L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 settembre 2020

Benissimo è così che si fa

ESTERO
L'accordo tra India e Cina per un rapido disimpegno dei soldati al confine

In un comunicato congiunto dichiarano di essersi accordate per "non permettere che le divergenze diventino dispute" e hanno convenuto che "l'attuale situazione nelle aree di frontiera non è nell'interesse di nessuna delle parti"

aggiornato alle 07:2611 settembre 2020

© Afp - Soldato indiano al confine con la Cina

AGI - India e Cina hanno raggiunto un accordo in cinque punti per la de-escalation e il "rapido" disimpegno dei soldati al confine tra i due Paesi asiatici, dopo le ultime tensioni tra i militari di frontiera riemerse nei giorni scorsi. L'accordo, che non fissa una tempistica precisa, è giunto dopo un incontro durato circa due ore tra il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jiashankar, e il suo omologo cinese, Wang Yi, a margine dell'incontro a Mosca dei ministri degli Esteri dei Paesi membri della Shanghai Cooperation Organization, nel quale gli alti diplomatici dei due Paesi hanno avuto discussioni "schiette e costruttive" sulla tensione militare al confine.

In un comunicato congiunto, India e Cina dichiarano di essersi accordate per "non permettere che le divergenze diventino dispute" e hanno convenuto che "l'attuale situazione nelle aree di frontiera non è nell'interesse di nessuna delle parti". I soldati di frontiera di India e Cina, perciò, "dovrebbero continuare il loro dialogo, disimpegnarsi rapidamente, mantenere una distanza appropriata e allentare le tensioni".

India e Cina si sono dette d'accordo sul rispetto degli accordi esistenti, sul mantenimento della pace e della tranquillità nelle zone di confine e sull'evitare che qualsiasi azione possa provocare un'escalation della tensione. I due paesi si sono infine accordate per continuare il dialogo attraverso i meccanismi esistenti e per nuove misure per costruire la fiducia nelle aree di confine.

Le tensioni tra India e Cina al confine sono riemerse a giugno scorso, con i più violenti scontri tra i soldati di frontiera degli ultimi decenni, nei quali sono morti venti soldati indiani, mentre non si hanno cifre ufficiali delle vittime tra i soldati cinesi.

NO al picconamento della Costituzione

VOX ITALIA VOTERà "NO"

12 settembre 2020

Gli attivisti di “Vox Italia”, partito sovranista che si ispira al pensiero del filosofo Diego Fusaro, stanno conducendo una campagna in favore del “No” al referendum costituzionale del 2021 settembre. Dopo aver allestito un banchetto a Massa lo scorso martedì, tra oggi e giovedì 17 sono in programma iniziative analoghe ad Aulla e poi Carrara. "E’ assurdo, per risparmiare l’equivalente di un caffè all’anno, che potrebbe invece essere risparmiato col taglio dei privilegi, tagliare la nostra rappresentanza democratica. Inoltre un parlamento più piccolo sarebbe più facilmente controllabile dalle lobby. Per questo vogliamo difendere il Parlamento, così come pensato dai padri costituenti", afferma il segretario di circolo, Simone Ziviani.

Diritto internazionale fottiti - gli ebrei sionisti continuano a bombardare la Siria

11/09/2020, 08.48
SIRIA - ISRAELE
Raid aereo israeliano alla periferia di Aleppo, attivata la difesa anti-aerea

Gli scontri sono proseguiti per gran parte della notte. La difesa in stato di allerta per contrastare una “aggressione aerea”. Fonti governative rivendicano l’abbattimento di gran parte dei missili. Nelle ultime settimane si sono intensificate le operazioni militari dell’esercito israeliano contro Damasco e i suoi alleati, l’Iran e gli Hezbollah libanesi.


11 settembre 2020

Aleppo (AsiaNews/Agenzie) - Nella notte e fino alle prime ore della mattina la difesa anti-aerea siriana è rimasta in stato di allerta per contrastare una “aggressione aerea” esterna nei pressi di Aleppo, metropoli del nord un tempo capitale economica e commerciale del Paese. Secondo gli esperti, citati dall’agenzia ufficiale Sana, dietro l’attacco vi sarebbe l’esercito israeliano, protagonista già in passato di operazioni militari mirate in territorio siriano. 

“All’1.30 di notte ore locale - spiega una nota dell’agenzia - il nemico sionista ha condotto una aggressione aerea, con l’obiettivo di colpire i dintorni della città di Aleppo con una selva di missili”, come conferma una “fonte militare” anonima. Essa non spiega nel dettaglio la posizione o le posizioni prese di mira, ma aggiunge che le batterie di difesa antiaerea si sono attivate e hanno “abbattuto” la maggior parte dei missili.

Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdu), nelle ultime settimane si sono verificati diversi raid aerei in territorio siriano, molti dei quali sono stati attribuiti alle forze israeliane. Gli attacchi hanno preso di mira postazioni a sud di Damasco, nella Siria centrale o nell’estremo settore orientale, al confine con l’Iraq, colpendo e uccidendo miliziani filo-iraniani o soldati governativi.

Israele non ha voluto commentare l’attacco della notte. Ma già in passato l’esercito con la stella di David ha compiuto operazioni militari contro obiettivi militari di Damasco e dei suoi alleati, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, rivendicandole in un secondo momento o a distanza di anni. Teheran ha sostenuto il governo siriano in questi nove anni di guerra, inviando centinaia di esperti militari e migliaia di uomini. La Repubblica islamica avrebbe sfruttato il conflitto per costruire una base militare, utilizzata in collaborazione con i soldati siriani.

Divampato nel marzo 2011 con la repressione dei movimenti pro-democrazia, il conflitto in Siria si è trasformato in una guerra per procura con il coinvolgimento di potenze regionali e mondiali. Ad oggi si sono registrate quasi 400mila vittime e milioni fra sfollati interni e rifugiati.

Il piccolo e splendido Libano si trova al centro di un'operazione di destabilizzazione guidata dai sauditi con l'appoggio di Israele e degli Stati Uniti

Beirut Addio

di Marco Pondrelli
31 agosto 2020

Questo articolo scritto dal direttore del sito Marco Pondrelli compare in contemporanea su ‘marx21’ e su Ragioni&Conflitti


L'esplosione del 4 agosto al porto di Beirut ha provocato una vera e propria strage, ovviamente la politica e la stampa, italiane e non solo, sanno già chi sono i responsabili: i 'terroristi' di Hezbollah. Questa propaganda prolifera sulla scarsa conoscenza del Libano e di tutto il Medio Oriente (o Vicino Oriente). Quando si parla di politica internazionale queste posizioni sono la norma ma è solo grazie all'elargizione di luoghi comuni a piene mani che si possono fare affermazioni a dir poco azzardate come, ad esempio, definire l'Iran antisemita, dimenticando (o forse ignorando) quali sono le popolazioni semitiche e che, tolto Israele, la più grande comunità ebraica del Medio Oriente si trova in Iran, dove gli ebrei non solo godono di molti più diritti dei palestinesi ma sono anche presenti in Parlamento.

È necessaria quindi un'analisi che espunga questi luoghi comuni e che si basi sulla lettura della realtà e non su interpretazioni fantasiose.

Enigma Libano

Un bel film di Ziad Doueri, l'insulto, uscito nel 2017 racconta un processo in cui sono coinvolti un cristiano ed un rifugiato palestinese, è un processo che spacca il paese, perché viene a caricarsi di significati che vanno oltre la contesta fra due persone. È un film che rappresenta bene l'attuale Libano, un paese prostrato da infinite guerre.

Un piccolo excursus storico è il punto da cui partire per capire come quella che un tempo era conosciuta come la Svizzera del Medio Oriente sia ora persa in una durissima crisi: politica, economica e sociale.

Il Libano nasce sul Monte Libano. Trascurando, non essendo questo il tema dell'articolo, la sua storia (che ha visto svilupparsi grandi civiltà) possiamo collocare questa entità non ancora Stato all'interno dell'Impero Ottomano, quando faceva parte di quella che era conosciuta come la Grande Siria. La crisi dell'Impero Ottomano viene conclamata dalla Prima Guerra Mondiale e dall'accordo Sykes-Picot che divise la regione fra Francia e Regno Unito. Il Libano divenne una colonia francese, la Francia oltre a smembrare la Grande Siria (che comprendeva gli attuali stati di Siria, Libano, Palestina, Israele e Giordania) creò il Grande Libano allargando i confini e comprendendo più confessioni, memori del vecchio adagio divide et impera.

Per il Libano, un paese con 18 differenti confessioni religiose, ancora più importante della Costituzione del 1926 e dell'indipendenza del 1946 è il Patto Nazionale del 1943 che, nella sua parte fondamentale, assegna ad un cristiano la Presidenza della Repubblica, ad un sunnita la Presidenza del Consiglio dei Ministri e ad uno sciita la Presidenza del Parlamento. Il Libano apparentemente sembra un paese diviso verticalmente con comunità distinte ed autonome, quello che in politologia è conosciuto come un paese consociativo. Questo è un giudizio che risente di un pregiudizio eurocentrico, fuori dal civile Occidente le divisioni sono ancora religiose o tribali. Tenterò di spiegare nel prosieguo dell'articolo che le cose non stanno così.

Un altro elemento che contraddistingue il paese dei cedri è quello dei profughi: ai palestinesi cacciati dalle loro terre dal '48, e che oggi sono circa 300-400 mila, si sommano i profughi della guerra siriana, circa 1,5 milioni. È una cifra enorme e potenzialmente destabilizzante per un paese di 4,5 milioni di abitanti. Fatte le proporzioni è come se l'Italia, che chiude i porti e litiga per poche decine di migranti su un barcone, ospitasse più di 20 milioni di rifugiati.

La crisi del Libano e le ingerenze straniere

L'odierna crisi del Libano non nasce dall'interno ma, come per la Jugoslavia all'inizio degli anni 90, sono state forze esterne a soffiare sul fuoco delle divisioni confessionali. Israele ha favorito e sostenuto le preoccupazioni dei cristiano-maroniti dovute alla forte presenza di rifugiati palestinesi, che per alcuni avrebbero potuto fare saltare gli equilibri interni al paese. Fu proprio questa nefasta convivenza alla base dei massacri di Sabra e Shatila, cantati in modo struggente da Fabrizio De André in Sidún.

Se Israele tenta di tessere legami con i cristiano-maroniti, l'Arabia Saudita fa la stessa cosa con i sunniti e l'Iran con gli sciiti. È però sbagliato pensare di potere leggere la contrapposizione in Libano ed in tutta la regione come uno scontro religioso. In realtà lo scontro interno all'Islam fra sunniti e sciiti è uno scontro politico.

Per capire il Libano occorre alzare lo sguardo all'area nel suo complesso. Quando Vali Nasr[1] parla di rivincita sciita non pensa ad un confronto teologico ma ad una contesa geopolitica. L'Iran che nel '79 era il paria della comunità internazionale e che nel 1980 era stato lasciato solo, o quasi, nella guerra contro l'Iraq oggi si è rafforzato in quella che possiamo chiamare la mezzaluna sciita. Questa mezzaluna comprende oltre all'Iran, il Libano, l'Iraq e la Siria. A questa avanzata ha risposto la controffensiva sunnita che si è concentrata sulla Siria. Questa guerra benedetta dall'ex Segretario di Stato Usa, nonché idolo della sinistra nostrana, Hillary Clinton aveva nell'Isis la manovalanza, nella Turchia la logistica e nelle monarchie del golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i finanziatori. Non si può capire quello che oggi succede in Libano se non si parte dal dato di fatto che sauditi ed Occidente in Siria hanno perso.

I due protagonisti di questo confronto sono Arabia Saudita ed Iran. Il recente accordo fra Israele e Emirati Arabi Uniti non è la prima tappa e non sarà l'ultima di questo percorso. Già a Varsavia, nella conferenza voluta dagli Usa per isolare Teheran, sauditi ed israeliani si erano seduti fianco a fianco e, per quanto la conferenza non abbia prodotto risultati concreti, il dato politico è stato forte. Il cosiddetto accordo di Abramo prosegue in questa direzione e probabilmente prefigura quello fra Israele e Arabia Saudita.

Lo scontro fra le due potenze regionali ha più scenari. Il paese in cui questo scontro sta producendo i costi umani più alti è lo Yemen, dove si combatte una guerra dimenticata nella quale, anche grazie ad armi italiane, i sauditi si stanno rendendo responsabili di atroci massacri. Altro scenario è quello iracheno, qui i sauditi mal sopportano che un paese a maggioranza sciita si sia avvicinato all'Iran. Per Riad la politica anti-sciita ha ripercussioni anche interne essendo sciita il 15% della sua popolazione. L'uccisione di Nimr Baqr al Nimr il 2 gennaio 2016, la personalità più influente dello sciismo in Arabia, è stato non solo un oltraggio al benché minimo senso del diritto (cosa che i nostrani castigatori delle false armi chimiche siriane si sono guardati bene dal denunciare) ma anche un attacco contro l'Iran. In Bahrein la primavera è stata repressa nel sangue essendo di matrice sciita, l'Occidente vi ha prestato scarso interesse anche perché impegnato a seguire il Gran Premio di Formula Uno che si tenne proprio durante quei giorni. In questo scontro l'uccisione del generale Soleimani è stato un durissimo colpo inferto all'Iran per il quale oltre a Trump e Salvini hanno festeggiato anche i terroristi dell'Isis.

Il Libano è un fronte sempre più caldo di questa guerra. Il 2020 per Beirut è stato segnato da molti eventi negativi, non solo il Covid che ha colpito il paese come il resto del mondo ma anche la crisi economica che ha portato al default, le proteste popolari e da ultimo l'esplosione nel porto.

La crisi economica ha due motivazioni. Innanzitutto sono stati commessi grossi errori, le politiche economiche dagli anni '90 sono state fallimentari. Rafīq al-Harīrī, il Primo Ministro ucciso nel 2005, ha contribuito a costruire un sistema bancario che ha sostenuto la bolla immobiliare grazie ad un importante supporto economico delle monarchie del golfo, al contempo il settore produttivo non è stato sostenuto. Oggi il Libano esporta beni e servizi per 3,7 miliardi e ne importa per 20, il tutto in dollari[2]. Il problema dello Stato libanese è questo, non la corruzione o lo spreco, basti pensare che la spesa pubblica rappresenta il 29% del PIL contro una media dei paesi arabi del 26% ed una media mondiale del 27%. Il vero problema è che con un terzo del debito (che è pari al 175%) denominato in dollari e con una moneta (la lira libanese) che da ottobre si è svalutata dell'80% l'economia non può reggere, soprattutto in un anno duro come questo[3].

Oltre agli errori interni è però indubbio che l'Arabia Saudita “sembra aver scelto di non continuare a puntare sul sostegno alla stabilità libanese[4]”. Venendo meno i soldi sauditi si è aperta la strada del default e dell'instabilità sociale. Questo dimostra che la guerra oggi non si combatte solo sui campi di battaglia ma anche sui mercati: destabilizzare economicamente un paese vuole dire creare disoccupazione, povertà, proteste rendendolo instabile ed insicuro.

In questo scontro il ruolo di Israele è quello di alleato di fatto di Riad. L'obiettivo però è diverso da quello saudita: allo Stato ebraico preme costruire divisioni ed instabilità nel campo avversario. Questa è la più grande polizza assicurativa per Tel Aviv, oramai per una parte del mondo arabo il problema palestinese non è più prioritario, perché l'obiettivo è colpire l'Iran.

La mezzaluna sciita e il ruolo degli Hezbollah

Come già sottolineato la contrapposizione fra sciiti e sunniti può essere letta correttamente sono con lenti politiche. Lo sciismo non ha l'obiettivo di costruire un califfato, ma agisce nel proprio stato e nella propria realtà. Per gli sciiti è essenziale difendersi dalle ingerenze esterne. Se si studia la storia del Medio Oriente è chiara, già dal nome, l'ingerenza straniera prima europea e poi statunitense. Il colpo di Stato contro Mossadeq (1953) organizzato da Regno Unito e Stati Uniti aveva l'obiettivo di impedire la nazionalizzazione delle aziende petrolifere, impedendo al popolo iraniano di godere delle proprie ricchezze. La lotta contro il colonialismo spiega l'odierno Iran. Pensiamo ad Ali Shariati le cui idee hanno parzialmente influenzato Khomeini, egli ha tentato di unire gli ideali socialisti con quelli islamici, teorizzando un islam sociale che rappresentasse non solo una fede ma anche uno strumento per il riscatto politico e sociale delle masse.

Senza volere idealizzare la Repubblica Islamica, va però sottolineato il ruolo oggettivamente e leninianamente anti-imperialista che essa ha assunto, anche nel sostegno alle lotte dei popoli siriano, iracheno e libanese (solo per citarne alcuni) contro Occidente e Israele. Il sostegno ad Hezbollah va letto in questo senso, non si vuole creare un califfato sciita ma sostenere la resistenza di un popolo.

Hezbollah nasce nel 1985 da Amal, organizzazione fondata da Musa al-Sad, il quale si era formato in Francia ed aveva anch'egli tentato di fare dialogare marxismo ed islam, nella lotta comune al colonialismo e per la liberazione dei popoli oppressi. Solo partendo da qua si può capire il ruolo di Hezbollah, organizzazione che si è rafforzata e radicata fino a diventare centrale negli equilibri governativi. Le due guerre vinte contro Israele ne hanno decretato il prestigio non solo verso gli sciiti ma verso tutta la popolazione.

Gli accordi di Ta'If che hanno posto fine alla guerra civile nascono su basi patriottiche, l'obiettivo è ricomporre la convivenza all'interno del paese difendendolo da ingerenze esterne. Possiamo così capire il ruolo del Presidente della Repubblica, il cristiano maronita Michel Aoun, che ha combattuto contro la Siria e gli sciiti, il quale ha però affermato che gli Hezbollah “sono miei compatrioti, ci siamo difesi assieme[da Israele][5]”. Non casualmente da più parti sono state chieste le sue dimissioni, egli è visto come il collante ed il garante dell'accordo con gli Hezbollah nella difesa del Libano.

Per quanto riguarda questa organizzazione essa è considerata terrorista da Stati Uniti, Israele ed Unione europea: non c'è da stupirsi visto il ruolo anti-imperialista ed anti-sionista che ha giocato in questi anni. Hezbollah ha visto crescere il suo prestigio militare dopo le guerre vinte con Israele e dopo il sacrificio di oltre 1100 combattenti versato nella guerra siriana. È inconcepibile come l'Occidente possa considerare terrorista questa organizzazione, che non si è mai macchiata di atti terroristici limitandosi a combattere guerre difensive (anche in riferimento all'omicidio di Rafīq al-Harīrī va ricordato che la corte penale dell'Aja ha affermato nella sua sentenza che non ci sono prove del coinvolgimento di Hezbollah nell’assassinio[6]), mentre lo stesso Occidente non ha problemi ad avere rapporti con i sauditi o con i fantomatici ribelli 'moderati' siriani.

Hezbollah oltre all'indubbio prestigio militare ha costruito anche una rete assistenziale per la popolazione, un welfare che in questo momento difficile è essenziale per arginare la povertà. Un altra spiegazione del suo forte consenso (anche elettorale).

Conclusioni

In questo contesto è molto difficile spiegare l'esplosione attribuendola anche indirettamente ad Hezbollah, che avrebbe stoccato dell'esplosivo al porto. Purtroppo la stampa italiana sembra avere già deciso chi sono i colpevoli, evitando di prestare attenzione a tutto ciò che indica altre strade (come ad esempio i testimoni che avrebbero visto aerei volare in zona prima dell'esplosione).

Non è possibile per chi scrive stabilire le responsabilità dell'accaduto. Mi sono limitato a mettere in fila tutto quello che è successo sia all'interno del paese dei cedri nell'ultimo anno (dal default all'esplosione) sia all'esterno (dall'omicidio di Soleimani al cosiddetto accordo di Abramo). Questi eventi indicano che i sauditi, con il sostegno di Stati Uniti ed Israele, hanno individuato nel Libano l'anello debole della catena. Colpire il Libano vuole dire assestare un duro colpo a Teheran. Teniamo presente che lo scontro che Dilip Hiro[7] ha definito la guerra fredda nel mondo islamico, ha una valenza che va ben oltre questa regione: se i sauditi possono contare sull'appoggio, oltre che di Israele, degli Stati Uniti e del mondo 'libero', l'Iran ha il fattivo sostegno di Russia e Cina con cui la cooperazione, a partire da quella militare che si volge nello SCO, in questi anni è cresciuta.

Il piccolo e splendido Libano si trova al centro di un'operazione di destabilizzazione guidata dai sauditi con l'appoggio di Israele e degli Stati Uniti (a prescindere da quello che succederà a novembre). In questo momento le possibilità di dialogo sembrano ridotte al minimo e, se dovesse saltare il Libano, rischierebbe di incendiarsi tutta la regione. Dopo avremmo le lacrime di coccodrillo dei soliti soloni benpensanti, gli stessi che protestavano sotto l'ambasciata libica contro Gheddafi ed ora piangono i morti prodotti dal democratico interventismo occidentale.

Note:
1. Nasr, Vali; La rivincita sciita, i conflitti interni all'Islam e il futuro del Medio Oriente, EGEA Università Bocconi Editore, Milano 2017
2. Nigro, Vincenzo; Il deputato tycoon "Libano distrutto da banchieri e politici", la repubblica, 13 agosto 2020
3. Bonetti, Alessandro; Perché il Libano è in default la corruzione c'entra poco, il fatto quotidiano, 24 agosto 2020
4. Speranza, Fausta; Fortezza Libano. Tra tensioni interne e ingerenze straniere, Infinito Edizioni, 2020, pag. 53
5. Cremonesi, Lorenzo; «Aerei e misteri, sull’esplosione seguo ogni pista», corriere della sera, 18 agosto 2020
6. Bongiorni, Roberto; Libano, la sentenza non trova i mandanti dell’omicidio Hariri, il sole 24 ore, 19 agosto 2020
7. Hiro, Dilip; Cold War in the Islamic World. Saudi Arabia, Iran and the struggle for supremacy, Hurst & Company, London, 2018

Quello che ci interessa è che il virus del covid 19 cambia continuamente e si rischia che il vaccino a cui ti sei sottoposto non sia adatto per il nuovo virus, come le tipiche influenze. Nel titolo esordisci che aspetti il vaccino come panacea che risolva il tutto e poi nel corpo dell'articolo si afferma che è un virus che cambia, cascano le braccia a sentire queste baggianate

Quali terapie anti Covid sono efficaci in attesa del vaccino

12 settembre 2020


Le terapie plasmatiche e a base di anticorpi possono aiutare mentre il mondo attende il vaccino per il Covid? L’approfondimento del Financial Times

Dopo nove mesi di pandemia di coronavirus, gli scienziati disputano sull’uso di plasma da convalescente e terapie anticorpali per combattere Covid-19, mentre un vaccino completamente testato è ancora in fase di sviluppo – scrive il FT.

Il plasma da convalescente – il fluido ricco di anticorpi lasciato quando tutte le cellule vengono filtrate dal sangue – è stato usato con successo per più di un secolo come trattamento d’emergenza nelle epidemie, dall’influenza spagnola del 1918 fino all’epidemia di Ebola del 2014-16 in Africa occidentale.

Sperimentato per la prima volta nel 1890 dallo scienziato tedesco Emil von Behring per curare la difterite, i ricercatori hanno prelevato il sangue dagli animali che si erano guariti dalla malattia e lo hanno iniettato negli esseri umani infetti. I suoi primi test clinici mostrarono una risposta positiva nel 77% dei casi.

Ma quasi 130 anni dopo, non è stato completato alcuno studio controllato randomizzato della terapia – il gold standard per i test farmacologici – e alcuni scienziati rimangono scettici sul suo uso a lungo termine nella lotta globale contro Covid-19.

Una preoccupazione è che il plasma convalescente possa contenere altri componenti, che potrebbero provocare una reazione negativa una volta iniettato in un altro paziente. Altri sostengono che è molto difficile creare un prodotto riproducibile, dato che i pazienti generano anticorpi diversi, a diverse concentrazioni.

Attualmente sono in corso in tutto il mondo esperimenti controllati randomizzati. Nessuno ha ancora rilasciato risultati, ma David Roberts, professore di ematologia all’università di Oxford, che sta conducendo il più grande studio del Regno Unito, ha descritto i trattamenti al plasma come “incredibilmente preziosi”.

Finora 25.000 persone hanno donato il loro sangue all’università di Oxford, e più di 360 sono coinvolte nello studio, ha detto il Prof Roberts, aggiungendo che “tutte le prove esistenti sono coerenti con l’esistenza di un effetto, ma dobbiamo provarlo”.

“Quello che non sappiamo è quale dose sarà efficace, o chi ne trarrà maggior beneficio”, ha aggiunto.

Altri gruppi di ricerca stanno utilizzando tecnologie più avanzate per clonare anticorpi neutralizzanti specifici, che possono poi essere iniettati nei gruppi vulnerabili per proteggere dal virus.

La terapia, nota come trattamento anticorpale monoclonale o “designer”, è uno dei campi in più rapida crescita nella ricerca biomedica, ed è ampiamente utilizzata nel trattamento del cancro e delle malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e il Crohn.

“I vaccini di solito richiedono alcune settimane per avere un effetto, mentre gli anticorpi neutralizzanti colpiscono immediatamente il flusso sanguigno”, ha detto il dottor Dan Skovronsky, direttore scientifico dell’azienda farmaceutica statunitense Eli Lilly, che ha lavorato allo sviluppo di terapie di anticorpi monoclonali per Covid-19. “I vaccini di solito richiedono alcune settimane per avere un effetto, mentre gli anticorpi neutralizzanti colpiscono immediatamente il flusso sanguigno”, ha detto il dottor Dan Skovronsky, direttore scientifico dell’azienda farmaceutica statunitense Eli Lilly, che ha lavorato allo sviluppo di terapie di anticorpi monoclonali per Covid-19.

Il primo anticorpo di Eli Lilly è stato isolato da un paziente in convalescenza che si è recato negli Stati Uniti dalla Cina alla fine di febbraio. “Abbiamo trovato il miglior anticorpo possibile”, ha detto il dottor Skovronsky.

Ci sono almeno 50 terapie di anticorpi monoclonali attualmente in fase di sperimentazione clinica in tutto il mondo. Eli Lilly si aspetta di avere i primi risultati delle sue sperimentazioni questo mese.

“Spero che funzionino”, ha detto Alain Townsend, professore di immunologia molecolare all’università di Oxford. “C’è una buona probabilità che, dato in anticipo, un anticorpo neutralizzante alteri il corso della malattia”.

A differenza del plasma convalescente, che è preferito come trattamento piuttosto che come farmaco preventivo a causa del potenziale pericolo di trasferire sangue estraneo in pazienti sani ma vulnerabili, i ricercatori ritengono che gli anticorpi monoclonali potrebbero essere impiegati come profilassi.

La terapia potrebbe essere utilizzata anche per trattare le fasi iniziali dell’infezione ma, man mano che la malattia progredisce all’interno di un paziente da una malattia respiratoria a una malattia infiammatoria, gli esperti dicono che il trattamento dovrà passare a farmaci come gli steroidi.

Uno dei problemi dei trattamenti con anticorpi monoclonali è il costo. Il prezzo mediano negli Stati Uniti per un anno di cure per malattie come il cancro varia da 15.000 a 200.000 dollari, secondo il Wellcome Trust, un ente di beneficenza britannico per la ricerca. Di conseguenza, l’80% di tali terapie viene venduto negli Stati Uniti, in Europa e in Canada.

“Il numero di persone che sarebbero in grado di riceverle è molto basso rispetto al plasma convalescente”, ha detto il Prof. Townsend, anche se ha aggiunto: “Penso che i monoclonali ben scelti abbiano più probabilità di funzionare”.

Un’altra sfida per tali trattamenti è la capacità del virus di mutare, cambiando il suo corredo genetico intorno alla parte conosciuta come il picco che gli anticorpi attaccano.

“Mi aspetto che in quella regione si sviluppino mutazioni relativamente rapide”, ha detto David Stuart, professore di biologia strutturale all’università di Oxford, che sta conducendo la ricerca britannica Covid-19 sulla terapeutica degli anticorpi.

La soluzione per i medici che trattano virus come l’Ebola è stata quella di utilizzare un cocktail di anticorpi neutralizzanti piuttosto che un singolo anticorpo. “Anche se ne sfugge uno, sarebbe difficile sfuggirne due”, ha detto il professor Stuart.

Eli Lilly sta sperimentando terapie a cocktail, insieme ad aziende come Celltrion e Immunoprecise Antibodies, anche se per il trattamento degli anticorpi monoclonali dell’influenza in generale si è scoperto che in precedenza gli anticorpi monoclonali dell’influenza hanno avuto un effetto limitato.

“Di fronte alle difficoltà, sapendo che la maggior parte delle volte che ci proviamo falliremo, ci emozioniamo ancora”, ha detto il dottor Skovronsky di Eli Lilly. “Se hai il 5 o 10 per cento di possibilità di salvare la vita delle persone, ci provi”.

(Estratto dalla rassegna stampa a cura di Epr comunicazione)

12 settembre 2020 - NEWS DELLA SETTIMANA (5-11 set. 2020)

11 settembre 2020 - Roberto Quaglia: Cosa hanno in comune l’11 settembre e il fenomeno Covid?

La Stagnazione Secolare induce gli Stati che si rifanno all'Occidente a favorire il caos organizzato per poter governare contrariamente a quello che succede in Cina i cui governanti non ne hanno bisogno anche questo scontro ideologico è parte integrante della guerra totale in atto


11 SETTEMBRE 2020

Un mondo inquieto, con scenari e archi di crisi che da tempo andavano emergendo, divenuto sempre più competitivo e in cui la pandemia di coronavirus è intervenuta ad amplificare le tensioni già esistenti, rendendo ancor più caotico il teatro globale. Questo lo scenario che gli analisti di Deutsche Bank hanno profilato in un recente report dedicato all’inizio, ritenuto imminente, della cosiddetta “età del disordine”, il mondo dopo l’arrivo del Sars-Cov-2, vero e proprio virus acceleratore che ha catalizzato le reazioni e l’evoluzione di diversi contesti problematici.

A essere a rischio è, per Db, la globalizzazione come la abbiamo sinora conosciuta, che si è dimostrata scarsamente resiliente di fronte a uno choc esogeno come la pandemia. Vero e proprio Giano bifronte, il coronavirus ha ridotto le prospettive per commercio, trasporti e mobilità esaltando al contempo il versante tecnologico del mondo globale, in una dinamica che ha accelerato una consistente concentrazione di potere verso i settori a più alto tasso di innovazione. Non hanno retto bene i trattati multilaterali, gli accordi tra Stati e le aggregazioni regionali, alla prova dei fatti della corsa alla disordinata chiusura reciproca di confini e mobilità per arginare il contagio pandemico.

Nei prossimi anni, per Db l’eredità della pandemia rischia di scontrarsi con l’evoluzione, sempre più caotica, di otto diversi scenari. La banca di Francoforte concorda, come rilevato da molti studiosi prima della pandemia, che a determinare un’inversione della globalizzazione potrebbe essere in primo luogo il deterioramento definitivo delle relazioni Usa-Cina, specie in caso di definitivo spostamento degli equilibri economici dagli States ad oltre Pacifico e di incentivazione di una nascente “rivalità di interessi e di culture”. In secondo luogo, sarà da valutare la tenuta economica dell’Europa, che si è dimostrata molto spesso in difficoltà nel reagire con forza alla diffusione del contagio pandemico ed economico.

Cosa potrebbe rendere problematico il futuro dell’Unione Europea? Db segnala di conseguenza il terzo e il quarto punto, ovvero, da un lato, il rischio di un’esplosione incontrollata del debito pubblico per finanziare i bail-out delle imprese in crisi e le manovre di helicopter money e, dall’altro, le problematiche riguardanti il futuro dell’inflazione, che senza stimoli verso una crescita moderata rischia di precipitare in deflazione, condizione riscontrabile in ogni era di declino economico.

Gli ultimi quattro punti segnalati dagli analisti di Db sono di rilevanza politica, economica e sociale: il rischio di una nuova fase di elevate disuguaglianze e endemica povertà; l’ampliamento del divario intergenerazionale, la battaglia per la difesa dell’ambiente e l’individuazione dei limiti della rivoluzione tecnologica tra opportunità reali e rischi di bolle finanziarie e borsistiche.

Interessante come Db parli dell’inizio di un nuovo “superciclo strutturale” vincolato a una fase di grande animosità nelle relazioni internazionali e di grande incertezza e volatilità negli affari economici che fungerà da punto di riferimento per tutto ciò che riguarda il comparto produttivo e il settore finanziario. Torna alla mente ciò che scriveva nel 1925 l’economista russo Nikolaj Kondratiev nel suo saggio I maggiori cicli economici (1925), in cui l’autore sottolineava l’intrinseca vulnerabilità del sistema capitalista globale a fasi di forte volatilità e incertezza al termine di analoghe fasi di espansione economica, nonché il fisiologico riproporsi di gravi perturbazioni sistemiche in momenti di rottura per l’economia e il contesto internazionale.

Kondratiev ipotizzava, storicamente, cicli di 50-70 anni in assenza di grandi strappi traumatici, che dal Novecento ad oggi si sono fatti sempre più frequenti: dal 1925 in avanti abbiamo avuto la crisi del 1929, la seconda guerra mondiale, la crisi petrolifera degli Anni Settanta, il biennio nero della finanza mondiale tra il 1998 e il 2000, segnato dal tracollo di economie emergenti e bolla tecnologica, la crisi dei subprime, la Grande Recessione e ora la pandemia: segno di una crescente inquietudine sistemica di cui il grande disordine globale è manifestazione concreta. Le contraddizioni del mondo e della sua economia sempre più slegata tra comparto finanziario e mondo reale sono state portate alla luce e rese manifeste da un filettino di Rna a alta contagiosità, che ha imposto importanti riflessioni sul futuro della globalizzazione e del sistema di governance globale attualmente vigente. L’età del disordine, in fin dei conti, era tra noi da molto tempo: il Covid-19 ci ha solo imposto di scendere a patti con la realtà.

NoTav . Telt quell'ente pubblico che sfugge ai confronti pubblici e che insieme alla regione vuole inondare di immondizia scavata Susa

TAV IN VALSUSA: INCONTRO SINDACI- TELT RINVIATO E SPOSTATO A TORINO


di ANDREA MUSACCHIO
11 settembre 2020

TORINO – Si terrà mercoledì 16 settembre l’incontro tra l’Unione montana Valle Susa, i sindaci, i tecnici della commissione Tav, i rappresentanti Telt e la Regione Piemonte per chiarire il caso smarino di Susa.

La decisione di rinviare l’incontro, che si sarebbe dovuto svolgere domani mattina, sabato 12 settembre, è stata presa per consentire alla stessa Regione di partecipare: “Dopo il caso mediatico che si è sollevato su Susa, mercoledì abbiamo chiesto alla Regione Piemonte di partecipare all’incontro – spiega Pacifico Banchieri, presidente dell’Unione – Giovedì ci hanno chiesto di rinviare l’incontro a mercoledì con sede a Torino: la Regione si è detta interessata a partecipare, ma avendo altri impegni inderogabili non poteva farlo questo sabato a Sant’Ambrogio“.

Saranno diversi gli argomenti che l’Unione montana e i vari sindaci porteranno sul tavolo: in primis, la richiesta di maggior chiarezza verso gli amministratori dei territori valsusini. “Perché non si è parlato prima del caso smarino a Susa? – si interroga Banchieri – E poi parleremo anche del cantiere di San Didero e dello svincolo di Chiomonte. Non sappiamo quando e come partiranno. Siamo i sindaci, non siamo proprio gli ultimi arrivati“.

Hanno imparato la lezione quando gli italiani con il NO hanno mandato via quell'inutilità di Renzi e i potentati che lo sostenevano. Sono tornati alla carica, con quel falso ideologico del M5S, MA questa volta la regia è più accurata non più duelli in televisione il si deve passare sottobanco tenendo la gente informata ma senza enfatizzare la loro guerra nei confronti della democrazia sul piano ideologico perchè le persone capirebbero e andrebbero in massa a emettere il loro convinto NO. Loro hanno apparati che lavorano a tempo pieno per toglierci ogni giorno un pezzettino di diritto, noi siamo pochi spaesati sparpagliati disorganizzati, in affanno con le nostre quotidiane sopravvivenze, DOBBIAMO creare una struttura permanente di professionisti che sappia difenderci ed attaccare al momento opportuno

Il referendum delle vanità

Perché votare no al taglio dei parlamentari.

3 settembre 2020

La prossima tornata referendaria del 20 e 21 settembre si avvicina, tra l’indifferenza e l’ignavia che ormai caratterizzano ogni fatto pubblico in Italia. Avendo in grande odio i politologi, non tedieremo i lettori con raffinate e inutili analisi sui sistemi politici, il mono-bi-tris e quater-cameralismo, e altre pasquinate che appassionano tre gatti in croce. Vorremmo invece concentrarci su un altro aspetto, ritenuto più importante nella vanità generale della farsa nazionale. Il fronte del NO, di cui fa modestamente parte chi scrive, ritiene la riduzione del numero dei parlamentari un attacco alla democrazia: abbattendo il totale dei deputati e senatori, si impone una barriera all’ingresso tale da mantenere a Roma pochi e grandi magnaccia clientelari, gli unici in grado di poter disporre di un consenso tale da superare le forche caudine post-riforma. Inoltre, un minor numero di onorevoli aumenta ancora di più il potere delle accozzaglie trasformistiche che si suol chiamare partiti, i quali possono utilizzare i noti metodi dei collegi blindati e dei listini per sistemare agevolmente i salvati e condannare i sommersi alla durezza di una vita normale. Su un piano più generale, infine, svilire l’istituzione parlamentare può condurre su un piano inclinato pericoloso: a furia di sfoltite, infatti, si può giungere all’ottimo paretiano per cui conviene chiudere tutto e affidare armi e bagagli a pochi tecnici dai pantaloni consunti, in ginocchio verso Bruxelles. A che serve la politica oggigiorno?

Pamphlet
Savino Balzano
L'alienazione ai tempi degli algoritmi


E questo è il punto su cui vorremmo angariare il povero lettore. Le ragioni prima esposte sono degnissime, e ci spingono idealmente a barrare NO nel segreto dell’urna. Ma a che pro? Probabilmente, a nulla. Occorre infatti essere chiari, e non fare la fine dei cavalleggeri polacchi contro i Panzer. La democrazia, almeno la forma socialdemocratica conosciuta in Europa dal 1945 fino, tutto sommato, alla fine degli anni Novanta, è morta e non resusciterà con un semplice tratto di lapis. Il voto può avere un valore testimoniale, ma chi ricorda più lo tsunami del referendum costituzionale del 2016? Chi ha colto le evidenti aspirazioni popolari per la salvaguardia della Costituzione e, anzi, la sua applicazione dopo decenni di svilimento costante? Nessuno. E le conseguenze delle elezioni politiche del 2018? Il sostanziale rifiuto della maggioranza del Paese rispetto alla deriva eurocratica, malamente espresso da Lega e Cinquestelle, in cosa si è tramutato se non in palliativi patetici e trasformismi così assurdi da condurre l’ex avvocato del bobolo a dux dell’emergenza sanitaria, dopo un ribaltone clamoroso degno della peggior repubblichetta delle banane. Potremmo continuare, per ore, a elencare le offese gravissime inflitte alle masse da squallidi faccendieri e arricchiti miserabili. Il problema, infatti, non è di sistema ma di uomini: con campioni del tipo Casalino, Zingaretti e Bonomi qualsiasi combinazione riuscirebbe sghemba, abortita, perché in presenza di incapaci spocchiosi e prepotenti non si governa uno Stato, lo si distrugge. Su questo vogliamo attirare l’attenzione, e cioè sul fatto che antropologicamente questa è una Repubblica esausta, come quei casati nobiliari infettati dai matrimoni tra cugini primi. Vincerà il NO? Sai che guaio. Loro resteranno sempre in sella, e tutto sarà come prima. 

Per questo, quasi per disperazione, da un lato vorremmo che vincesse il Sì, perché riteniamo vergognoso che ogni deputato degli ultimi trent’anni sia stato oggettivamente inutile, se non dannoso, pasteggiando a champagne e caviale mentre l’Italia veniva travolta dalla miseria. Sarà un discorso demagogico, ma non sarebbe in fondo un gran dramma evitare che l’esercito dei Paola Taverna, Gennaro Migliore e Mariastella Gelmini finiscano finalmente di offendere con la loro presenza le istituzioni repubblicane. Tornando lucidi, tuttavia, il problema assume una veste diversa e più ampia. Noi voteremo NO, e invitiamo tutti i lettori a fare altrettanto, perché vogliamo rovinare il gioco delle élite per quanto possibile. Insieme, però, vogliamo ricordare che la democrazia non è un gioco cartaceo, non si esaurisce nell’urna. Essi prosperano perché io, tu, noi, tutti siamo ignavi, disinteressati, fermi, convinti che al massimo verrà un giorno un uomo della Provvidenza a salvarci – vero senatore Salvini? – e a riportare tutto com’era, in un patetico nostalgismo da bacheca salviniana con i calippi a cento lire. Non ci interessa votare ogni cinque anni, se poi dell’esito si fa carne di porco. Non ci interessa vivere in uno stato nominalmente vivo quando ogni giorno, sulla nostra pelle, vediamo le conseguenze della sua putrescenza. Non vogliamo più mediocrità, conformismo, sottomissione, svilimento. Non vi crediamo più, non vi sopportiamo più.

Pertanto, caro lettore, senza partecipazione cosciente di ognuno alla vita della Patria non si potrà mai ottenere nulla, ed è questo l’obiettivo di fondo dell’antipolitica dominante in Italia: distruggere ogni legame tra i cittadini e la Repubblica, atomizzare le masse fino a triturarle negli ingranaggi della macchina. Votare NO può essere così solo un primo, timido passo, per una cesura di ben altra portata. Perché partecipazione vuol dire rivendicare la propria dignità di uomo che da suddito diventa cittadino, che sente l’orrore della società divisa in classi e pretende giustizia sociale, conscio del fatto che senza eguaglianza sostanziale non può esservi vera democrazia. Il senso profondo della Costituzione, racchiuso tra gli articoli 1, 3 e 49 consiste nel nesso profondo di caratteristiche in grado, esse sole, di dare alla democrazia quel carattere rivoluzionario, eternamente dialettico, che spogliandola delle ipocrisie borghesi la consegna ai lavoratori, agli sfruttati, agli ultimi, virilmente decisi a essere uomini e non più servi. Se non cambiamo noi, se non rompiamo le catene morali e materiali della schiavitù, meriteremo di crollare insieme alle macerie italiane. Chi non si ribella merita evidentemente le condizioni in cui pena.

Sono obbligati a tenerci impegnati nella paura della malattia per nascondere la crisi economica da SOVRAPPRODUZIONE da cui non sanno come uscirne fuori. La Guerra alla Cina, fabbrica del mondo, è parte integrante per cercare di distruggere l'OFFERTA, sarebbe opportuno una bella guerra tradizionale con tanti morti e distruzioni ma è sempre più difficile e comunque grazie alle televisioni devono preparare il terreno per non subire contraccolpi

Coronavirus, cosa succede in Francia e in Spagna: i dati e il confronto con marzo-aprile

11 set 2020 - 10:33

Preoccupano i numeri dei nuovi contagi nei due Paesi: secondo gli ultimi bollettini, entrambi registrano un incremento del numero di casi giornalieri superiore al periodo della prima ondata. Eppure, mettendo a confronto le cifre, si riscontra una netta differenza in termini di decessi e ricoveri in terapia intensiva tra il periodo di marzo-aprile e le prime settimane di settembre. Il trend però è di nuovo in crescita

Sono allarmanti i dati sui nuovi contagi da coronavirus in Francia e Spagna. Entrambi i Paesi, secondo gli ultimi bollettini, registrano un incremento del numero di casi giornalieri superiore al periodo di marzo-aprile. Sono poco meno di 10mila (9.843) i nuovi casi positivi accertati in Francia il 10 settembre, cifre che confermano il trend al rialzo di tutti i parametri epidemici. L’ultimo bollettino del ministero della Sanità spagnola ha segnalato 12.183 nuovi positivi che portano il totale dei contagiati nel Paese dall’inizio della pandemia oltre il mezzo milione: 566.326. Nonostante i numeri molto alti e sicuramente preoccupanti, però, siamo ancora lontani dal collasso o anche solo dal caos per il sovraffollamento della prima ondata negli ospedali francesi e spagnoli. Anche il numero dei decessi giornalieri è decisamente più basso (AGGIORNAMENTI LIVE - SPECIALE COVID-19).

Francia, i nuovi contagi e i numeri della prima ondata

In Francia - dove la quarantena è stata ridotta da 14 a 7 giorni - da fine agosto si registrano cinquantamila nuovi positivi ogni settimana, quasi 10.000 soltanto nelle ultime 24 ore. È una cifra mai raggiunta prima: nel periodo di lockdown a marzo-aprile il picco era stato raggiunto il 31 marzo, con 7.578 nuovi casi. L’ultimo record di contagi era invece stato segnalato il 4 settembre, con 8.975. Il Paese è anche alle prese con alcuni focolai a scuola: 32 le scuole e 524 le classi che sono state chiuse per casi di Covid-19 dalla riapertura del 1 settembre. In totale, dall’inizio della pandemia, sono 392.243 i casi registrati.

Sicuramente l’aumento dei contagi ha coinciso con un incremento del numero di tamponi effettuati: il totale è raddoppiato durante l'estate, superando la media settimanale di 800mila. Le autorità hanno però sottolineato che l'aumento non spiega il forte tasso di positività (4,5%). "Dall'inizio di luglio - ha spiegato, secondo quanto riporta Repubblica, un portavoce del ministero della Sanità - il numero di pazienti testati è aumentato di poco più di 2 volte e il numero di nuovi casi di 12 volte”.

La Direzione generale della Sanità francese ha comunicato il decesso di 29 persone nell'ultima giornata (totale a 30.813) mentre i ricoverati per coronavirus negli ospedali sono stati 352 in 24 ore, un numero in calo rispetto agli ultimi due giorni. Nei reparti di rianimazione sono entrati 54 pazienti, anche qui una cifra inferiore rispetto agli ultimi 2 giorni. In totale sono 608. Se si confronta il numero di vittime del periodo marzo-aprile con quello attuale, la differenza è netta: ad aprile, in particolare, si sono registrati picchi fino a 1.438 decessi giornalieri (il 14 aprile). Nelle ultime settimane invece non si è mai superata quota 38 (l’8 settembre). Per quanto riguarda ricoveri e terapie intensive, anche in questo caso i numeri mostrano la differenza con il periodo di lockdown: ad aprile, in particolare, non si era mai scesi sotto i 4mila pazienti in rianimazione, con un picco di 7.004 in data 8 aprile. Nelle ultime settimane quello di ieri - 608 - è stato il numero più alto. La curva è comunque in crescita e, ad esempio, a Marsiglia, i 70 posti della rianimazione sono già pieni.

Più di 12.000 nuovi casi di Covid-19 sono stati accertati l'11 settembre in Spagna, secondo l'ultimo rapporto pubblicato dal Ministero della Salute, una cifra che costituisce un record in questo paese dall'inizio della pandemia. In totale, sono stati registrati 566.326 casi, ovvero 12.183 casi in più rispetto al rapporto pubblicato giovedì 10, "il maggior numero di casi positivi rilevati dall'inizio della pandemia", secondo il quotidiano di Madrid El Pais. Questi nuovi casi non sono stati tutti rilevati nelle ultime 24 ore, le Regioni, competenti in materia sanitaria, impiegano talvolta diversi giorni per inoltrare le informazioni allo Stato centrale. La mortalità rimane, tuttavia, molto più bassa che durante il picco della pandemia, dove erano stati registrati fino a 950 morti nelle 24 ore all'inizio di aprile. L'epidemiologo Fernando Simón, direttore del Centro di Allerta ed Emergenze Sanitarie, ha assicurato che “la seconda ondata si sta stabilizzando”. Confrontando i numeri con marzo-aprile, si rileva che è stato superato a livello di nuovi contagi il numero registrato al culmine della pandemia. A marzo il record di casi venne registrato il 26, con 9.159 nuovi positivi. Cifra che nelle ultime due settimane è già stata superata quattro volte. Anche in questo caso è doveroso ribadire che è decisamente aumentato il numero di tamponi eseguiti: i funzionari spagnoli sostengono che a marzo è stato rilevato solo un caso su 10, mentre ora il tasso di rilevamento potrebbe essere compreso tra il 70 e il 90 per cento. In Spagna poi, come in gran parte del resto del mondo, l’età media dei casi è calata: a fine marzo era 59, oggi è 38. Un dato è sicuramente preoccupante: negli ultimi 14 giorni, il Paese iberico ha registrato 260 infezioni ogni 100.000 abitanti, il doppio del livello in Francia.

L’ultimo bollettino indica 71 nuovi decessi in Spagna, mentre negli ultimi sette giorni sono stati registrati 241 decessi, in totale sono 29.699. In proporzione al numero di contagiati il Paese si colloca tra quelli con il tasso di letalità più basso in Europa, assieme alla Germania. Se confrontati con i numeri di marzo e aprile, anche in questo caso i numeri evidenziano una situazione molto diversa: il 31 marzo si sono registrate 929 vittime, il record negativo. Nelle ultime settimane invece il massimo registrato è stato raggiunto il 4 settembre, con 184 decessi. Negli ultimi giorni preoccupano soprattutto l’aumento dei ricoveri in terapia intensiva. La Comunità di Madrid registra il 17% di camere occupate per coronavirus, mentre la media spagnola è poco sopra il 7%. In numeri assoluti, con 1.107 nuovi ingressi risultano attualmente ricoverati quasi 8.400 pazienti colpiti dal Covid-19, dei quali 1.131 sono in terapia intensiva. Ancora una volta siamo lontani dai numeri della primavera: ad aprile sono arrivati fino a 10mila.

Stagnazione Secolare - L'inflazione compare quando c'è scarsità di offerta e in un mondo in cui questa è TROPPO abbondante (SOVRAPPRODUZIONE) impossibile che ci sia inflazione

Vi dico che cosa (non) ha deciso la Bce

11 settembre 2020


Il commento a cura di Antonio Cesarano, chief global Ssrategist, Intermonte SIM, sulla riunione della Bce

L’attesa riunione della Bce si è conclusa come da consensus con un nulla di fatto sulle decisioni di politica monetaria.

La parte più rilevante era rappresentata dall’aggiornamento delle previsioni dello staff della Bce.

Come anticipato da alcune indiscrezioni, il Pil del 2020 è stato rivisto in meglio, a fronte di uno scenario sostanzialmente analogo a quello delineato a giugno per il 2021 e 2022.

Più sorprendenti le previsioni sull’inflazione: di fatto invariate e, anzi, una lieve revisione al rialzo per il 2021.


La Lagarde nel suo discorso ha sottolineato come il board sta attentamente monitorando l’andamento del cambio, che la Bce è sempre pronta ad aggiustare tutti gli strumenti a disposizione, ma ha anche aggiunto che non vengono percepiti rischi deflattivi, dal momento che il calo dell’inflazione viene percepito come temporaneo soprattutto a causa dell’effetto del recente taglio dell’Iva in Germania: l’aliquota principale, ad esempio, è stata portata dal 19 al 16% nel periodo luglio/dicembre 2020.

Interessanti le stime sul cambio (riportate nella seguente tabella) adottate dalla Bce per arrivare ad uno scenario di sostanziale invarianza sull’inflazione.


La Lagarde più volte ha cercato di richiamare le parole inerenti al fatto che la Bce monitorerà attentamente il cambio, enfatizzando come il riferimento al tema forex nel comunicato sia alquanto inusuale e quindi rilevante.

In assenza però di una base solida rappresentata da un’eventuale revisione al ribasso dello scenario inflattivo, le sue parole sono risuonate alla stregua di un “vorrei ma non posso…ancora”.

Una nota positiva per il Btp: l’indicazione che il piano di acquisti pandemico Pepp verrà utilizzato per la sua totalità di 1350Mld€ (decisione obbligata e se non bastano aumenteranno i miliardi).

In sintesi: ieri la Lagarde aveva di fatto le armi spuntate in assenza di uno scenario dello staff che corroborasse effettive preoccupazioni sullo scenario inflattivo alla luce della dinamica del cambio. Allo stesso tempo, però, le stime inserite sul cambio nello scenario fanno riferimento ad un livello di 1,18 che diventa pertanto il livello rispetto al quale monitorare il livello di guardia della Bce. Il capo economista Philip Lane è arrivato a dire “il cambio conta!” con un eur in prossimità di 1,20.

In vista della prossima riunione Fed del 16 è possibile che gli operatori riprovino a testare se ancora l’area 1,20 è quella di guardia o se il livello si è leggermente innalzato.

Ad ottobre, l’eventuale peggioramento del contesto macro nel caso di espansione della pandemia in area euro insieme alle possibili turbolenze causate dalla fase pre-elettorale Usa, potrebbero nuovamente riportare l’euro nella parte bassa del range atteso nei prossimi 30 giorni (1,17/1,21, salvo overshooting verso 1,23/1,25).

La parte finale dell’anno potrebbe invece vedere la Bce pronta a fare di più in particolare nella riunione del 12 dicembre, quando verranno nuovamente aggiornate le stime su Pil ed inflazione e soprattutto sarà ricompreso nello scenario anche il 2023. In questo contesto l’euro potrebbe ritornare in area 1,15.

Sul fronte tassi, l’assenza di misure a breve e la percezione di assenza di un rischio deflattivo sta comportando un rialzo soprattutto dei tassi tedeschi a lungo termine, con conseguente irripidimento della curva e beneficio per il comparto bancario.


Con riferimento al quarto trimestre, la sottolineatura al momento che il Pepp verrà utilizzato in toto insieme ad altri fattori (basse scadenze, arrivo di fondi SURe ed evetualmente Mes, fondi TLTRO reinvestiti in parte in Btp) oltre alla possibilità di espansione ulteriore a fine anno delle misure Bce, contribuiscono a creare clima favorevole per i Btp con target i livelli minimi 2020 sul comparto decennale (area 0,80%), senza escludere overshooting.

La crisi da Sovrapproduzione, accelerata volutamente dal lockdown, agisce sul lato della sovra abbondanza dell'OFFERTA distruggendo, concentrando, ristrutturando le aziende, c'è espulsione della forza lavoro eccedente, forse qualche ammortizzatore sociale, pagato dal pubblico, ammorbidisce momentaneamente il dramma per migliaia di famiglie

Volkswagen, Bmw e Daimler, come sarà la cura dimagrante delle case auto in Germania

11 settembre 2020


Da Volkswagen a Bmw, passando per Daimler: le cause auto tedesche e programmano tagli ai posti di lavoro

In Germania la pandemia da Covid ha colpito duro e frenato, bruscamente, il settore auto, che in fase di ristrutturazione e ripartenza taglia ora posti di lavoro.

Tra gli ultimi annunci sul tema c’è quello della società del camion Man, del gruppo Volkswagen, che potrebbe lasciare a casa 9.500 dipendenti. Anche Daimler ha in programma numerosi tagli, come Bmw.

Tutti i dettagli.

VOLKSWAGEN SNELLISCE MAN

La società tedesca dei camion Man, che fa parte di Traton SE, divisione di produzione di autocarri quotata di Volkswagen, ha annunciato di voler tagliare un terzo della sua forza lavoro, ovvero 9.500 posti, tra Germania e Austria.

OBIETTIVO RISTRUTTURAZIONE

L’obiettivo di Man è quello della ristrutturazione, che dovrebbe portare risparmi per 1,8 miliardi di euro a livello annuale. La società vuole raggiungere il ritorno operativo sulle vendite di MAN all’8% entro il 2023.

Circa il 55% del personale aziendale si trova in Germania, mentre il resto all’estero.

BMW: TAGLIO DI 10.000 POSTI DI LAVORO

L’opzione tagli è stata già presa in considerazione anche in casa Bmw, che ha deciso, secondo quanto riportato da Reuters, di non estendere i contratti di 10.000 lavoratori, proprio a causa della crisi post Covid.

La società con sede a Monaco di Baviera ha raggiunto un accordo con il comitato aziendale su un pacchetto di “misure per il personale per un futuro sostenibile”.

I TAGLI DI DAIMLER

Nelle scorse settimane sulla stampa tedesca si sono rincorse le voci di un taglio importante dei dipendenti. Si ritiene che Daimler sia pronta a tagliare oltre 30.000 dipendenti. Secondo quanto scritto da Handelsblatt, la società ha intenzione di tagliare 20.000 posti di lavoro, più dei 15.000 a rischio di cui aveva parlato il direttore delle risorse umane Wilfried Porth. Il taglio interesserà il 30% dei dipendenti.

L’azienda tedesca è pronta anche a chiudere qualche impianto. A rischio anche la joint venture messicana con Nissan, Aguascalientes e gli stabilimenti in Brasile o in Sudafrica.

L’OPZIONE DI SALVATAGGIO: 4 GIORNI DI LAVORO

Intanto, il più grande sindacato tedesco, IG Metall, ha proposto di pensare ad una settimana lavorativa di quattro giorni per aiutare a garantire posti di lavoro contro le ricadute economiche della crisi del coronavirus e dei cambiamenti strutturali nell’industria automobilistica.

“La settimana di quattro giorni … potrebbe consentire di mantenere i posti di lavoro nell’industria invece di demolirli”, ha detto Joerg Hofman di IG Metall al quotidiano Sueddeutsche Zeitung.

IL NEIN DELLA MERKEL AI SUSSIDI ALLE AUTO A BENZINA E DIESEL

In questo contesto, un duro colpo al settore arriva dal No di Angela Merkel ai sussidi alle auto diesel e benzina. In un vertice tra rappresentanti del governo, presidenti dei Länder con presenza di industrie automobilistiche, manager dell’automotive e sindacalisti, si legge in un articolo di Start Magazine, la cancelliera ha chiuso definitivamente le porte all’ipotesi che nuovi aiuti di Stato possano sostenere il vecchio modello di produzione, ovvero auto a benzina e diesel.

Non saranno le aziende a contribuire a far nascere un ceto politico diverso ma solo chi ha chiaro in testa che bisogna cambiare i parametri di cosa COME quanto dove chi deve produrre

Ecco come le aziende tengono a galla l’economia italiana

11 settembre 2020


Il commento di Gianfranco Polillo non solo sui dissidi fra governo e Confindustria

Nemmeno la pandemia è riuscita a frenare il dinamismo delle imprese italiane. E mentre la politica sembra sfogliare la margherita, baloccandosi con mille cose politicanti, si pensi al Mes, ancora una volta le imprese, pur muovendosi in totale solitudine, hanno mostrato al mondo le cose migliori di questo Paese. Sono i dati Istat a confermare questo piccolo miracolo. Nei primi sei mesi di quest’anno, nonostante chiusure e lockdown, il saldo attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è stato di oltre 23 miliardi di euro. Sebbene il turismo sia andato com’è andato ed il Pil, nel secondo trimestre, abbia “registrato un calo senza precedenti (–12,8% rispetto al primo trimestre) condizionato negativamente sia dalla domanda interna (–9,5 punti percentuali) sia da quella estera netta (–2,4 punti percentuali)”. Secondo l’asettica certificazione dell’Istat.

Ancora meglio era andata nel periodo precedente: sette anni di vacche grasse. Dei 39 Paesi europei censiti dall’Eurostat – dalla Svezia alla Turchia – solo 14 hanno fatto registrare, nel periodo 2012 – 2019, un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. In testa ovviamente la Germania, che ha fatto la parte del leone: 50 per cento del totale, quindi l’Olanda (14 per cento), ed infine Italia ed Irlanda, più o meno a pari merito, con il 10 per cento. Performance più che soddisfacente. La speranza è che duri. Con il dollaro che, a seguito della politica monetaria della Fed, si muove a ribasso, mantenere quelle posizioni sarà sempre più difficile.

Particolare la situazione italiana, dove quei forti attivi sono in aperto contrasto con il tono più generale della sua economia: un tasso di crescita di lungo periodo da ultima della classe, un livello di disoccupazione e di sottoccupazione ai massimi storici, un welfare sempre più inadeguato per far fronte alle nuove e vecchie povertà, enormi squilibri territoriali, un sistema formativo in quel marasma che tutti conosciamo, anni luce lontano dagli standard europei. Un quadro disarmante. Che si colora di pessimismo.

Durante quell’intervallo di tempo, il risparmio derivante dal surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, sempre secondo l’Eurostat, in Italia è stato pari ad un totale di 189,5 miliardi. Se a questa somma, di per sé gigantesca, si sommano gli altri 23 di cui si diceva all’inizio abbiamo un importo maggiore dei benefici del Recovery Fund. La loro gestione pluriennale ha prodotto risultati positivi? Non sembrerebbe, visto che sono stati messi a disposizione dell’estero, a causa della carenza di investimenti interni. Investimenti pubblici e privati: distinzione necessaria ai fini di una corretta impostazione di politica economica.

Perché questi risultati poco edificanti? Ma perché non si è avuto la forza o la volontà di modificare il meccanismo allocativo. Quei “rapporti di produzione”, per riprendere il vecchio Marx, dai quali dipende la produzione e distribuzione della ricchezza. Avendo privilegiato lo status quo i risultati sono stati quelli indicati: eccesso di risparmio, rispetto alle capacità di investimento; eccesso di disoccupazione; eccesso di debito pubblico, originato dalla compressione del Pil. E via dicendo. Unico aspetto positivo: la maggiore ricchezza finanziaria degli italiani, seppure malamente distribuita.

La grande disponibilità di risorse finanziarie, messe a disposizione dall’Europa, modificherà questo andazzo? Ne dubitiamo: stando almeno a quel che si vede. Di come modificare quei meccanismi, al di là delle astrazioni sul “modello di sviluppo”, non se ne parla. Anzi, finora, più che dalle parole, dagli atti compiuti dei responsabili del Governo sembra proprio il contrario. Che si punti cioè a ricomporre quei vecchi equilibri, che la crisi aveva sconvolto. Come risulta evidente dalla gestione delle politiche per il lavoro. Il blocco dei licenziamenti ha un senso se, nel frattempo, si favoriscono le necessarie riconversioni produttive. Altrimenti è solo una misura assistenziale che nega, in radice, il monito di Mario Draghi, con il quale, tartufescamente, gli stessi esponenti si erano dichiarati d’accordo.

Nonostante tutto, Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, può quindi ritenersi se non soddisfatto. Almeno gratificato. I dati confermano la veridicità della sua analisi. Da una parte ci sono le imprese che mantengono alto il bandierone del Paese. Dall’altro politici inconsistenti. Tutti ripiegati su se stessi, con l’unica idea di continuare. Circondati da tecnici che si limitano a condurre l’asino dove vuole il padrone, perché partecipi della stessa sindrome.

Magra consolazione, lo riconosciamo. Ma all’origine di questa diarchia ci sono, anche, le loro responsabilità. Finora si sono limitati a gestire al meglio la loro attività. Spesso soli contro tutti. Il che, come abbiamo visto, ha creato forti attivi valutari, ma non la crescita complessiva del Paese. Forse è giunto il momento di cambiare registro. Occuparsi di più delle altre cose. Insomma scendere nell’arena per contribuire, anche nel proprio interesse, a far nascere un ceto politico diverso.

A TikTok viene rimproverato il medesimo meccanismo che Facebook pretende di continuare a fare per i dati sensibili di Euroimbecilandia

Perché Facebook e Irlanda battibeccano sul trasferimento transatlantico dei dati

11 settembre 2020


L’Irlanda ha ordinato a Facebook di interrompere l’invio di dati degli utenti dell’Ue agli Stati Uniti. E Facebook ha avviato un’azione legale contro la Commissione irlandese per la protezione dei dati.

Facebook ha avviato venerdì 11 settembre un’azione legale contro la Commissione irlandese per la protezione dei dati (Dpc). Il gruppo di Menlo Park ha risposto così all’ordine preliminare imposto dal regolare irlandese per impedirgli di trasferire dati dall’Ue agli Stati Uniti. Lo ha riportato l’agenzia Reuters.

Il Garante per la privacy irlandese aveva stabilito infatti il che meccanismo di trasferimento dei dati Ue-Usa di Facebook “non può essere utilizzato”.

Si tratta della prima volta che un’autorità di regolamentazione privacy dell’Ue compie un’azione del genere, ha sottolineato Key4biz.

La mossa dell’authority irlandese segue una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea.

A luglio, la Corte ha invalidato lo scudo per la privacy (Privacy Shield), un quadro giuridico che regola i trasferimenti di dati personali dall’UE agli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, la Corte ha affermato che le clausole contrattuali standard (Scc), un meccanismo legale alternativo per il trasferimento di dati dall’Ue a un paese terzo, continuano ad essere valide.

COSA HA STABILITO IL REGOLATORE IRLANDESE

Già mercoledì il social network di Mark Zuckerberg aveva dichiarato con un post sul blog, che ad agosto la Commissione irlandese per la protezione dei dati aveva avviato un’indagine sul modo in cui trasferisce i dati degli utenti europei negli Stati Uniti.

L’authority irlandese ha sostenuto inoltre che le clausole contrattuali standard (Scc) non possono essere utilizzati in pratica per i trasferimenti di dati Ue-Usa.

Tuttavia, come riportato dal Wall Street Journal, il regolatore dei dati irlandese ha inviato a Facebook proprio un ordine preliminare per interrompere il trasferimento dei dati degli utenti dall’Ue agli Stati Uniti.

Il Garante per la privacy d’Irlanda sovrintende alle pratiche sui dati di Facebook in Europa e può multarlo fino al 4% delle sue entrate globali per aver infranto le leggi europee sulla protezione dei dati.

Secondo il WSJ, la Commissione irlandese ha inviato l’ordine preliminare di interrompere il trasferimento dei dati ad agosto, concedendo a Facebook fino a metà settembre per rispondere all’ordine.

LA POSIZIONE DI FACEBOOK

Nel suo post sul blog, Facebook ha esortato le autorità di regolamentazione ad adottare “un approccio pragmatico e proporzionato fino a quando non sarà possibile raggiungere una soluzione sostenibile a lungo termine”.

Il gigante statunitense dei social media ha affermato inoltre che la Corte di giustizia dell’Ue ha giudicato valide le clausole contrattuali standard (SCC), a luglio.

Aggiungendo che: “Continueremo a trasferire i dati in conformità con la recente sentenza della Cgue e fino a quando non riceveremo ulteriori indicazioni”.

LE CONSEGUENZE DELLA SENTENZA SU “PRIVACY SHIELD”

Lo scorso luglio infatti la più alta corte europea ha stabilito che il principale accordo sul trasferimento di dati transatlantico stipulato tra Bruxelles e Washington — Privacy Shield — non era valido a causa delle preoccupazioni sulla sorveglianza degli Stati Uniti.

Tuttavia, i giudici hanno confermato la validità del meccanismo di trasferimento noto come clausole contrattuali standard (Scc).

IL TRASFERIMENTO TRANSATLANTICO DEI DATI

Migliaia di aziende trasferiscono i dati degli europei in tutto il mondo per servizi che vanno dall’infrastruttura cloud, all’hosting dei dati, alle buste paga e alla finanza fino al marketing.

Con la recente sentenza, la Corte europea ha sottolineato che, ai sensi delle Scc, i garanti della privacy nazionali devono sospendere o vietare i trasferimenti al di fuori dell’Ue se la protezione dei dati non può essere garantita in altri paesi.

I TIMORI SULLA SORVEGLIANZA A STELLE E STRISCE

L’argomento transatlantico nasce infatti dalle preoccupazioni dell’Ue secondo cui il regime di sorveglianza negli Stati Uniti potrebbe non rispettare i diritti alla privacy dei cittadini dell’Ue nel momento in cui le aziende trasferiscono i loro dati personali negli Stati Uniti per uso commerciale.

COME SI MUOVERÀ IL GRUPPO DI MENLO PARK

Sebbene l’approccio della Commissione fosse soggetto a un ulteriore processo, Facebook aveva avvertito che “se seguito, potrebbe avere un effetto di vasta portata sulle aziende. Quest’ultime operano in base alle Scc e ai servizi online su cui molte persone e aziende fanno affidamento”.

Nel suo post, Facebook ha affermato che “il motivo per invalidare il Privacy Shield ha creato una significativa incertezza, non solo per le società tecnologiche statunitensi”.

Il colosso tecnologico aveva fatto sapere inoltre che stava definendo la sua posizione su come procedere con i trasferimenti internazionali di dati insieme a una task force del Comitato europeo per la protezione dei dati.

“La nostra priorità è garantire che i nostri utenti, inserzionisti, clienti e partner possano continuare a usufruire dei servizi di Facebook mantenendo i loro dati al sicuro”, si legge sul post di Facebook. Continueremo a trasferire i dati in conformità con la recente sentenza della Cgue e fino a quando non riceveremo ulteriori indicazioni”.

Ma dalle parole la società di Zuckerberg è passata ai fatti. Venerdì Facebook ha avviato un’azione legale contro la Commissione irlandese per la protezione dei dati. Nel tentativo di fermare l’ordine preliminare per impedire il trasferimento dei dati Ue-Usa.

Al momento il Garante per la privacy irlandese ha rifiutato di commentare.

venerdì 11 settembre 2020

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Basta ansia sul numero dei contagiati

di Sandro Arcais
4 settembre 2020

«Basta ansia sul numero dei contagiati.» Non lo dico io. Lo ha affermato il professor Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in una intervista al Corriere della Sera di oggi (4 settembre). E ha affermato anche tante altre cose interessanti e di buon senso. Eccole.

L’autunno sarà «Migliore di quel che molti pensano, a patto di usare il buon senso, mascherine, distanziamento, e rimettere nel cassetto ansia e isteria».

«La fase epidemica in Italia è sostanzialmente finita. Il che non vuol dire che non ce ne sarà un’altra, ma che è improprio parlare di seconda ondata».

«Il numero dei positivi non è una voce alla quale guardare con paura.» Anche perché «ormai abbiamo test capaci di rilevare anche la presenza di frammenti di Dna virale, ma non è detto che appartengano ancora a un virus capace di contagiare».

Anche senza vaccino o gli anticorpi il nostro sistema immunitario possiede i sistemi per difendersi dal virus. Per esempio le cellule T, le cosiddette «cellule della memoria», che tengono memoria, appunto, di qualcosa «già vista in passato», che non necessariamente deve essere il coronavirus, ma possono benissimo essere «proteine di altri virus, anche quello del raffreddore, oppure a vaccinazioni che già abbiamo fatto».

«Confondiamo i contagi con la gravità della malattia. Ci spaventiamo per numeri che non significano moltissimo. Indicano solo che abbiamo sviluppato la capacità di entrare nella fase della sorveglianza, e quindi troviamo le cose laddove ci sono».

E mentre Mario Draghi chiede test di massa, il nostro saggio professore afferma che i tamponi devono essere fatti «in modo selettivo.» E aggiunge una domanda retorica che sembra fatta apposta per Draghi: «Se per ipotesi lo fai a cinquanta milioni di italiani, una settimana dopo cosa succede, lo rifai ancora?» Una domanda che sarebbe potuta venire in mente anche alla signora Maria, se non fosse sempre appicicata alla tv ad alimentare la sua naturale materna italica apprensione. L’unico risultato della proposta di Draghi sarebbe quella di alimentare «psicosi da tampone» (e a pensar male, potrebbe anche essere questo il vero obiettivo del prossimo Presidente del Consiglio o della Repubblica: un popolo reso docile dall’ansia, dall’apprensione, dalla paura, dalla psicosi, dal sospetto reciproco di manzoniana o boccaccesca memoria, e prono al proprio Salvatore)

Più importante del numero dei contagiati, è il numero dei tamponi effettuati: «Dimostra che siamo nella fase della sorveglianza, e in qualche modo è l’ammissione implicita che siamo usciti dall’epidemia», e delle terapie intensive: «Abbiamo ottomila posti in terapia intensiva. Oggi ne sono occupati per il Covid-19 poco più di cento. Significa che al momento utilizziamo l’1,5% della nostra capacità di cure intensive».

Alla preoccupazione dell’intervistatore che paventa un innalzamento del numero dei contagiati, il professore risponde dal punto di vista di chi per mestiere combatte ogni giorno la malattia, e che quindi sa che l’obiettivo è limitare per quanto possibile i danni, non estirpare definitivamente il male. Infatti risponde che «non bisogna farsi prendere dall’emotività»: anche se si arrivasse «a settemila positivi al giorno, come in Francia» (oggi in Italia i nuovi casi positivi sono stati 1733) l’ipotesi più probabile è quella di dover seguire «500 pazienti in terapia intensiva. Significa che noi utilizzeremmo meno del 5 per cento delle nostre risorse.»

Ma l’apprensione del giornalista non è soddisfatta dalla ragionevolezza del professore, e infatti chiede se c’è ancora pericolo di morire a causa del coronavirus, e il professore gli scodella una serie di probabilità una dentro l’altra: «Oggi i dati ci dicono che il rischio di infettarsi è simile a quello di cadere in motorino e minore di quelli che si corrono durante una immersione subacquea. Quarantaquattro probabilità su un milione. E all’interno di questo dato, una possibilità su cento di morire, e una su cento di avere danni di lungo termine. Stiamo parlando di questo.»

E anche sulla scuola il professore ha parole di buon senso: «Apriamo senza isteria, senza sovrastimare i segni, senza creare altre psicosi, che ce ne sono già abbastanza». «Abbiamo il distanziamento, abbiamo le mascherine. Abbiamo comportamenti da adottare. Abbiamo professori che dovrebbero essere sensibilizzati, perché la fase di sorveglianza include anche loro. Abbiamo tutto. Non serve nient’altro.» E all’intervistatore che utilizza in forma di domanda lo slogan usato come ingrediente rassicurante a controbilanciare l’ansia versata a piene mani ad alimentare l’apprensione degli Italiani da parte dei media durante la fase acuta: «Dunque, andrà tutto bene?», il professore risponde come non può che rispondere una persona di buon senso che per giunta conosce il lato oscuro della vita: «Qualcosa rischiamo, qualcosa accadrà. Un po’ di scuole dovrà chiudere? Amen, fa parte della sorveglianza. Chiudiamo e riapriamo.» E aggiunge un invito un po’ infastidito: «Cerchiamo di essere seri.»

Invito che cade completamente nel vuoto, perché il giornalista (che forse era proprio la signora Maria) fa la sua ultima domanda: «Anche lei negazionista?»

La risposta andatevela a leggere alla fine dell’intervista.