in collaborazione con il Centro Studi Economici per il Pieno Impiego, la rivista La Fionda e le associazioni MeMMT Lombardia, Network per il Socialismo e Nuova Direzione.

Docenti universitari, editorialisti, economisti e parlamentari (Pino Cabras, Marco Cattaneo, Andrea de Bertoldi, Stefano Fassina, Musso, Alessandro Somma) hanno dibattuto su scenari futuribili e possibilità immediate da attuare.

Quale conseguenza avrà la decisione della Corte Costituzionale della Repubblica Federale di Germania con cui i giudici tedeschi definiscono “tirannica” (“ultra vires”) l’azione della Banca Centrale Europea (BCE) e impongono a quest’ultima severe limitazioni sui programmi di acquisto di titoli pubblici?

La Corte Costituzionale tedesca ha accusato la BCE di sconfinare nel campo della politica economica. Secondo i giudici, la BCE dovrebbe lasciare al mercato la determinazione dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Per i Paesi in difficoltà rimane il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e secondo Alessandro Somma (docente di diritto comparato all’Università La Sapienza Roma): “la concessione di un prestito tramite il MES comporta nei fatti il commissariamento economico del Paese richiedente, vista la concessione di linee di credito (e non contributi “a fondo perduto”) sotto specifiche condizionalità.” Musso (editorialista di AtlanticoQuotidiano) sottolinea come la decisione della Corte, “ponga addirittura in discussione la prerogativa della BCE di stabilire i tassi di interesse, pur essendo questa una delle funzioni principali ed esclusive delle banche centrali di tutto il mondo”.

In effetti, i giudici richiedono alla BCE di emettere entro tre mesi una “nuova decisione” da fare valutare al parlamento tedesco, pena il divieto alla Banca Centrale Tedesca di partecipare ai programmi di acquisto titoli della BCE. Per Musso, una BCE consenziente ai voleri tedeschi “potrebbe catapultarci in una nuova eurozona, assai peggiore della precedente, i cui trattati sarebbero modificati unilateralmente dalla Germania e il cui funzionamento sarebbe soggetto alle istituzioni nazionali tedesche”.

Per il deputato Stefano Fassina di Liberi e Uguali (Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione), “la decisione della Corte Costituzionale tedesca segna uno spartiacque e apre una nuova fase storica.”

Se Somma ritiene “improbabile che la Germania rinunci ai vantaggi economici e finanziari derivanti dall’eurozona.”, per Musso “la Germania si è nei fatti posta al di fuori dai trattati UE. E il ruolo della Francia, anch’essa in crisi sanitaria ed economica, potrebbe risultare decisivo, visto che si è schierata coi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna, ndr.), spezzando di fatto l’asse franco-tedesco. All’interno del Consiglio Direttivo della BCE i PIIGS, con l’appoggio dei francesi, sarebbero in maggioranza rispetto ai tedeschi e ai loro alleati. Questo cambio di equilibri potrebbe imprimere un nuovo corso alla BCE e renderla una vera banca centrale pronta ad attuare ogni sorta di monetizzazione straordinaria. Attenzione però: in passato, la Francia ha ceduto spesso alla Germania e ciò potrebbe ripetersi anche in questa occasione.”

E L’Italia? Fra i Paesi più penalizzati e paralizzati dal Covid-19, come la nostra nazione potrebbe “Trovare i soldi per ripartire”? Per l’economista Marco Cattaneo, la soluzione è la Moneta Fiscale, ossia i Certificati di Compensazione Fiscale (CCF): “sono degli sconti fiscali al portatore (quindi a cedibilità illimitata) e consentono di pagare qualsiasi tipo di imposta, sanzione o contributo dovuti alla Pubblica Amministrazione. I CCF possono essere usati a sconto delle tasse dopo due anni dalla data di emissione. Si tratta quindi di titoli di compensazione fiscale a maturazione posticipata, che possono circolare liberamente ed essere utilizzati come mezzi di pagamento o scontati in banca in cambio di euro. A livello giuridico, i CCF sono pienamente compatibili con i trattati europei in quanto la valuta a corso legale rimane esclusivamente l’euro. I CCF sono uno strumento di politica fiscale a disposizione degli Stati per effettuare politiche espansive, ossia politiche di spesa: investimenti pubblici, riduzione della tassazione, sostegno all’occupazione e ai redditi.”

Per Somma, l’Italia necessita di avere un proprio piano B e trovare soluzioni a livello nazionale, senza fare affidamento su aiuti esterni: “vanno rigettati gli inviti all’attivazione del MES. Ciò comporterebbe gravi rischi per il tessuto sociale ed economico del Paese.”

Secondo Cattaneo, “i CCF hanno un effetto espansivo sul prodotto interno lordo e generano un incremento del gettito fiscale capace di assorbire senza problemi gli sconti fiscali quando giungono a maturazione. La Pubblica Amministrazione incassa ogni anno circa 800 miliardi di tasse, si stima che potrebbero essere emessi 100 miliardi di CCF all’anno, in modo da mantenere una prudente proporzione tra sconti fiscali in circolazione e gettito fiscale.” Il deputato Pino Cabras del Movimento 5 Stelle (Commissione Affari Esteri e Comunitari) si è distinto come promotore dei CCF in parlamento facendo approvare lo scorso anno un ordine del giorno (accolto dal governo) sulla Moneta Fiscale alla Camera. Il suo grande attivismo ha favorito la nascita di due proposte di legge (una depositata alla Camera e l’altra depositata al Senato) sottoscritte da 90 parlamentari e presentate durante un convegno a Montecitorio svoltosi lo scorso 2 dicembre. Secondo Cabras “questo è il nostro piano B, l’unica alternativa al MES. I CCF sono un’opportunità straordinaria per favorire la ripresa.”

Anche il senatore Andrea de Bertoldi di Fratelli d’Italia (Commissione Finanze e Tesoro) apprezza i CCF come soluzione concreta e sottolinea di avere non solo presentato in aprile un ordine del giorno (accolto dal governo) sulla Moneta Fiscale al Senato ma anche di avere “chiesto, in sede di conversione del decreto Cura Italia, ai colleghi del Movimento 5 Stelle di stimolare il governo sul tema della Moneta Fiscale”. De Bertoldi ritiene che, sebbene sinora queste richieste non abbiano avuto l’esito sperato, è comunque importante il passo effettuato dall’esecutivo nel prevedere l’emissione di sconti fiscali cedibili a terzi illimitatamente. Si tratta di un parziale progresso nella direzione auspicata, ma sarebbe urgente avanzare ulteriormente e in modo molto più incisivo al fine di guarire l’economia italiana.

Secondo Fassina, i CCF potrebbero trovare una risposta negativa da parte dei mercati e quindi sarebbe “opportuno valutare anche un recupero diretto di autonomia monetaria attraverso una banca centrale a livello nazionale capace di sostenere le politiche di bilancio”. Cattaneo sottolinea che “il rischio default sia legato al crollo dell’attività economica. Pertanto occorre spiegare agli operatori finanziari che l’introduzione dei CCF serve a stimolare la crescita dell’economia italiana e che ciò comporterà una riduzione del rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo, facilitando il raggiungimento dell’equilibrio strutturale di bilancio. I CCF consentono la stabilizzazione del sistema euro, attualmente vacillante per motivi strutturali. Se poi la Germania volesse la rottura dell’euro, allora la circolazione già in atto dei CCF potrebbe rendere più facile la fase di transizione. Va specificato però che i CCF sono nati con lo scopo di migliorare il funzionamento dell’eurozona e che non vi sono ostacoli di tipo tecnico o legale alla loro implementazione. Realizzare i CCF dipende esclusivamente da una scelta politica.”

Dal dialogo emerge come i CCF siano uno strumento utilizzabile per qualunque intervento di politica economica, quindi anche per attuare una politica industriale organica e per finanziare interventi strutturali come il Lavoro Garantito proposto dagli economisti della Modern Money Theory (MMT).

Tutti gli altri scenari, ivi inclusi un accoglimento delle richieste tedesche da parte della BCE (con devastanti effetti per gli altri Stati dell’area euro) o un’eventuale secessione della Germania dall’eurozona, sono secondo Cattaneo al di fuori dello spettro d’azione dell’Italia e, in termini di agibilità politica e di fattibilità tecnica, i CCF sono una soluzione concreta (di rapida e semplice realizzazione) basata su uno strumento economico (il credito fiscale) già previsto e normato sul piano contabile sia a livello internazionale sia a livello europeo.

Musso ritiene inderogabile che le istituzioni italiane pongano in essere tutti i provvedimenti legislativi utili a fronteggiare gli scenari avversi. L’approvazione di una legge non ne implica l’immediata attuazione: “è come preparare in anticipo le munizioni per non trovarsi con la pistola scarica nel momento del bisogno”.

Anime politicamente distinte che sembrano trovare sintonia: mentre Cabras (M5S) pensa già a come introdurre la Moneta Fiscale (“si potrebbero coinvolgere commercianti, grande distribuzione e aziende pubbliche per creare un’ampia rete di scambio e una infrastruttura di pagamento attraverso una carta elettronica”), de Bertoldi (contattato telefonicamente subito dopo la fine della diretta video) dichiara che in piena sintonia e in accordo con Giorgia Meloni (Presidente di Fratelli d’Italia) egli seguirà gli sviluppi in merito alla Moneta Fiscale “al fine di attuare una politica espansiva volta al rilancio dell’economia italiana, valutando ogni iniziativa utile a raggiungere questo obiettivo.” In effetti, prima di “Trovare i soldi”, bisognerebbe che venisse trovata comune sintonia politica sul che fare dell’Italia. Altrimenti gli strumenti economici rimarranno tali, senza la volontà concreta di “ripartire” davvero. Se lo aspettano milioni e milioni di italiani.

NoMes - Ogni giorno politici, giornalisti e professori provano a convincerci che non vi sarebbe alcuna condizionalità

Con il MES, non un euro in più per la sanità, parola del Ministro Gualtieri

di coniarerivolta
10 luglio 2020

L’aspetto più controverso del dibattito sul MES, l’istituzione europea che offre prestiti agli Stati in difficoltà, è il tema della condizionalità. Ogni giorno politici, giornalisti e professori provano a convincerci che non vi sarebbe alcuna condizionalità, mentre abbiamo avuto modo di mostrare come il meccanismo del MES sia interamente subordinato all’applicazione delle rigide politiche di austerità che hanno messo in ginocchio l’intera periferia europea. Accettando quei soldi, un Paese si condanna ad una nuova stagione di politiche lacrime e sangue, tagli alla spesa ed aumenti delle tasse che ricadono interamente sulle spalle di lavoratori, precari e disoccupati.

Per provare ad eludere questo tema evidentemente problematico, gli epigoni dell’europeismo di casa nostra sono soliti ricorrere ad un espediente argomentativo basato sostanzialmente su una menzogna: grazie al MES, pioverebbero sull’Italia soldi aggiuntivi, risorse in più con le quali finanziare ulteriori spese rispetto a quelle che ci possiamo permettere allo stato attuale.

La principale esca usata nel dibattito per trascinare l’Italia nella trappola del MES è, infatti, l’accorato appello ad accettare quel prestito perché sarebbe destinato a finanziare spese sanitarie necessarie ad affrontare le drammatiche conseguenze della pandemia. Ci viene suggerito in maniera sibillina: quei soldi ci servono – pochi, maledetti e subito – per curare i nostri malati, per combattere l’epidemia! Questo messaggio è stato espresso chiaramente durante la trasmissione In Onda del 29 giugno scorso. Prima il giornalista Giannini ha fatto notare che il prestito riservato all’Italia dal MES, pari a circa 37 miliardi, equivarrebbe esattamente ai tagli inferti alla sanità negli ultimi dieci anni (Giannini ovviamente dimentica di raccontarci che i tagli inferti alla sanità non sono piovuti dal cielo, ma sono stati applicati in maniera indistinta da tutti i Governi che si sono succeduti, dietro calde raccomandazioni delle stesse istituzioni europee che adesso dovrebbero salvarci con la loro generosità. Ma questa è un’altra storia); poi l’economista De Romanis ha affermato che il ricorso al MES consentirebbe di ridurre la probabilità di una seconda ondata. Entrambi gli interventi alludono al fatto che quei 37 miliardi sarebbero una spesa sanitaria aggiuntiva: per Giannini utile a restituire alla sanità quello che gli era stato tolto negli anni passati, per De Romanis utile a rafforzare il sistema sanitario e dunque a scongiurare un nuovo lockdown. Ma comunque, suggeriscono i due, si tratterebbe di nuova spesa sanitaria possibile solo accettando il prestito del MES. Vale dunque la pena di chiarire questo punto, e di sfatare l’ennesimo mito legato al MES.

Facciamo un passo indietro e proviamo a capire come il MES si inserisca nel normale funzionamento dell’economia. Quando lo Stato spende, ad esempio per finanziare il servizio sanitario nazionale, può prendere i soldi necessari essenzialmente da due fonti: dagli introiti della tassazione, oppure ricorrendo ad un prestito (perchè siamo in Euroimbecilandia e usiamo una moneta straniera, altrimenti stamperemo la moneta occorrente). Nel primo caso, la spesa è finanziata in pareggio mentre nel secondo caso alimenta la crescita del debito pubblico. Il MES interviene proprio in questo caso: quando lo Stato vuole indebitarsi, può farlo emettendo normali titoli di Stato sui mercati finanziari (BTP, BOT e altre tipologie) oppure ricorrendo alla linea di credito offerta dal MES. Dunque, il MES fornisce una fonte di finanziamento della spesa in disavanzo alternativa rispetto ai comuni titoli di Stato, che vengono sottoscritti ogni settimana da banche private e piccoli risparmiatori.

Questo quadro della situazione è utile a distinguere due momenti fondamentali: il momento in cui si decide quanto spendere in deficit, ed il momento in cui si decide come finanziare le spese in deficit, cioè dove indebitarsi, dove andare a prendere in prestito i soldi. Il MES ha a che fare solo ed esclusivamente con il secondo momento: si tratta infatti di una fonte di finanziamento del debito pubblico. Per l’Italia, il pregio del MES sta tutto nel fatto che esso rappresenta una fonte di finanziamento meno costosa dei normali titoli di Stato: banche e risparmiatori chiedono oggi all’Italia un tasso dell’interesse dell’1,2% circa sui BTP decennali, mentre il MES concederebbe al nostro Paese un prestito allo 0,13%. Ciò significa che il ricorso al MES consentirebbe all’Italia di risparmiare poco meno di 400 milioni di euro di interessi sul debito pubblico ogni anno, un valore che si ottiene applicando il differenziale tra i due tassi di interesse ai 37 miliardi disponibili per il nostro Paese. Si tratta, a tutti gli effetti, di una cifra irrisoria, se confrontata con i circa 70 miliardi di euro di interessi pagati ogni anno dall’Italia sul proprio debito pubblico. Se poi mettiamo sull’altro piatto della bilancia il vero costo del MES, cioè quella disciplina di bilancio imposta dalla condizionalità che precluderebbe all’Italia qualsiasi scostamento significativo dal percorso di tagli e aumenti delle tasse, il confronto diventa impietoso. In parole povere, finanziarsi col MES significa “guadagnare” poche centinaia di milioni di euro da un lato e, dall’altro, legarsi mani e piedi al rispetto, fino all’ultima virgola, dell’austerità imposta dai vincoli dell’Unione Europea, senza neanche più i margini di contrattazione politica che consentono ad un Paese membro di strappare ogni anno qualche miliardo di deficit in più. Ma mettiamo da parte il discorso sulla condizionalità e torniamo al nostro ragionamento: a questo punto dovrebbe essere evidente che non c’è alcun legame tra il ricorso al MES e la possibilità di effettuare spese sanitarie aggiuntive.

Le risorse prestate dal MES nell’emergenza da Covid-19 devono essere impiegate per finanziare spese sanitarie. Da qui l’equivoco. Spese sanitarie, non nuove spese sanitarie: il MES può essere impiegato per finanziare 37 degli oltre 100 miliardi di euro che l’Italia già spende in ambito sanitario. Perché il MES è semplicemente una fonte di finanziamento della spesa in deficit, mentre la scelta di quanta spesa in deficit (e dunque anche di quanta spesa sanitaria in deficit) effettuare è una scelta politica del tutto indipendente. E cosa ha in mente il Governo? Per nostra fortuna, incalzato da Giannini e De Romanis, la risposta ce l’ha fornita direttamente il Ministro dell’Economia e delle Finanze. Prima Gualtieri ha fatto cenno alla distinzione che abbiamo illustrato:

Qui il Ministro vuole dire che il MES non fornisce risorse aggiuntive rispetto alla spesa in deficit, ma è esso stesso fonte di finanziamento di spesa in deficit: si tratta della distinzione tra la scelta di quanto spendere e la scelta di come indebitarsi su cui ci siamo soffermati. Poi Gualtieri conclude:

Vorrei chiarire che il MES non serve a fare spesa pubblica aggiuntiva. Cioè, lo si può anche fare ma comunque fa debito. Noi queste cose sulla sanità che lei diceva le stiamo facendo, giustamente, abbiamo stanziato molti miliardi nei precedenti decreti esattamente per fare queste cose; ora abbiamo l’opportunità di avere un tasso di interesse più basso sull’indebitamento con cui stiamo finanziando queste cose.

Senza dunque doverci sforzare di interpretare le intenzioni del Governo, abbiamo il Ministro dell’Economia che spiega candidamente che l’Italia ha già speso quello che doveva spendere in sanità: la partita del MES determina solo ed esclusivamente il costo di quella spesa in deficit. Con i soldi del MES il governo pagherebbe una quota dell’attuale spesa sanitaria (“ci si pagano le fatture delle spese già fatte”, dice Gualtieri). Dunque nessuna nuova spesa sanitaria, nessun rafforzamento del sistema sanitario nazionale, nessuna misura ulteriore di contrasto all’epidemia.

Al contrario, in virtù del vincolo della condizionalità, il ricorso al MES non potrà che comportare domani ulteriori riduzioni di tutti i servizi pubblici, inclusa la sanità. In ultima istanza, l’esca retorica delle spese sanitarie associate al MES serve solamente a trascinare l’Italia nella trappola dell’austerità, riducendo ai minimi termini gli spazi politici per restituire diritti e dignità allo stato sociale e ai lavoratori.


17 luglio 2020 - UN "ESPOSTO EPOCALE", IL 31 LUGLIO, PER LA VERITÀ SUL COVID - Maurizio S...

Un rimpianto per l'Iri e l'incapacità di vedere che anche un'azienda pubblica può essere avere come obiettivo non il profitto ma il Bene Comune

Sapelli: sull’affaire Autostrade-Benetton Giuseppe Conte ha fatto una catastrofe

di Marco de' Francesco ♦︎ 
16 luglio 2020

Per lo storico dell'economia, è una mossa che sembra fatta apposta per far scappare le multinazionali e gli investitori stranieri, che già latitano. Tutta la partita, fin dall'inizio, è stata complicata perché sia con i governi Prodi che con quelli Berlusconi, le regole poste al concessionario erano troppo favorevoli a quest’ultimo. Comprare Autostrade è uno spreco enorme di soldi pubblici che dovrebbero andare in mille direzioni migliori, soprattutto adesso

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana

«Una catastrofe», una mossa che sembra fatta a posta per far scappare le multinazionali e gli investitori stranieri, che già latitano. Non piace all’economista, storico e accademico torinese Giulio Sapelli il destino “pubblico”, con Cdp come primo azionista, che il governo ha studiato per Autostrade. Un po’ perché sa di quel genere di interventismo tipico dei peggiori governi di Caracas, e un po’ perché sa di ritorno all’Iri, quando i tempi sono cambiati e nel frattempo il mondo è stato attraversato da fenomeni che lo hanno profondamente alterato, come la globalizzazione.

D’altra parte, dice Sapelli, anche la privatizzazione di venti anni fa fu un errore. C’era un monopolio tecnico, e nel passaggio dal pubblico al privato a rimetterci sono le manutenzioni e i controlli. E quindi, in definitiva, gli utenti. È una regola dalla quale non si sfugge.

Dunque? La soluzione c’è e si chiama not-for-profit. Significa che l’organizzazione che gestisce l’infrastruttura non accumula capitali, non fa utili e non distribuisce dividendi. Tutti i soldi derivanti dall’applicazione di tariffe vengono utilizzati per pagare gli stipendi, per fare le manutenzioni e migliorare il servizio. Si può fare perché è già stato teorizzato dalla Premio Nobel Elinor Ostrom e perché è già stato fatto, ad esempio in Florida. Ma sentiamo Sapelli.

D: A quanto si capisce dalle notizie emerse stanotte, lo Stato interverrà con Cassa Depositi e Prestiti, assumendo il ruolo di primo azionista in Atlantia, la holding che controlla Autostrade. Ruolo che manterrà anche successivamente, quando la società Autostrade sarà piazzata in Borsa. Cosa ne pensa?
Giulio Sapelli, economista, storico e accademico

R: «Un errore, frutto di una lunga serie. Il primo risale a tanti anni fa, alla privatizzazione di Autostrade, che era nata originariamente come una società di proprietà pubblica facente capo all’Iri. Un’operazione complicata, che ha primo visto una cordata guidata da Edizione di Gilberto Benetton acquisire la maggioranza delle azioni, e poi un’Opa totalitaria con leveraged buyout (un’operazione di finanza strutturata utilizzata per l’acquisizione di una società mediante lo sfruttamento della capacità di indebitamento della società stessa; ndr). Senza entrare nelle cose per esperti, il grosso sbaglio va ricercato nel fatto che si stava privatizzando un monopolio tecnico, caratterizzato dall’assoluta esclusività della risorsa. Il fatto è che non accade mai che il privato subentrante sia in grado di esercitare controlli e manutenzioni in modo equivalente al pubblico che prima gestiva questa attività. È una specie di regola, e anche in questo caso la teoria è stata dimostrata. Inoltre, la situazione è stata poi complicata perché sia con i governi Prodi che con quelli Berlusconi, le regole poste al concessionario erano troppo favorevoli a quest’ultimo; tanto che nella pratica, in caso di litigation, il concedente non poteva far valere le proprie ragioni. Erano patti veramente sbilanciati dalla parte dei Benetton».

D: Il secondo errore, chi lo ha commesso?

R: «Il Cda di Autostrade, che a ferragosto di due anni fa avrebbe dovuto sentire la necessità di dimettersi immediatamente. E dal momento che non lo ha fatto doveva essere la proprietà a spingere con forza in questa direzione. Per una questione di sensibilità o, se vogliamo, di etica o di buon senso. Così si è creata una enorme frattura fra la gestione e la proprietà da una parte e la gente comune dall’altra. I Benetton ne sono usciti molto indeboliti. Ma, come si diceva, tutta questa vicenda è in realtà frutto di una sequela di errori, piccoli e grandi».


D: Lei dice: altri hanno sbagliato in questa vicenda. Chi?

ll Ponte Morandi dopo il crollo, visto da Est, panoramica ( foto di Michele Ferraris)

R: «Per come la vedo io, la Corte Costituzionale. Questa ha reso noto che non è illegittima l’estromissione di Aspi dalla ricostruzione del ponte di Genova, sostenendo che la decisione del legislatore è stata determinata dalla eccezionale gravità della situazione. Questo è accaduto qualche giorno fa, tramite comunicato. Una sentenza un po’ strana dal punto di vista dei principi del diritto, a mio avviso. Per capire, leggeremo le motivazioni. Comunque sia, il giorno dopo il titolo di Atlantia è precipitato; ma soprattutto, la decisione ha dato più forza alle pretese del governo».

D: Ora, invece, la proprietà passerà allo Stato

R: «È una cosa tristissima: si immaginino le conseguenze sul piano internazionale. Sembrerà a tutti una sorta di esproprio, l’intervento dello Stato. L’effetto più immediato, sarà quello di terrorizzare gli investitori globali e le multinazionali, che già faticano a mettere piede in Italia. Molti esultano, ma in realtà è una catastrofe. Non sembra il comportamento tipico di uno Stato europeo o occidentale, piuttosto quello del Venezuela di Nicolás Maduro. Io non credo che azioni di questo genere abbiano mai portato bene ad un Paese. Tendono ad isolarlo. Ma, alla fine, io penso che tutto questo sia frutto di un gigantesco errore teorico».

D: E quale sarebbe questo errore teorico?

Luciano Benetton, uno degli azionisti di riferimento di Edizione Holding, capofila della catena di controllo di Autostrade

R: «Non aver letto l’opera di una mia cara amica, ora scomparsa, Elinor Ostrom (Los Angeles, 7 agosto 1933 – Bloomington, 12 giugno 2012; ndr), insignita nel 2009 del Premio Nobel per l’economia (insieme a Oliver Williamson; ndr) per l’analisi della governance e in particolare delle risorse comuni. È che i membri del governo non leggono, in generale, e in particolare autori come questi, che invece potrebbero offrire nuove prospettive per amministrare la cosa pubblica».

D: E cosa c’entra Elinor Ostrom? Cosa ha detto di attinente alla questione di Autostrade?

R: «Direttamente nulla ovviamente; ma ha detto che in circostanze come queste, la locazione è perfetta se poi la gestione è “not for profit”, e cioè quando non ci sono utili, non ci sono profitti per la proprietà, ma tutto il denaro guadagnato dall’organizzazione viene riutilizzato per mantenerla viva e per perseguire obiettivi che riguardano il bene pubblico. Ad esempio, le tariffe autostradali dovrebbero, in questo caso, essere fissate per pagare la manutenzione, gli stipendi, l’innovazione del servizio, e non per accumulare capitali. È la teoria americana dei common goods, che curiosamente trova parallelismi con la Caritas in Veritate, una enciclica di Benedetto XVI. Anche la Chiesa si è accorta che le cose non possono andare diversamente, quando si tratta di gestire beni che hanno a che fare con un servizio pubblico».

D: In genere, quando si parla di not-for-profit, si pensa immediatamente a Greenpeace o all’Esercito della Salvezza. Sono mai stati applicati questi principi, nella gestione di infrastrutture come le autostrade?

Romano Prodi, ex Presidente del Consiglio

R: «Ad esempio, ci sono autostrade, in Florida, not-for-profit; e anche ospedali in Israele».

D: E una cosa come questa non si può fare passando per la nazionalizzazione?

R: «L’Iri non c’è più, perché è stata smantellata da Romano Prodi; né potrebbe esserci in questo momento storico: mancano gli uomini, i grandi manager capaci di guidare macchine così complesse: l’Istituto per la Ricostruzione Industriale al suo apice era uno dei più grandi conglomerati industriali del mondo. Erano altri tempi, caratterizzati da altri dinamiche. Ora, tornare indietro sarebbe un errore, perché il quadro è cambiato. In realtà, ciò che potrebbe giustificare l’intervento dello Stato in economia sarebbe appunto la teoria dei beni comuni di cui abbiamo appena parlato: uno Stato non al servizio della lottizzazione politica ma dei cittadini, non dei partiti ma del Paese».

D: Invece, a quanto si capisce l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe costare al pubblico quattro o cinque miliardi di euro. E i tempi dell’operazione sono quanto mai incerti, tanto che anche gli esperti non si espongono.

Silvio Berlusconi, l’ex Premier

R: «Cosa vuole che le dica? C’erano migliaia di modi per spendere meglio i soldi dello Stato. Si poteva investire in ricerca, in industria, nella Sanità, nella scuola. C’erano innumerevoli settori e ambiti di vario genere meritevoli di attenzione. Alla fine, c’era solo l’imbarazzo della scelta; ma questo, purtroppo, passa il convento».

venerdì 17 luglio 2020

17 luglio 2020 - Perucchietti e Forcheri: proroga dello stato di emergenza: perché?

NoTav - ci voleva un politico francese per dirci che la Torino-Lione esiste già e passa per il Frejus

"La TAV, un doppione. Impedirebbe di finanziare progetti più urgenti"

Di Guillaume Petit & Diego Giuliani • ultimo aggiornamento: 17/07/2020 - 19:30


La rivoluzione verde è in corso, in Europa? In Francia Grégory Doucet è il primo sindaco ecologista di Lione, la terza più grande città del Paese. Ma anche Bordeaux, Stasburgo e Poitiers sono passate ai Verdi proprio nel momento di una grave crisi economica e di un surriscaldamento climatico, mai così evidente. Dovranno quindi ora provare che possono cambiare le cose. Nelle città, ma anche su scala europea. Nostro ospite a euronews, Grégory Doucet ci ha parlato della sua ricetta per un "rilancio verde", delle sue intenzioni in materia di trasporto aereo e, ovviamente di TAV: "il doppione di un'opera già esistente - dice - che impedirebbe di rispondere ad altri e invece reali bisogni".
Economia ed ecologia: "Quella verde è una risposta alla crisi"

Da qualche anno, l'ambiente è un tema politico sempre maggiore rilievo: l'accordo di Parigi del 2015, manifestazioni in tutto il mondo lo scorso anno, ora anche una crisi sanitaria globale. Si è detto spesso che è quindi il momento di orientare l'economia su un "modello verde". Come conciliare un obiettivo a così lungo termine, con l'urgenza della ripresa economica?.

"La transizione ecologica oggi è una risposta alla crisi economica. Investire per esempio nell'innovazione termica degli edifici equivale a posti di lavoro, equivale a commesse nell'edilizia. Così come investire nei trasporti pubblici, significa commesse per le imprese pubbliche... Di fatto si tratta quindi soltanto di "riorientare" l'economia. Molti imprenditori, di fronte a scelte strategiche, hanno già accolto il concetto di transizione ecologica e vogliono andare sempre più in questa direzione. E sta a noi politici accompagnarli, ascoltare i loro problemi".

Claudio Furlan/LaPresse

Turismo di prossimità e traffico aereo: "Tra qualche decennio volare sarà l'eccezione"

A causa del Covid, Lione, come molte altre città europee, si trova oggi ad affrontare una crisi del turismo. Lei punta su una ripresa "eco-responsabile". Propone per esempio il ripristino dei treni notturni, come già fatto dall'Austria. Si dovrebbe anche ridurre il traffico aereo?

"Certo. Ed è quanto accadrà nel futuro prossimo. Tra qualche decina d'anni prendere l'aereo sarà l'eccezione. Ed è l'obiettivo a cui mirare. Cosa fare però, oggi, di fronte a una tale evidenza? Aspettare 20, 30 anni, per poi non avere scelta ed essere costretti a intervenire in tutta fretta da un surriscaldamento climatico ormai intollerabile? No, dobbiamo cominciare a intervenire oggi. E' per questo che dico: riorientiamoci verso un turismo principalmente domestico ed europeo. Non dico certo di vietare dall'oggi al domani i voli per Lione. Si tratta più che altro di ridurli progressivamente. E di presentare un'offerta, più calibrata sul turismo europeo".

I
l traffico aereo al tramonto? Questa la previsione di Grégory DoucetMichael Probst/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved

"La TAV? Un doppione. Ci impedirebbe di rispondere ad altri, reali, bisogni"

Un altro grande progetto, da anni al centro delle polemiche, è la TAV, l'alta velocità Torino-Lione. Oltre 8 miliardi di costi, un progetto secondo lei "sbagliato", ma... non sarebbe forse ancora più caro, fare marcia indietro?

"La questione, oggi, è proprio interrogarsi su queste grandi infrastrutture. Gli otto miliardi di cui ha parlato vanno per esempio davvero investiti su un'opera che sostanzialmente è il doppione di un'altra di cui già disponiamo? Già a Lione, ma più in generale in tutta la Francia, non si è abbastanza investito nel trasporto merci, in quello ferroviario locale... Investimenti come quelli richiesti dalla TAV ci impedirebbero quindi di rispondere ad altri, veri, problemi. E' solo una questione di priorità".

Verifiche e controlli in corso sui cantieri della TAVAntonio Calanni/Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved

"Il cambiamento passa da un network di città verdi, che si faccia sentire a Bruxelles"

Questa 'ondata verde' non è un fenomeno solo francese. Gli ecologisti hanno registrato forti incrementi anche alle amministrative nel Regno Unito, alle ultime Europee, ma anche in Finlandia, in Germania... E in Austria sono addirittura al governo. Saranno quindi le grandi città, ora a guidare e a ispirare le politiche europee?.

"Me lo auguro. Sono due i piani su cui intervenire per cambiare le nostre società. Uno è anzitutto quello locale: le città, le grandi agglomerazioni urbane, che nei loro interventi sono più "vicine" agli abitanti. E poi ci sono ovviamente le politiche europee. Fondamentale è quindi avere una rappresentanza di peso nelle istituzioni europee, come è per l'appunto il caso dei Verdi al Parlamento europeo. Ma è anche importante che ci sia una rete di 'città faro' che diano l'esempio e che incidano, certo a livello nazionale, ma anche su scala europea. Facendo da apripista, mostrando la via da seguire, ma anche facendosi sentire. Che a Bruxelles, possano insomma dire: 'E' di questo che abbiamo bisogno'. E che quindi abbiano il peso per discutere, trattare e convincere le istituzioni europee che servono fondi. Per una rete ferroviaria europea di qualità, per esempio".

Oggi non è così?

"No, non abbastanza. Ma è molto importante. Il ripristino dei treni notturni è per esempio sostenuto dagli ecologisti, ma non c'è un appoggio sufficiente delle istituzioni europee".

Un TGV franceseAP PhotoClaude Paris

Impegno ambientale e istituzioni europee: "C'è ancora molta strada da fare"

Il Green Deal della presidente della Commissione Europea, von Der Leyen non è però una svolta?.

"La coscienza, sul piano delle istituzioni europee, a mio avviso non è ancora del tutto matura. C'è ancora della strada da fare. Da qui l'importanza del lavoro degli europarlamentari. Ma soprattutto di questa rete di città europee che mi auguro potrà farsi sentire e potrà mostrare la via alle istituzioni, dicendo: "Eccoci, noi siamo pronti. Guardate cosa siamo riusciti a fare".
Globalizzazione e localizzazione. "Nessun ritorno al passato. Bisogna cambiare rotta"

Questa crisi sanitaria ci ha fornito una misura della nostra dipendenza da paesi come la Cina. Nel suo programma lei parla di "sovra-dipendenza da un sistema globalizzato" che nuoce all'ambiente. L'Europa si è quindi spinta troppo in là? Urge una marcia indietro?

"Non si tratta di tornare indietro, ma di cambiare rotta. Non è mai esistita un'età dell'oro, in cui tutto era perfetto. Non è questo che intendo. Parlo piuttosto della necessità di un'economia più ancorata al territorio, meno dipendente da soggetti che si trovano all'altro angolo del Pianeta. Ne abbiamo bisogno anzitutto perché l'importazione sistematica da luoghi così lontani comporta trasporti inquinanti, emissioni smisurate di Co2. A proposito di dipendenza, la crisi sanitaria ci ha poi mostrato che dobbiamo far prova di adattamento, essere in grado di reagire a emergenze e imprevisti".
Macron e l'ecologia: "Tanti bei discorsi, ma adesso servono i fatti"

La Francia ha ora un nuovo primo ministro, un nuovo governo, che si dice tenda più a destra. L'ecologia è veramente una priorità per Emmanuel Macron?

"Abbiamo sentito a più riprese il nostro presidente della Repubblica intervenire su questi temi. Qualche anno fa il suo slogan era: 'Make Our Planet Great Again'. Di impegni e di segnali in favore dell'ecologia ha quindi provato a darne. Ma non è di impegni e segnali che abbiamo bisogno oggi. Abbiamo bisogno di azioni concrete. Gli appelli, i grandi discorsi, li sentiamo dal 2002. Penso ad esempio a Chirac, che diceva: 'La nostra casa è in fiamme e noi guardiamo altrove'. Ora siamo al 2020. E' da 18 anni che ci propinano dei discorsi. Ma oggi non servono discorsi. Bisogna agire. Bisogna investire in città più verdi, trasporti pubblici, mobilità alternativa. Dobbiamo trasformare le nostre città, ma dobbiamo anche cambiare la Francia nel suo insieme".

Contestazioni ecologiste a Macron, alla COP 25 di MadridFrancois Mori/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved