L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 luglio 2020

Hanno messo in campo 15.000 miliardi di dollari ma l'economia è piegata su stessa

L’eredità della pandemia che può condannarci

di Andrea Muratore
15 luglio 2020

La crisi del coronavirus ha impedito che il mondo della finanza e della sua governance avviasse una transizione oltre la fase del quantitative easing globale, che per un decennio ha garantito una vera e propria inondazione di liquidità alle borse e ai mercati di tutto il mondo. Quella che doveva essere una risposta emergenziale legata alle problematiche della Grande Recessione e al fallimento del dogma neoliberista dell’autoregolazione dei mercati si è trasformato in un new normal, in una tendenza consolidata.

Nel corso di dieci anni, da Bernake a Draghi, i banchieri centrali di tutto il mondo si sono mobilitati: dal Troubled Assets Relief Programm (Tarp) statunitense del 2008 al quantitative easing della Bce, passando per la Abenomics del governo conservatore giapponese, il solo trio costituito da Bce, Federal Reserve e Bank of Japan ha visto i suoi asset superare a fine 2018 i 15 trilioni di dollari, 3,5 volte la somma registrata nel 2008, come fatto notare in un rapporto della società di consulenza Yardeni Research.

Liquidità a cascata, tassi d’interesse bassi, via libera alla sardana delle borse che hanno conosciuto giochi finanziari spericolati e un incremento continuo delle quotazioni, interrotto solo a metà 2018 per pochi mesi, mano a mano che il torrente di denaro si allontanava dall’economia reale e prendeva le direzioni più prevedibili tra comparto azionario e strumenti derivati. Questo ha prodotto capitalizzazioni record, elementi come la corsa record di Wall Street cavalcata dall’amministrazione Trump e dividendi azionari senza precedenti alimentati dal fenomeno dei buyback, ma anche una grande instabilità legata principalmente all’esplosione del debito privato.

Tutto sembrava lasciar presagire l’inizio del riflusso prima che il cigno nero del coronavirus giungesse a perturbare il sistema finanziario mondiale. “Per permettere agli Stati di finanziarsi durante questa crisi, le banche centrali si sono spinte ancora più in là, sprofondando un po’ di più in questa nuova era monetaria dove il denaro è quasi gratuito”, ha scritto Le Monde in un articolo tradotto in Italia da Dagospia. Il tema centrale è ora capire quanto la crisi costringerà decisori politici e operatori finanziari ad assecondare le tendenze dell’ultimo decennio.

La necessità di garantire liquidità alle imprese, di mettere in campo vere e proprie campagne di salvataggio di massa (bail-out) dei comparti più a rischio e a quelli paralizzati dalla pandemia, dall’aeronautica civile al settore alberghiero e del turismo, le misure di sostegno al reddito e l’helicopter money messa in campo in più contesti nel mondo hanno imposto uno sforzo senza precedenti in termini di politica fiscale e di stimolo monetario. L’abbattimento del costo del denaro che ne è seguito ha spostato di conseguenza il baricentro della convenienza verso l’indebitamento, dato che quest’ultimo processo ha preso a farsi sempre più conveniente in termini di costo e d’interesse. Mario Draghi ha invitato gli Stati a sdoganare la carta del deficit pubblico: ma il rischio è che esso finisca per diventare il paravento per la socializzazione delle perdite dei comparti meno performanti, mentre il processo di privatizzazione degli utili dei vincitori della crisi, principalmente nel comparto tecnologico, prosegue inesorabile.

I tassi negativi sui depositi, il calo dei rendimenti dei titoli di Stato (il Bund è in negativo e a marzo la curva dei Treasury statunitensi è scesa per la prima volta sotto l’1% di rendimento su tutta la gamma) e le incertezze sugli investimenti invitano consumatori, famiglie e imprese a spingere sulla leva del debito. Questo crea problemi di sostenibilità in un contesto già incerto: “Secondo Invesco, il debito cumulato dagli Stati, dalle famiglie e dalle imprese delle 25 principali economie mondiali è passato dal 150% del prodotto interno lordo (PIL) degli anni ’80 a quasi il 250% di oggi”. Si rischia, dopo la crisi, un circolo vizioso: le banche centrali rimarrebbero vincolate alla necessità di emettere denaro per mantenere questo equilibrio precario, mentre i debiti privati cumulati nel corso dell’emergenza e della recessione si troverebbero sub judice in caso di esplosione della bolla monetaria o di nuova caduta dell’economia reale.

In un certo senso il coronavirus ha “salvato” temporaneamente la finanza mondiale fornendo la giustificazione per la ripresa massiccia del circolo vizioso tassi bassi-liquidità-debito privato: ma in un contesto di tracollo dell’economia reale questo potrebbe scaricare il bazooka della politica monetaria e depotenziare la leva della politica fiscale. Lo stanno sperimentando gli Stati Uniti, ove il Nasdaq corre nonostante il tracollo del Pil e dell’occupazione: la crescita vertiginosa disuguaglianze tra Wall Street e Main Street, tra alta finanza e mondo dell’economia reale, tra coloro che possono sostenere alti livelli di debito anche oltre l’emergenza e chi senza l’attuale convergenza si troverebbe gambe all’aria, rischia di essere insostenibile sul lungo periodo. E di alimentare nuove bolle e nuove instabilità. Rendendo di fatto vano ogni sforzo delle banche centrali portato avanti dopo la Grande Recessione. Se il contagio finanziario dovesse esplodere nei prossimi mesi e anni, al confronto, la botta seguita al tracollo di Lehman Brothers potrebbe sembrare paragonabile a un incidente di percorso.

Crisi economica non ci vuole molto affinchè le regole tutte saltino e allora ... Caos&Anarchia. Si salvi chi può

Forse non la stiamo prendendo per il verso giusto

di Pierluigi Fagan
17 luglio 2020

L’altro ieri, la missione di analisti dell’IMF, di ritorno dal suo soggiorno americano, ha pubblicato questo rapporto su stato e prospettive dell’economia americana che da sola vale un quarto di quella planetaria.

Nel secondo trimestre (A-M-G), il Pil USA ha fatto -37% (lo ripeto per i distratti e coloro che saltano i dati di quantità a priori perché preferiscono le parole: “meno trentasette per cento”). Si prevede che l’economia USA tornerà ai livelli di Pil fine 2019, solo a metà 2022, forse. IMF segnala che gli USA erano già un sistema con una forte componente di povertà interna, la crisi è destinata ad allargare e sprofondare questa parte addensata nelle etnie afro-americana ed ispanica. Al momento sono 15 milioni i disoccupati ed è appena iniziata la catena di fallimenti di esercizi commerciali ed imprese che accompagnerà la lenta ma costante caduta. Ed aggiunge: “il rischio che ci attende è che una grande parte della popolazione americana dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire.”.

“Molti anni a venire” , come riportato in post precedenti, viene da Nouriel Roubini e dai "miliardari invocanti tasse", quotato sulla prospettiva del decennio, magari non saranno proprio dieci anni, ma al momento le prospettive sono di crisi profonda e lunga. “Larga parte della popolazione” significa più che la maggioranza.

Il “deterioramento dello standard di vita” è l’esatto opposto del contratto sociale americano basato sull’espansione continuata, ciò che tiene in piedi un sistema assai variegato e pieno di contraddizioni e pluralità problematiche. Tutto questo, nonostante gli eccezionali sforzi di pronto intervento messi in campo dall’Amministrazione e dal FED (che noi in Europa ci sogniamo) e nonostante lo sbandierato +8% dei consumi a maggio. Si stima un rapporto debito/Pil al 160% nel 2030 (reggerà la credibilità dell’unità di conto, scambio e valore internazionale di un paese che ha il 160% di debito pubblico/Pil?) , ma si teme che poiché grande parte dei costi di assistenza sanitaria, educazione e disoccupazione sono nei bilanci degli stati federati già per altro al limite o oltre il limite, l’intera situazione possa ulteriormente peggiorare. Ne segue una lunga ricetta di interventi che però è politicamente improbabile per via delle diverse priorità che le élite americana in genere hanno (o l’una o l’altra poco importa) e soprattutto di cui non si vede né la sostenibilità finanziaria, né il certo effetto ristoratore. Ironia della sorte, giusto il giorno prima, il governo cinese annunciava un +3,2% su aspettative del +2,5% per la crescita del proprio Pil nello stesso periodo.

Tutto ciò, mentre gli USA continuano a macinare record di contagi. Gli USA hanno tre volte i contagiati che abbiamo avuto noi (a parità di popolazione) ma per via del fatto che hanno iniziato dopo e si sono potuti avvalere di qualche parziale miglioramento nelle cure e nei trattamenti, nonché una popolazione decisamente più giovane della nostra, la mortalità è al momento a 430 per milione di abitanti, contro i 580 nostri. Sono però al limite di capienza alcune strutture sanitarie tra cui la Florida ed il Texas, ma non sono i soli. Il conflitto capitale-salute-libertà continua a dilaniare gli americani stante che quando si sceglie il capitale, peggiora la salute ma sopratutto non sembra neanche migliorare il capitale. C’è infatti la psicologia umana in mezzo che valuta il rischio non secondo pura logica statistica.

Tutto ciò potrebbe avere una svolta col vaccino ma al momento non si sa bene quando potrà esser operativo, a che condizioni, come verrà preso dalla popolazione, quanto sarà efficace. Non si è mai trovato un vaccino per i coronavirus che pure si conoscono da decenni. Questi tipi di virus hanno una strategia adattativa molto basica: grande semplicità (è un filo di RNA corto) e grande cambiamento (molte mutazioni per darsi più condizioni di possibilità), cambia molto ed in fretta per ingannare i sistemi immunitari. I virus sono qui sulla Terra da forse 3,5 miliardi di anni e sono le entità biologiche più diffuse sul pianeta, evidentemente la strategia ha i suoi perché. Noi invece non solo geneticamente ma soprattutto socialmente, siamo molto complessi e cambiamo poco e molto, molto lentamente.

Credo che noi non si stia capendo bene in che tipo di problema siamo capitati, un problema che non è italiano o americano ma quantomeno occidentale prima e mondiale poi. Molti si impegnano ad interpretare il virus, la sua genesi, gli interessi in gioco, le pratiche sanitarie, il rumore dei media, criticare il governo, l’Unione europea. Ognuno di questi punti è interessante ma perde il quadro d’insieme ed il quadro d’insieme è un lento armageddon economico e quindi sociale cui saremo soggetti, forse, per anni. E’ desolante il fatto che tra le tante analisi che si leggono, quelle mainstream non meno di quelle alternative, sembra non comprendersi la profondità della crisi cui siamo condannati. Poco o nulla importa se il virus è così o colà, come e da dove è venuto, se i suoi effetti sono esagerati e da chi e perché, poco importa prevedere catastrofi biopolitiche o incolpare i cinesi o Big Pharma. Questi sono intrattenimenti info-culturali. Il fatto crudo e duro è che nella misura in cui la gente teme di ammalarsi e forse morire, i suoi comportamenti sociali abituali o tali ritenuti, cioè i precedenti, non torneranno a sostenere la vita associata per lungo tempo. In tutto il mondo. Con questo avremo a che fare e per questo non sembra esserci medicina di pronto intervento. Questo minerà il funzionamento della società radicalmente. Molto ma molto più radicalmente di qualsiasi Recovery fund o MES, Trump o Biden, ricetta economica a base di interventi generici e consueti. Manca cioè, a mio avviso, consapevolezza dell’eccezionalità e radicalità del problema.

Per adattarsi a questo quadro d’insieme mancano tre cose essenziali. Una è il tempo, il tempo semplicemente non c’è, siamo in ritardo cronico. Qualsiasi intervento risulterà parziale, ci vorrà molto tempo a metterlo in essere e impiegherà molto tempo a dare gli effetti sperati, se li darà. Il secondo è la comprensione del fatto che dovrebbe portare ad una comprensione dell’intervento. Da tempo posto articoli su tassazioni ridistributive straordinarie e diminuzioni immediata dell’orario di lavoro con ridistribuzione dello stesso. Non son le uniche ricette possibili, forse neanche le migliori, ma danno il tono di quanto dovrebbero esser fuori norma gli interventi necessari. Non si può pensare normale in tempi eccezionali. Il terzo è la sistematica rimozione della realtà. Ci vuole un massa critica importante per spingere una società ad una mossa adattiva così importante e seria, qualcosa intorno ad un 60% del corpo sociale, non certo meno. Soprattutto, faccio notare quel “una grande parte della popolazione […] dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire”. C’è da riformulare il contratto sociale, cosa di non poco conto in tutta evidenza, cosa necessaria e di attualità già da tempo prima, ora con una specifica urgenza conclamata. Siamo molto lontano ed in ritardo dall’affermarsi tale consapevolezza nei grandi numeri ma, mi pare, anche nei piccoli.

Scusate per quello che a voi, una domenica di fine luglio, apparirà pessimismo ma che per me è semplice realismo consapevole. Mi sentivo di allarmare sul fatto che forse non la stiamo prendendo per il verso giusto. Anche a livello teorico, penso si dovrebbe mettere in campo più pensiero radicale concreto, non narrativo o contro-narrativo e neanche critico, la critica non cambia il reale. C’è da modificare la realtà il prima possibile in quanti più è possibile, con idee semplici e forti. Forse non ci si riuscirebbe comunque, ma sarebbe sano vederne almeno il tentativo, la discussione, ci sarebbe da provar ad imporre un dibattito pubblico più serio e tra adulti non compromessi da rimozione nevrotica della realtà. Nella misura in cui la gente persa che questa sia la realtà, questa sarà la realtà e se questa sarà la realtà come sembra, a lungo, gli effetti saranno quelli annunciati. Toccherebbe darsi una regolata ...


Camp Darby, il più grande arsenale Usa nel mondo fuori dalla madrepatria

Sotto il tricolore che sventola a Camp Darby

di Manlio Dinucci
14 luglio 2020

Mentre molte attività bloccate dal lockdown stentano a ripartire dopo l’allentamento delle restrizioni, ce n’è una che, non essendosi mai fermata, ora sta accelerando: quella di Camp Darby, il più grande arsenale Usa nel mondo fuori dalla madrepatria, situato tra Pisa e Livorno. Completato il taglio di circa 1.000 alberi nell’area naturale «protetta» del Parco Regionale di San Rossore, è iniziata la costruzione di un tronco ferroviario che collegherà la linea Pisa-Livorno a un nuovo terminal di carico e scarico, attraversando il Canale dei Navicelli su un nuovo ponte metallico girevole.

Il terminal, alto una ventina di metri, comprenderà quattro binari capaci di accogliere ciascuno nove vagoni. Per mezzo di carrelli movimentatori di container, le armi in arrivo verranno trasferite dai carri ferroviari a grandi autocarri e quelle in partenza dagli autocarri ai carri ferroviari. Il terminal permetterà il transito di due convogli ferroviari al giorno che, trasportando carichi esplosivi, collegheranno la base al porto di Livorno attraverso zone densamente popolate. In seguito all’accresciuta movimentazione di armi, non basta più il collegamento via canale e via strada di Camp Darby col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa.

Nei 125 bunker della base, continuamente riforniti dagli Stati uniti, è stoccato (secondo stime approssimative) oltre un milione di proiettili di artiglieria, bombe per aerei e missili, cui si aggiungono migliaia di carriarmati, veicoli e altri materiali militari.

Dal 2017 nuove grandi navi, capaci di trasportare ciascuna oltre 6.000 veicoli e carichi su ruote, fanno mensilmente scalo a Livorno, scaricando e caricando armi che vengono trasportate nei porti di Aqaba in Giordania, Gedda in Arabia Saudita e altri scali mediorientali per essere usate dalle forze statunitensi, saudite e altre nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen. Proprio mentre è in corso il potenziamento di Camp Darby, il più grande arsenale Usa all’estero, una testata toscana online titola «C’era una volta Camp Darby», spiegando che «la base è stata ridimensionata, per i tagli alla Difesa decisi dai governi Usa». e il quotidiano Il Tirreno annuncia «Camp Darby, sventola solo il tricolore: ammainata dopo quasi 70 anni la bandiera Usa». Il Pentagono sta chiudendo la base, restituendo all’Italia il territorio su cui è stata creata? Tutt’altro.

Lo US Army ha concesso al Ministero italiano della Difesa una porzioncina della base (34 ettari, circa il 3% dell’intera area di 1.000 ha) prima adibita ad area ricreativa, perché vi fosse trasferito il Comando delle forze speciali dell’esercito italiano (Comfose), inizialmente ospitato nella caserma Gamerra di Pisa, sede del Centro addestramento paracadutismo (il manifesto, 5 marzo 2019). Il trasferimento è avvenuto silenziosamente durante il lockdown e ora il Comfose annuncia che il suo quartier generale è situato nel «nuovo comprensorio militare», di fatto annesso a Camp Darby, base in cui si svolgono da tempo addestramenti congiunti di militari statunitensi e italiani.

Il trasferimento del Comfose in un’area annessa a Camp Darby, formalmente sotto bandiera italiana, permette di integrare a tutti gli effetti le forze speciali italiane con quelle statunitensi, impiegandole in operazioni coperte sotto comando Usa. Il tutto sotto la cappa del segreto militare. Visitando il nuovo quartier generale del Comfose, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini lo ha definito «centro nevralgico» non solo delle Forze speciali ma anche delle «Unità Psyops dell’Esercito».

Compito di tali unità è «creare il consenso della popolazione locale nei confronti dei contingenti militari impiegati in missioni di pace all’estero», ossia convincerla che gli invasori sono missionari di pace. Il ministro della Difesa Guerini ha infine indicato il nuovo quartier generale quale modello del progetto «Caserme Verdi».

Un modello di «benessere ed ecosostenibilità», che poggia su un milione di testate esplosive.

25 luglio 2020 - DIEGO FUSARO: Vogliono ridurci a plebe. Ecco come stanno per far sparire...

25 luglio 2020 - NEWS DELLA SETTIMANA (18-24 lug. 2020)

25 luglio 2020 - Putin: Chi si è preso il diritto di uccidere Gheddafi?

Il bullismo dei piloti statunitensi è disonorevole

mondo
24 luglio 2020



Un aereo civile iraniano con 150 passeggeri a bordo è stato quasi abbattuto da una spericolata azione dell’aviazione militare americana. L’aereo civile della Mahan Air, una compagnia area privata iraniana, stava sorvolando i cieli della Siria quando è stato avvicinato da due F-15 in una manovra di intercettazione che ha costretto il pilota dell’aereo iraniano a una discesa improvvisa.

Nessuna scusa

Panico tra i passeggeri, alcuni dei quali sono rimasti feriti, ma per fortuna il pilota è riuscito a riprendere il controllo dell’aereo e a portare in salvo i passeggeri all’aeroporto di Beirut. I jet americani erano partiti dalla base di al Ranf, un presidio militare degli Stati Uniti posto al confine tra Siria e Iraq, creato per tagliare le vie di comunicazione dirette della Mezzaluna sciita (che collegherebbe Teheran al Libano).

Secondo il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti, gli F-15 americani si sono comportanti in maniera “professionale”, svolgendo una manovra di routine: “un’ispezione visiva standard […] condotta in conformità con gli standard internazionali” (Washington Post).

Dichiarazione che, al di là delle giustificazioni del caso, non può che essere stigmatizzata: i video dell’incidente, che immortalano civili in preda al terrore, tra cui ragazzi e bambini, persone a terra ferite, meritavano almeno un cenno di scuse per quanto causato, sia pure fosse accidentalmente. L’ assenza anche di un solo cenno in tal senso suona condanna (cliccare qui per il video).

In realtà, è arduo pensare si sia trattato di un evanto del tutto casuale. Gli aerei civili volano su rotte ben specifiche e comunicate a tutti. Così è impossibile che l’aviazione militare americana di stanza in Siria non sapesse che un volo di linea era in transito su quella rotta, dati anche tutti i sistemi di rilevamento che hanno piazzato in quell’angolo di mondo tanto strategico. Inoltre, gli aerei civili volano ad alta quota, una quota peraltro alla quale i voli militari sono interdetti.
Guerra non dichiarata all’Iran, ma guerra

Alte le proteste degli iraniani, che hanno parlato di atto di terrorismo ad opera degli Stati Uniti, che occupano peraltro illegalmente il suolo nazionale iracheno, il cui Parlamento ha votato perché tali truppe siano ritirate. Voto che gli Usa hanno semplicemente ignorato (un atto di guerra anche questo).

Né sono mancati, anche sui media americani, cenni su quanto avvenuto nel 1988, quando l’incrociatore Vincennes abbatté l’Air Iran 655 sullo Stretto di Hormuz, uccidendo tutti i 290 passeggeri.

Ma al di là del passato, che è bene non dimenticare per capire il presente, così il New York Times spiega l’accaduto: “Numerosi analisti hanno affermato che l’episodio di Mahan Air sembra corrispondere allo schema degli ultimi tempi che hanno visto manovre per far collassare e destabilizzare l’Iran”.

“I tempi di questo incidente sono rivelatori”, ha affermato Nader Hashemi, direttore del Center for Middle East Studies dell’Università di Denver. “Si svolge sullo sfondo dei recenti attentati in Iran che sono ampiamente attribuiti a Israele con la benedizione degli Stati Uniti”.

Il riferimento è agli attentati che stanno flagellando l’Iran, con esplosioni, incendi, operazioni di hackeraggio che mandano in tilt macchinari e strutture, causando morti e feriti. Attacchi ai quali l’Iran non ha risposto, salvando il mondo dal disastro di una guerra di portata globale (ancora più disastrosa in tempi di pandemia).

Così il National Interest conclude una nota su tali operazioni: quanto sta accadendo in Iran “non è un insieme di azioni ‘senza guerra’, come alcuni le hanno definite. È guerra. Dovremmo certamente preoccuparci che il conflitto non si trasformi in qualcosa di così grande da essere definito per forza come guerra. Ma ciò non rende quanto già accaduto niente di meno che atti di guerra”.
Bolton: agire prima delle presidenziali Usa

Quanto sta accadendo si spiega anche con le parole John Bolton a una radio dell’esercito israeliano. L’intervista all’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, defenestrato da Trump, è stata riportata dal Timesofisrael con un titolo più che significativo: “Bolton: Israele dovrebbe agire per i suoi interessi di sicurezza [leggi: scatenare una guerra contro l’Iran, ndr.] prima delle elezioni statunitensi”.

Bolton, e con lui le bellicose schiere dei neocon, temono un secondo mandato di Trump, come ha detto anche nell’intervista citata, durante il quale il tycoon prestato alla politica potrebbe raggiungere un nuovo nuovo accordo con Teheran.

Ma temono anche che un Biden vittorioso riporti l’America al trattato stracciato da Bolton, quando questi ancora dettava le linee della politica estera Usa.

Ciò perché quell’intesa fu raggiunta da Obama, di cui Biden era vice. Da qui l’idea di forzare la mano in questi mesi, aumentando le provocazioni contro Teheran per indurla a una qualche reazione, anche minima, che a quel punto sarebbe usata per giustificare una guerra vera e propria.

Il mondo dovrebbe aiutare Teheran a frenare questa spinta bellicista. L’attuale silenzio dell’Occidente sugli attacchi che sta subendo può costare un prezzo altissimo. A tutti.

L'insipienza del Vaticano e di Euroimbecilandia è tutt'uno

Turchia. Adesso il «sogno» di Erdogan non si ferma più a Santa Sofia

Marta Ottaviani sabato 25 luglio 2020

In migliaia ieri all'esterno dell'ex basilica per la preghiera islamica, dentro con il presidente turco c'era anche il leader libico al-Sarraj. Ora Erdogan punta alla guida del fronte islamico

La folla all'esterno dell'ex basilica di Santa Sofia a Istanbul - Reuters

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan è ufficialmente riuscito nel suo intento: riconvertire l’ex basilica cristiana, già museo di Santa Sofia in una moschea e attestarsi come leader della Fratellanza musulmana. Non più solo presidente della Repubblica turca, ma guida per quei musulmani che in tutto il mondo si riconoscono nel suo progetto di islamizzazione della società turca, ma anche di quelli che risiedono nei territori dell’Unione Europea. Una posizione che anche ieri ha raccolto molte critiche in Occidente, prima fra tutti quella dell’Unione Europea. Una vera e propria “consacrazione” per il capo di Stato sempre più islamico e sempre meno moderato che due giorni fa, visitando l’edificio per assicurarsi che tutto fosse a posto per la sua inaugurazione come moschea, ha dichiarato alle telecamere: «Si realizza il sogno di quando ero bambino, vedere Santa Sofia tornare al culto islamico».

A giudicare dal seguito che ha avuto la sua iniziativa, il sogno non era solo il suo, ma anche quello di milioni di turchi. Fin dall’alba di ieri, decine di migliaia di persone hanno letteralmente marciato alla volta del centro di Istanbul per potersi avvicinare il più possibile all’edificio, costruito durante l’epoca bizantina e da sempre simbolo della stratificazione religiosa e culturale della città divisa fra due continenti. Come aveva richiesto il presidente, si sono presentati tutti con il tappetino da preghiera e la mascherina per contrastare la diffusione del Covid-19, che a Istanbul è ancora particolarmente aggressivo. Non sono servite a molto, però, perché non sono state osservate né le norme sul distanziamento sociale, né gli afflussi controllati alla zona. Fin da subito, la polizia ha fatto fatica a contenere una marea umana – 21mila gli agenti schierati – che aumentava con il passare delle ore e alla fine ha dovuto cedere, anche per non creare problemi alla sicurezza. La veglia di preghiera prima della celebrazione vera e propria è iniziata intorno alle 10 e si è interrotta solo quando Erdogan e il suo seguito sono stati inquadrati sui maxi-schermi montati per l’occasione in tutta la zona. A quel punto si è levato un boato di applausi e di cori religiosi.


Migliaia di persone hanno inneggiato al capo di Stato come al nuovo Maometto II il conquistatore, sottolineando come con la Conquista di Costantinopoli, Santa Sofia sia diventata di diritto «patrimonio intoccabile dell’islam». Lui, Erdogan, è arrivato circa mezz’ora prima della celebrazione. Con lui si trovavano il genero, che è anche il ministro delle Finanze, Berat Albayrak, e tutto gli uomini chiave nel cerchio magico del presidente. All’interno meno di un migliaia di persone. Erano presenti i leader di alcuni Paesi dei Balcani e della Somalia, dove la presenza turca è sempre più influente, a tutti i livelli, incluso quello militare.

Le telecamere non li hanno inquadrati, ma alla cerimonia erano presenti anche l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani e il leader del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Sarraj, che dopo si sono anche incontrati per un breve summit a due. Segno di come ormai parti delle sorti del Mediterraneo, si decidano in Turchia. A pochi chilometri da quello che per secoli è stato un punto di riferimento per la cristianità e che ieri si è presentata alle telecamere in modo quasi irriconoscibile rispetto a come milioni di visitatori erano abituati a vederla. I preziosi pavimenti in marmo di epoca bizantina sono stati ricoperti da tappeti di un verde tendente al turchese e lenzuola hanno nascosto i mosaici. Un’impalcatura, presente da tempo e che serve per uno degli innumerevoli interventi di restauro dell’edificio, che ha oltre 1700 anni, è servita per appoggiare enormi pannelli rossi con su scritte del Corano. La “Sura della Conquista”, che ha aperto la celebrazione, è stata recitata dal presidente in persona.

Subito dopo, Erdogan è andato in visita alla tomba di Maometto II il Conquistatore, di cui ormai si sente il successore morale, dove ha trovato centinaia di persone che non erano riuscite a entrare in Santa Sofia ad acclamarlo. «Oggi davanti a Santa Sofia hanno pregato 350mila persone – ha detto il capo di Stato ai giornalisti –. Ho realizzato il sogno che avevo da bambino. L’edificio rimarrà comunque un patrimonio dell’Umanità e aperto a tutte le religioni». Non è dello stesso parere il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartoloneo I, che anche giovedì ha ricordato come la decisione «inasprisce le divisioni tra le religioni ». Mentre la comunità internazionale si augura di venire coinvolta nei prossimi interventi di restauro che riguarderanno l’ormai ex tempio della Divina Sapienza.

Vincolo esterno - Gualtieri è il suo sacerdote

Gualtieri: senza Mes, tensioni di cassa

Maurizio Blondet 25 Luglio 2020 

Ora siamo alle minacce. Gualtieri ci sta dicendo che se a settembre non ricevesse 5,4 miliardi dal #Mes (cioè meno di quanto raccolto con un’asta mensile di Bot), avremmo tensioni di cassa. Ma la trovo solo io una cosa di un’enorme gravità?

MES, Bagnai (Lega): «Gualtieri irresponsabile o incompetente»
“L’affermazione del ministro Gualtieri secondo cui senza accedere al fondo MES l’Italia si troverebbe in crisi di liquidità è prova di irresponsabilità o di incompetenza”. Così in una nota il senatore Alberto BAGNAI, responsabile economico della Lega.

“Allo storico Gualtieri mancano evidentemente le basi dell’economia. Non è vero che il Governo ha problemi di cassa, come afferma Gualtieri, altrimenti le ultime aste dei BTP non avrebbero avuto il successo riscontrato e lo spread sarebbe su livelli molto più elevati. Se ci fossero problemi, i mercati, che sono fatti da economisti e non da storici, se ne sarebbero accorti e li avrebbero incorporati nel prezzo dei nostri titoli. Ma se anche fosse vero che il Paese ha problemi di liquidità, e per assurdo i mercati non se ne fossero accorti, non sarebbe una buona idea andarglielo a dire, perché significherebbe suggerire ai mercati di proteggersi dal rischio chiedendo tassi più elevati sui nostri titoli. Dichiararsi in condizioni di bisogno non è mai il viatico per un buon affare” prosegue il senatore BAGNAI.

“Forse però dietro questa apparente ingenuità, che rasenta la manipolazione di mercato, si nasconde il solito gioco cinico, spregiudicato e irresponsabile che il Tesoro sta giocando da marzo in avanti: quello di porre le basi perché l’Italia finisca in una crisi di liquidità, perda accesso al mercato e si trovi costretta a ricorrere al MES. Dopo averci provato con una strategia troppo timida di ricorso al mercato, ora ci riprova dichiarando problemi di cassa, con quella che rischia di essere una affermazione autoavverante, se genera sufficiente allarme nei mercati e porta a un innalzamento dello spread. Motivi economico-finanziari per l’accesso al MES non ce ne sono, soprattutto se è vero che il Governo ha ottenuto una “pioggia di miliardi” in Europa. Restano solo i motivi politici. L’accesso al MES fornirebbe al PD quella sponda estera di cui storicamente ha sempre avuto bisogno per condizionare la politica del Paese, indipendentemente dal fatto di trovarsi al governo o meno. Forse quindi più che di incompetenza certe affermazioni sono frutto dell’irresponsabilità di chi è pronto a gettare il Paese in mano alla troika pur di restare al potere, o almeno di impedire ad altri di esercitarlo nell’ambito di un normale processo democratico”.

Che profonda tristezza…

Italia - La strategia della Paura ha ottenuto una vittoria strutturale e duratura

Leggere, rileggere, stampare…

Maurizio Blondet 25 Luglio 2020 

Scuola, cosa ci aspetta a settembre

di Elisabetta Frezza (da Renovatio21)

C’è chi si diverte. Gioca con il telecomando che muove le masse a compiere gesti conformi e ha scoperto che funziona a meraviglia. Gli omini telecomandati si muovono secondo impulso da remoto, obbedienti, ligi, e contenti di essere cittadini modello. Per i riottosi basta sventolare la minaccia del TSO e anche loro, obtorto collo, si adeguano. In ogni caso, c’è sempre l’esercito pronto a schierarsi per mantenere l’«ordine», il nuovo ordine.

L’esperimento dunque dimostra che i terminali non soltanto rispondono, ma ormai già hanno introiettato la prima serie di comportamenti conformi, divenuti gesti rituali.

Per entrare in un qualsiasi posto che non sia casa propria – ma presto nel grande panopticon digitale sarà controllata anche quella – ci si mette in fila per uno, socialmente distanziati, e si aspetta il proprio turno per disinfettare le mani, farsi puntare la pistola laser alla fronte, declinare le generalità, fornire i propri recapiti e autocertificare il proprio presunto stato di salute fino a prova contraria.

SE il telecomandante inserisse altre funzioni – tipo fare una piroetta sul posto, cinque flessioni, tre salti su una gamba sola, intonare la prima strofe di bella ciao – il bravo cittadino eseguirebbe, grato a chi vigila sulla sua incolumità senza, bontà sua, trascurare il fitness. 

Il telecomando funziona così bene perché è alimentato dalle pile potenti della paura. Agitare lo spauracchio della malattia potenzialmente mortale risveglia il terrore atavico per la pestilenza e, specie in un popolo privato di ogni appiglio trascendente, riesce a ottenere uno stato di sudditanza perfetta, perché consenziente. Anzi, devota. 

Ora il telecomando lo stanno programmando per le scuole, che a settembre dovranno riaprire i battenti militarizzate a dovere. Così scolari e insegnanti, oltre a subire le misure sociali e sanitarie che saranno partorite per loro, si dovranno abituare a corrispondere agli ordini dell’autorità costituita o sedicente tale, a prescindere da ogni previo vaglio di legittimità e di ragionevolezza. Saranno educati a obbedire a qualsiasi idiozia venga contrabbandata come civicamente necessaria e guai a chi si manifesti refrattario a replicarla pedissequamente. Già i dirigenti annunciano che l’obbedienza alle regole emergenziali inciderà doppiamente sul rendimento, attraverso il voto in condotta e attraverso quello in educazione civica, e non è uno scherzo.

Riproducendo i connotati della società degli uguali, irenista e omogeneizzata, anche la comunità scolastica degli uguali in divenire non ammette dissidenze né di pensiero né di comportamento. Piccoli schiavi crescono. E mica da oggi, ma da ben prima della cosiddetta pandemia, anche se nessuno se n’era accorto.

Il Comitato Tecnico-scientifico e i suoi vaticini

I fenomeni al governo, centrale o locale, emettono suoni in libertà, in una gara di dissennatezza senza precedenti a memoria d’uomo, travolti dal proprio delirio di onnipotenza. La sindrome del kapò si trasmette a cascata ai gradi inferiori e si esprime in misura direttamente proporzionale all’ignoranza, all’opportunismo e alla piaggeria dei suoi portatori. Dunque, nella rete burocratica delle scuole, trova terreno fertile più che mai.

Ma sopra questa gerarchia di opachi esecutori insiste un’entità intoccabile e sacra: un oracolo che, interpellato, dà segni, indica la direzione e legittima ogni levata di ingegno dei suoi adepti. Tutto infatti si riconduce, religiosamente, al Comitato Tecnico Scientifico, cioè alla accolita di aruspici che gravita tra l’Istituto Superiore di Sanità, il Ministero della salute, l’OMS, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), il policlinico Gemelli (area vaticana), con anche qualcuno che detiene cariche di vertice in corporazioni professionali.

Appare subito evidente, quindi, l’assoluta indipendenza dell’organismo dalle istituzioni, la sua distanza dai centri di potere, la sua estraneità a interessi di parte o a compromissioni con, chessò, le multinazionali del farmaco. Davvero nessun dubbio può colpire chi legga nomi e qualifiche dei componenti del consesso che tiene in pugno le sorti di una nazione intera e dei suoi figli, senza peraltro patirne alcuna ricaduta in termini di responsabilità.

Ebbene, dopo il vaticinio dello scorso 28 maggio, l’oracolo si è pronunciato di nuovo il 7 luglio, rispondendo ai quesiti posti dal ministero dell’Istruzione. Se la cantano e se la suonano. Nel frattempo la titolare del dicastero è stata messa sotto tutela, oltre che delle due task force di «esperti» di cui già si era munita da sola, forse cosciente dei suoi limiti, anche di un commissario per la ripartenza, nominato attraverso il c.d. «decreto semplificazioni» nella figura di Domenico Arcuri, homo non novus ad incarichi di emergenza. Ne esce, insomma, un apparato di sostegno all’altezza (numericamente) della levatura della sostenuta.

Arcuri – ci è detto – si occuperà delle forniture di mascherine (e ha già annunciato ce ne vorranno dieci milioni al giorno, mentre i seguaci della eco-minorenne scandinava tacciono), di gel, arredi scolastici e ogni altro bene strumentale alla riapertura in sicurezza e con ogni probabilità gli verrà affidata anche la gestione dei test che il Comitato tecnico-scientifico ritiene utili per la prevenzione del contagio. Anche lui, certo, segue l’oracolo e avrà a disposizione la forza pubblica, già allertata per assicurare che le operazioni si svolgano senza intralci, sia mai qualcuno non si sottomettesse volontariamente ai trattamenti sanitari prescritti (sempre dal Comitato dal quale tutto si muove e al quale tutto si riconduce).

Il nuovo responso riguarda in prima battuta la questione delle distanze di sicurezza e merita di essere riportato testualmente, almeno nel suo incipit: «Il previsto distanziamento di un metro è da intendersi, relativamente alla configurazione del layout delle aule, nel senso della necessità di prevedere un’area statica dedicata alla “zona banchi”. Nella zona banchi il distanziamento minimo di 1 metro tra le rime buccali degli studenti dovrà essere calcolato dalla posizione seduta al banco dello studente, avendo pertanto riferimento alla situazione di staticità. Con riferimento alla “zona cattedra”, nella definizione del layout resta imprescindibile la distanza di 2 metri lineari tra il docente e l’alunno nella “zona interattiva” della cattedra, identificata tra la cattedra medesima e il banco più prossimo ad essa […]».

E uno non può nemmeno prenderla troppo sul ridere, considerando il tutto come una straordinaria prova di umorismo involontario perché, andando avanti nella lettura del documento, la voglia di ridere gli passa: dopo vari sproloqui, che tra le altre belle cose tornano a confermare l’uso obbligatorio della mascherina sopra i sei anni – salvo che per i pasti (sic!) e l’attività fisica – i tecnoscienziati del Comitato sottolineano «il ruolo degli esercenti la responsabilità genitoriale nel preparare e favorire un allenamento preventivo ai comportamenti responsabili degli studenti».

Cioè io «esercente», durante l’estate, dovrei «allenare» lo studente (figlio mio, dell’esercente) alle pratiche demenziali escogitate da venti signori intenti a divertirsi a pagamento sulla pelle degli italiani. Da notare, peraltro, la beffarda insistenza sulla responsabilità altrui a fronte della propria totale irresponsabilità, sia giuridica sia politica.

Ri-educazione civica

Ma questa particolare «responsabilità» a cui tutti saremmo chiamati, e che costituisce conditio sine qua non per essere ammessi nel consesso sociale pacificato, non nasce dal nulla: è figlia della obbedienza a cui deve essere forgiato fin dalla prima infanzia lo scolaro programmato per diventare il «cittadino globale» (ovvero l’apolide cosmopolita) del terzo millennio.

In tal senso, l’apparato pseudo-educativo preesistente nelle scuole di ogni ordine e grado, già intasato di diversivi ideologici trasportati dentro il carro delle «competenze trasversali», o della c.d. educazione alla cittadinanza, alla legalità, eccetera eccetera, si arricchirà dal prossimo settembre della nuova educazione civica di Stato.

Nessuno pare rendersi conto del processo prepotente attraverso il quale si sta svuotando la scuola italiana di ogni contenuto propriamente culturale, cannibalizzando tempo e spazio all’insegnamento e allo studio delle materie fondamentali, per incrementare correlativamente l’indottrinamento obbligatorio al pensiero unico e al suo incondizionato ossequio.

Tutto quanto serve (è sempre servito) a costruire le fondamenta per strutturare un patrimonio di conoscenze che permetta di sviluppare pensiero critico e autonomia di giudizio viene spazzato via dall’ammasso di paccottiglia beota, farcitura standard per il bravo ominide omologato. L’automa incolto, ma inconsapevole di esserlo perché «imparato» di tecnologia, di problem-solving e altre abilità, infatti, non è in grado di intralciare in nessun modo le simmetrie del potere. È il suddito perfetto.

Con la riforma che introduce la nuova educazione civica obbligatoria (legge 20 agosto 2019 n. 92) è stato ufficialmente creato uno straordinario ulteriore veicolo di propaganda. Sfruttando una etichetta familiare associata nel comune sentire a un significato buono e a un insegnamento edificante si introdurrà, di fatto, tutto il pacchetto di dogmi del vangelo globalista.

La nuova materia scolastica condivide solo il nome di battesimo con la vecchia educazione civica che era abbinata alla storia e riguardava i rudimenti del diritto costituzionale (forma di governo, poteri dello Stato, organi istituzionali): quel contenitore sarà riempito di tutt’altro contenuto, e si materializzerà in un polpettone ad alta carica ideologica.

Sarà articolato in tre filoni fondamentali: la Costituzione, lo sviluppo sostenibile, la cittadinanza digitale.

Quanto all’insegnamento della Costituzione, dal ministero ci spiegano che «l’obiettivo sarà quello di fornire a studentesse e studenti (rigorosamente così declinati) gli strumenti per conoscere i propri diritti e doveri, di formare cittadini responsabili e attivi che partecipino pienamente e con consapevolezza alla vita civica, culturale e sociale della loro comunità». I soliti ingredienti buoni per tutte le ricette della nuova pseudo-etica mondialista. Che la Costituzione, che è una legge positiva, sia scritta in un linguaggio tecnico (com’è quello giuridico) e che la sua comprensione richieda quantomeno una conoscenza, da parte di chi la insegna, delle categorie corrispondenti, al legislatore à la page, quello che verga capolavori come la “buona scuola”, non passa nemmeno per la testa. Per lui la Costituzione è un simpatico manualetto delle giovani marmotte, buono per tutte le età e per tutte le stagioni.

Quanto invece allo sviluppo sostenibile, «alunne e alunni (rigorosamente così declinati) saranno formati su educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio, tenendo conto degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU. Rientreranno in questo asse anche l’educazione alla salute, la tutela dei beni comuni, principi di protezione civile».

Tutto ruota, appunto, intorno a quella Agenda ONU 2030 sullo sviluppo sostenibile alla quale i vari fu ministri della fu pubblica istruzione si sono tutti votati con inusitato trasporto. Già la signora Fedeli – che ora siede nel CdA della Fondazione Agnelli e da lì può continuare con profitto la sua opera su quella scuola da lei non troppo frequentata – aveva stanziato qualche centinaio di milioni di euro per il potenziamento della educazione alla cittadinanza globale all’interno della Agenda 2030, statuendo con solennità degna del tema che «l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite impegna tutte e tutti (rigorosamente così declinati) a correggere la rotta dello sviluppo […] Ci impegna a farlo non in un orizzonte nazionale, ma in un’ottica globale. Ci ricorda che, ben prima di essere cittadine e cittadini (rigorosamente così declinati) di una nazione, siamo cittadine e cittadini (ancora) del mondo. Questo investimento è un passo importante verso l’obiettivo di fare del sistema di istruzione uno dei principali agenti di cambiamento per la realizzazione degli obiettivi della Agenda 2030».

Quanto infine alla«cittadinanza digitale», la locuzione parla da sé.

Quella di cui sopra, dunque, sarà la desolante cornice che connoterà insegnamenti e apprendimenti nella scuola che verrà, per ogni suo ordine e grado, ovvero dai tre anni in su, secondo la nota filosofia del Life Long Learning (cioè TreeLLLe). E sarà una nuova autostrada di accesso per una pletora di «esperti» esterni, personaggi senza arte né parte ma organici al sistema, a libro paga del contribuente, con licenza di entrare nelle classi e pontificare la propria «esperienza» rapinando ore alle materie curricolari (insegnanti, vi va bene così?).

L’emergenza sanitaria oggi è il pretesto per consolidare un impianto già steso da decenni grazie a un’opera sistematica di annientamento culturale e di demolizione identitaria e per renderlo coercitivo, senza via di scampo, attraverso un nuovo potente ricatto sociale e terapeutico.

Catechesi e omiletica globalista

Inutile pensare che il mondo delle scuole paritarie sia in tutto o in parte al riparo da questa deriva. Anzi, ne è capofila.

La saldatura tra tecnocrazie e neochiesa, da tempo perseguita e ormai ermeticamente compiuta, si manifesterà presto nel grande evento in programma per il prossimo 15 ottobre in Vaticano, il Global Compact on Education, ovvero il patto educativo globale espresso nella nuova lingua sacra che ha sostituito il latino. Esso non è altro che la copertina patinata di un lavoro certosino partito da molto lontano e che ha portato le gerarchie della chiesa che fu cattolica a professare pubblicamente, in toto, la religione dell’ONU e dei suoi magnati, a parlare la stessa lingua dei potentati sovranazionali e a spartire la stessa torta.

Una bella cartolina di questa santa alleanza ritrae il segretario di stato Parolin al Bilderberg 2018, così come tante istantanee immortalano la corrispondenza di amorosi sensi tra Bergoglio e la Fedeli coltivata durante tutto il ministero della intraprendente signora diversamente istruita, autrice tra l’altro della prefazione del saggio di Bergoglio sulla educazione dal suggestivo titolo Imparare a imparare (edito dalla Marcianum Press fondata dal cardinale ciellino Angelo Scola).

Ecco che ora finalmente il capo della chiesa postcattolica mette a tema la necessità di «ricostituire il patto educativo globale per costruire il futuro del pianeta», come da decalogo mondialista risultante dal combinato disposto della Agenda ONU 2030 e della enciclica Laudato sì, due facce della stessa medaglia.

Egli invita dunque in Vaticano «i rappresentanti delle principali religioni, gli esponenti degli organismi internazionali e delle istituzioni umanitarie, scienziati e pensatori, economisti, educatori, sociologi e politici, artisti e sportivi», per sottoscrivere «un patto educativo globale che educhi alla solidarietà universale, a un nuovo umanesimo». «Per capire quanto urgente sia la sfida che abbiamo davanti – dice – bisogna puntare sulla educazione» poiché «dobbiamo fondare i processi educativi sulla consapevolezza che tutto nel mondo è intimamente connesso ed è necessario trovare altri modi di intendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso». E conclude: «Faccio appello a tutte le personalità pubbliche che a livello mondiale sono già impegnate nel delicato settore della educazione delle nuove generazioni, occupano posti di responsabilità e hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni. Ho fiducia che accolgano il mio invito. E faccio appello anche a voi giovani a partecipare all’incontro e a sentire tutta la responsabilità nel costruire un mondo migliore».

A occhio accorreranno in molti a Roma, molti infatti hanno «a cuore» il futuro delle nuove generazioni, di sicuro anche noti filantropi pieni di buona volontà e tanto attivi sul fronte sanitario ed educativo.

Per inciso, il «nuovo umanesimo» è la stessa parola d’ordine, per combinazione, adottata dal tenutario di palazzo Chigi, che ci ha costruito intorno il discorso di insediamento in tenuta giallofucsia.

Di fatto, quindi, con il Global Compact on Education – un nome, un programma – ci viene fornita ora una summa teologica ufficiale di quel pedagogismo globalista in salsa umanitaria che già da tempo pervade il sistema scolastico ed educativo italiano, garantendo agli scolari un sicuro e confortevole stato di analfabetismo, funzionale alla pacifica imposizione di qualsiasi comando sia diramato dalla centrale.

La teologia globalista si presenta al mondo in veste egualitaria, pacifista, ecologista, scientista e genderista, e diventa un programma contro-culturale (e a-culturale) da imporre alle masse a uso e consumo del Potere; di qui, la sua implacabile vocazione fondamentalista, nel senso che quanti non vi si convertano sono ipso facto rigettati dal consesso civile.

Nel tempo di tutte le libertà, abbiamo felicemente conquistato un forziere pieno di obblighi inderogabili, primo tra i quali quello al monopensiero destinato a coprire ogni esigenza di ragione.
Modello autunno-inverno? 

A settembre dunque partirà un nuovo modello di scuola, o meglio si realizzerà nella sua forma compiuta il modello in cantiere da decenni e finalmente giunto, grazie all’evento incrociatore della epidemia, al capolinea programmato.

La scuola della DAD, delle app e delle piattaforme; la scuola delle mascherine e dei corridoi a senso unico alternato; la scuola adibita a presidio sanitario in cui somministrare test a tappeto e magari farmaci obbligatori; la scuola della nuova educazione civica di Stato; la scuola degli «esperti» esterni muniti di patente a norma europea e di certificato di sana e robusta fede politica e religiosa; la scuola del voto in devozione ai dogmi del komitato tecnico-scientifico; la scuola dell’ONU e della cittadinanza globale; la scuola di Bergoglio, del suo culto e dei suoi affiliati; la scuola dei burocrati, dei nani e delle ballerine; questo carrozzone da circo che caricherà a bordo i nostri figli, semplicemente non è più una scuola: è un allevamento intensivo di umanoidi senz’anima, pronti per essere fagocitati dal dispositivo elettronico che viene loro graziosamente fornito in dotazione.

Da questo scempio si salvi chi può e salvi chi riesce.

Il mondo rapina il Congo. Oro, diamanti, petrolio, terre rare

L’Olocausto ignoto: il Congo belga

24.07.2020 - Nunzia Augeri - La Bottega del Barbieri

La statua di Re Leopoldo imbrattata dai manifestanti (Foto di agenzia Dire)

Gli ottimisti parlano di tre milioni di vittime, i calcoli più pessimistici arrivano a contare dieci milioni di uomini, donne, bambini schiavizzati, mutilati, assassinati brutalmente. No, non si tratta dell’Olocausto che straziò l’Europa dominata dal nazismo germanico, ma di un Olocausto ignorato, tuttora taciuto sui libri di storia. Si svolse nelle terre africane che gli europei avevano denominato Congo, ad opera dei belgi, e più precisamente per volere di quel re Leopoldo II il cui monumento troneggia nel centro di Bruxelles.

Tutto comincia con un modesto impiegato, Edmund Morel, dipendente di una compagnia di navigazione inglese. È un giovanotto di circa 25 anni quando nel 1898 viene distaccato presso gli uffici della Compagnia al porto di Anversa, in Belgio. Ovviamente interessato al traffico marittimo, comincia a notare un fatto strano: le navi belghe tornavano dal Congo cariche di merci preziose, soprattutto avorio, allora merce di lusso assai apprezzata e costosa, e di caucciù, già molto necessario alle nascenti industrie – assai promettenti – dei velocipedi e delle automobili, per le ruote dei veicoli. Quando ripartivano per l’Africa però le navi non portavano altro carico che armi e materiale militare. Il giovane Morel si domanda le ragioni di quello scambio così diseguale e comincia a indagare. Il modesto impiegato inglese non sembra un eroe destinato ad ergersi in difesa dei grandi ideali, ma quella indagine doveva diventare la sua occupazione preminente e doveva permettergli di portare alla luce uno dei più grandi disastri umani del colonialismo europeo: perché la conclusione tanto logica quanto terribile fu che quelle merci erano frutto di lavoro schiavistico.

Si tratta, come abbiamo accennato, del Congo belga. Il Belgio era il penultimo arrivato fra i paesi indipendenti d’Europa (ultima sarà l’Italia); aveva infatti conquistato la propria indipendenza nel 1830 e i cittadini belgi avevano scelto come re un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia Coburgo Gotha, imparentato con la casa reale d’Inghilterra (era zio materno della regina Vittoria), che prese il nome di Leopoldo I. Nel 1835 era nato l’erede al trono, cui fu posto lo stesso nome. Il giovane principe Leopoldo non si dimostrava particolarmente brillante negli studi e aveva un unico grande interesse: la geografia. Appena uscito dall’adolescenza, perfettamente in tono col suo tempo, cominciò a ricercare territori coloniali su cui estendere la sovranità del suo piccolo regno. Dopo qualche tentativo fallito in Asia, si rese conto che gli unici territori su cui poteva sperare di lanciarsi erano in Africa.


I rapporti fra africani ed europei si erano limitati alle zone costiere, dove per secoli le navi avevano imbarcato soprattutto schiavi. Ma nel XIX secolo la schiavitù cominciava ad avere pessima fama, perché non più funzionale a un capitalismo in sviluppo industriale che aveva ormai bisogno di manodopera di natura diversa: la guerra negli Stati Uniti era finita nel 1865 con l’abolizione della schiavitù, e vari paesi latinoamericani scuotendosi di dosso il dominio spagnolo avevano proclamato l’indipendenza e la libertà dei popoli autoctoni. In Europa si era diffusa una tesi, accolta acriticamente, per cui il commercio di schiavi era opera di mercanti arabi, mentre gli europei andavano in Africa solo con il nobile scopo di portare la civiltà ed evangelizzare le popolazioni selvagge.

Ormai verso la fine del XIX secolo più che gli schiavi interessavano le materie prime di cui i continenti extraeuropei erano ricchi, e di cui il nascente capitalismo industriale aveva bisogno per il proprio sviluppo. Eroici esploratori si lanciarono alla scoperta dell’interno del continente africano: fra questi era diventato notissimo l’americano Henry Morton Stanley, in origine giornalista, che nel 1871 aveva ritrovato l’esploratore e missionario David Livingstone ancora vivo in un villaggio dell’interno. L’incontro con il giovane Leopoldo, diventato re nel 1865, e il grande esploratore Stanley avvenne nel 1878, e fu l’inizio di un’avventura portata avanti con grande abilità politica da parte di Leopoldo II e con grande coraggio e perseveranza da parte di Stanley.

L’esploratore aveva indicato la zone del fiume Congo come possibile territorio da esplorare: il Congo, che sfocia nell’oceano Atlantico, è lungo 4.700 chilometri, ha la larghezza massima di 126 chilometri e un bacino enorme di 3.730.500 chilometri quadrati, che è il secondo al mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni. Il clima è tropicale e grandissime le ricchezze naturali.

Mentre Stanley risaliva il fiume affrontando enormi difficoltà, Leopoldo II si muoveva abilmente sullo scenario politico europeo e statunitense: nel 1876 organizzò una Conferenza geografica, preparata dal re personalmente presso le corti di Gran Bretagna e Germania. Vi furono invitati principi, esploratori, geografi, missionari, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie antischiavistiche, uomini d’affari, alte gerarchie militari; tutti ospitati principescamente a Bruxelles, proclamarono la nascita di una Associazione Internazionale Africana, “per aprire alla civiltà la parte del globo dove essa non è ancora penetrata, per bucare le tenebre che ancora avvolgono interi popoli”, come disse Leopoldo nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. Scopi dell’Associazione erano “l’apertura di strade verso l’interno e la creazione di basi scientifiche, di ospitalità e di pacificazione per abolire la tratta degli schiavi”. La schiavitù era già stata abolita con diversi accordi internazionali già dalla metà del secolo. Malgrado ciò, l’azione svolta con questa Associazione conferì al re del Belgio un’aura umanitaria che per molti anni lo favorì di fronte all’opinione pubblica sia in Europa che negli Stati Uniti; qui, promuovendo un’efficace opera di lobby, egli si assicurò la benevolenza del governo e del Congresso sotto presidenti sia repubblicani (Rutherford Hayes e Chester Arthur) che democratici (Grover Cleveland).

Una nuova Conferenza internazionale, questa volta promossa da Bismarck a Berlino nel 1878 per discutere i problemi relativi alla suddivisione dell’Africa, su cui ormai si erano appuntate le attenzioni dei maggiori paesi europei, sancì la nascita di una nuova Associazione Internazionale del Congo, su cui il re del Belgio impose il suo indiscusso predominio, facendosi riconoscere dagli ambienti diplomatici il primario interesse nella regione. La relazione con la precedente Associazione Internazionale restava nebulosa, ma Leopoldo si era ormai assicurato la fama di sovrano umanitario, giusto e pio: si trovò così praticamente padrone – a titolo di proprietà privata personale – di un territorio coloniale grande quanto Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra messe insieme, cioè settanta volte più grande del Belgio stesso.

La conquista dell’enorme territorio fu compito di Stanley, che lottò per cinque anni per esplorare il bacino del fiume. Fu aiutato dai nuovi strumenti che l’Europa aveva sviluppato: i battelli a vapore che gli permisero di risalire il fiume, almeno nelle parti navigabili, con una certa velocità e senza l’impiego di rematori; e i nuovi fucili che gli permisero di fare strage delle popolazioni locali, terrorizzate dall’incontro con quegli strani esseri. L’impresa continuava a risucchiare enormi quantità di denaro: Leopoldo II, in base a un accordo con il governo belga, non poteva chiedere denaro pubblico; si rivolse perfino al Papa per avere contributi per la cristianizzazione delle popolazioni selvagge, ma pare che non abbia avuto successo. Ne ebbe invece con alcune grandi banche e con investitori privati interessati alla costruzione di un ferrovia nel nuovo territorio da sfruttare.

Fino alla morte del re, avvenuta nel 1909, lo sfruttamento si limitò ad avorio, caucciù e legni pregiati. La raccolta e il trasporto delle merci, la produzione di viveri destinati ai coloni europei che sempre più numerosi si installavano nel Congo, nonché il lavoro necessario per la costruzione di strade e ferrovie, furono compito delle popolazioni locali. Uomini e donne venivano deportati dai loro villaggi, derubati delle loro derrate alimentari, incatenati al collo per lunghe marce dolorose, obbligati a pesanti lavori con cibo scarso e maltrattamenti, mentre i bimbi piccoli venivano semplicemente gettati via e i più grandicelli radunati in “orfanatrofi” dove, affamati e trascurati ma battezzati, la loro mortalità raggiungeva il 50%. Interi villaggi venivano rasi al suolo per creare piantagioni di caucciù, e se non venivano consegnate le quote fissate, per punizione a bambini e ragazzi venivano amputate le mani, nella migliore delle ipotesi, oppure venivano uccisi. La minima mancanza era punita con la chicotte, una frusta di pelle di ippopotamo che infieriva in maniera particolarmente feroce sulle carni dei disgraziati. È la situazione che il giovane Morel fece conoscere al mondo intero, provocando un vasto movimento di opinione contro Leopoldo II.

Alla morte del re, nel 1909, tutto il territorio divenne colonia dello Stato belga. Con il tempo, nuove esplorazioni fecero scoprire ricchezze sempre più grandi: non solo oro e diamanti ma anche petrolio e ultimamente anche le terre rare oggi indispensabili per il progresso tecnologico, come il coltan, lega di columbio e tantalio necessario per la costruzione di computer, smartphone e per l’industria aerospaziale, non esclusi gli armamenti elettromagnetici di nuova generazione. Tutte ricchezze che hanno suscitato la cupidigia dei paesi più avanzati e hanno procurato grandi tragedie alla popolazione locale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, quando il vento dell’indipendenza cominciò a soffiare forte su tutti i paesi coloniali, anche il Congo si risvegliò e trovò il suo campione in Patrice Lumumba, capo del Movimento per l’indipendenza del Congo. Il Belgio non aveva la possibilità di opporsi e di continuare a gestire l’immenso territorio, tanto più dopo la sconfitta della Francia a Dien Bien Phu e la guerra d’Algeria, allora in pieno svolgimento; nel giugno del 1960 il Congo poté proclamare la propria indipendenza. Ma le ricchezze minerarie non potevano venir lasciate così facilmente nelle mani dei congolesi; si fecero avanti con ben altra forza gli Stati Uniti, i quali appoggiarono una secessione della parte nord-ovest del paese – cioè la zona mineraria più ricca – che si proclamò Stato indipendente sotto il governo di Moise Tshombé. Lumumba, accusato di essere comunista, venne preso e assassinato nell’ottobre dello stesso anno.

Gli anni e i decenni successivi non sono stati più clementi: il paese, sempre diviso in due fra Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa) e Repubblica del Congo (capitale Brazzaville), ha continuato ad essere sconvolto da guerre e scontri. Dai primi anni di questo secolo, il coltan ha dato luogo a una guerra, quasi totalmente ignorata dai mezzi di comunicazione italiani, che ha provocato circa due milioni di vittime. Intere popolazioni sono state allontanate dalle proprie terre e si sono disperse come profughi nel resto dell’Africa.


Se si riflette sul passato del Congo, non diverso da quello di tante altre zone d’Africa, Asia e America Latina, forse si possono capire meglio le ragioni delle attuali migrazioni epocali, che tanto spaventano l’Europa e che portano a erigere nuovi muri, negli USA come in Ungheria o in Italia con la chiusura dei porti. Non si tratta di “aiutarli a casa loro”, bensì di cessare il secolare sfruttamento che impoverisce e assassina interi popoli da interi secoli.

Il vaccino per il Sars-Cov2 (COVID19) non serve perché il virus muta in maniera importante

TROPPE NOTIZIE FALSE, CONTRADDITTORIE E FUORVIANTI SUL CORONAVIRUS: NE PARLIAMO CON UN MEDICO


(di David Rossi)
24/07/20 

Le notizie sul coronavirus sono scivolate al secondo o terzo posto: se la Ferrari vince una gara o la Juventus conquista il suo nono scudetto consecutivo, probabilmente anche ben oltre la metà pagina. Soprattutto, arriva un guazzabuglio di opinioni che si contraddicono e non si conciliano, quasi fossero acqua e olio. Ne abbiamo parlato con una vecchia conoscenza di Difesa Online, il dott. Pasquale Mario Bacco.

Dottore, dopo quasi due mesi ci risentiamo e lei è… L’Eretico. Che cosa è questa sua nuova iniziativa, portata avanti col prof. Giulio Tarro e il magistrato Angelo Giorgianni?

Il progetto de "l'Eretico" è nato per dare spazio e voce a chi non ne ha. Per questo intendiamo adire presso l’Alta Corte di Giustizia dell’Unione Europea affinché siano tutelati i diritti fondamentali che il Governo italiano ha violato e continua tuttora a violare.

Abbiamo voluto creare un gruppo di persone oneste e trasparenti che si pongono come obbiettivi il rispetto di tutti e l’affermazione della verità relativamente ai morti di coronavirus e al modo in cui è stata gestita quella emergenza.

In questi giorni si parla molto di vaccini americani, britannici e cinesi. Qual è la sua opinione?

Il vaccino per il Sars-Cov2 (COVID19) non serve perché il virus muta in maniera importante. Figurarsi senza sperimentazione e mescolato con ceppi di anni fa, come stanno realizzandolo ora sperando nella cross-reattività, cioè avanzando a tentativi. Se anche si determinasse un vaccino, avrebbe una efficacia limitata a pochi mesi. Per sconfiggerlo, come abbiamo fatto nel caso dell'H.I.V. responsabile dell'A.I.D.S., serve una terapia con antivirali. In ogni caso i farmaci che oggi abbiamo a disposizione sono molto efficaci, anche perché la pericolosità di questo virus è stata enormemente enfatizzata.

Se ci limitiamo alla lettura dei dati di www.worldometers.info siamo passati da una fase in cui si registravano (in modo scriteriato che metterò bene in evidenza nella domanda) 80.000 casi e 8.000 morti al giorno a una in cui “contiamo” 200.000 casi “tamponati” e 5.000 morti al giorno. Abbiamo smesso di contare tutti quelli che morivano come vittime del COVID ma non lo abbiamo detto a nessuno?

La verità̀ è che all'inizio è come se avessimo curato i diabetici con lo zucchero. Abbiamo ucciso, anche se in buona fede, i pazienti nelle terapie intensive. Non avendoci fatto realizzare le autopsie, non sapevamo cosa procurasse il virus nell’organismo, abbiamo erroneamente pensato che agisse a livello polmonare, mentre il danno era a livello vascolare e dopo negli altri organi. 

Non abbiamo usato gli antinfiammatori, l'idrossiclorochina e l'eparina, che oggi sappiamo essere fondamentali, mentre abbiamo “bruciato” i tessuti polmonari con la ventilazione profonda. 

Inoltre, abbiamo istituito in Italia la pena di morte, ponendo nelle RSA i pazienti infetti a contatto con il target principale del virus, cioè anziani e pazienti con patologie concomitanti. Non solo li abbiamo condannati a morte, ma anche ad una morte orribile, in assoluta solitudine. In Lombardia hanno compiuto, nelle RSA, una strage di Stato. Ormai credo ci sia poco da dimostrare. I fatti sono evidenti a tutti.

In inverno avevamo gente con l’influenza che con la febbre che andava a lavoro, non teneva le distanze e starnutiva senza protezione. Li chiamavamo stachanovisti e li riempivamo di complimenti. Eravamo più stupidi prima o allarmisti ora?

Chiaramente allarmisti ora. Ma non noi, solo coloro che hanno interesse a continuare questo clima di negazione della verità.

Leggiamo che secondo Zaia il virus viene da fuori e si trova soprattutto negli stranieri. Ci sono stati i casi dei Bulgari, dei Bengalesi, dei Serbi. Ha ragione?

Zaia ha dato il cambio nel ruolo degli allarmisti e dei profeti del vaccino al sottosegretario Pierpaolo Sileri; ora che Sileri arretra, reso prudente dall’esperienza, lui avanza. Mi sembra un disegno abbastanza chiaro a tutti.

Non ne parla nessuno ma Taiwan è stata esclusa dalla white list dei Paesi i cui cittadini possono viaggiare in Europa. L’esclusione è avvenuta soprattutto per motivi politici, per compiacere la Cina comunista. Loro come hanno fatto a tenere lontano il virus?

Taiwan ha semplicemente fatto quello che andava fatto; autopsie e cura corretta. Poi gli anziani ed i malati sono morti lo stesso. Ma questo è quello che succede di norma ogni anno con l’influenza stagionale.

Come mai i Paesi della regione asia-pacifico (Giappone, Corea del Sud, Tailandia) hanno numeri di casi “discutibili”? solo Singapore parla della diffusione del virus.

L'OMS è un vero schifo; ha dato la linea guida che ha portato tutti i paesi a sbagliare. Se sono falsi tutti i dati in Italia, nessuno escluso, figurati se possiamo credere ai dati della Corea e del Giappone.

Il virus che ha ucciso a Bergamo e Brescia era un “mutante” diverso, più aggressivo e mortale, che ha fatto la fine della SARS, come scrivono i giornali?

Il virus ha iniziato a mutare da subito. Quindi in Italia abbiamo avuto mille ceppi diversi di sars-cov2, cosa abbastanza normale tra l'altro per un coronavirus, anche se tutti fanno finta di meravigliarsi. Lo spartiacque non è l’arretrare di un ceppo ma il momento in cui abbiamo iniziato ad usare i giusti farmaci e non usare più la ventilazione profonda; da allora la mortalità è quasi zero. 

Sempre sui giornali, ha avuto una certa eco il fatto che il virus sia stato trovato nelle acque reflue di Barcellona il 12 marzo 2019. Ma allora da quanto tempo esiste questo microrganismo?

Credo che nelle acque reflue ci siano stati fenomeno di cross-reattività. I coronavirus possono somigliarsi. Onestamente non credo sia una notizia attendibile.

Sentiamo suoi colleghi esprimere posizioni inconciliabili. Secondo lei, facciamo pochi test (come dice Crisanti) o troppi (come ribatte Bassetti)?

Crisanti è l'autore della più grande balla del millennio; secondo il professore sui cadaveri i virus sopravvivono in grande quantità̀ per oltre otto giorni. In pratica la negazione della medicina. Penso che basti dire questo.

Santa Sofia un altro segno tangibile del potere di Erdogan

Come mai la riconversione islamica di Santa Sofia non ha interessato i giornali

25 luglio 2020


Il corsivo di Teo Dalavecuras sulle reazioni alla decisione di Erdogan di restituire Santa Sofia al culto islamico

Voluta dall’imperatore Giustiniano – che non ha lasciato al mondo occidentale solo la più importante codificazione giuridica di tutti i tempi ma anche questo edificio emozionante come pochi – inaugurata nel 537 d.C. e destinata a far da prototipo a secoli di basiliche cristiane e di moschee islamiche – Santa Sofia di Costantinopoli il 24 luglio ridiventa moschea, dopo essere stata il principale luogo di culto cristiano per i primi cinque secoli della sua lunghissima esistenza e poi cristiano ortodosso dopo lo scisma del 1054, fino al 1453. Poi altri cinque secoli di “servizio” all’Islam durante il dominio ottomano e infine, dal 1935, luogo non più di culto religioso ma di culto della memoria umana, museo: frutto, quest’ultima trasformazione, della decisione di uno dei pochissimi autentici rivoluzionari del XX secolo, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna.

Comprensibilmente la decisione di Recep Tayyip Erdogan di restituire Santa Sofia al culto islamico, che ha gettato nella prostrazione il mondo cristiano ortodosso e ha “addolorato” papa Francesco non ha emozionato più di tanto l’opinione pubblica occidentale. Nella newsletter che presenta l’edizione del giorno, le due principali testate nazionali non si sono sforzate: Repubblica, con due interviste importanti e un articolo di Roberto Saviano da presentare, non aveva proprio spazio, il Corriere ha “linkato” un articolo (di qualità, come sempre) di Andrea Riccardi del 2 luglio.

Nel marzo di un anno fa, a un gruppo di fedeli islamici che reclamava la trasformazione in moschea di Santa Sofia (Aghia Sofia in greco e, con minimo sforzo di fantasia Agiasofià in turco) Erdogan rispose gelidamente che queste decisioni si prendono valutando benefici e costi, e lui non sarebbe cascato nelle trappole tese dai suoi nemici. Evidentemente in quest’ultimo anno qualcosa è cambiato: che cosa, lo lasciamo decidere agli specialisti di geopolitica, un ceto professionale che sta rischiando di affollarsi come quello dei geologi ai tempi di Enrico Mattei.

Dal punto di vista ideologico, non c’è da scervellarsi, men che meno da “stupirsi” – come anche questa volta è accaduto secondo lo stantio copione massmediatico. Il leader turco, il cui stretto legame con i Fratelli Mussulmani è conclamato, da molto tempo sta procedendo al metodico ribaltamento del regime laico edificato da Mustafa Kemal sulle ceneri dell’impero Ottomano, e se qualcuno ancora dubitasse del fastidio che arreca a Erdogan l’ombra lunga del fondatore della Turchia moderna, dovrebbe bastare il palazzo presidenziale di Ankara, dal costo sicuramente superiore ai mille miliardi di dollari; ma non è il costo, va detto, il dettaglio più significativo, bensì il fatto che il mastodontico edificio sia stato costruito nell’area del “bosco Atatürk”, un parco voluto e dedicato dal fondatore della repubblica turca al suo popolo, un luogo dove per evidenti motivi simbolici non si sarebbe dovuto costruito neppure un gazebo e infatti nulla è mai stato costruito prima fino alla decisione del nuovo sultano. E se nemmeno questo bastasse, c’è un altro “dettaglio”. La riconversione a moschea di Santa Sofia non è stata decisa solo in omaggio alla fede religiosa prevalente nel paese, ma anzitutto per un motivo “legale”: secondo i giureconsulti di Erdogan la deliberazione con la quale la basilica fu trasformata da Atatürk in museo era illegittima, in quanto ledeva i diritti di una fondazione risalente a Maometto II il Conquistatore: un’ulteriore implicita ma oltraggiosa sberla alla memoria del capostipite della Turchia secolarizzata, che con questo gesto scende un altro po’ nella fossa dell’oblio.

La coerenza dell’ideologia del regime confessionale dell’autoritario (autoritario ma non dittatoriale, preciserebbe Paolo Mieli) presidente della Turchia in veste di nuova potenza regionale non potrebbe essere più evidente, sicché le manifestazioni di sorpresa o di sdegno provenienti dall’Europa dovrebbero esserci risparmiate: come nel processo civile per i procedimenti d’urgenza, così anche nell’universo dei media per gli eventi messi in scena, vale la regola che, passato un certo tempo, né l’urgenza né lo sdegno stupito sono più credibili.

La mascherina quella che si mette in tasca piena di germi, microbi, virus, batteri germi di ogni tipo e gli imbecilli che stanno al governo, regione, comuni che ci obbligano ad indossarla

I balletti mascherati degli alunni a scuola. Quando finirà questo teatrino?

25 luglio 2020


Tutte le bizzarrie tra centri estivi aperti, scuola chiusa, regole balzane e molto altro. Il post di Diana Zuncheddu

Allora. Gli ospedali sono vuoti. I centri estivi pieni e le scuole chiuse, da metà febbraio. C’est l’Italie.

A settembre impongono che nelle classi ci sia un metro tra bambini, da 6 anni ai 18, e si discute se statico o dinamico.

Ancora non si sa se in classe ci dovranno essere le mascherine, e per quanto tempo.

I presidi impazziscono a smembrare classi tipo Tetris, a turno o sempre gli stessi due gruppi? Il ministero preferisce gli stessi gruppi. I bambini e tutti gli altri preferirebbero a turno. Pensa se capiti nel gruppo sfigato e te lo tieni tutto l’anno.

I ragazzi mangeranno alle 14 – dalle 8 che inizia la scuola – perché devono andare in mensa a turno.

Domanda facile: non si poteva dire che si riaprono le scuole, anche il 1 di settembre così si comincia a recuperare un po’ di tempo perso durante il Covid, e se proprio si riempissero gli ospedali di nuovo, si fa un altro lockdown? Sic et simpliciter.

O davvero qualcuno crede che le mascherine e un metro di distanza (statico, perché quando si muovono sanno tutti che il metro dinamico non ci sarà) salveranno bambini e famiglie da eventuali contagi, focolai, eccetera?

Perché preparatevi che ci saranno tantissime più assenze, tra docenti e personale ausiliario: al primo starnuto staranno a casa, dice qualcuno di ben informato.

Qualcuno crede che un bambino di 8 anni, per non dire di 6, starà a distanza dai suoi compagni? Qualcuno crede che terrá su la mascherina per ore?

Qualcuno crede che possiamo fermare un virus usando di più la bicicletta, meno la metro, con una mascherina e usando orridi acidi e probabilmente per niente alcolici disinfettanti, ogni volta che si entra in un posto chiuso?

Durante il Covid ho avuto esperienza di un’ambulanza che doveva arrivare a casa. Tralascio i dettagli, ma non ci si é risparmiati più di tanto.

Il medico che é salita in casa era bardata che nemmeno Neil Armstrong.

Vuole dell’acqua?

No grazie, fa la signora, sudata e educatissima.

Ma ce la fa a respirare lì sotto?

Si sì, a fatica ma si riesce. Sa, la cosa più fastidiosa sono le tre paia di guanti.

Aha. Tre? Perché tre?

Si sa mai.

Aha. Ma posso chiederle una cosa, capisco la tuta da palombaro, capisco la mascherina e la visiera, e forse le tre paia di guanti. Ma perché la retina nei capelli?

Non lo sa signora? Il virus si annida anche tra i capelli.

Cioè stiamo cercando di bloccare un virus così, con un metro statico di distanza tra bambini di 8 anni che si sono visti al parco fino a ieri, molto assembrati, o che sono stati al centro estivo strapieno e molto pagato fino a ieri, molto assembrati. Ma le scuole chiuse. O riaperte con queste imposizioni comiche, tragiche, vedete voi.