L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 agosto 2020

La Strategia della Paura si nutre del terrore quotidiano che le televisioni inoculano alle persone

Perché il governo vuole tenere segreti i documenti degli esperti sulla pandemia?

Maurizio Blondet 1 Agosto 2020 
Enrica Perucchietti

«Possiamo chiamare “biosicurezza” il dispositivo di governo che risulta dalla congiunzione fra nuova religione della salute e il potere statale con il suo stato di eccezione. Esso è probabilmente il più efficace fra quanto la storia dell’Occidente abbia finora conosciuto. L’esperienza ha mostrato infatti che una volta che in questione sia una minaccia alla salute gli uomini siano disposti ad accettare limitazioni della libertà che non si erano mai sognati di poter tollerare, né durante le due guerre mondiali né sotto le dittature totalitarie».

Scrive così il filosofo romano Giorgio Agamben nel suo ultimo libro A che punto siamo? L’epidemia come politica (Quodlibet), opera che racchiude gli illuminanti testi scritti durante i mesi dello stato di eccezione per l’emergenza sanitaria.

Perché mantenere il segreto sui verbali degli esperti?

Lo stato di eccezione come ben sappiamo è stato finora prorogato al 15 ottobre.

Intanto Repubblica dà notizia del fatto che il presidente del Consiglio vorrebbe tenere occultati i documenti del Cts alla base dei Dpcm emanati durante il lockdown di marzo e aprile.

Il governo ha infatti fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar di rendere pubblici i verbali secretati del Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile.

Perché questa decisione? Cosa deve essere tenuto segreto alla popolazione?

Perché i cittadini devono essere trattati come soggetti minorenni da manipolare ed eterodirigere come se fossero incapaci di intendere e di volere?

“Una situazione tanto assurda quanto grave che potrebbe portare gli italiani nuovamente in una condizione di lockdown. Ma non è finita qui: il premier vorrebbe mantenere segreti i verbali sulle attività del Comitato tecnico-scientifico prodotti in questi mesi di emergenza Covid-19. L’ipotesi di una segretezza imposta da “ragione di ordine pubblico” fa immaginare quanto possa essere poco pulita la coscienza di chi ha preso determinate decisioni”, scrive Luca Sablone dalle colonne de Il Giornale a cui rimando per approfondimenti.

In nome della biosicurezza

I poteri dominanti sembrano aver deciso di sfruttare come un pretesto la pandemia per stringere le maglie del controllo sociale e traghettarci, mansueti disorientati e spaventati, verso una dittatura sanitaria, abbandonando i paradigmi della democrazia per sostituirli con nuovi provvedimenti e dispositivi governativi basati sulla “biosicurezza” (parafrasando Agamben).

La paura (inoculata quotidiana dai media mainstream, dai loro bollettini dei morti e dalla loro criminologia sanitaria) e la minaccia della salute, infatti, hanno indotto nell’opinione pubblica l’idea che si debba per forza scegliere tra salute e libertà per poter tornare a sentirsi “sicuri”.

Si è convinta la popolazione della necessità di cedere libertà, privacy, diritti fondamentali e acconsentire mansuetamente, mostrando una cieca e passiva obbedienza nei confronti dell’autorità.

Pena il discredito sociale, le shitstorm, le multe pazze, la rieducazione per chi dissente (si veda il caso Bocelli), le intimidazione sui media in stile mafioso, la colpevolizzazione, il ricorso alle fallacie, persino… i TSO!

Il potere, che non si indentifica con la politica ma semmai la sfrutta e la dirige da dietro le quinte, approfitta dei momenti di crisi per orientare l’opinione pubblica in modo sempre più sofisticato, imponendo inoltre un principio di autorità: in un orizzonte in cui tutto rischia di confondersi e sparire sotto il peso delle immagini, in cui tutto diventa “relativo” e virtuale, per capire che cosa sia vero e cosa falso è necessario fare riferimento a un’autorità esterna per avere rassicurazioni e sapere come orientare le proprie scelte.

Da qua la nascita e moltiplicazione di task force per arrivare all’approvazione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle fake news.

Perché la dottrina dello shock riesce a ottenere su vasta scala ciò che la tortura ottiene su una singola persona in una cella per interrogatori.

L’esempio più chiaro è stato lo shock dell’11 Settembre (due aerei tre torri), che, per milioni di persone ha generato una forma di paralisi psicologica, spingendole ad accettare misure di restrizione della privacy e della libertà che fino al giorno prima sarebbero state impensabili.

Nell’attuale società se non si usa la tortura fisica vera e propria, si instilla nell’opinione pubblica la percezione di una minaccia costante, in modo da tenere la popolazione sotto shock in maniera più sottile e permanente ma altrettanto efficace e ottenere il consenso su provvedimenti che sarebbero stati altrimenti impensabili in un ordinario stato delle cose.

Siamo di fronte a quanto descritto Agamben, ossia la creazione di uno “stato di paura” che può degenerare in una dittatura sanitaria.

La prima non trascurabile trasformazione della Massoneria

Massoneria: il secolo scozzese

Autore: Michele Fabbri 

Il passaggio dalla massoneria operativa a quella speculativa è una delle chiavi di interpretazione della storia mondiale ed è un tema sul quale si sono accavallate ipotesi per lo più fantasiose e non suffragate da alcun dato oggettivo.


La ricerca storica più significativa al riguardo è stata fatta da David Stevenson: The Origins of Freemasonry. Lo studio di Stevenson verte in particolare su quel grande “buco nero” della storia massonica che possiamo definire come il “secolo scozzese”. Nel 1602 muore in Scozia William Schaw, ultimo Gran Maestro di una massoneria integralmente operativa, e nel 1717 a Londra nasce la massoneria speculativa come la conosciamo oggi. Che cosa è accaduto in quel secolo, e perché proprio la Scozia sembra essere stata il luogo della mutazione che ha reso l’antica associazione degli scalpellini una delle forze più potenti del mondo?

Stevenson inizia la sua indagine partendo dalla figura chiave di William Schaw, che era stato nominato supervisore delle opere architettoniche dal re di Scozia. Schaw è autore di due statuti massonici del 1598 e del 1599 che si caratterizzano per la conferma degli “antichi doveri” dei costruttori medievali, ma anche per un particolare richiamo all’arte della memoria, ovvero a tecniche per sviluppare la capacità di ricordare associando le stanze di una casa immaginaria con gli oggetti idealmente presenti all’interno di quelle stanze. C’era grande interesse all’epoca per queste tecniche, nelle quali eccelleva Giordano Bruno, e in un tempo in cui gli apparati di censura erano particolarmente occhiuti sviluppare abilità di questo genere era di vitale importanza.

Un elemento non secondario è il fatto che Schaw era cattolico e perfino sospettato di essere un agente dei Gesuiti, cosa che poteva essere molto pericolosa nelle isole britanniche lacerate dai conflitti fra cattolici e protestanti e fra le varie chiese riformate. Sappiamo anche che Schaw firmò documenti massonici della famiglia Sinclair, che nel XV secolo aveva fatto costruire la celebre cappella di Rosslyn. In un clima del genere c’era terreno fertile per le società segrete…

La massoneria nei secoli medievali aveva sviluppato un ampio repertorio di parole in codice, di segni di riconoscimento segreti, di iniziazioni riservate agli affiliati e questi segni segreti erano utilizzati a scopo professionale, per tutelare i “segreti del mestiere”. Questo patrimonio culturale si tramandava nelle associazioni di muratori, anche quando queste si avviavano alla decadenza. Nel corso del XVI secolo si cominciano a utilizzare massicciamente i mattoni prefabbricati per le costruzioni e il lavoro del muratore diventa quindi un lavoro generico che non richiede specifiche abilità: l’arte degli scalpellini come associazione di mestiere tende a scomparire in tutta Europa, tuttavia in Scozia sembra mantenere una certa vitalità.

In particolare nel corso del XVII secolo sappiamo che nelle logge scozzesi entrano figure non operative: uomini di varia estrazione sociale che in qualche modo erano interessati all’aspetto esoterico delle associazioni di mestiere. Verso la fine del ‘600 nelle logge scozzesi i massoni non operativi erano in larga maggioranza. Nelle logge l’Ermetismo rinascimentale si fondeva con le dottrine dei Rosacroce e si cominciava a parlare della “Parola Massonica” che generava la capacità della “seconda vista”. Testimonianze sulla Parola Massonica si hanno fin dal 1630, e questi temi fanno capolino verso la fine del secolo anche nella celebre opera sulle fate di Robert Kirk (The Secret Commonwealth of Elves, Fauns and Fairies) nella quale il reverendo scozzese parlava della Parola Massonica come di un mistero rabbinico legato alle colonne del tempio: Boaz e Jachin, una delle più celebri leggende della massoneria.

Le logge massoniche si prestavano, coi loro affascinanti rituali, alla diffusione di idee che tramandate apertamente potevano generare ostilità o diffidenza, e il clima fortemente conflittuale di quell’epoca favoriva il sorgere di società segrete. Inoltre il “lavoro di loggia” tendeva a diventare un nuovo modo di fare società, non più caratterizzato dalle appartenenze fisse delle identità etniche o religiose o delle parentele e dei titoli nobiliari, ma dal legame di una amicizia interclassista che era suggellata dalla “fratellanza” massonica.

L’indagine di Stevenson ci mostra i passaggi attraverso cui l’antica massoneria ha assunto carattere speculativo, ma la ricerca resta saldamente ancorata alla storia documentata e non azzarda interpretazioni che non siano appoggiate a prove sicure.

Tuttavia resta la domanda: perché proprio in Scozia?

La Scozia è un territorio del tutto marginale rispetto alle grandi elaborazioni culturali che si svolgevano nell’Europa continentale o nella stessa Inghilterra.

La figura più significativa che frequentò le logge scozzesi in quel periodo è quella di Sir Robert Moray (1608-1673), uomo dagli interessi estremamente vasti sia in capo scientifico che letterario e tra i fondatori della Royal Society, storica associazione inglese dedicata al sapere scientifico. L’influenza di Moray nella nascita del concetto moderno di massoneria è decisiva: basti dire che come simbolo utilizzò il pentacolo, la stella a cinque punte la cui diffusione in campo iconografico ha segnato in maniera inconfondibile tutta la storia contemporanea!

Proviamo quindi a prendere in considerazione la leggenda della filiazione della massoneria dall’Ordine del Tempio. Di per se stessa la massoneria medievale non ha alcuna connessione documentata coi Templari, quindi non c’è ragione di metterla in relazione coi monaci guerrieri. Tuttavia sappiamo che la famiglia Sinclair nel medioevo ha avuto rapporti coi Templari, e la cappella di Rosslyn è famosa per un’iconografia del tutto inusuale per l’epoca tra cui spiccano la stella a cinque punte, e una celebre scultura che rappresenta un uomo col cappio al collo, un’immagine forse ispirata alle accuse mosse ai Templari nel processo del 1307 e che sembra prefigurare un rituale massonico. Non ci sarebbe nulla di strano se transfughi templari avessero trovato protezione presso i Sinclair tramandando in quei luoghi leggende, simboli e rituali che poi sarebbero stati recepiti nel clima sincretista del XVII secolo. Dunque i rapporti del cattolico William Schaw con la famiglia cattolica Sinclair potrebbero essere l’anello di congiunzione che ha traghettato simboli templari e simboli della tradizione operativa verso il mondo della massoneria speculativa. Questo spiegherebbe l’importanza della Scozia nella storia massonica, nonché il ruolo della simbologia templare nella nascita della massoneria speculativa, di cui si comincia a parlare già nel ’700 e che sarà un caposaldo delle teorie cospirative di Barruel, nonché delle improbabili fantasie romanzesche di Dan Brown…

A completare il quadro ci sarebbe il pastore scozzese James Anderson, che nel 1723 scrive le Costituzioni Massoniche, e che effettua una sorta di pellegrinaggio a una loggia di Edimburgo in compagnia di John Theophilus Desaguliers, Gran Maestro della Grand Lodge of London. A proposito di questi due personaggi non si può fare a meno di citare l’autorevole testimonianza di René Guénon il quale affermava che furono proprio loro a far sparire tutti gli antichi documenti sui quali riuscirono a mettere le mani affinché non ci si accorgesse delle deviazioni da loro introdotte, pur nella continuità degli antichi simbolismi. L’infiltrazione protestante nel simbolismo eminentemente cattolico della massoneria era in tal modo compiuta, e secondo Guénon questo processo sarebbe giunto a conclusione tra la fine del ‘600 e i primi anni del ‘700, quando massoni operativi lavoravano ancora con Cristopher Wren, il geniale architetto che costruì la cattedrale londinese di St Paul.

Ancora uno scozzese, Andrew Michael Ramsay, sarà il primo a diffondere il Verbo massonico sul continente facendo conoscere la massoneria speculativa in Francia nel 1724, ed è ben nota l’importanza del “rito scozzese” nelle istituzioni massoniche…

* * *

David Stevenson, The Origins of Freemasonry, Cambridge University Press 1988, p. 246.

Erdogan ha la necessità di usare il bastone e la carota, un Principe che risponde a Machiavelli

Focus (di F.Cardini). Santa Sofia e la strategia di Erdogan tra kemalisti e islamisti moderati

L'evoluzione della basilica di Istanbul analizzata dallo storico fiorentino tra riferimenti teologici e geopolitica

by Franco Cardini 

Santa Sofia a Istanbul

Cari amici, in questi giorni sono stato costretto a parlare e a straparlare di Santa Sofia e di Erdoğan in tutti i modi possibili (sui giornali, in TV, on line) e francamente sono un po’ stufo. Molti mi hanno chiesto un parare privato, ma io non ho il giorno di 2400 ore (magari!). Se però a chiedermelo è un vecchio e caro amico ch’è anche uno studioso serio come Marco Tarchi, non posso esimermi dal rispondergli, sia pure un po’ schematicamente. All’amico Tarchi rispondo in modo formalmente svagato e un po’ ironico ma sostanzialmente molto serio, come siamo entrambi abituati da anni; articolo la mia risposta in quattro punti:

1. L’edifizio è nato come destinato all’adorazione di Dio e alla preghiera, e il Dio adorato era quello di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Mosè, di Gesù e più tardi lo sarebbe stato anche di Muhammad. Come credente in quel Dio ritengo che per 17 secoli Egli vi sia stato adorato in vario modo e secondo vari sistemi teologico-mistico-liturgici e che la cosa non Gli sia dispiaciuta;
2. Nel 1935 un generale turco che aveva studiato nelle accademie militari del Secondo Reich, era adepto del Grande Oriente e pur non avendo osato sbarazzarsi del tutto di Dio come avevano fatto con impegno e convinzione i carranzisti e con molti maggiori distinguo i bolscevichi nel 1917, aveva anche in ciò scimmiottato l’Europa: se proprio non puoi cancellare Dio, riducilo ad oggetto di museo; in Occidente la cosa fu stimata colta, intelligente, civile, tollerante, ragionevole, progressista; come credente ritengo fosse anche e soprattutto furba;
3. Una novantina di anni dopo, il mondo è molto cambiato (forse alquanto in peggio). Fra le novità più interessanti ma anche più ambigue e inattese di questo cambiamento c’è stato un ritorno del Divino, spesso in forme selvagge, fanatiche e irragionevoli. Erdoğan si trova a un bivio difficile: deve in qualche modo amministrare un’eredità kemalista che non può e forse nemmeno vuole sconfessare e/o dilapidare (i turchi possono permettersi un lusso che tedeschi, russi e italiani non possono) e d’altronde non può reprimere a dovere come fosse vorrebbe tutti i gruppi musulmani fondamentalisti che gli si agitano attorno e alcuni dei quali amerebbe fare a fette. Quindi, ecco un colpo al cerchio musulmano che accontenta un po’ tutti i moderati pietisti che stanno con lui e i kemalisti più timidi, che vogliono proseguire il cammino occidentalizzante “adelante, pero con juicio”, e anche i diciamo così “fondamentalisti moderati” che lo appoggiano (per esempio l’ala centrista dei Fratelli Musulmani) anche se indigna i kemalisti più rigorosi (in ciò allineati con i vertici del ceto dirigente occidentale, cristiano laico che sia: perché questa è la paradossale verità sui “terroristi”) e lascia sospettosi e insoddisfatti quando non addirittura indignati i fondamentalisti di obbedienza salafito-wahhabita al servizio dell’Arabia saudita (e quindi di Trump); e uno alla botte occidentale cristiana o laicista che sia, che si rassicura sulle magnifiche sorti e progressive di Santa Sofia come museo e si ammicca nella sua direzione facendo capire che in fondo l’edificio diventerà moschea per cinque brevi preghiere giornaliere (delle quali almeno due fuori orario di visita) e per un periodo più lungo in coincidenza con la “kutba” del venerdì (in San Pietro i turisti sono espulsi dall’edificio per un tempo giornaliero ben maggiore). La faccenda del lasciare le immagini sacre (sono state lì per secoli quando Santa Sofia era moschea, in certi periodi le hanno velate o scialbate con la calce, ma sostanzialmente non hanno mai dato fastidio a nessuno) è un mezzuccio ispirato forse alla Chiesa cattolica. Va bene lasciare che gli edifici sacri vengano visitati dai turisti, ma non consentiamo profanazioni eccesive durante le funzioni religiose. Gli influencers che hanno parlato di ‘iconoclastia’ o hanno addirittura evocato lo spettro dei Buddha di Bamiyan non sanno né chi è Erdoğan, né che cosa sia l’Islam oggi, né che cosa sia la Turchia in questo momento;
4. A evitare che tu mi accusi di reticenza per quanto concerne il parere mio personale, che coincide profondamente con il mio confratello della compagnia di Gesù il quale in questo momento siede per nostra fortuna sul soglio pontificio, ti dirò che non nutro soverchie simpatie per il signor Erdoğan (appartenendo piuttosto alla linea Putin-Rohani), ma che la soluzione forse temporanea del ritorno – sostanzialmente part-time – di Santa Sofia a moschea mi lascia soddisfatto in quanto non posso come credente se non gioire quando una “domus orationis” viene ricondotta alla sua funzione originale e primaria. Aggiungo che mi avrebbe reso totalmente felice la soluzione proposta dal patriarca armeno, vale a dire di una restaurazione del culto permessa anche ai cristiani (come in passato è accaduto in certe chiese cattoliche a partire dalla moschea al-Aqsa di Gerusalemme quando c’erano i templari; per spiegare perché ciò non sia possibile nell’Islam si dovrebbe aprire una parentesi lunghissima e qui non è possibile; basti sapere che al cosiddetta “intolleranza” non c’entra), ma per ciò i tempi non sono maturi: auspico che lo divengano, ma ci vorrà un mutamento profondo che per troppi versi è ancora molto lontano. Replicherai che il mio confratello vescovo di Roma, che ho l’onore di servire perinde ac cadaver, si è mostrato ‘addolorato’ per la faccenda di Santa Sofia. Plaudo alla sua gesuitica prudenza, considerando anche che nel gregge di 1,285 miliardi di pecorelle del quale egli è pastore abbondano le bestiacce ignoranti, stupide e scabbiose che (purtroppo, dico io), non si possono scandalizzare: io nel mio piccolo però le scandalizzo e se potessi le prenderei anche a calci nel culo perché non sono un pastore. Però ti assicuro, e ho motivo di rassicurartene, che la pensa esattamente come me: o meglio, sono io che la penso come lui.

La cura per il covid-19 esiste, idrossiclorichina più antibiotico, eparina ed eventualmente dimetasone ma tutte le autorità non vogliono che la si usi perchè minerebbe alla base la Strategia della Paura che si nutre del terrore e dell'ignoranza delle masse. Il Potere dominante vuole continuare ad avere il controllo e indicare la direzione per distorcere progetti di vita basati sulla critica e pensiero libero

Perché i dottori sono pericolosi. Per l’ordine mondiale.

Maurizio Blondet 31 Luglio 2020 

Il 29 luglio scorso una dozzina di medici americani hanno tenuto una conferenza-stampa davanti alla Corte Suprema, per annunciare che loro sanno come curare il Covid, che hanno guarito centinaia di loro pazienti con il noto protocollo di idrossiclorochina più antibiotico, eparina ed eventualmente dimetasone. “A bloccarci non è il virus, quanto la ragnatela della paura; questa ragnatela che sta costringendo e prosciugando la linfa vitale del popolo americano, della società e dell’economia americana – Siamo qui solo per aiutare i pazienti americani e guarire la nazione americana”, ha detto la dottoressa Simone Gold.

La dottoressa Simone Gold e i colleghi durante la conferenza stampa.

La dottoressa è stata licenziata.

Lo stesso mercoledì 29 contro il dottor Stefano Manera è stato avviato un procedimento disciplinare. Il dottor Manera è l’anestesista che, lavorando fra gli agonizzanti all’ospedale di Bergamo nei due mesi della crisi acuta da coronavirus, ha identificato l’errore di diagnosi, corretto il quale la malattia è divenuta trattabile con la nota terapia a domicilio. Manera, con Tarro e Bracco, in sede di parlamento italiano aveva chiesto “perché le autopsie erano state negate e le domande sulle terapie non abbiano avuto risposta”.


I fulmini sui due medici, separati dall’Atlantico, danno definitivamente ragione a Massimo Giannini, oggi direttore di La Stampa:

“Un ordine mondiale esiste”.


Non mi stanco mai di riascoltare, centellinare e gustare le sesquipedali rivelazioni di Giannini: il governo Conte è nato “dalla necessità di preservare un ordine mondiale”, un ordine costituito che si tutela eliminando coloro che percepisce avversari. Nozioni preziose, di un complottista compiuto e rifinito, che gode però di un vantaggio in confronto a noi complottisti confinati nel discredito; lui può dirlo e restare rispettabile, perché lui il complotto mondiale lo approva, lo fa suo.

L’altra sera Giannini ci ha spiegato che questo ordine ha dato l’ordine di eliminare Matteo Salvini, che lo minaccia; increduli, vorremmo che il sapiente sviluppasse le sue alte riflessioni, informandoci anche del motivo per cui il suddetto Ordine Mondiale e tecnocratico delle elites, si senta minacciato da medici che curano troppo facilmente il Covid, non partecipano al programma di terrore, e perché ce l’abbia tanto – il detto Ordine – con la clorochina, da far pubblicare articoli falsi sulla sua pericolosità da riviste scientifiche cosiddette prestigiose, e decretando censure troppo visibili.

Infatti, per aver pubblicato la conferenza stampa della dottoressa Gold e colleghi pro-clorochina – diventata subito “virale”, come dice – twitter ha oscurato il sito conservatore Breitbard News, di cui Steve Bannon è stato l’anima. “Quasi 48 ore dopo, Twitter non ha ancora risposto o ripristinato la capacità di Breitbart di pubblicare post . Twitter ha rimosso il video e bloccato l’account Breitbart; una simile censura è stata operata da parte di YouTube e Facebook”, informa Zero Hedge. Il milione e mezzo di followers,se cercano di accedere, trovano un annuncio di Twitter che gli spiega che esso Twitter lo difende da informazioni ingannevoli e potenzialmente dannose sul Covid: TWitter è unicamente preoccupato di preservare l a salute vostra “e dei vostri cari”, non facendovi ascoltare i dottori.


Twitter si preoccupa della vostra salute, messa in pericolo dai medici.

Superato, il Twitter, nel suo disinteressato altruismo, solo dal nostro venerato Presidente: che anche lui ci implora, accasciato, di “non abbassare la guardia” sul Covid, perché “il pericolo è ancora attuale. Imparare a convivere con il virus non vuol dire comportarsi come se il virus non ci fosse più”.

Un vero padre, pieno di affetto ed inquietudine per la salute di ciascuno di noi; ci ha privato delle libertà perché nuoce alla nostra salute. “La libertà è un valore fondamentale in una democrazia, ma non può essere confusa con il “diritto di far ammalare gli altri”. Ora che ci sono di nuovo i focolai…Ed ecco (se questo non è un fake) che ci salva dal contagio per quattro anni, se occorre.


“Mattarella contro i negazionisti”, titola giustamente commosso Huffington. Perché è la mano santa dell’Ordone Mondiale che parla. SMattarella è più che un medico. E’ un guaritore,un taumaturgo,un padre, che dico? un Grande Fratello divorato dall’ amore per noi.

Non come quel bruto di Alexander Lukascenko, il dittatore della Bielorussia, che ha rivelato che la Banca Mondiale “ gli ha offerto un miliardo in crediti agevolati purché “facciamo come l’Italia”, ossia il lockdown totale anti-Covid. “E il FMI continua a chiederci: fate la quarantena, l isolamento, il coprifuoco. Che sciocchezze!”.

Con gli stati sempre più censori e necessitati ad essere invadenti nel web per conto del potere dominante, per controllare vigilare ed indirizzare la sicurezza dei propri dati personali è sempre più necessaria. VPN è il mondo in cui bisogna muoversi diffidando di quelli a gratis

La nuova VPN di Mozilla: browser, intrattenimento e sicurezza

Mozilla VPN approda ai dispositivi Windows 10 (64 bit) e Android, e riaccende l’interesse sull’importanza della sicurezza in vari campi di attività, dal lavoro all’entertainment.

- 31 Luglio 2020


Già da tempo il noto browser aveva esplicitato l’idea di lanciare la propria VPN, con un protocollo incentrato sull’innovazione oltre che sulla privacy e con garanzia sulla fluidità di navigazione. 

Il protocollo WireGuard, di cui si è avvalso il celebre browser, è stato già sperimentato nella prima fase di testing, ed è ora pronto a debuttare negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Nuova Zelanda, a Singapore e in Malaysia.

Il primo traguardo sarà quello di raggiungere circa 30 paesi, garantendo massima disponibilità di banda, oltre a collegamenti multipli.

In Italia la sperimentazione è ancora in fase di definizione, anche se, di certo, la crescente tendenza verso lo smart working sta velocizzando il lancio della “virtual private network” a pagamento da parte di Mozilla, con uno sguardo anche verso gli utenti meno “intuitivi”, grazie alla semplificazione grafica e di interfaccia. 

Non sempre però per l’utente è facile capire come scegliere il giusto servizio, tra opzioni per pc o per Android, e tra modalità gratuite oppure a pagamento: motivo, questo, per cui il web è ricco di opinioni e consigli sulla VPN, che forniscono delucidazioni sui servizi fondamentali, oltre che sull’entertainment.

L’importanza delle VPN, tra scuola, lavoro e intrattenimento

Una cosa è comunque certa: la non conservazione dei data log e la rinuncia ai reporting di terze parti garantiranno, ulteriormente, sicurezza e privacy. 

La navigazione criptata è infatti fondamentale a livello imprenditoriale e istituzionale, per la condivisione e per la trasmissione sicura di file tra aziende e dipendenti, così come anche per l’interazione in ambito scolastico. 

Nondimeno lo è però per il campo del divertimento virtuale, dove contano anche gli sconti, gli abbonamenti, e il numero di dispositivi collegabili. Sempre e comunque nel nome della privacy.

Come se fosse responsabilità di chi vende la propria forza lavoro se il Capitale ristrutturandosi effettua sempre sempre espulsione di lavoratori non più utili e indispensabili scaricando l'onere del mantenimento di sopravvivenza allo Stato necessitato e necessario per alleggerire e prevenire tensioni sociali

"Piccolo non è bello" e le PMI devono morire
I media di regime non lo nascondono più

di Carlo Formenti
26 luglio 2020

La campagna contro lo “statalismo”, che da qualche settimana imperversa (con punte di vero e proprio isterismo in concomitanza della vicenda Autostrade) sui media di regime, è costretta a fare i conti con l’imprescindibile esigenza di mobilitare le risorse pubbliche per salvare le imprese private dai disastrosi effetti della crisi provocata dal Covid 19.

Come conciliare agli occhi dell’opinione pubblica il principio liberista, che vieta ogni forma di intervento diretto dello Stato in economia, con il principio che obbliga lo Stato a rimediare all’incapacità del capitalismo di far fronte alle crisi con i propri soli mezzi? Roger Abravanel e Claudio Costamagna si sforzano di realizzare questa quadratura del cerchio in un articolo dal titolo Stato “imprenditore”? No. Stato “traghettatore”, pubblicato sul Corriere della Sera di domenica 26 luglio. Ne estraggo alcuni passaggi che mi sono parsi particolarmente significativi.

I nostri solerti apologeti esordiscono ricordando che l’Italia non ha una buona storia di “salvataggi” pubblici e citano ad esempio il caso Gepi che, nata per garantire il mantenimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà “transitorie” di gradi imprese private, “si è trasformata in società in cui confluivano i lavoratori in eccesso permanente (sottolineatura mia) della Fiat, Montedison, Snia, Sir, Marzotto e ci restavano per lunghissimi periodi in cassa integrazione”.

Notate l’opposizione fra i due aggettivi: le difficoltà sono transitorie gli eccessi dell’organico sono permanenti.

Traduco: le ristrutturazioni capitalistiche si risolvono sempre con tagli di organico, necessari a salvaguardare il tasso di profitto (che è l’unico vero obiettivo dell’impresa capitalistica, la quale dei livelli di occupazione se ne frega: anzi più elevato il livello di disoccupazione – senza esagerare, se no calano i consumi – più basso il costo del lavoro); allo Stato spetta invece il ruolo di salvaguardare i profitti privati socializzando le perdite. Ma senza eccedere nello zelo “assistenzialista”! Altrimenti il peso ricade sulle spalle del “contribuente”. Con questo si dà ad intendere al comune cittadino che è meglio accettare un po’ di disoccupazione, piuttosto che pagare troppe tasse, ma la verità che il contribuente cui si allude sono le stesse imprese che hanno creato il problema, le quali chiedono continuamente riduzioni di oneri fiscali e flessibilità del mercato del lavoro, affidando a gente come Abravanel e Costamagna il compito di raccontare la balla che in questo modo si favorisce l’occupazione (mentre tutti i dati dicono il contrario, ma i giornali come il Corriere questi dati non li pubblicano o li falsificano).

Proseguiamo: almeno a qualcosa di buono il Covid è servito: ci ha fatto capire che “piccolo non è bello”, che in Italia ci sono troppe Pmi e che “bisogna approfittare del fiume di denaro (!?) del Recovery fund per trasformare il panorama delle nostre imprese, facendo crescere imprese più grandi”. Insomma, come già spiegava Marx più di un secolo fa, ogni crisi è una chance per accelerare la concentrazione del capitale e tagliare i rami secchi dei pesciolini che devono rassegnarsi a finire in bocca ai pescecani. Per questo, scrivono i nostri, non serve uno Stato imprenditore bensì uno Stato traghettatore “che abbia chiara la propria exit quando gli obiettivi saranno raggiunti”. Alle Pmi in difficoltà lo Stato “deve dare un po’ di prestiti, un po’ di aiuti a fondo perduto e chi sopravvive, sopravvive”. Un po’ di sano cinismo non guasta, quando bisogna fare entrare in testa alle vittime che there is no alternative.

Segue la solita pappardella sulla digitalizzazione, sulle start up e sulle università che devono investire soprattutto nella ricerca applicata, per poi cederne i risultati alle imprese private che, anche in questo caso, usufruiranno dei soldi pubblici per realizzare profitti privati. Ma se non si fa così (vedi l’integrazione fra ricerche finanziate dallo Stato e finanziamenti a fondo perduto alle imprese che ne sfruttano i risultati, che hanno consentito il decollo della Silicon Valley negli Stati Uniti) non si regge la competizione internazionale. È vero che c’è lo scandalo della Cina che la regge benissimo mantenendo il controllo statale su tutti i settori strategici, ma quelli sono comunisti. Totalitari e cattivi.

* Professore di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l'Università di Lecce

Di crisi in crisi il potere economico delle masse statunitensi decresce sempre di più, l'offerta è lavoro precario a vita nascosto da una miriade di lucciole ammantate di libertà apparente, effimera. La svolta c'è stata con Reagan, da uno stipendio per campare all'obbligatorietà del doppio stipendio per famiglia

Tempeste americane: Recessioni ed Elezioni

di Guido Salerno Aletta
29 luglio 2020

Dalla bolla di Internet nel 2001 ai mutui sub-prime nel 2008, fino alla epidemia di Covid-19 di quest'anno

Lo sanno tutti: le crisi economiche e finanziarie si ripetono ciclicamente, è la malattia endemica del capitalismo a provocarle.

Chi si accontenta di questa spiegazione ha ben ragione, ma forse potrebbe incuriosirsi per qualche circostanza politica americana che le accompagna con impressionante regolarità.

Se una crisi non basta a correlare il cambio politico alla Presidenza degli Usa, e se due crisi possono essere considerate come coincidenze casuali, quando si arriva alla terza che deflagra sempre nell'imminenza ovvero a poche settimane da una svolta clamorosa nella politica americana, vale la pena soffermarsi a ragionare.

E' la quarta crisi mancante, infatti, a suscitare la domanda più inquietante: viene da chiedersi perché mai in America non ci fu nessuna recessione economica o l'esplosione di alcuna bolla finanziaria quattro anni fa, quando Donald Trump si trovò a sfidare, da novizio della politica e poco amato nello stesso GOP, la erede designata nel campo democratico, la Hillary Clinton data vincente da tutti i sondaggi, già First Lady, Vice Presidente e Segretario di Stato con Barack Obama.

Il passaggio di mano, tutto nel campo democratico, sarebbe avvenuto senza scossoni: fu l'improvvisa ed inattesa apparsa di Donald Trump a scombinare le carte: vinse contro ogni pronostico, con lo slogan: "Make America Great Again".

I detrattori di Donald Trump non si sono mai arresi: lo hanno criticato in ogni modo e per loro la prospettiva di vederlo rieletto nel 2020 è una prospettiva agghiacciante: una crisi economica, sociale, finanziaria sarebbe stata indispensabile per azzoppare la sua corsa alla rielezione, che fino a gennaio scorso sembrava inarrestabile. La recessione profondissima, inattesa ed improvvisa, che è stata determinata dalla epidemia di Covid-19, che è partita dalla Cina e che ha maramaldeggiato nell'intera Europa prima di travolgere l'intero continente americano, ha finalmente messo in difficoltà The Donald.

A partire dall'inverno scorso, a causa dell'epidemia, la lunga e robusta crescita economica che aveva caratterizzato i primi tre anni della Presidenza Trump si è dissolta come neve al sole: se l'ultimo anno è cruciale per la rielezione, gli ultimi mesi sono decisivi. Il suo avversario in campo democratico Jo Biden, già Vice di Obama nella seconda Amministrazione, è pronto a raccogliere i voti dei milioni di disoccupati che la crisi ha determinato.

Ancora una volta, una profonda crisi negli Usa può determinare un cambio di colore alla Presidenza o può mettere in grande difficoltà il successore.

Accadde così a Bush Jr. che nel 2001 subentrò a Bill Clinton: la bolla del Nasdaq, esplosa a poche settimane dall'insediamento, polverizzò miliardi di dollari di capitalizzazione. Era stata gonfiata da anni, consapevolmente, per dare l'illusione di benessere e ricchezza. Clinton era già al secondo mandato e non poteva essere rieletto. La deflagrazione era imminente: migliaia di aziende della New Economy americana, tanto pompata da Clinton, fallirono miseramente. La vituperata Old Economy era il futuro regalato alla Cina, fatta entrare nel Wto a condizioni estremamente vantaggiose.

Bush Jr. ebbe poi la sventura dell'attentato alle Torri Gemelle, nel settembre dello stesso anno. Solo le spese di guerra e l'enorme credito erogato a chi non se lo poteva permettere fecero crescere l'economia americana: la nuova bolla era pronta a scoppiare. La detonazione fu provocata dallo stesso Bush, che si rifiutò di salvare la Lehman Brothers: non potendosi ricandidare per un terzo mandato come era accaduto nel suo scontro con Clinton nel 2010, sapeva che John McCain, il candidato repubblicano, sarebbe stato sonoramente sconfitto da Barack Obama.

La crisi finanziaria avrebbe azzoppato violentemente la Presidenza democratica, e così fu: quando a dicembre si riunì il G20 a New York. per prendere atto del disastro globale provocato dai mutui sub-prime erogati negli Usa, era ormai Obama a doversi sobbarcare tutto il peso di una recessione che aveva come paragone solo quella sempre americana del '29.

La gestione della crisi economica, finanziaria e sociale dei prossimi mesi negli Usa sarà determinante per la rielezione di Donald Trump e per gli assetti della globalizzazione.

Tutti guardano agli Usa, dalla Cina all'Europa: la narrazione di quanto accade sarà determinante. I media di tutto il mondo cavalcano da tempo la crisi che può azzoppare la corsa di Trump alla rielezione: questa, e non il vaccino per curare il virus, è la vera scommessa.

Mai sprecare una crisi...

venerdì 31 luglio 2020

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - 8000 testate nucleari, 12 portaerei, 690 basi militari sparse per il mondo questo è il potere dell'Impero statunitense che non vuole rinunciare ad essere unico e continuare a trarne vantaggio sottomettendo tutti anche quegli imbecilli che pensano di essere suoi alleati

L’assalto di Trump alla Cina e la fiaba della “libertà”

di Pierluigi Fagan
26 luglio 2020

Nello schema di Vladimir Propp, forse il principale studioso di questo tipo di narrazione, tutte le fiabe hanno una struttura simile e ripetitiva. Ma il fondo più costante è l’orientamento morale, basato prima su un manicheismo (i buoni sono solo tali e minoritari, così i cattivi che però sono preponderanti), poi sull’intento didattico, ovvero dove direzionare il giudizio morale (su istituzioni, modi di comportarsi, valori). La fiaba occidentale degli ultimi secoli, si è strutturata su una promessa di benessere e progresso derivante dal punto cardine della libertà. L’equazione per la quale la libertà porta benessere e progresso è stata compendiata nell’istituzione del libero mercato.

Nel 1853, gli Stati Uniti d’America, decisero che era giunta l’ora di volgere il loro interesse espansivo ad est, verso l’Asia. L’8 luglio, “quattro navi nere” ovvero quattro cannoniere a vapore al comando del Commodoro Matthew Perry, attraccarono davanti alla baia di Tokyo, ai tempi interdetta a gli stranieri. I giapponesi dei tempi non ne volevano sapere del mondo esterno, erano chiusi nella loro isola ed avevano aperto solo una banchina del porto di Nagasaki e solo per lo sporadico andirivieni commerciale di qualche nave esclusivamente olandese.

Perry sosteneva di dover sbarcare comunque perché aveva da consegnare una lettera all’imperatore da parte del presidente americano. Ne nacque un gran trambusto, i giapponesi dovevano tenere il punto della loro sovranità, non volevano avere a che fare con stranieri di alcun tipo, ma i quattro vascelli schierati nella baia si misero in posizione tale da mostrare decine di bocche di cannone rivolte verso l’abitato con migliaia di civili. Perry quindi sbarcò, consegnò la lettera e se ne ripartì. La lettera diceva che ai giapponesi veniva dato un anno per convincersi spontaneamente ad aprirsi al libero mercato ovvero fare un accordo di libero scambio con gli americani. La lettera concludeva che alla fine dell’anno concesso, gli americani sarebbero tornati col doppio delle navi per radere al suolo la capitale se non avessero avuto il loro libero trattato di libero scambio. Il 27 luglio, lo shogun Tokugawa, morì per l’insostenibilità dello stress da rabbia ed impotenza. Un anno dopo, Perry arrivò puntuale con la sua rinforzata flotta di navi nere ed ottenne il desiderato accordo. Lo shogunato Tokugawa terminò poco dopo in un bagno di sangue di suicidi rituali dopo due secoli e mezzo, ed iniziò la storia del Giappone “moderno” con la Restaurazione Meiji.

In questo giorni, gli Stati Uniti d’America, hanno mandato due portaerei grigie e relativa flotta d’accompagno in quel del Mar Cinese Meridionale. Ufficialmente per intervenire come “arbitri” autonominati nelle dispute locali di sovranità che vedono un vero guazzabuglio di presunti diritti incrociati tra ben otto paesi dell’area. In realtà, Trump segue la sua dichiarata agenda di politica internazionale che prevede al primo punto il rallentare in ogni modo l’ascesa dimensionale di potenza cinese per dare agli Stati Uniti qualche altro anno o decennio di incontrastata supremazia mondiale. In questi ultimi anni, sembrava voler portare avanti una ricontrattazione della bilancia degli scambi USA-Cina che vede i primi soccombere ancora ai livelli di passività di quando Trump è diventato presidente. Questa era la sentenza del “libero” mercato, le merci cinesi sono più richieste in USA di quanto non lo siano quelle americane in Cina. Oddio, certo, il mercato non è mail veramente “libero”e gli americani contestano ai cinesi vari tipi di pratiche scorrete per volgere a proprio favore lo scambio. Penso siano vere entrambe le cose, i cinesi un po’ manipolano le dinamiche di scambio (ma anche gli americani), ma anche queste fossero del tutto neutrali i cinesi esporterebbero più di quanto importano dagli USA per semplici ragioni di mercato.

Ma le elezioni si stanno mettendo male e c’è bisogno di qualcos’altro oltre che del vaccino anti-Covid che verrà probabilmente annunciato ad ottobre sebbene certo ad ottobre non ci sarà in realtà alcun vero vaccino testato, oltre che della squadriglie di agenti da guerriglia antisommossa senza insegne mandati in Oregon prima e Chicago e New York a “riscaldare” il conflitto etnico e sociale per allarmare e compattare la maggioranza silenziosa, oltre che un attivo ed intenso “gerrymandering” (manipolazione dei collegi elettorali, dei diritti di voto, delle liste di iscrizione al voto, della distribuzione dei seggi elettorali), oltre forse all’annuncio last minute dei famosi mille miliardi di investimenti pubblici per re-infrastrutturare gli USA che pure Trump aveva promesso nel 2016 e molto altro che sempre più animerà la sempre più nervosa campagna elettorale. Ma oltre a tutto ciò, c’è forse bisogno del partner di ogni favola che si rispetti: il drago cattivo.

L’ultima carta che Trump si riserva in mano, infatti, potrebbe esser lo stato d’eccezione. Ha già biascicato che non sa se riconoscerà l’eventuale sconfitta elettorale, dovrà “guardare i dati” (?) e potrebbe sempre esser che l’escalation di tensione coi cinesi che oggi segna anche le chiusure di ambasciate, la chiamate alle armi del crociato Pompeo che invita i cinesi a rovesciare il regime imperiale rosso (oddio, i cinesi sono un “impero” da duemiladuecento anni a prescindere dal colore) e l’appello al resto del mondo libero ad isolare il barbaro comunismo che ha l’ardire di mandare astronavi verso il pianeta rosso (“comunisti” su Marte, fanta-distopia di prima qualità) abbia ulteriori sviluppi.. Magari se i sondaggi perseverano nel pessimismo, ci sta anche l’incidente tipo Tonchino che garantisce al comandante in capo, l’inamovibilità per cause di forza maggiore.

Insomma il “libero” mercato tra trucchi, cannoniere oggi portaerei , bombe atomiche, geopolitica, spie, manipolazioni giuridiche, manipolazione informative, manipolazione delle opinioni pubbliche e dei governi subalterni, pigolio del coro atlantista d’accompagno alla difesa dei nostri supremi valori di “libertà e giustizia”, didattica moraleggiante e costruzione manichea del nemico è il punto irrinunciabile e fondativo della nostra civiltà. Tutto per permettere a quel 4,5% di popolazione terrestre di dominare liberamente il mondo dall’alto del loro 25% del Pil mondiale. E se qualcosa o qualcuno insidia quella percentuale sotto la quale non si può andare, ecco pronta la fiaba classica in cui il grande con 8000 testate atomiche contro 300, 12 portaerei contro 2, un Pil un terzo più grande e 690 basi militari estere ad una, si fa piccolo come l’eroe solitario e sprezzante il pericolo che difende la principessa Libertà dalle spire e fauci del Dragone Rosso Incombente.

Segue rimbocco delle coperte, bacino della buonanotte e sprofondo nella braccia di Morfeo a sognare altri mille anni dell’Impero della libertà.

la 'ndrangheta, la mafia, sono quei cinque, sei, che hanno i soldi.. gli altri sapete che sono? Tutti morti di fame”.

Le regole di 'ndrangheta e gli sbirri: "Gratteri, per quanto è cornuto e bastardo, ha ragione"

Le regole di 'ndrangheta e gli sbirri: "Gratteri, per quanto è cornuto e bastardo, ha ragione"

In una conversazione intercettata, Pietro Toscano e Antonio Laurendi commentano l'evoluzione delle cosche e la cupola d'elite, il mancato interessamento dei Labate verso la loro carcerazione li avrebbe portati a una rottura degli equilibri

Giovanni Verduci31 luglio 2020 11:44

“Ma infatti Gratteri ha detto, l'ho sentito io, più di una volta, e qua gli devo dare atto, per quanto è cornuto e bastardo.. Ha detto.. dice la 'ndrangheta, la mafia, sono quei cinque, sei, che hanno i soldi.. gli altri sapete che sono? Tutti morti di fame”.

La ‘ndrangheta, la sua evoluzione, le sue regole, il disprezzo per i magistrati e gli sbirri. C’è tutto in questa intercettazione di un colloquio, captato durante le indagini che hanno portato all’operazione “Cassa continua”, fra Pietro Toscano e Antonio Laurendi: i due anziani esponenti di ‘ndrangheta finiti in manette all’alba di oggi. 

E’ il 25 ottobre del 2017, Pietro Toscano e Antonio Laurendi discutono del processo nell’ambito del quale sono stati condannati, che come si vedrà aveva causato anche dissapori e fibrillazioni all’interno della cosca Labate. Dalla chiacchierata, secondo i magistrati della Dda, si evince come i due fossero “attualmente convinti difensori dei principi su cui si fonda la tradizionale criminalità organizzata, valorizzando la fedeltà alla cosca di appartenenza e il disprezzo per gli sbirri”.

Una ‘ndrangheta che, da qualche anno a questa parte, non era più la stessa e che era governata dai “Segreti”: sette “mammasantissima" che agiscono nell’ombra e non si fanno specie di entrare in contatto con le forze dell’ordine per garantire il proprio potere senza lo scrupolo di “consegnare” nelle loro mani qualche picciotto. 

Il discorso, come si legge nelle carte dell’inchiesta prendeva le mosse da un aneddoto di Pietro Toscano, il quale raccontava di quando, accettando l'offerta di 500 milioni di lire, aveva provato a corrompere il giudice Pasquale Ippolito, che presiedeva un processo in cui era imputato tale Nino”.

Chiusa questa parentesi, Toscano e Laurendi iniziarono a confrontarsi sul processo che li aveva riguardati e che, a loro dire, aveva registrato il totale disinteressamento della cosca Labate che, anzi, li “avrebbe venduti” per salvare altri affiliati da una condanna certa.

Questi dissapori, covati durante la detenzione, sarebbero esplosi con chiarezza nel momento in cui Pietro Toscano e Antonio Laurendi ritornarono in libertà. 

L’assistenza della “famiglia”, venuta meno durante la carcerazione, aveva messo in crisi gli equilibri criminali dentro la cosca Labate. “Gli elementi oggi raccolti - si legge nelle carte dell’inchiesta - consentono agevolmente di affermare che, successivamente alla loro scarcerazione (nel 2009), si assiste ad un periodo di fibrillazione all'interno della cosca, dovuto ragionevolmente alla delusione di Pietro Toscano e Antonio Laurendi per la scarsa attenzione mostrata nei loro confronti durante la detenzione”.

Per gli investigatori dell’Arma tutto ciò “lungi dal rappresentare una interruzione dei rapporti con i Labate, ha al contrario segnato l'inizio di un nuovo assetto all'interno della cosca. La loro condanna per il reato associativo e la conseguente espiazione della pena, unitamente ad un evidente risentimento per la mancata assistenza carceraria, hanno consentito a Toscano e Laurendi di potere rivendicare, all'atto della scarcerazione, una posizione all'interno della cosca Labate di maggiore peso”.

Un peso criminale che, per i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, aveva portato ad una ripartizione territoriale della zona di Gebbione interna alla stessa cosca Labate. 

“Un equilibrio interno alla cosca - scrivono i magistrati reggini - che, ancora oggi, sembra soggetto ad evoluzione e sconta antichi dissapori dovuti anche alla violazione di una regola di ‘ndrangheta di primaria importanza, quale è appunto l'assistenza agli affiliati detenuti”.“

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Hong Kong la città del capitale

31 Luglio 2020
Gli ultimi re di Shanghai - La storia delle due dinastie ebree che per un secolo hanno dominato i commerci dell’estremo oriente


I Sassoon e i Kadoorie hanno avuto per decenni le redini degli scambi in Asia, spostandosi dall’India alla Cina. La loro vicenda, descritta in un libro dal giornalista premio Pulitzer Jonathan Kaufman, ha per sfondo l’ascesa economica e sociale cinese, dall’Ottocento fino ai giorni nostri

FRED DUFOUR / AFP

Negli anni ‘30 Shanghai ospitava quasi 20mila ebrei europei, la maggior parte tedeschi e austriaci in fuga dal nazismo. Il ghetto della città divenne un porto sicuro e ospitale. Merito soprattutto di alcune famiglie di ebrei trasferitesi lì alla fine dell’Ottocento, come i Sassoon e i Kadoorie: questi venivano dal Medio Oriente e avevano costruito un impero grazie al commercio e alle opportunità di business del vibrante porto cinese. Si dice che il generale tedesco Hermann Göring definisse l’imprenditore Victor Sassoon «un birichino playboy di Hollywood».

Shanghai, oggi la seconda città più popolosa del mondo e capitale economica della Cina, è ricca di storie come quella di queste due famiglie che hanno contribuito a costruire la narrazione di una città che vive di e per gli affari. La vicenda dei Sassoon e dei Kadoorie è raccontata da Jonathan Kaufman, giornalista premio Pulitzer e corrispondente dalla Cina per trent’anni, nel libro “The Last Kings of Shanghai” (pubblicato il mese scorso, non ancora tradotto in italiano) un’epopea multigenerazionale sulle due più grandi dinastie commerciali della città.

Kaufman ripercorre la strada che aveva intrapreso per primo David Sassoon, ebreo nato a Baghdad alla fine del Settecento e trasferitosi a Mumbai – nell’India controllata dalla corona britannica – nel 1830 per sfuggire alla persecuzione ottomana.

Un articolo pubblicato sul quotidiano hongkonghese South China Morning Post racconta la prima grande intuizione di mercato di David Sassoon: «Venne a conoscenza di una nuova invenzione chiamata nave a vapore, in grado di ridurre drasticamente i tempi dei viaggi. Si rese conto che sarebbero arrivate sempre più navi al porto di Mumbai e investì per acquistare parti del molo così da guadagnare facendole attraccare e poi ripartire con nuovi carichi».

Il suo business si ampliò fino a diventare uno dei più floridi dell’Asia. Grazie alle aperture concesse dal Trattato di Nanchino del 1842 creò triangolazioni economiche tra India, Cina e Gran Bretagna: Sassoon aveva appoggiato la corona durante la Prima guerra dell’oppio, sapendo che ne avrebbe tratto beneficio in termini commerciali strappando concessioni nel nuovo mercato cinese.

I suoi figli Elias e Albert Abdullah – primi eredi di quella che sarebbe poi stata conosciuta come “I Rotschild dell’Est” – portarono gli affari di famiglia in Estremo Oriente, fino a Hong Kong e Shanghai verso la fine dell’Ottocento. Qui coinvolsero nei loro commerci altre famiglie ebree originarie del Medio Oriente, tra cui i Kadoorie con cui avevano già lavorato in India.

In poco tempo, le due famiglie arrivarono a dominare i movimenti economici di Shanghai: avevano allargato il loro business in qualsiasi segmento di mercato e non erano necessariamente concorrenti, così da non danneggiarsi a vicenda.

Entrambe però ebbero alti e bassi negli affari. I Sassoon furono colpiti pesantemente dal bando al commercio dell’oppio, che li spinse a diversificare il loro portafogli acquistando terreni, immobili, fabbriche, banche. I Kadoories investirono nel caucciù malese, ma le oscillazioni di quel mercato rischiarono di mandare la famiglia in bancarotta, prima di renderli nuovamente milionari convincendoli a investire anche in altri settori.

«L’autore del libro – scrive Paul French sul South China Morning Post – contrappone in modo divertente gli indisciplinati Sassoon con lo stile di vita rigoroso dei Kadoorie. E se oggi la fortuna dei Sassoon è ampiamente frammentata, l’erede Michael Kadoorie (oggi 79enne) è uno dei miliardari più ricchi dell’Asia».

Victor Sassoon, il nipote di David, nato a Napoli per caso durante un viaggio della sua famiglia verso l’India, viveva in una lussuosa suite al nono piano del Cathay Hotel, un palazzo in stile Art Déco sul Bund di Shanghai – un viale lungo la riva sinistra del fiume Huangpu.

«Oltre alle macchine veloci, alle donne glamour e ai cavalli da corsa, amava le feste in costume e le feste in generale, inventava cocktail e ha tirato su edifici che hanno contribuito a ridisegnare lo skyline di Shanghai con meraviglie architettoniche», scrive French. Mentre i gusti degli esponenti della famiglia Kadoorie erano più misurati, «ma comunque amava ospitare sontuosi ricevimenti a Marble Palace, in una sala da ballo rivestita in marmo italiano, con un soffitto alto 20 metri».

Le due dinastie vengono raccontate, nel libro di Kaufman, sullo sfondo della storia politica e sociale della Cina: l’influenza coloniale, l’impero, la rivoluzione comunista che tagliò definitivamente le gambe ai ricchi imprenditori dopo i colpi inferti dal Giappone durante la guerra sino-giapponese (1937-1945).

Fino alla Seconda guerra mondiale Shanghai era sinonimo di denaro, di glamour, di spregiudicatezza. La città formalmente ricadeva sotto la sovranità cinese, ma i 40mila stranieri che la abitavano avevano importato uno stile di vita che, in qualche modo, permetteva di ignorare le disposizioni di Pechino. Poi arrivò l’invasione giapponese: un durissimo colpo per l’economia cinese.

Kaufman cita una lettera inviata da Victor Sassoon a un amico che sintetizza l’errore di valutazione dell’imprenditore: «Ci sono guerre, rivoluzioni, panico e allarme ogni giorno. Ma vedrai che non succederà nulla». Lawrence Kadoorie, invece, intuì il pericolo, spostando il grosso dei suoi investimenti da Shanghai a Hong Kong.

Quando i giapponesi presero la città i Sassoon furono molto più esposti dei Kadoorie, e la famiglia ancora oggi ha un business florido a Hong Kong. Come sottolinea Kaufman, la dinastia Kadoorie si è trovata dinanzi a diverse cesure storiche: «L’invasione giapponese del ‘41, la rivoluzione maoista, gli anni ‘60 e la Rivoluzione Culturale, poi di nuovo nel 1997. Di fronte a un bivio hanno sempre scelto di rimanere lì. Ora che Hong Kong sembra essere ad un altro punto di svolta, un’altra decisione incombe».

29 luglio 2020 - IL RECOVERY È L’ULTIMA TRUFFA GENERATA DALL’UNIONE EUROPEA

E' crisi di sovrapproduzione e non è una questione di covid-19, è un problema strutturale

Covid manda in panne Volkswagen, Renault e non solo

30 luglio 2020


Che cosa succede ai conti di Volkswagen (e non solo)

Quel che non ha fatto lo scandalo ‘dieselgate’ (la cui branca italiana è tutt’ora in evoluzione, se si considera che nemmeno una settimana fa la Procura di Torino ha compiuto perquisizioni in FCA) rischia di farlo il Coronavirus. Com’era prevedibile, infatti, anche Volkswagen paga un conto salatissimo allo stop forzato imposto dalla quarantena globale, registrando una perdita lorda di 1,4 miliardi di euro nel primo semestre e risentendo di una flessione del fatturato del 23% a 96,1 miliardi, a causa della pandemia di Sars-Cov-2.

VOLKSWAGEN FERMA PER COVID

Le consegne per Volkswagen sono diminuite del 27,4% su base annua a 3,9 milioni di veicoli. Di conseguenza, l’assemblea annuale degli azionisti fissata per il 30 settembre prevede già una “proposta di dividendo” che “è stata modificata”, riducendo la cedola a titolo dell’esercizio 2019 a 4,8 euro per le azioni ordinarie e 4,86 euro per le privilegiate dai precedenti 6,50 euro e 6,56 euro. Il Gruppo tedesco si dice invece fiducioso circa l’obiettivo di un risultato operativo positivo per il 2020.

IN SOFFERENZA L’INTERO SETTORE, NISSAN CHIUDE A BARCELLONA

Ma Volkswagen non è la sola a versare in condizioni molto serie (leggi anche: Come i conti di Daimler si stanno cappottando). Tra i Gruppi in maggior difficoltà e in pieno riassetto c’è sicuramente Nissan, che ha così deciso di sacrificare i propri stabilimenti iberici, chiudendo la produzione di Barcellona. Nel primo trimestre dell’anno fiscale 2020-21, Nissan ha registrato ricavi netti consolidati pari a 1,1742 trilioni di yen (-50,5%). La perdita operativa, da aprile a giugno scorso, è stata di 153,9 miliardi di yen. La perdita netta è pari a 285,6 miliardi di yen (rispetto ai 6,4 miliardi di profitti dello stesso periodo dell’anno precedente). Su base pro forma, la perdita operativa è pari a 136 miliardi di yen, la perdita netta ammonta a 285,6 miliardi di yen. La quota di mercato globale della compagnia è scesa di 0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente al 5,2 per cento. Nell’intero 2020, considerato il mercato globale e gli effetti del coronavirus, Nissan si aspetta un volume di business in calo. In particolare per l’intero anno si aspetta ricavi pari a 7,8 trilioni di yen e una perdita netta pari a 670 miliardi di yen.

IN BILICO RENAULT, ASPETTANDO MACRON

Parallelamente, se soffre Nissan soffre anche Renault, il cui sposalizio era in crisi già prima del Covid. Colpita al cuore la Casa nipponica, la francese, che finora era stata sorretta proprio dai giapponesi, deve fare da sola. E sarà con ogni probabilità il governo di Emmanuel Macron a metterci una pezza, aumentando la propria presenza nel capitale. Il risultato netto, per il venir meno del contributo di Nissan e l’impatto dell’emergenza Covid-19, è quindi passato da un utile di 970 milioni a una perdita di 7,292 miliardi. Le vendite sono crollate del 34,9% a circa 1,26 milioni di unità, mentre i ricavi hanno subito una flessione del 34,3% fermandosi a 18,4 miliardi. Il margine operativo lordo è in negativo per 1,2 miliardi (era in positivo per 1,65 miliardi nel primo semestre del 2019) e il risultato operativo in perdita per due miliardi (quando soltanto un anno fa riportava utili per 1,5 miliardi).

SOFFRE PURE PSA

Mentre l’Ue chiede a FCA e PSA altri documenti prima di benedirne il matrimonio, il Gruppo automobilistico francese chiude il primo semestre del 2020 con un utile di 595 milioni di euro, in calo del 67,5% rispetto allo stesso periodo di un anno fa, quando era stato di 1,237 miliardi di euro. I ricavi sono scesi del 34,5% a 25,12 miliardi di euro. I ricavi della divisione automotive sono scesi del 35,5% a 19,595 miliardi di euro, soprattutto a causa dell’impatto negativo dei volumi e dell’andamento dei diversi Paesi (-40,5%), il calo delle vendite a partner (-0,5%) e per un effetto cambi negativo (-0,6%). L’utile operativo adjusted del gruppo nel primo semestre 2020 è pari a 517 milioni, in calo dell’84,5% rispetto allo stesso periodo del 2019, per la divisione automotive l’utile operativo adjusted è sceso del 72,5% a 731 milioni di euro. Questo è pari a un margine del 3,7%. Per l’intero 2020, il gruppo stima un margine dell’utile operativo adjusted per la divisione automotive del 4,5%, in media con le stime 2019-2021.

Le baggianate di questo euroimbecille diventano proverbiali

Vi racconto le ultime novità su Mes e Recovery (con le figure barbine di Gualtieri)

30 luglio 2020


L’approfondimento di Giuseppe Liturri su Mes, Recovery Fund e sortite del ministro Gualtieri

Il Mes ed il Recovery Fund continuano ad occupare il centro della scena del dibattito parlamentare ed è presumibile restino a lungo sotto i riflettori.

Ieri, quando ancora non si era spenta l’eco delle parole, forse dal sen fuggite, del ministro Roberto Gualtieri a proposito dello status di creditore privilegiato del Recovery Fund, una risoluzione di maggioranza in occasione del voto del Senato sullo scostamento di bilancio ha gettato lo scompiglio nelle linee, già piuttosto agitate, della maggioranza politica.

Nel documento, firmato da tutti i capigruppo dei partiti che appoggiano l’attuale governo, si impegna l’esecutivo a “a prevedere l’utilizzo, sulla base dell’interesse generale del Paese e dell’analisi dell’effettivo fabbisogno, degli strumenti già resi disponibili dall’Unione europea per fronteggiare l’emergenza sanitaria e socio economica in atto”. Non c’è bisogno di una esegesi particolarmente approfondita per scorgere il chiaro riferimento al Mes e questo rende sempre più vicino il momento in cui il M5S dovrà confrontarsi con la linea rossa apparentemente invalicabile, oltre la quale c’è l’utilizzo di questo strumento.

Come se non bastasse la pressione sul fronte interno, è poi giunto anche il direttore finanziario del Mes, Kalin Janse, ad illustrare in un intervento sul sito del Mes, le presunte virtù salvifiche dell’istituzione che gli paga lo stipendio. La totale inconsistenza degli argomenti portati per dimostrare il presunto risparmio per Italia e Grecia derivante dalla richiesta di quel prestito, lascia intendere la seria difficoltà per il Mes di giustificare la sua esistenza. Oggi l’Italia non ha rischio di liquidità (tutte le aste registrano un’abbondante offerta su tutte le scadenze), non ha rischio di tasso (ieri l’asta del Bot a 6 mesi ha fatto registrare un tasso pari al -0,28%) e quindi non sa che farsene di prestiti offerti da un creditore privilegiato come il Mes, strutturato per Paesi la cui stabilità finanziaria è a rischio e che hanno perso l’accesso ai mercati. È un dibattito che non dovrebbe nemmeno esistere.

Avantieri era invece toccato al ministro Gualtieri, in audizione presso le commissioni Bilancio e Finanze riunite, esibirsi in un intervento che non ha mancato di suscitare scalpore.

Il casus belli è stato scatenato dalla domanda del senatore Alberto Bagnai, finalizzata a sapere se fossero vere le voci riportare dal Sole 24 Ore circa tensioni di cassa a settembre, nel caso di mancato ricorso al Mes. Inoltre il senatore chiedeva anche di conoscere se fosse stata esplorata dal Mef l’eventualità di emettere debito con privilegio a favore del creditore, ottenendo così condizioni migliori rispetto ai Btp che sono “pari passu”, i cui detentori concorrono cioè alla pari con gli altri creditori dello Stato nel soddisfacimento del loro credito.

Riguardo al primo punto, il ministro ha testualmente affermato che “il tema non esiste”, con ciò derubricando a retroscena senza alcun fondamento il titolo di prima pagina del principale quotidiano economico-finanziario italiano. Non a caso i mercati non avevano fatto una piega.

Sul secondo tema, Gualtieri ha affermato, in scioltezza, che un eventuale privilegio non consentirebbe tassi più bassi rispetto a quelli già attualmente praticati da creditori privilegiati come Mes, Recovery Fund (RF) e fondo Sure.

Il presidente Claudio Borghi non ha perso l’occasione di rimarcare questa affermazione del ministro che non appare affatto come una “normalità”, così come da egli stesso definita. Infatti il Mes è creditore privilegiato per esplicita previsione inserita nel suo Trattato istitutivo, ma da nessuna parte abbiamo trovato scritto che i prestiti del RF godranno dello stesso status, né il regolamento istitutivo del Sure fa alcun cenno a tale status. Né alcuna delle 67 pagine dell’accordo politico dell’ultimo Consiglio Europeo del 21 luglio riportano alcunché, eppure di spazio ne avevano. A questo punto, delle due, l’una: o lo status di creditore privilegiato non esiste e quindi il ministro ha davvero detto un’inesattezza, o lo status esiste ed è allora davvero grave che sia rimasto finora nascosto.

L’aspetto curioso della vicenda è che il ministro ha risposto mentre scorreva lo schermo del suo telefonino, dando l’impressione di leggere un testo, cercare di comprenderlo e, contemporaneamente, formulare una risposta. Ed è parsa davvero una voce dal sen fuggita quella del ministro. Qualche collaboratore gli ha forse rivelato ciò che si apprestano a scrivere nei regolamenti (ammesso e non concesso che sia sufficiente) e cioè che anche i prestiti del RF avranno status di creditore privilegiato, alla maniera del Fondo Monetario Internazionale e del Mes. Ed infatti Borghi ha preso subito la palla al balzo, definendo il Recovery Fund un “super Mes”.

Ma questo è ancora il meno, infatti il RF presenta almeno 4 profili critici:
  1. Continua ad essere incerto nel suo ammontare, in quanto tutti dati sui presunti miliardi destinati all’Italia sono finalmente accompagnati dal modo verbale condizionale. La Commissione non ha rilasciato dati, quelle che circolano sono solo stime dei governi.
  2. La Commissione non può riversare sui mercati circa 850 miliardi di titoli in un attimo. Il Financial Times ha pubblicato stime secondo le quali il grosso delle emissioni si concentrerà tra il 2021 ed il 2024, con il RF in particolare concentrato tra 2022 e 2024. E se la Commissione non raccoglie denaro con le sue obbligazioni, i bonifici agli Stati non possono partire. Quindi i fondi a prescindere dal loro ammontare, arriveranno con relativa lentezza.
  3. Infine, la stima del beneficio netto. Oggi non è possibile calcolare alcun beneficio netto per il nostro Paese. Come detto, è perfino in dubbio il calcolo del beneficio lordo. Il denaro preso in prestito dalla Commissione per erogare 390 miliardi di sussidi e 360 miliardi di prestiti, dovrà essere restituito facendo affidamento sulle cosiddette “risorse proprie”, cioè nostre, in quanto trattasi di tasse (a partire da quella sulla plastica). I contributi al bilancio Ue, che determineranno il saldo netto per il nostro Paese del RF, saranno noti solo quando sarà noto o stimabile il gettito delle nuove imposte o i contributi aggiuntivi richiesti di anno in anno per chiudere in pareggio il bilancio UE. Risultano quindi premature ed affrettate tutte le stime circolate in questi giorni, dalle quali emerge un presunto beneficio netto positivo per il nostro Paese, come se oggi fossimo chiamati ricevere sussidi con una base di ripartizione del 20,4% sul totale ed a versare contributi in proporzione al PIL, come accade per il bilancio pluriennale ordinario 2021-2027. I conti si faranno alla fine e le sorprese potrebbero essere numerose. A partire, da un lato, dall’effettivo tiraggio da parte dell’Italia dei sussidi disponibili e, dall’altro, da come sarà ripartito il gettito delle nuove imposte tra i diversi Stati membri.
  4. Preoccupa il potenziale effetto recessivo indotto dal rispetto delle raccomandazioni Paese e delle altre condizioni poste per beneficiare dei fondi. Si tratta della solita litania fatta di tagli alla spesa ed aumenti di imposte che ci ha già mandato in recessione nel 2012-2014.
Di sicuro, oggi c’è una sola cosa: è stato elevato dal 1,4% al 2% del Reddito Nazionale Lordo l’ammontare massimo di risorse che la Ue può richiedere ai Paesi aderenti. Si andrà così a costituire un plafond annuo di circa 81 miliardi, ritenuto sufficiente dai mercati e dalle agenzie di rating, per concedere il rating tripla A alle emissioni obbligazionarie della Commissione.

Altro che status di creditore privilegiato, alla Commissione ed ai mercati interessa la certezza che i debitori paghino tempestivamente e la rete di sicurezza messa in piedi è di tutto rispetto. Anche perché il 2058, ultima data prevista per il rimborso delle obbligazioni, è molto lontano e, fino ad allora, non è detto che la Ue sia così com’è ora.

In fondo, anche l’Impero Romano e l’Unione Sovietica hanno avuto una durata limitata.

Il sorriso di questo euroimbecille è inquietante, sempre soddisfatto di se, tanto la doppia tassa sulla plastica non la paga lui


Venerdì 31 Luglio 2020
Incubo doppia plastic tax per il settore

Preoccupa l'ipotesi di una doppia "plastic tax" da gennaio 2021: in settimana il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha assicurato che "nella legge di bilancio per l'anno prossimo si lavorerà per evitare duplicazioni e oneri eccessivi per le imprese", ma le aziende del settore del packaging, e non solo, temono un carico insostenibile tra "tassa" italiana ed europea. Con potenziali ripercussioni devastanti anche sulla filiera ortofrutticola.

Il ministro Gualtieri

La plastic tax italiana, che doveva entrare in vigore a luglio ma è stata rimandata per lo "tusnami-Coronavirus" prevede il pagamento di 45 centesimi ogni chilo di plastica di prodotti monouso venduti: coinvolti bottiglie di plastica, imballaggi per il cibo e anche il tetrapack. Gettito stimato per il 2021: 521 milioni di euro.

Quella europea, in realtà, non è una vera e propria tassa quanto un "conto" a carico degli Stati membri in base alla quantità di plastica non riciclata gettata; non considera, quindi, la plastica prodotta come nella "versione" italiana. L'importo previsto è di 80 centesimi il chilo, sempre a partire dall'anno prossimo. Toccherà però ai governi nazionali decidere come raccogliere la somma, stimata in circa 830 milioni di euro l'anno, con facoltà di non prelevarli dal settore della plastica.


Il Governo ipotizza che una delle due tassazioni assorbirà l'altra, senza però aumentare il gettito di oltre mezzo miliardo previsto per l'anno prossimo. Ma a quel punto bisognerebbe trovare altrove gli oltre 800 milioni chiesti dall'Unione europea. 

Ieri si è tenuta una riunione di Unionplast-Confindustria per cercare di capire cosa potrà avvenire: "Le incertezze sono tante, sia sulla tassa italiana, che è legge, sia sul provvedimento europeo, che non lo è e dovrà essere approvato dal Parlamento Ue", ha spiegato a Italiafruit News Mauro Salini, manager di Nespak e presidente di ProFood, gruppo delle imprese produttrici di imballaggi per alimenti aderente a Unionplast.

Mauro Salini

Per David Dabiankov, direttore generale di Assobibe (l'associazione di Confindustria delle imprese produttrici di bevande analcoliche) "è giusto evitare la doppia tassazione: queste norme sono state approvate nel 2019, quando il mondo non aveva conosciuto il virus, e ora lo scenario economico-finanziario è cambiato per cui è indispensabile un ripensamento anche sulla plastic tax italiana". Secondo Assobibe la tassa italiana è particolarmente dannosa perché "non esclude chi utilizza la plastica che in futuro potrebbe essere riciclabile".

Tra le imprese del packaging ortofrutticolo trapela forte inquietudine. "Tassare è una scusa per far cassetta, agire e investire su fattori produttivi industriali che migliorino la gestione ecosostenibile è diverso", commenta il rappresentante di una delle più importanti realtà del comparto.


La tassa continentale sulla plastica è definita senza mezzi termini un "pericolo per il mercato unico dell'Ue", da Alexandre Dangis, amministratore delegato di European Plastics Converters (Eupc). "Poiché le entrate della tassa non sono destinate ad essere investite nelle infrastrutture per i rifiuti e il riciclaggio, quest'ultimo processo non aumenterà a crescere sarà invece il costo del riciclaggio delle materie plastiche e ciò incoraggerà il passaggio ad altri materiali di imballaggio con un impatto ambientale maggiore". Dangis ritiene che l'unico modo per aumentare veramente il riciclaggio in Europa sia tassare lo smaltimento in discarica dei rifiuti in plastica.

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La Russia cerca di portare il conflitto su un piano diplomatico al contrario la Turchia soffia sul fuoco

Armenia vs Azerbaigian: forze aeree a confronto

29 luglio 2020 


Armenia e Azerbaigian tornano a scontrarsi, questa volta nei confini settentrionali, nella regione del Tavush, in quello che può chiaramente essere definito come il momento di tensione più alto tra i due paesi dal 2016.

Finora sono noti bombardamenti al confine con l’uso di artiglieria e armi leggere o al massimo attraverso l’impiego (e l’abbattimento) di droni da parte dei due paesi, ma in caso di escalation della crisi il coinvolgimento delle forze aeree sarebbe inevitabile.


La composizione dell’Aeronautica Militare Armena è molto modesta. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica Yerevan ereditò una piccola quota di aerei ed elicotteri e inoltre all’inizio della guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994) la Difesa armena perse un certo numero di velivoli della sua già piccola flotta. Ecco il motivo per cui dai primi anni 2000 gli armeni hanno pensato ad un percorso di potenziamento ed espansione della locale Forza Aerea.

Secondo il FligtGlobal 2020 il numero totale di velivoli ad ala fissa e rotante dell’Armenian Air Force è di sole 56 unità.

Nel dettaglio: 4 (nuovissimi) Sukhoi Su-30SM, 9 aerei d’attacco Su-25, 3 aerei da trasporto Il-76, 12 elicotteri utility Mil Mi-8MT/9, 15 elicotteri d’attacco Mil Mi-24 e ancora 6 addestratori L-39, 6 elicotteri d’addestramento Mil Mi-2 e un Su-25UB d’addestramento e attacco.

Anche secondo il The Military Balance 2020 il numero finale è identico ma cambiano le quantità di alcune categorie di velivoli che qui riportiamo per completezza d’informazione: 14 Su-25/UBK, 1 Airbus A319CJ, 4 addestratori L-39, 11 elicotteri d’attacco Mil Mi-24P/R/K, 10 Mil Mi-8MT più 2 Mi-9 e 7 Mi-2. Inoltre, sempre il The Military Balance 2020 riporta il possesso di 40 droni di fabbricazione locale X-55, “Baze” e “Krunk”.


Indubbiamente, nel complesso, l’Aeronautica di Yerevan ha ancora bisogno di nuovi aerei ed elicotteri poiché al momento è impossibile condurre con questi numeri operazioni di combattimento efficaci e prolungate.

I primi passi in questa direzione sono stati fatti così dal governo di Nikol Pashinyan all’inizio del 2019, quando è stato firmato un contratto con la Russia per la fornitura di quattro moderni caccia multiruolo Sukhoi Su-30SM (argomento ampiamente trattato sia sul nostro web-magazine sia sul canale Telegram); velivoli che sono giunti nel dicembre dello scorso anno presso l’aeroporto di Erebuni e sono stati accolti dal Primo Ministro locale e dall’intera comunità con grande orgoglio.

A tal proposito il Ministero della Difesa armeno prevede di ordinare nei prossimi anni dalla Federazione Russa lotti aggiuntivi di Su-30SM fino a giungere a non meno di 12 unità (fonti locali parlano addirittura di 16 Su-30SM in totale).

Degni di nota, nel quadro dell’alleanza tra Armenia e Russia nel quadro del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO), la dotazione di sistemi missilistici di difesa aerea S-300 e Buk-M2 e inoltre la presenza della base militare russa (a Erebuni e a Gyumri) dotata di sistemi missilistici antiaerei S-300V, caccia MiG-29, elicotteri Mi-24P e Mi-8MT oltre ad un numero di militari di circa 4.000 effettivi (inclusa una brigata dell’Esercito) che concede a Yerevan la possibilità di programmare un riarmo della propria flotta aerea senza particolari ansie.


Sull’altro versante la flotta dell’Aeronautica Militare azera è quantitativamente superiore a quella armena ma praticamente non contiene (al momento) velivoli di fattura moderna. L’intera composizione è di chiara eredità sovietica o proviene ancora da una serie di acquisti di aerei ed elicotteri sovietici modernizzati effettuati in Ucraina e in Kazakistan nei primi anni 2000.


La maggior parte dei piloti tuttavia ha seguito corsi e stage in Turchia, Germania e Stati Uniti e com’è noto la Difesa locale starebbe valutando alcune opzioni per l’aggiornamento della propria flotta aerea rivolgendosi all’Italia (vedi MoU degli addestratori avanzati M-346) e operando finanche nell’ambito della cooperazione con la Russia.

Secondo il FlightGlobal 2020 l’Azerbaigian sarebbe in possesso di 147 velivoli (esclusi gli UAV); inferiore invece la stima secondo il The Military Balance 2020 con 122 unità.


Nel dettaglio, quest’ultima fonte riporta: 15 MiG-29/UB (12 per il FlightGlobal 2020), 2 Su-24 (non censiti per il FG), 19 Su-25/UB (12 per il FG), 12 L-39 (identico valore per il FG), un Antonov An-12 (non censito per il FG), 3 Yakovlev Yak-40 (non censiti per il FG), 26 Mil Mi-24 (17 per il FG), 33 Mil Mi-8/17 (65 per il FG), 3 Kamov Ka-32 (4 per il FG), 1 Bell-412 (2 per il FG) e infine 7 Mil Mi-2 (pari numero per il FG).


Cospicua la presenza di UAV nell’Azerbaijian Air Force: un IAI Heron, 4 Aerostar, 10 Elbit Hermes 450, un Elbit Hermes 900, 40 Defense Orbiter e 10 IAI Searcher II.

In conclusione, seppur con numeri nettamente più ampi Baku ha problemi simili a quelli di Yerevan in termini di qualità delle proprie forze aeree e prima o poi dovrà giocoforza procedere alla sostituzione di numerosi velivoli obsoleti, anche se, come riportato da Analisi Difesa, il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha proceduto ad esaminare i caccia russi Sukhoi Su-35 e MiG-35, così come gli aerei d’addestramento avanzati italiani Leonardo M-346 (anche nella versione caccia leggero M-346FA) e i caccia pakistani JF-17 .


In poche parole un rinnovamento qualitativo della Aeronautica azera dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità per Baku, poiché se per quantità di mezzi la stessa risulta vincente nei confronti di Yerevan, l’Armenia dal canto è già un passo avanti attraverso l’acquisizione di moderni caccia multiruolo Sukhoi Su-30SM di “generazione 4+”.

Infine, non bisogna dimenticare che i cieli dell’Azerbaigian sono coperti dai sistemi missilistici antiaerei S-300, Barak 8, Buk-M1 e Tor M2E.


Né l’Armenia né l’Azerbaigian hanno in conclusione forze sufficienti per sostenere campagne aeree significative e prolungate così come è improbabile che a breve termine appaia un numero consistente di nuovi velivoli nei due paesi in grado di poter cambiare l’attuale situazione.

Mosca punta ad evitare l’aggravamento della situazione e sta mettendo in campo tutti gli sforzi diplomatici possibili per riconciliare i due stati ex sovietici.

L’interesse maggiore della Russia sembra essere quello di mantenere calme le acque e fare in modo che i due contendenti possano dedicare piuttosto maggiori sforzi economici al riarmo attraverso l’acquisto di nuove piattaforme e sistemi d’arma.

Foto: Ministero Difesa Armeno e Ministero Difesa dell’Azerbaijan