L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 agosto 2020

Italexit spazzerà vista questo lurido ciarpame

M5S: il mesto ingresso a Piddinia City

di Sollevazione
16 agosto 2020

Agosto sembra essere il mese fatale dei Cinque Stelle. Un anno fa – primo artefice lo stratega di Rignano sull’Arno – i pentastellati stringevano l’accordo di governo col Pd. Quest’anno, quasi dovessero onorare una cambiale firmata allora, ecco la “svolta” sulle alleanze. D’ora in poi, a dispetto di quanto avverrà alle regionali di settembre, la linea sarà quella dell’alleanza strategica col Partito Democratico. Il bipolarismo ammaccato degli anni scorsi tende perciò a ricomporsi, con quali esiti ce lo dirà il tempo.

Così scrivevamo il 25 agosto 2019:

«Sono adesso i Cinque Stelle, spinti tra le braccia del Pd proprio da Salvini, a dover decidere se il loro futuro sarà semplicemente quello di farsi riassorbire ed integrare nel sistema. Non solo andando oggi al governo col Pd, ma predisponendosi in un domani non troppo lontano ad un’alleanza organica con quel partito. Perché questa è ormai la vera posta in gioco».

La vera posta in gioco… Eravamo dunque stati facili profeti. Ci hanno messo un anno, ma questi 365 giorni non sono trascorsi invano. Nella sostanza l’anomalia M5S era già finita con il governo Ursula, ma la formalizzazione della piena integrazione nel blocco a trazione piddina – avvenuta con il patetico voto on-line di ieri l’altro – uno scherzo non è.

Interessante come i due protagonisti della “nuova” alleanza – Zingaretti e Di Maio – hanno parlato della svolta sui giornali.

In una lunga intervista a La Stampa Giggino Di Maio ha dato il meglio di sé. Pur avendo a disposizione l’intera pagina 3 del quotidiano torinese è riuscito nella non facile impresa di non dire nulla. Parlando come un democristiano di lungo corso, che è poi la sua vera dote, è riuscito a smussare ogni cosa. La “svolta” c’è stata, ma è solo una “evoluzione”, il tutto condito da una citazione di Pietro Nenni sul fatto che «l’immobilismo giova alla conservazione», che sarebbe un po’ come dire che il fuoco giova a riscaldare l’ambiente. Una notiziona!

Decisamente più interessante l’urlo di gioia del segretario del Pd: «Luigi Di Maio è intelligente ed è stato di parola».

Interessante perché rimanda ad un impegno preso in precedenza, la qual cosa se da un lato è assolutamente normale dopo un anno di governo insieme, dall’altro chiarisce assai bene quali siano le prospettive politiche, almeno nella testa dei due contraenti della “nuova” alleanza di centrosinistra.

Abbiamo già accennato al fatto che questo accordo non avrà probabilmente ricadute immediate sulle prossime elezioni regionali. Si vocifera di un possibile scambio dell’ultima ora, con il ritiro incrociato del candidato Pd nelle Marche e quello M5S in Puglia. Vedremo, anche se sembrerebbe ormai troppo tardi per un’intesa di questo genere. Ad ogni modo la svolta c’è stata, e qualche impatto sulle urne settembrine (ad esempio col voto disgiunto in alcune regioni) ci sarà.

Ma questo è il meno. Il più riguarda le prospettive politiche future. Premesso che la crisi attuale non prepara certo tempi tranquilli, che dunque ogni scenario potrebbe venire terremotato dagli eventi, quattro mi sembrano le conseguenze della “svolta” pentastellata di Ferragosto. Ricapitoliamole.
Nasce di fatto un nuovo “centrosinistra”, nel quale M5S è ormai assorbito come forza subalterna al Pd. Benché dilaniato da innumerevoli faide interne, quest’ultimo partito ricomincia a costruire una coalizione, dalla quale non potrà chiamarsi fuori il riottoso Renzi.
Il nuovo quadro impatterà di certo sulla legge elettorale, rimettendo in discussione l’ipotesi del Germanicum (proporzionale con sbarramento al 5%), per aprirla forse ad una qualche variante dell’Italicum renziano, disegnato magari sul modello della legge per i comuni oltre i 15mila abitanti. La questione è controversa, visti i tanti interessi in gioco, ma quel che va segnalata è la possibilità che si torni ad un sistema fortemente maggioritario basato sul meccanismo escludente delle coalizioni.
L’attuale alleanza di governo ne esce rafforzata, mentre non si può dire la stessa cosa per Conte ed il suo ruolo di pontiere. Visto lo scambio di amorosi sensi tra Zingaretti e Di Maio, vista la visita di Beppe Sala a Beppe Grillo nella sua villa al mare a Marina di Bibbona (dove “non hanno parlato di politica”, ci mancherebbe…), il terzo Giuseppe, quello che risiede a Palazzo Chigi, potrebbe perfino risultare d’ingombro. Ma uno sfratto sarebbe adesso prematuro. Dunque si vedrà, ma a questo punto anche un eventuale cambio di governo non significherebbe affatto un cambio di maggioranza.
L’anomalia pentastellata è stata pienamente riassorbita dal sistema. Il Pd non è difatti semplicemente un partito. Anzi, come partito è per molti aspetti ormai evanescente. Il Pd conta piuttosto per il suo ruolo di perno di un sistema in crisi che non saprebbe a quale altro santo votarsi. Ed il Pd è il cardine del blocco eurista, quello che garantisce la sudditanza del nostro Paese all’Euro-Germania. Sarà un caso, ma l’unica sottolineatura del ministro degli Esteri Di Maio, nella già citata intervista a La Stampa, è che le attuali tensioni internazionali «devono spingerci a un rafforzamento dell’Ue e delle sue istituzioni».

Alla fine sempre lì si va a parare. Nacque così il governo Ursula, si formalizza così la nuova alleanza strategica (almeno nelle intenzioni) tra Pd ed M5S. Un’alleanza tenuta insieme da un cemento d’importazione, prodotto a Bruxelles e Berlino.

L’ultima cosa da dire è che più che un’alleanza tra uguali, quella che si sta compiendo è palesemente un’annessione, dove tutti sanno chi comanda e chi si adegua al comando. In questo modo l’emorragia elettorale pentastellata continuerà alla grande. La tranvata alle prossime regionali è certa. E, visto il riparo scelto, quelle future non saranno meno meritate.

Il bipolarismo che vorrebbero ricostruire nasce zoppo. Sono sempre meno gli italiani che vi si riconoscono. L’importante è che questa volta l’alternativa sbocci sotto il segno dell’Italexit.

E’ con questo impegno che salutiamo il mesto ingresso dei Cinque Stelle a Piddinia City. Con nessuna sorpresa e nessuna indulgenza.

Dacci oggi la nostra dose quotidiana di terrore mediatico. Diventa sempre più pericoloso per coloro che cercano di dare informazioni sul reale stato delle cose.

ORMAI CONTINUARE E’ INUTILE . E rischioso.

Maurizio Blondet 22 Agosto 2020 

Quando leggo che “il virologo Andrea Crisanti” esige e comanda “300 mila tamponi al giorno”, mentre è così evidente che più aumentano i “tamponi” e più si scoprono “contagiati” ovviamente asintomatici (ossia sanissimi, ma da “isolare” perché “altrimenti contagiano i nonni”), capisco che ormai il mio lavoro informativo è inutile. Da giorni, ed anche oggi, tutte le tv e le radio aprono i notiziari con il “numero dei contagi che aumenta” – e il terrore va avanti senza deflettere, ferreo, sordo a qualunque argomento contrario – vuol dire che il Progetto non è più arrestabile e va lasciato arrivare fino alla conclusione voluta dai Progettisti. Senza dominare le tv, non si può raggiungere l’opinione pubblica con le informazioni documentate che smentiscono il terrorismo.

Non vale più la pena di sprecare tempo e fatica, di sforzare la mente, di negarmi a letture più profonde e piacevoli, o necessarie preghiere.

Non solo il mio lavoro ormai è inutile; diventa anche inutilmente pericoloso per me, per noi pochi che cerchiamo di dare l’allarme alla popolazione su ciò che la attende fra qualche mese.

Crisanti, ho spiegato chi è e di quali temibili e persino vietate manipolazioni genetiche è specialista; per di più, impartisce la direttiva dei 300 mila persone al giorno insieme all’ingiunzione di sottrarre alle Regioni la competenza del settore sanitario per accentrarlo una autorità centrale, insindacabile e dotata di poteri polizieschi (“serve un piano nazionale di sorveglianza per quadruplicare la nostra capacità di effettuare tamponi, attività strategica per il nostro Paese non può essere lasciata in balìa delle diverse impostazioni delle Regioni”). Peggio, la sua ingiunzione è accolta e strombazzata da Il Fatto Quotidiano: ossia l’organo del Procuratore, quello per cui non esistono innocenti, ma solo criminali che Lui con la (sua) Giustizia non ha ancora scoperto.

Ciò significa che presto saranno varati decreti che puniscono penalmente, e indicato all’opinione pubblica come “negazionista”, sabotatore dello sforzo sanitario in corso, diffusore di notizie false dannose alla salute – e colpito da ammende tali, da rovinarmi economicamente, cosa facilissima perché i miei beni sono tutti dichiarati e visibili al Procuratore.

Ci sono già inequivocabili indizi della deriva repressiva che intende prendere il governo. Proposte di creare il reato di “incitamento al rifiuto delle terapie” che vieterà di argomentare contro il vaccino universale e obbligatorio deciso una volta per tutte. Preparazione, nelle regioni gestite dal governo, a trasformare gli alberghi in luoghi di confinamento sanitario, con concorsi a cui risponderanno in massa gli albergatori, rovinati dalla scomparsa dei turisti

In queste strutture saranno ospitati persone malate di Covid? Asintomatici? “Positivi” a uno dei 300 mila tamponi al giorno? NEmici del popolo e di Cremaschi?




La Stampa @LaStampa
Intervallo addio, la scuola post covid impone agli studenti la pausa al banco
E non manca il furibondo appello del capo della CGIL a far tacere quelli che lui nomina così:
Un rigurgito sanguinario che viene dal passato ineliminabile del paleo-comunista; ma il potere farà come dice Cremaschi, non dovete dubitare. Il linciaggio mediatico aiuterà.

Cari lettori, io sono pronto a subire danni – ma non senza prospettiva alcuna. Ormai le forze del male e della menzogna sono non solo preponderanti; sono schiaccianti.


E andranno fino in fondo; verso quel “Grande Reset” transumano che è stato tante volte descritto e spiegato, e che raccontare un’altra volta porta solo a fornire più materiale d’accusa al Cremaschi e alla psicopolizia (il nuovo Kgb liquidatore) che desidera, reclama e vuole.

Sicché, cari lettori, sto riconsiderando la mia funzione. Devo sforzarmi a vincere la mia mania – perché ormai l’ho contratta – di scrivere troppo spesso e troppo d’urgenza. Scrivere oltre significa solo diffondere disperazione, mentre invece è alla speranza che ci si deve volgere: sicuri che le loro “macchinazioni andranno in malora”, e fra un decennio al massimo quelli fra noi che saranno vivi vedranno la restaurazione della fede, in Europa, e con essa la legittimità del sovrano e del Papato. Ciò che sembra – ed è – impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile.

Preghiamo che questo tempo sia abbreviato. La preghiera ora è la sola cosa utile e necessaria.



La marina militare ha bisogno dei giovani. 2200 possono essere solo un primo blocco iniziale. Dobbiamo investire massicciamente su quest'arma

Concorso 2.200 volontari della Marina Militare: il piano assunzioni 2021

22 Agosto 2020 - 12:31 

Concorsi pubblici: bando per il reclutamento di 2.200 VFP1 della Marina Militare in Gazzetta ufficiale. Qui le informazioni su invio della domanda, requisiti e fasi del concorso.


Concorsi pubblici, nuovo bando pubblicato in Gazzetta Ufficiale: si tratta del piano assunzioni per 2.200 volontari in ferma prefissata di un anno (VFP1) da reclutare nella Marina Militare.

Anche se non si tratta di un concorso per un rapporto di lavoro a tempo indeterminato è comunque un buon inizio per chi spera di avere una carriera nelle Forze Armate italiane. Ricordiamo, infatti, che dopo l’anno di ferma vi è la possibilità di prendere parte al concorso per VFP4 - con il quale si resta in servizio come volontari per altri 4 anni - per poi aspirare alla rafferma definitiva.

Inoltre, prendendo parte all’anno come volontario si potrà concorrere alle riserve di posti previste dagli altri concorsi pubblici per le Forze Armate.

Con il concorso pubblico appena annunciato per la Marina Militare, quindi, si andranno a reclutare 2.200 volontari, i quali saranno così dislocati:
1.400 per il Corpo equipaggi militari marittimi (CEMM);
800 per il Corpo delle capitanerie di porto (CP).

Il reclutamento verrà effettuato su due blocchi di domande e distinti incorporamenti. A tal proposito, vediamo quali sono le date previste, anche perché da queste dipende la scadenza per l’invio della domanda.
Concorso 2.200 volontari della Marina Militare: le date degli incorporamenti

Al 1° blocco di assunzioni sono previsti 1.356 reclutamenti (950 per il CEMM e 406 per le CP) suddivisi in quattro distinti incorporamenti:
1° incorporamento previsto nel mese di marzo 2021 per i primi 600 classificati nella graduatoria di merito generale del 1° blocco (400 per il CEMM e 200 per le CP);
2° incorporamento: previsto nel mese di maggio 2021 per i successivi 440 classificati (240 per il CEMM e 200 per le CP);
3° incorporamento previsto nel mese di settembre 2021 per 196 concorrenti;
4° incorporamento previsto nel mese di novembre 2021 per 60 classificati nella graduatoria di merito CEMM (reparto anfibi).

Per questo primo blocco di selezioni la domanda di partecipazione potrà essere presentata dal 30 agosto al 28 settembre 2020 (per i nati dal 28 settembre 1995 al 28 settembre 2002, estremi compresi).

Nel 2° blocco, che interesserà 844 posti di cui 450 per il CEMM e 394 per le CP, sono invece previsti due distinti incorporamenti:
1° incorporamento previsto nel mese di settembre 2021 per i primi 354 classificati nella graduatoria di merito generale del 2° blocco (160 posti per il CEMM e 194 per le CP);
2° incorporamento previsto nel mese di novembre 2021 per i successivi 490 classificati nella graduatoria di merito generale del 2° blocco (290 posti per il CEMM e 200 per le CP).

La domanda di partecipazione al 2° blocco andrà presentata dal 7 gennaio 2021 al 5 febbraio 2021 (per i nati dal 5 febbraio 1996 al 5 febbraio 2003, estremi compresi).

Va detto che non è possibile partecipare al concorso per più di un settore d’impiego, neppure presentando distinte domande. È però ammessa la presentazione di domande di reclutamento per entrambi i due blocchi, nel rispetto delle date di scadenza stabilite per ognuno di essi.
Concorso Marina Militare: invio domanda di partecipazione

Per tutte le procedure di reclutamento, quindi anche per l’invio della domanda di partecipazione al concorso per la Marina Militare, bisogna fare riferimento al portale dei concorsi online del Ministero della Difesa (CLICCA QUI).

È bene ricordare che per usufruire dei servizi offerti dal portale è necessario che i candidati siano in possesso delle credenziali di identità digitale (SPID, clicca qui per sapere di cosa si tratta).
Concorso Marina Militare: informazioni generali su requisiti e prove

I requisiti necessari per candidarsi al concorso per volontari della Marina Militare sono quelli generalmente richiesti per gli altri concorsi pubblici: quindi godimento dei diritti civili e politici e nessuna condanna per delitti non colposi.

Possono partecipare i soli cittadini italiani.

C’è un limite di età: alla data di presentazione della domanda è necessario aver compiuto il 18° anno di età e non aver superato il giorno del compimento del 25° anno di età.

Come titolo di studio, invece, è sufficiente la licenza media.

Le fasi del concorso dipendono dal profilo per il quale si concorre. In ogni caso non sono previste prove scritte: dopo la raccolta delle domande e la valutazione dei titoli, infatti, i candidati migliori verranno chiamati per le visite mediche e per rispondere ai test attitudinali.

io esigo sapere quanti sono i malati. Io esigo sapere quanti tamponi positivi sono in salute e quanti tamponi positivi sono ammalati. Coloro che nascondono la verità sono i complottisti

Io, medico, vi dico: basta castronerie su Covid

22 agosto 2020


Il post sul Covid di Ivano Hammarberg Ferri, medico, chirurgo, oncologo, esperto in integrazione per il supporto del paziente oncologico, terapista del dolore e delle patologie cronicodegenerative, tratto da Facebook

Ormai sono 6 mesi che se ne parla, discute e litiga in ogni salsa e luogo: il Covid 19.

Io sono stanco.
La mia intelligenza offesa.
La mia laurea e la specialità sono carta igienica.

Le mie emozioni, ormai, non più le mie. Non sono più chi ero prima del Covid.

Continuo a vedere che l’Italia è ancora un insieme di feudi-regioni, ognuna col suo signorotto-governatore. Ognuno che fa le sue piccole regole, da imporre a mo di sceriffo del far west…..con quel sorrisino di chi tra le righe ti sta dicendo ” comando io, anche se non capisco un cazzo”

Un popolo spaccato in tre parti, la terza, a chi sfuggisse, sono i confusi, i vecchi, i bambini.
Quelli che come al solito in quanto fragili si trovano calpestati, incapaci di difendersi. Vittime della incuria delle altre due parti, quelle opposte, quelle schierate, quelle che hanno ragione. La storia si ripete sempre, perché gli esseri umani non sono cambiati, per niente.

Continuo a vedere un regime di ignoranza e paura (Io non voto, non sono italiano e sono apolitico), ma il regime lo vedo eccome!
Costruito sulla paura, sulla ignoranza, sulla imposizione e sulla impossibilità, di chi subisce, di difendersi.

Vedo personaggi, quasi maschere di un grottesco teatro popolare, che ci dicono che siamo nella piena ripresa di una pandemia, che i nostri figli a scuola saranno trattati secondo decreti e decretini, dopo misurazione temperatura e saturazione di ossigeno, trasportati e curati con o senza nostro consenso. Provateci…..

Leggo articoli più o meno spicci e squallidi in cui il ministro ( non il mio, io sono un medico) che dice che per chi non obbedirà ci sarà il Tso e/o il carcere. Vorrei ricordargli che è indagato…..Nei miei anni di vita a Napoli, ho imparato un detto che tradotto in italiano direbbe: ” non sputare in cielo, perché ti ricade in bocca” ….in Svezia si dice di non pisciare controvento….si capisce bene.

O il virologo ormai ” schivo” perché sputtanato, che scrive che non capiamo niente, che la scienza non è democratica e che l’importante è neutralizzare i negazionisti affinché non possano fare danni. È così vuoto in tutti i sensi che non capisce nemmeno che se lui è vaccinato, chi non si vaccina non lo può infettare perché lui tanto è protetto. ( Ed io, lo sapete, in generale, non sono contrario ai vaccini)

Io non so cosa succederà, tra un mese lo vedremo, se ferie, viaggi all’estero, movida estiva, sbarcati, e atterrati avranno diffuso il virus, gli ospedali saranno pieni.

Ma se così non sarà, io rivoglio la mia vita

A giugno dovevano esserci 160.000 ricoverati.

Dopo che a Napoli sono scese in strada decine di migliaia di persone a festeggiare la partita, doveva scatenarsi la pandemia campana, non è successo nulla!!!!

Io non so, non lo sa nessuno, se col freddo questo virus fa di nuovo una strage, per cui mi stanno bene le precauzioni e la prevenzione…..

Ma io non voglio più ascoltare quanti tamponi positivi ci sono, io esigo sapere quanti sono i malati.

Io esigo sapere quanti tamponi positivi sono in salute e quanti tamponi positivi sono ammalati.

Il esigo sapere quanti sono i ricoverati in reparti di medicina intensiva per il solo Covid.

Io voglio sapere perché che ha detto dei 5 ragazzi gravi in Puglia o della bimba a Padova, o chi mente sui ricoveri non venga esonerato dal lavoro e processato per direttissima.

Sono incazzato come un vulcano in piena eruzione.

Io sono un medico.

Io voglio notizie mediche in base alle quali fare il medico.

Notizie mediche in base alle quali curare i miei pazienti.

Il virus c’è ed io voglio sapere cosa succede (anche se non essendo un cretino, ci vedo abbastanza chiaro!)

Basta notizie a metà, inutili ed inservibili.

Rivoglio la mia vita.

Il rispetto della mia persona.

La dignità della mia professione.

E, soprattutto, voglio la verità.

Segnali precisi e netti di come la classe politica a cui questo governo appartiene odia gli italiani e fa di tutto per umiliarli e trarre linfa dalle loro attività economiche

Tutti i trucchetti del governo sulle partite Iva

22 agosto 2020


Sapete perché il governo sta valutando di cambiare il modo con cui le partite Iva pagano le imposte sul reddito? Lo svela il post di Enrico Zanetti, tributarista ed ex viceministro alle Finanze

Sapete perché il governo sta valutando di cambiare il modo con cui le partite Iva pagano le imposte sul reddito, passando dall’attuale sistema di 2 acconti basati sul reddito dell’anno precedente a un sistema di versamenti “mese per mese” o “trimestre per trimestre” come avviene per l’Iva?

Perché, essendo il 2020 un annus horribilis per le partite Iva, gli acconti 2021 di giugno e novembre, calcolati sul reddito 2020, saranno molto bassi e l’Erario dovrebbe attendere il saldo di giugno 2022 per incassare.

Se invece l’Erario comincia già da febbraio 2021 ad incassare sul reddito provvisorio del mese di gennaio 2021 (e così via mese dopo mese), i soldi entrano nelle casse dello Stato (ed escono dalle tasche delle partite Iva molto prima).

La cosa divertente è che questa operazione non viene presentata in questi termini, ma come un cambiamento di semplificazione a vantaggio delle partite Iva, nonostante sia a dir poco evidente che liquidare le imposte per 12 mesi o 4 trimestri sia 12 volte o 4 volte più oneroso, in termini amministrativi, che liquidarle 1 sola volta su base annua.

Spero di essere stato sufficientemente semplice nell’esposizione da poter essere inteso anche da chi partita Iva non è, ma soprattutto da chi al governo e in Parlamento ha la possibilità di fermare questa polpetta avvelenata vestita da favore.

ancora con più forza investire subito e tanto per aver fra qualche anno risultati apprezzabili nella nostra marina militare

Che cosa dicono gli analisti delle sgasate della Turchia nel Mar Nero

22 agosto 2020


La Turchia di Erdogan ha scoperto un’importante riserva di gas naturale nel Mar Nero. Fatti, numeri e analisi

Erdogan ha trovato la manna che cercava.

Non l’ha trovata però nel Mediterraneo Orientale, dove continuano le controverse esplorazioni turche che hanno messo in allarme la Grecia e un buon numero di nazioni mediterranee e non, ma nel Mar Nero.

Parlando in diretta televisiva da un sontuoso palazzo ottomano di Istanbul, il Sultano ha rivelato quel che già circolava da un paio di giorni anche nella stampa, ossia che la Turchia ha scoperto un’importante riserva di gas naturale nel Mar Nero a circa 100 miglia nautiche dalle sue coste che potrebbe contenere fino 320 milioni di metri cubi di energia.

ERDOGAN: “LA TURCHIA HA REALIZZATO LA SUA PIU’ GRANDE SCOPERTA DI GAS NATURALE NEL MAR NERO”

“La Turchia”, ha detto un Erdogan raggiante sullo sfondo di immagini che mostravano un vascello turco nel Mar Nero, “ha realizzato la sua più grande scoperta di gas naturale nel Mar Nero”.

PER L’AGENZIA MACKENZIE E’ UNA DELLE SCOPERTE GLOBALI PIU’ GRANDI DI TUTTO IL 2020

Thomas Purdie della società di consulenza Wood Mackenzie ha confermato la bontà delle parole del presidente turco, sottolineando come questa sia “la più grande scoperta mai fatta dalla Turchia, e una delle scoperte globali più grandi di tutto il 2020”.

Secondo Erdogan, la riserva inoltre potrebbe far parte di una riserva ancora più estesa. Il gas è stato trovato infatti a 2.100 metri di profondità, e il ministro dell’Energia Fatih Donmez ha promesso che le trivellazioni proseguiranno per altri 1.400 metri sotto il livello del mare, “e i dati – parola del ministro – mostrano che probabilmente raggiiugeremo del gas anche lì”

La sfida che si pone ora alla Turchia è valutare anche gli enormi costi del progetto di portare onstream il gas appena scoperto costruendo le relative infrastrutture, che non saranno bruscolini ma parecchi miliardi di dollari.

SECONDO ERDOGAN IL GAS POTREBBE ESSERE PORTATO ONSTREAM NEL 2023, MA PER GLI ANALISTI POTREBBERO VOLERCI 10 ANNI (E TANTI CAPITALI)

Un altro problema è costituito dalla tempistica, visto che Erdogan ha dichiarato che il gas potrebbe essere portato onstream già nel 2023 mentre molti analisti giurano che ci vorranno almeno dieci anni.

Ma Erdogan vuole tirare diritto perché coltiva almeno due sogni. Il primo è quello di ridurre la dipendenza energetica della Turchia dalle importazioni di Russia, Iran e Azerbaijan, e far addirittura diventare il Paese un esportatore netto.

ERDOGAN SOGNA DI FAR DIVENTARE LA TURCHIA UN ESPORTATORE NETTO DI ENERGIA E DI RIDURRE FORTEMENTE IL DEFICIT DELLE PARTITE CORRENTI

In secondo luogo, Erdogan può tirare un sospiro di sollievo per il diminuirsi di una bolletta energetica che l’anno scorso aveva raggiunto ben 41 miliardi di dollari. Ma ora, con così tanta energia da esportare, il deficit delle partite correnti non potrà che beneficiarne.

“Rimuoveremo l’attuale deficit dall’agenda del nostro paese”, è la convinzione del ministro delle Finanze Berat Albayrak.

ERDOGAN HA ANCHE PROMESSO CHE LE ESPLORAZIONI MNEL MEDITERRANEO PROSEGUIRANNO A OLTRANZA

Prima di concludere la sua apparizione televisiva, Erdogan ha promesso anche che le esplorazioni nel Mediterraneo proseguiranno a tamburo battente attraverso la nave Oruc Reis.. Nessuno, nemmeno il Segretario Usa Mike Pence incontrato domenica scorsa, è d’altronde riuscito a convincerlo dell’inopportunità di queste manovre che hanno già creato gran fibrillazione in tutta la regione e nell’Europa tutta.

Guai a venire attendono dunque il Mediterraneo Orientale, per la gioia del sultano che in queste nuove guerre per l’energia sembra provarci molto gusto.

No gli Stati Uniti non è un paese normale, schizofrenico è dire poco

22 Agosto 2020
Strategie opposteLo scontro tra Europa e Stati Uniti sulle sanzioni all’Iran


A ottobre scade l’embargo sulla compravendita di armi imposto nel 2015 e Washington aveva chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare il provvedimento ma Francia, Germania e Regno Unito si sono astenute, temendo che Teheran possa arricchire l’uranio e a sviluppare la bomba atomica. «Hanno scelto di stare dalla parte degli ayatollah» ha detto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo

Afp

«Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto di stare dalla parte degli ayatollah». A pronunciare queste parole è stato il Segretario di stato americano Mike Pompeo durante la conferenza stampa tenutasi giovedì 20 agosto. 

Il portavoce della Casa Bianca ha espresso il disappunto di Washington nei confronti dei tre Paesi europei firmatari dell’Accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), la cui posizione diverge sempre più da quella dell’amministrazione Trump. Il presidente americano si è opposto fin dalla sua campagna elettorale all’accordo sul nucleare firmato dal suo predecessore, Barak Obama, e nel 2018 ha mantenuto fede alla promessa di stracciare il Jcpoa e imporre nuove sanzioni contro il Paese degli ayatollah. 

Trump però ha dovuto fare i conti non solo con l’opposizione di Cina e Russia, ma anche degli altri due membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (ossia Francia e Regno Unito) e della Germania, che hanno cercato di mediare tra le parti per mantenere in vita l’accordo. Lo scontro tra i firmatari del Jcpoa è rimasto piuttosto latente per molto tempo, ma nelle ultime settimane gli Stati Uniti sono tornati all’attacco. Pur consapevoli di essere in netta minoranza. 

Gli scontri sulle sanzioni
Ad acuire le divisioni tra i firmatari dall’accordo sono principalmente due dossier: l’embargo sulle armi e il ripristino delle sanzioni contro Teheran. Il primo in realtà è già un capitolo chiuso, mentre sul secondo lo scontro è appena iniziato. Ma andiamo con ordine. 

A ottobre scade l’embargo sulla compravendita di armi imposto nel 2015 e gli Stati Uniti avevano chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare il provvedimento andando incontro a una bruciante sconfitta. Solo la Repubblica dominicana ha votato a favore della proposta americana, mentre Francia, Germania, Regno Unito e altri otto Paesi hanno preferito astenersi. A votare contro sono stati invece Cina e Russia, come preannunciato dalle rispettive cancellerie. 

Pompeo ha prontamente accusato il Consiglio di Sicurezza di non essere riuscito «a compiere la sua missione fondamentale: mantenere la pace e la sicurezza internazionale», mentre la missione belga ha spiegato che per l’Ue la priorità è «contenere il programma nucleare dell’Iran» nel rispetto del Jcpoa, «il miglior strumento multilaterale per affrontare le nostre preoccupazioni comuni».

La sconfitta americana sull’embargo era data per scontata già prima del voto, ma non era l’unica carta che gli Usa erano pronti a giocarsi contro l’Iran. Pochi giorni dopo, il segretario di Stato si è recato alle Nazioni Unite per presentare una richiesta di reintroduzione delle sanzioni sulla base della Risoluzione 2231. La norma prevede che gli Stati firmatari del Jcpoa possano usare un meccanismo chiamato snapback per ripristinare i provvedimenti esistenti fino al 2015 conto Teheran in caso di violazione dell’accordo. 

Adesso la palla è passata agli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che hanno 30 giorni di tempo per far passare una risoluzione che eviti il ripristino delle sanzioni. Gli Usa, come prevedibile, sono pronti a porre il proprio veto, ma la loro opposizione non basta per fermare la risoluzione. 

Ue vs Usa
Il dossier iraniano è diventato teatro di scontro tra l’intransigenza degli Stati Uniti e una politica più conciliante dei Paesi europei, costretti dalla postura americana a prendere una posizione più decisa in difesa di Teheran. 

A seguito dell’uscita di Washington dal Jcpoa, l’Ue aveva assicurato il suo impegno nel preservare l’accordo raggiunto con l’Iran, volto a limitare l’arricchimento dell’uranio e il suo uso in ambito esclusivamente civile. Bruxelles però ha mantenuto un atteggiamento poco assertivo, permettendo agli Usa di continuare a dettare legge sull’accordo e a limitarne l’implementazione. Negli ultimi giorni però l’Ue ha dovuto cambiare strategia: pur continuando a porsi come mediatrice tra le parti, ha messo in discussione il potere decisionale americano sul dossier iraniano.

Come affermato dall’Alto rappresentate per gli affari esteri, Josep Borrell, gli Usa non hanno più voce in capitolo sulla reimposizione delle sanzioni, avendo stracciato l’accordo, e pertanto non potrebbero nemmeno fare appello alla clausola dello snapback. Dello stesso parere sono anche il presidente iraniano Hassan Rouhani, maggiore sostenitore insieme al ministro degli Esteri Javad Zarif del Jcpoa, Cina e Russia.

Lo scontro sulle sanzioni in realtà era atteso da tempo e ci si chiedeva quale strategia avrebbero adottato proprio gli europei, continuamente divisi tra la necessità di mantenere vivo l’accordo e la volontà di non inimicarsi gli Stati Uniti. La richiesta di nuove sanzioni ha però costretto l’Ue a prendere posizione in favore dell’Iran, consapevole dei rischi che il definitivo tramonto dell’accordo comporterebbe. 

Il timore infatti è che il ripristino delle sanzioni porti Teheran a procedere all’arricchimento dell’uranio e a sviluppare le proprie capacità atomiche, mettendo ulteriormente a repentaglio il delicato equilibrio del Medio Oriente. L’Ue, inoltre, spera che le elezioni americane di novembre sanciscano la vittoria del democratico Joe Biden, che dovrebbe avere posizioni più concilianti sul dossier iraniano rispetto all’attuale presidente. 

Bruxelles sa bene che la reputazione europea in politica estera si gioca al tavolo del Jcpoa e che dalla sopravvivenza dell’accordo dipende anche il futuro dell’Iran: nel 2021 si tengono infatti le elezioni presidenziali e se l’Ue vuole scongiurare la vittoria dei conservatori – già in maggioranza nel Parlamento – deve dimostrare agli elettori iraniani che la via per uscire dall’isolamento è quella della diplomazia.

venerdì 21 agosto 2020

Guerra alle banche, guerra all'obbligo di avere un conto corrente che ha un costo nonostante che le banche usino i nostri soldi per i loro investimenti

Sfatiamo il mito: gli italiani preferiscono ancora il contante

21 Agosto 2020, di Orizzonti Politici

Il nostro è il Paese dei campanili, del buon cibo, delle strade deserte quando gioca la nazionale, dei dialetti e delle rivalità tra comuni adiacenti. È anche un paese di eccellenza nell’imprenditoria, un faro mondiale di sanità pubblica, la quinta meta turistica globale.

In particolare, però, è il paese di falsi miti. E quelli, si sa, sono i più duri a morire. Orizzonti Politici ha inaugurato la rubrica “Sfatiamo il mito”, gli stereotipi più coriacei sull’economia italiana, affrontati e verificati uno per uno.
Una delle questioni che ha acceso il dibattito italiano nei mesi estivi è stato il progressivo superamento del contante. Già nel 2013, l’allora Ministro dell’economia e delle finanze, Fabrizio Saccomanni, aveva espresso la volontà del governo Letta di ridurre la soglia massima di pagamento in contanti. È però nel 2019 che il governo Conte II ha dato inizio a quella che è stata definita guerra al contante.

Da quel momento, sui social sono emerse informazioni contraddittorie. C’è chi sostiene che scoraggiare l’uso del contante ridurrà estremamente l’evasione fiscale e chi invece lo ritiene uno stratagemma volto esclusivamente ad avvantaggiare le banche e in generale le istituzioni finanziarie, come si sostiene in un video realizzato da Francesco Filini dell’Ufficio Studi di Fratelli d’Italia e pubblicato da Giorgia Meloni su Twitter.

Dal 1° luglio 2020 il limite all’uso del contante è passato da 3.000 a 2.000 euro. Attualmente è possibile effettuare pagamenti in contanti a persone e aziende fino a 1.999 euro. Da 2.000 euro in su è necessario l’utilizzo di strumenti tracciabili come il bonifico bancario o la carta di credito.

Quali sono i punti critici di questo provvedimento?
Da un’indagine della Bce è emerso che in Italia nel 2016 il contante è stato lo strumento più utilizzato nei punti vendita. L’85,9% del volume delle transazioni è avvenuto in contanti, che in valore corrisponde al 68,4% del totale .
Nel 2016 il contante è stato il mezzo più utilizzato (circa 12 transazioni in una settimana) dai consumatori. Le carte sono state impiegate meno di due volte a settimana.

Gli strumenti di pagamento preferiti dagli italiani

Esiste un legame tra contante e organizzazioni criminali?
Ma c’è una correlazione statisticamente dimostrabile tra l’illegalità delle organizzazioni criminali e l’uso del contante?
Un report dell’Ufficio dell’Unione Europea pone una serie di quesiti sul perché il contante sia così largamente utilizzato dalle organizzazioni criminali. Se da un lato il contante è utilizzato per i pagamenti di piccola entità, dall’altro ci sono anomalie nella sua circolazione che appaiono legate alle attività criminali.
Tra queste la circolazione di banconote di grosso taglio (il 30% delle banconote in circolazione sono quelle da 500 euro, nonostante non siano un mezzo di pagamento comune). Nel report si suggerisce che queste banconote vengano usate come scorta, ma è una supposizione senza riscontro.
Su un totale di circa un trilione di banconote in circolazione in Italia dalla fine del 2014, resta sconosciuto l’uso concreto (lecito o illecito) di una significativa porzione di esso.
Un’indagine condotta da Rivista della Finanza mostra come il volume d’affari delle attività legate ai vertici di Cosa Nostra si caratterizzasse per l’uso pressoché esclusivo del denaro contante, particolarmente congeniale al riciclaggio del denaro sporco.

Il pagamento in contanti non comporta costi di transazione e la guerra al contante serve solo a favorire le banche
La stragrande maggioranza delle carte sui circuiti applica una commissione dello 0,3%.
La commissione non viene pagata però dal cliente, ma dall’esercente che vende il servizio. Inoltre, sebbene i costi di transizione siano bassi non vuol dire che i contanti ne siano esenti. Anche se una banconota circola sempre uguale, sono da considerare costi come le tasse pagate da ciascun esercente che l’ha spesa.

C’è stato un aumento non indifferente di pagamenti tracciabili durante il lockdown, visto il numero di esercizi commerciali necessariamente chiusi. Nonostante ciò, come sovente accade nei periodi di forte incertezza, la domanda di contante è salita alle stelle raggiungendo i massimi storici per l’euro.
Il contante resta il metodo di pagamento più utilizzato anche per via della consuetudine, della scarsa fiducia nelle banche e del timore di frodi

Le tipologie di banconote in circolazione

L’internet banking è comunque un fenomeno in crescita. L’online banking è un servizio offerto da quasi tutti gli istituti finanziari e consente di accedere alle informazioni sul conto corrente, effettuare pagamenti via internet e così via.
L’internet banking è invece un istituto finanziario senza filiali fisiche. È una banca virtuale ai cui servizi è possibile accedere ovunque, priva di spese legate ai dipendenti e alle filiali fisiche, offre costi di gestione del conto corrente nettamente inferiori, se non pari a zero in alcuni casi. Per lo stesso motivo le banche online sono in grado di offrire tassi di interesse sui depositi più alti.

Una nuova valuta digitale
Nell’ottica di digitalizzazione dei servizi bancari si configurano i progetti delle banche centrali sulle valute digitali.
La Central Bank Digital Currency (CBDC) è una valuta di natura digitale a corso legale, che consentirà a chiunque di accedere direttamente ai conti della banca centrale. Oggi è consentito esclusivamente ai governi e alle banche commerciali.
Ogni cittadino avrebbe un e-wallet a cui è collegato un conto presso la banca centrale, attivabile solo con documenti ufficiali. Se invece si volesse realizzare una CBDC privo di tracciabilità, come avviene con il contante, si dovrebbe assumere la forma di un token, un dispositivo elettronico portatile necessario all’autenticazione per effettuare operazioni online.
Si tratterebbe di una cripto-valuta simile al Bitcoin, accessibile da un account utente non verificato o attraverso una carta di pagamento anonima. Visti i rischi di perdita dei dati e di furti, però, nessuna banca centrale pare attualmente orientata verso questa soluzione.

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), organizzazione internazionale creata con lo scopo di promuovere la cooperazione tra le banche centrali, ha effettuato dei rilevamenti statistici sullo stato di avanzamento dei progetti attualmente in corso in 66 banche centrali. Al primo posto spicca la Cina, dove la People’s Bank of China sta lavorando a quattro progetti pilota nelle città di Shenzhen, Suzhou, Chengdu e Xiong’an.
Segue la Banca Centrale delle Bahamas e altri piccoli paesi caraibici. Cauta è invece la Bce come la maggior parte delle banche centrali dei Paesi industrializzati, sebbene vi siano ricerche in corso.

Se il progetto cinese dovesse andare in porto è altamente probabile che una CBDC europea si prospetti all’orizzonte. Un rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali mostra infatti come la pandemia di coronavirus dovrebbe condurre a un aumento dell’interesse internazionale verso la CBDC visti gli effetti della pandemia sulla richiesta di contante.

Sono sempre loro i circoncisi del popolo eletto, gli sposi di Dio a effettuare i peggiori crimini, le donne hanno valore di scambio, merce

Orrore per la minorenne stuprata dal branco, Israele scende in piazza


Sarebbero 30 i ragazzi responsabili dell'aggressione avvenuta il 14 agosto in un hotel sul Mar Rosso, ma finora solo uno è stato arrestato. Netanyahu: "Crimine contro l'umanità"

di SHARON NIZZA
21 agosto 2020

GERUSALEMME - Israele è sotto shock per un'agghiacciante aggressione avvenuta nei giorni scorsi a Eilat, la località di villeggiatura israeliana sulle rive del Mar Rosso. Il 14 agosto, una sedicenne ha denunciato una violenza sessuale di gruppo, avvenuta due giorni prima nella stanza di un hotel della città all'estremo sud d'Israele. Secondo indiscrezioni dalle indagini in corso, si tratterebbe di 30 uomini. La notizia è stata diffusa solo mercoledì sera con l'arresto di un primo sospettato. Ma il nome della ragazza è uscito sui social media e i servizi sociali hanno chiesto di trasferire la giovane in un posto sicuro "per evitare che possa essere minacciata dagli aggressori o loro famigliari".

Ieri sera, un migliaio di manifestanti si è radunato in sedici presidi sparsi per tutto il Paese. A Gerusalemme qualche centinaio di partecipanti hanno presenziato al raduno spontaneo, donne e uomini che hanno gridato il loro dolore e la loro solidarietà con le vittime della violenza sessuale.

"Siamo con te, non sei sola"; "Nuda o vestita, il corpo è mio e non tuo"; "Governo svegliati! Vogliamo fatti non parole" sono alcuni degli slogan intonati dai manifestanti. "Siamo qui anche per condannare quella cultura di connivenza verso gli aggressori che consente ancora di pronunciare frasi raccapriccianti come 'era ubriaca', 'aveva la gonna cortissima', 'se l'è cercata': è un fenomeno sociale che dobbiamo sradicare", ci dice Diklà, che ha letto del raduno su Facebook e ha voluto esprimere la propria vicinanza. "L'85% delle denunce presentate alla polizia viene chiuso dalla procura e solo il 3% si risolve in una condanna", dice Revital, attivista di lunga data per i diritti delle vittime di abusi sessuali. "Poi ci si chiede perché le donne non denuncino. Non c'è fiducia nel sistema! È fondamentale aumentare i fondi per questa battaglia, garantire che in ogni ospedale ci sia almeno un'unità competente per gestire le vittime di violenze sessuali, investire nella loro riabilitazione, sociale e psicologica".


Stando alla ricostruzione dei fatti finora, la giovane si trovava al Red Sea Hotel, ospite di alcuni amici. Si è recata in una delle camere per usufruire del bagno e lì sarebbe avvenuto il brutale stupro da parte del branco. Un primo sospettato di 27 anni - con cui la giovane si era scambiata degli sms, nei quali l'uomo accennava all'esistenza di video dell'atto criminale - è stato arrestato mercoledì. E' lui che avrebbe fornito la versione dei 30 uomini e, secondo fonti vicine all'inchiesta, esiste il sospetto che il numero sia gonfiato per fare apparentemente ricadere la colpa su altri soggetti, sviando le indagini. E' comunque comprovato che si trattasse di un gruppo nutrito, come risulta dalle videocamere di sicurezza dell'hotel sequestrate dalla polizia, che testimoniano un accalcamento di più persone all'entrata di una delle camere. Tuttavia, la proprietaria dell'hotel nega che l'aggressione sia avvenuta lì e attende "i risultati delle indagini". L'albergo è noto per ospitare molti minorenni che fanno uso di alcolici in modo illecito e incontrollato.

Condanne e dichiarazioni di solidarietà sono arrivate da tutto l'arco politico. Il premier Benjamin Netanyahu ha parlato di "crimine contro l'umanità". Il presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, ha formulato una "lettera aperta" ai giovani del Paese sulla sua pagina Facebook: "In questi giorni pazzi, senza una routine", recita il messaggio, "è fondamentale che capiate l'importanza dei limiti che la nostra società ci impone. La violenza, lo sfruttamento sessuale, lo stupro, sono macchie indelebili, sono crimini in cui la mancanza di limiti distrugge la nostra società".


La terribile violenza ha rievocato un caso che ha occupato le cronache quotidiane giusto un anno fa: l'estate scorsa, un gruppo di 12 ragazzi israeliani tra i 16 e i 18 anni fu accusato di essere coinvolto nello stupro di una diciannovenne inglese in una camera d'albergo ad Agia Napa, ribattezzata in seguito la "Sodoma e Gomorra cipriota". Dopo una settimana la vittima si era trasformata in colpevole, firmando una dichiarazione in cui sosteneva di aver inventato l'accusa di stupro per vendicarsi del fatto che il gruppo aveva filmato e diffuso l'atto sessuale "avvenuto consensualmente". Dopo qualche giorno, quando gli israeliani, rilasciati, erano già rientrati in Israele, la ragazza ha ritrattato, sostenendo che la confessione le era stata estorta in un momento in cui "pensava sarebbe morta".

Nonostante ciò, la giovane fu costretta a rimanere altri sei mesi a Cipro, di cui uno trascorso in carcere, condannata a gennaio per falsa testimonianza a quattro mesi con la condizionale (ha presentato subito ricorso alla Corte Suprema). Indipendentemente dall'accertamento della verità processuale, a scandalizzare il Paese all'epoca fu la mancata condanna del comportamento dei giovani, alcuni minorenni, colpevoli di aver ripreso l'atto sessuale senza consenso, accolti invece dalle loro famiglie con canti e bottiglie di champagne al loro rientro in aeroporto.

"Non ci sono parole per descrivere l'orrore di fronte a queste vicende", ci dice Hagar, che per una volta ha saltato il consueto appuntamento alle manifestazioni sotto casa di Netanyahu. "Ma siamo qui proprio per gridare che tutto ciò non deve passare in silenzio, per dare coraggio a chi deve affrontare, purtroppo, una strada ancora in salita".

20 agosto 2020 - I PADRONI HANNO DECISO: FARANNO FARE A LUKASHENKO IN BIELORUSSIA LA STES...

Attaccata base militare degli invasori statunitensi situata a protezione del petrolio che rubano ai siriani

Attaccata base Usa vicino a un giacimento petrolifero in Siria

- 19 Agosto 2020


Una base militare americana nei pressi di un giacimento petrolifero nella Siria nord-orientale è stata attaccata, a dare la notizia sono le agenzie siriane.

“Persone non identificate hanno attaccato la base militare americana illegale vicino al giacimento petrolifero di Al Omar, nel nord-est della provincia di Deir Ezzor”, hanno riferito i media siriani.

Secondo la tv siriana, l’attacco è coinciso con l’arrivo alla base di camion carichi di equipaggiamento militare.

“Gli invasori americani hanno risposto all’attacco con il fuoco di artiglieria e il lancio di granate”, ha aggiunto il canale.

i sionisti ebrei una brutta razza

Coloni sionisti irrompono nella terza moschea sacra dell’Islam

19/08/2020 di Redazione


Quasi mille coloni sionisti hanno fatto irruzione all’interno del complesso della moschea alAqsa di Gerusalemme, secondo un’agenzia palestinese.

“Circa 920 coloni sionisti sono entrati nel complesso di alAqsa, protetti dalla polizia israeliana”, ha dichiarato un’agenzia giordana responsabile della supervisione dei siti sacri sia musulmani e sia cristiani della città. Sono entrati dalla porta alMugharbah cercando di recitare ed eseguire rituali talmudici.

Gerusalemme è stata occupata nel 1967, e in questi ultimi anni anche la parte araba è stata invasa dalle forze di occupazione sioniste consentendo questi attacchi da parte dei coloni ai siti musulmani e cristiani.

Sequestrata nave degli Emirati Arabi Uniti

Iran, sequestrata nave Emirati: arrestato l'equipaggio

di LCL20 agosto 2020

Teheran (Iran), 20 ago. (LaPresse/AP) - L'Iran ha sequestrato una nave degli Emirati entrata, secondo Teheran, illegalmente nelle acque iraniane e ne ha arrestato l'equipaggio. La mossa è arrivata dopo che le navi della guardia costiera degli Emirati hanno sparato a diversi pescherecci iraniani, uccidendo due pescatori.

Energia pulita - Tutti i sardi devono avere l'energia gratis data dai profitti che si possono ricavare dall'eolico offshore anche delle piattaforme galleggianti


La corsa all’idrogeno parte dal vento

In Sardegna allo studio il progetto di un Parco Eolico Galleggiante a 35 chilometri dalle coste sud dell'Isola

Pubblicato il 20 Agosto 2020 ore 12:00


[Rassegna stampa] Progetto ambizioso per la Sardegna nel campo delle energie rinnovabili: Ichnusa Wind Power ha infatti presentato un piano per la realizzazione di un Parco Eolico Galleggiante che permetta in una seconda fase di avviare la produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. La struttura verrebbe posizionata a 35 km dalle coste sud occidentali della Sardegna e avrebbe già il placet degli ambientalisti.

L’orizzonte energetico è quello dell’idrogeno. Per il momento però l’obiettivo è produrre energia dal vento che soffia in mare aperto. Il tutto attraverso un parco eolico galleggiante a 35 chilometri dalla costa della Sardegna sud occidentale. Due obiettivi, a medio e lungo termine, al centro del progetto per la costruzione di un impianto che vale 1 miliardo e 400 milioni di euro ed è in grado di produrre energia per una città di 650 mila abitanti e, allo stesso tempo, idrogeno dall’acqua. Sono gli elementi fondamentali contenuti nel progetto presentato dalla Ichnusa Wind power Srl, (tra i cui soci figura la Cpi, Copenhagen Infrastructure Partners) per la realizzazione del “Parco eolico flottante nel mare di Sardegna sud Occidentale” in attesa della valutazione di impatto ambientale dal ministero dell’Ambiente e dell’autorizzazione unica dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Sostenuto dagli ambientalisti che lo definiscono «strategico per lo sfruttamento dell’energia della transizione dal carbone», e contestato dalle amministrazioni comunali e dalla Regione, il progetto prevede la costruzione dell’impianto in circa tre anni. Il funzionamento e quindi la produzione di energia avviene attraverso «42 turbine eoliche galleggianti». Nel progetto si specifica che «è stato possibile posizionare il parco eolico in acque distanti oltre 35 chilometri dalla costa della Sardegna, in modo da renderlo sostanzialmente impercettibile ad occhio nudo dalla terraferma». Giusto per fare un esempio: da Portoscuso, come chiarisce Luigi Severini, l’ingegnere che l’ha progettato «si potrebbe vedere solo con un binocolo». «In Italia abbiamo coste di pregio e di questo bisogna avere rispetto – dice Severini -. La tecnologia ci consente di allontanarci e con l’impiego di fondazioni galleggianti evitiamo di danneggiare la biocenosi dei fondali». C’è poi un altro aspetto che riguarda il piano: ossia la fase successiva. Quella relativa alla produzione di idrogeno green. «Come tutti sanno oggi la produzione di idrogeno avviene dal metano – argomenta l’ingegnere – l’obiettivo è quello di passare completamente alle rinnovabili, utilizzando l’energia prodotta dall’eolico e l’acqua, dissociando l’ossigeno dall’idrogeno». Non solo: «Il fatto che le pale eoliche sono a 35 chilometri dalla costa permette all’impianto di lavorare anche la notte. E questo aspetto non può che favorire la produzione dell’energia necessaria per ottenere poi l’idrogeno». Quanto ai numeri: «Con 5 Kw si produce 1 metro cubo di idrogeno – prosegue-. E non bisogna dimenticarsi che sono in fase di studio delle tecniche per produrre l’idrogeno già in mare con dispositivi collegati alle turbine». Il programma di interventi contempla la realizzazione delle strutture nei cantieri portuali e il trasporto attraverso rimorchiatori negli spazi dedicati. […]
Davide Madeddu, Il Sole 24 Ore

Questa politica cieca tesa solo a guardare il proprio ombelico. Subito investimenti massicci nella nostra marina militare

LA TURCHIA SI PRENDE MISURATA. A QUANDO LAMPEDUSA?


(di Tiziano Ciocchetti)
20/08/20 

I nostri lettori sono a conoscenza che, da alcuni anni, è “operativo” un ospedale italiano nella città di Misurata, la struttura è collocata vicino l’aeroporto.

Ebbene, secondo l’accordo firmato a Tripoli, lo scorso lunedì, tra il ministro della difesa turco Akar, quello del Qatar al-Attyha e il premier al-Sarraj, la Turchia avrà in concessione una parte del porto di Misurata per 99 anni. Sempre in base al medesimo accordo, l’Aeronautica Militare di Ankara potrà utilizzare la base aerea di al-Watya, nella Tripolitania occidentale. Il Qatar finanzierà, insieme ai turchi, la riorganizzazione dell’esercito libico.

Ovviamente ora gli italiani sono di troppo a Misurata, infatti, già la scorsa settimana, c’è stata la richiesta (o meglio il diktat) di spostare la struttura ospedaliera, con il contingente al seguito, nella capitale Tripoli (visto che oramai non servono più come scudi umani (v.articolo) contro gli attacchi delle milizie di Haftar).

I turchi potranno così estendere la loro influenza anche nel Mediterraneo occidentale e potranno controllare i flussi migratori diretti verso l’Italia. Di fatto la Tripolitania diventa un protettorato turco-qatarino ma soprattutto uno spazio idoneo alla proliferazione dei fratelli musulmani.

Con questo accordo l’Italia è, dopo più di un secolo, ufficialmente estromessa dalla Libia. I governi Conte (uno e due) non hanno saputo mettere in piedi un minimo di iniziativa politico/militare, cercando invece inutili aiuti da organismi e conferenze internazionali.

La domanda che ci poniamo ora è questa: se Erdoğan dovesse ritenere di interesse strategico per la Turchia l’isola di Lampedusa cosa gli impedirebbe di occuparla?

Foto: presidency of the republic of Turkey

Il covid-19 è un segnale preciso, non dobbiamo avere paura della Cina ma di tutti i governanti del mondo, che hanno abbracciato la Strategia della Paura per ottenere più potere sui dominati

DA DARIO A XI JINPING, L’ORIENTE CHE FA PAURA

(di Antonio Vecchio)
20/08/20 


Nella reazione cinese all’emergenza COVID-19 sono emersi tratti dell’autorità tipici di quel paese che da tempo preoccupano le cancellerie occidentali.

All’inizio, due aspetti hanno colpito più di ogni altro la nostra attenzione: la mancanza di trasparenza sulle effettive origini del virus, che ha fatto perdere tempo prezioso al tentativo globale di arginarne gli effetti, e il “dispotismo autoritario” verso quanti - medici , giornalisti o solo semplici cittadini - cercavano di mettere il mondo in allarme, e che per questo sono finiti nelle prigioni di stato o, come nel caso degli inviati1 del Wall Street Journal e del Washington Post, rispediti a casa.

È seguita poi una fase di contenimento interno dell’emergenza, con la veloce predisposizione di ospedali da campo e l’isolamento di intere regioni, durante la quale, con il crescere delle critiche in patria e all’estero, Xi Jinping è per un pò sparito dalla ribalta, delegando le uscite al suo primo ministro, Li Keqiang, non prima però di aver avviato la potente macchina della censura allo scopo di mondare WeChat e Weibo, i principali sociali cinesi, delle numerose critiche interne.

Infine, la fase (ancora in atto) dell’iniziativa diplomatica, che ha visto Xi interamente dedito a scrollare di dosso dal paese la fama di untore mondiale, grazie a quella accorta “diplomazia delle mascherine” di cui abbiamo già scritto (v.articolo).


Così facendo, in meno di un mese, la rabbia per l’ennesimo virus cinese ha lasciato spazio a un sentimento di gratitudine per gli aiuti di Pechino (anche se in molti casi risultati scadenti), e di segreta ammirazione per l’efficienza del soccorso e l’immediatezza della capacità decisionale.

Caratteristiche, queste, tanto ammirate a Occidente quanto contrapposte al carattere frammentario, scoordinato e in molti casi tardivo delle iniziative provenienti dai governi “nazionali”, stretti tra i bisogni di salute pubblica, le preoccupazioni per le economie, e, non ultimo, il bisogno di assecondare le pubbliche opinioni.

La capacità cinese di gestione del Covid ci è quindi apparsa in tutta la sua tipicità, evidenziando ancora una volta la profonda differenza con i nostri sistemi sociali e politici.

Ha riproposto l’immagine di un Oriente classico (Rampini2, 2020) fatto di masse sterminate di individui perfettamente allineati a un potere centralizzato, la cui unica vocazione è quella di essere parte attiva di una entità più grande, sovraordinata - la massa, il Partito, lo Stato o solo anche la società - cui sacrificare senza domande la propria individualità.

È questo un’Oriente che ci affascina e ci tormenta - noi così intimamente legati alle nostre libertà individuali -, sin da quando Erodoto raccontava le guerre dei Greci contro i Persiani, soverchiante messe umana di guerrieri ammassati lungo le coste dell’odierna Turchia.

Guerre all’epoca vinte in disparità di forze, secondo una narrazione che già al tempo opponeva al numero e alla organizzazione degli orientali, i “valori" delle piccole città stato elleniche.

Massa contro individuo, Oriente contro Occidente.

Ci affascina e ci tormenta, dicevamo, oggi ancor di più, perché nei più attenti fra noi è già presente la chiara percezione che il mondo sia ormai cambiato.


Che sia ormai giunto a termine il mezzo millennio di supremazia globale, che ha assicurato a quella piccola appendice eurasiatica che di fatto è l’Europa (e alla sua emanazione geopolitica del nuovo mondo) il dominio incontrastato del pianeta.

Di fronte a noi non più i Persiani, ma la grande Cina, una realtà geopolitica bimillenaria che ha ricominciato a reclamare la sua esclusività allo stesso modo con cui lo faceva ai tempi della Dinastia Han (206AC - 220DC), epoca in cui giunse a governare il 40% della popolazione mondiale.

Se l’Occidente è oggi molto altro rispetto a quello dei tempi di Socrate, di Giulio Cesare, di Federico II, di Carlo V, di Marco Polo ecc., la Cina, pur nella parentesi rivoluzionaria dell’ultimo secolo (nel 1921 nasce il PCC e nel 1949 la Repubblica Popolare), è rimasta intimamente e culturalmente imperiale e confuciana.

Tolto il decennio della rivoluzione culturale di Mao (1966-1976), è infatti sempre stata fedele a una tradizione culturale raffinatissima e avanzata, che porta in dote le invenzioni della polvere da sparo, dei caratteri mobili, così come quelle conoscenze cartografiche e di navigazione marittima che, una volta passate in mani portoghesi e spagnole (con grande ruolo di fiorentini, veneziani e genovesi) diedero inizio all’era moderna.

Forse è solo un caso che la Modernità abbia avuto inizio per mano occidentale.

I cinesi avevano da tempo avviato campagne di esplorazione dell’oceano indiano, con un ammiraglio, Zheng He3, che al comando di 317 navi e di circa 28.000 marinai - (fa impallidire il raffronto con le tre caravelle di Colombo e i suoi 90 uomini di equipaggio) - raggiunse le coste indiane e arabe spingendosi sino a quelle della Somalia, salvo poi doversi fermare per ordine dell’imperatore, preoccupato dai costi eccessivi dell’impresa.

La storia prese poi una diversa direttrice, che permise gradualmente alle potenze europee del tempo (Regno Unito, Portogallo, Spagna, Paesi Bassi, Francia) un incontrastato dominio economico, militare e geopolitico.

La prima (XVIII secolo) e la seconda rivoluzione industriale (XIX secolo) in Inghilterra e nel resto dell’Occidente fecero poi il resto, incardinando a ovest un primato che durerà per tutta la terza rivoluzione industriale (quella digitale iniziata nell’ultimo quarto dello scorso secolo).

Fu proprio a partire dall’epoca delle esplorazioni, che lo splendido (autoreferenziale) isolamento della “Terra di Mezzo” iniziò a vacillare, e con esso l’enorme surplus commerciale che da secoli deteneva nei riguardi dell’ovest (seta e spezie in cambio di argento).

Tagliata fuori dal nuovo mondo, entrò in quello che la sua storiografia definisce come il “periodo delle umiliazioni”, culminato con le guerre dell’oppio (1839-1842 e 1856-1860).

A noi, oggi, il privilegio di assistere ad un nuovo cambio di passo della storia, la cui prua ritorna a est.

Con un curioso parallelismo. Così come l’Occidente deve il predominio degli ultimi cinque secoli alle conoscenze cinesi nel campo della navigazione e delle carte nautiche, oggi “il Dragone” celebra la sua “rinascita” proprio grazie alla globalizzazione, figlia di quel mercantilismo, di forgia europea, prodotto dall’era moderna.

Sfruttandone sapientemente le potenzialità, da Deng Xiaoping (1978-92) in poi, la Cina è prima diventata la “fabbrica del mondo” - strappando, in un trentennio, 750 milioni di persone alla povertà -, e poi “player globale” nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica, in questo agevolata da quelle caratteristiche tutte orientali di centralizzazione politica e dirigismo economico.

Sicché oggi guardiamo ad essa come il protagonista della quarta rivoluzione industriale (big data, intelligenza artificiale, algoritmi, cloud, potenza di calcolo) proprio come il Regno Unito lo fu nelle prime due (e gli USA nella seconda e terza).

Una potenza geopolitica in ascesa, in seno alla cui nomenklatura fortemente radicato è il convincimento di un Occidente giunto al capolinea, privo di un ruolo nel futuro processo storico.

Da cui deriva la necessità di modificare integralmente l’ordine internazionale, in un modo funzionale ai nuovi interessi, esterni e interni di Pechino.

Quello attuale, fondato sugli accordi di Bretton Wood del 1944, e presidiato da istituzioni finanziarie (Fondo Monetario e Banca Mondiale in primis) che “parlano esclusivamente inglese”, è l’immagine plastica di un mondo ormai prossimo al suo epilogo.


2 “Oriente Occidente, Massa e individuo” di F. Rampini. (Einaudi, 2020)


Foto: Ministry of National Defense of the People's Republic of China / presidenza del consiglio dei ministri / Xinhua

L'Italia batte un colpo nella Strategia del Mare Nostrum. Oggi dobbiamo investire massicciamente nella nostra marina militare

L’Italia invia una missione militare umanitaria in aiuto al Libano

20 agosto 2020 


Il 26 agosto del 1982 le Unità “Grado” e “Caorle” della Terza Divisione Navale giunsero a Beirut facendo sbarcare il contingente di “Italcon” incaricato di interporsi tra Israeliani e Palestinesi. Il prossimo 22 agosto, trentotto anni dopo, il “San Giusto” sarà a Beirut per dare inizio ad una nuova missione di supporto umanitario e medico in favore della Popolazione Libanese.


Il Ministro della Difesa Guerini ha infatti messo a disposizione l’unità della stessa Protezione civile (con i cui fondi essa era stata costruita nel 1994 sviluppando capacità logistico-sanitarie) con il coordinamento del Comando Operativo di Vertice Interforze dello Stato Maggiore Difesa,

per il trasporto ed il supporto di un contingente Esercito-Marina. I nostri militari allestiranno un ospedale da campo e saranno impegnanti nella rimozione delle macerie in seguito alle esplosioni che hanno devastato lo scorso 4 agosto la città.

Il San Giusto, salpato da Brindisi, arriverà a Beirut sabato 23 agosto, con a bordo una parte dell´ospedale da campo del 3° REPASAN (Reparto di Sanità) “Milano” di Bellinzago Novarese e un nucleo rimozione macerie del 6° reggimento Genio Pionieri dell’esercito di stanza a Roma.


La rimanente aliquota dell’esercito, tra cui un nucleo specialistico del 7° reggimento CBRN “Cremona”, raggiungerà Beirut intorno al 27 agosto con altri vettori navali (Nave Etna) ed aerei, per esprimere una forza complessiva di circa 210 militari.

Al contingente sono stati assegnati ache altri assetti:
un elicottero della Marina Militare Mh-101 con al seguito una barella biocontenimento Isoark N36 e relativo personale elicotteristico associato,
un team di ”force protection” appartenente alla Brigata Marina San Marco composto da circa 60 militari con quattro Vtlm Lince, due battelli pneumatici e altri automezzi per supporto logistico,
un team di protezione portuale del Gruppo Operativo Subacquei del Comsubin con capacità Eod (Explosive Ordnance Disposal – bonifica di ordigni esplosivi) e Cied (Counter-Improvised Explosive Device – contrasto ordigni esplosivi improvvisati);
supporto idrografico e una postazione per analisi dati idrografici;
due mezzi navali (Gis – Galleggiante semovente per Impieghi Speciali) per il trasporto di veicoli ruotati o cingolati e relativi equipaggi del Gruppo Mezzi da Sbarco della Brigata Marina San Marco;


Nave San Giusto assicurerà il supporto logistico a tutto il contingente operante a terra fino a quando questo non avrà acquisito piena autonomia (circa 20 giorni dopo lo schieramento in area). Tutto il personale presente a bordo effettuerà i controlli sanitari previsti prima della partenza (anamnesi, visita medica, tampone e certificazione).

Un velivolo C-130 dell’Aeronautica Militare è decollato da Pisa per il trasporto a Beirut del comandante del dispositivo terrestre, il generale di brigata Giovanni Di Blasi (Comandante del Comando Supporti Logistici dell’Esercito), di personale dell’Esercito che costituiscono l’Advance Party.


Tra l’operazione “Libano 1” (cui seguì un mese dopo la “Libano 2” sbarcata a Beirut al comando del generale Franco Angioni di cui facevano parte anche i blindati del Battaglione “San Marco” comandato dal capitano di fregata Pierluigi Sambo) e l’odierna missione, l’Italia non ha mai cessato di essere presente nelle tormentate vicende libanesi.

Il nostro Paese è stato sempre percepito dai Libanesi come attore neutrale capace di interporsi tra le fazioni e garantire assistenza umanitaria. Il fatto che il comando dell’UNIFIL (attualmente assegnato al generale Stefano del Col) sia stato affidato per ben quattro volte dal 2006 a ufficiali italiani, ne è la prova più evidente.


Ma non va dimenticata la dimensione marittima del nostro impegno in Libano. Nel 2006 una nostra Forza navale, con componente anfibia, condusse in acque libanesi l’Operazione Leonte al comando dell’allora ammiraglio di divisione Giuseppe De Giorgi, svolgendo vari compiti in applicazione della Risoluzione delle NU 1701 (2006) che aveva decretato la fine del blocco navale israeliano al Libano: tra i compiti allora svolti vi fu la creazione di un corridoio umanitario per l’evacuazione di cittadini stranieri ed il trasporto di aiuti sanitari ed alimentari alla popolazione, nonché la sorveglianza volta ad impedire rifornimenti via mare di armi alle milizie libanesi.


Tutte queste attività si inseriscono nell’ambito concettuale del peace-keeping navale (in cui si inseriscono le missioni antipirateria e di sorveglianza degli embarghi di armi e carburanti come quella dell’Operazione EU “Irini”) funzione internazionale spesso sottovalutata da un’Italia che non ha chiara evidenza dei suoi interessi marittimi.

A questo proposito, sempre in ambito mediorientale, non bisogna dimenticare la missione di interposizione del contingente navale della Multinational Force and Observers (MFO), a noi assegnata dal 1982: le Unità del gruppo navale italiano (Grupnav 10) pattugliano lo Stretto di Tiran per garantire la libertà di navigazione in applicazione degli Accordi di Camp David del 1979 tra Stati Uniti, Israele ed Egitto.


In questi giorni si dice spesso che l’Italia ha perso il suo estero vicino intendendo con ciò le più prossime aree di interesse oltreconfine ed oltremare. In realtà, questo è vero parzialmente. Oltre alla Libia con cui, nonostante tutto, continuiamo a mantenere stretti rapporti, vanno messi appunto in conto il Libano ed il Mar Rosso. Senza che ce ne rendiamo conto, volenti o nolenti, l’antico Mare Nostrum – magari visto nella sua dimensione allargata – è quindi, in definitiva, ancora il nostro principale vicino.

Foto Marina Militare