L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 settembre 2020

Gli Stati Uniti hanno invaso la Siria per rubargli il petrolio

Gli USA rubano 36 camion cisterna di petrolio in Siria. I siriani protestano per la presenza turca e americana


La Siria nord-orientale, sede della stragrande maggioranza del petrolio del paese, è anche il luogo in cui si concentrano la maggior parte delle truppe statunitensi. Damasco ha ripetutamente accusato le forze statunitensi ed i suoi alleati curdi rubare il petrolio della nazione, con l'intelligence che ha confermato la spedizione di decine di milioni di dollari di oro nero fuori dal paese ogni mese.

Un convoglio di 35 autocisterne dalla regione di Jazira, nel nord-est della Siria, è uscito dal paese verso il nord dell'Iraq, ha riferito l' agenzia di stampa araba siriana , citando fonti locali. Il convoglio avrebbe lasciato la provincia di Hasaka mercoledì sera.

Insieme all'esportazione illegale di petrolio siriano, si dice che le forze statunitensi abbiano portato sei veicoli militari che trasportavano 50 soldati dall'Iraq in Siria, con le forze che rinforzavano la presenza degli Stati Uniti nell'improvviso aeroporto di Kharab al-Jeer nel nord-est di Hasaka.

Intanto, i residenti del villaggio di Tal Sateeh sono scesi in piazza ieri nella campagna di Qamishli, portando bandiere nazionali, ritratti del presidente siriano e cartelli che chiedevano che le forze turche e di "occupazione sionista statunitense" si ritirassero immediatamente dalla regione, e di smettirla di saccheggiare la loro terra, il petrolio e il grano.

People of Tal Sateeh village in #Qamishli countryside, #Hasakah, on Thursday organized a gathering against #US and #Turkish occupations, calling on the two occupiers to leave #Syria.



Le proteste dei residenti locali sono aumentate da un mese dopo che un soldato dell'esercito siriano è stato ucciso a un posto di blocco vicino al villaggio di Tal Al-Zahab.

Gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza in Siria nelle ultime settimane, nonostante le promesse del presidente Trump di ritirarsi dal paese dilaniato dalla guerra alla fine dell'anno scorso.

Gli euroimbecilli pensano che i cani annusano i virus, siamo alla follia pura - La Strategia della Paura ha stravolto le priorità i sintomi delle malattie vengono trascurati per privilegiare i tamponi del covid-19 e aumentano di conseguenza i morti che in altri tempi si sarebbero salvati

I cani annusano i virus. Ed altre Verità.

Maurizio Blondet 26 Settembre 2020 

Tommaso Papini
@Tommy_JP_91

Ora i cani fiutano il virus? Che odore ha il virus? Sono cani positivi al virus perché ci sono entrati in contatto per annusarlo? Vi rendete conto della follia di tutto questo?


Reuters
@Reuters
Dogs trained to detect the coronavirus began sniffing passenger samples at Finland's Helsinki-Vantaa airport this week in a pilot project running alongside usual testing at the airport https://reut.rs/3645aEI


Tamponi, tamponi, tamponi!






Finché c’è Morte c’è Speranza. O anche l’opposto.


Polizia! Polizia!

i decessi sono drasticamente diminuiti rispetto ai casi di infezione.

Nel mese dal 15 Marzo/ 15 Aprile tale percentuale risulta del 14,1 % (19836/140408) mentre dal 25 Agosto al 25 Settembre la percentuale è dello 0,8% (356/45061) – dati del sito “lab24.ilsole24ore.com/coronavirus” “sole24ore”- in altri termini la letalità del virus si è ridotta quasi al 5% di quella iniziale ossia di circa 20 volte.

Per mettere i numeri in prospettiva:

I baby boomers (nati nel dopoguerra, fra cui il sottoscritto) sono la generazione più numerosa. In Francia (vale anche per l’Italia) sono – siamo – una ventina di milioni. “Se scompaiono in buon ordine (per vecchiaia), si possono prevedere dei picchi di 800 mila decessi all’anno, ossia 2 mila al giorno.”

“Si les 20 millions de boomeurs disparaissent en bon ordre, on peut prévoir qu’il y aura des pics de 800 000 décès par an, soit 2 000 chaque jour, c’est colossal.” (Le Monde)

"annunciare semplicemente i nuovi positivi al test ci dice molto poco, mentre quello che dobbiamo sapere con un ragionevole grado di certezza è se un caso 'positivo' è contagioso oppure no". le televisioni ci forniscono quotidianamente la nostra dose di terrore basata sul niente delle fake news

I casi di coronavirus stanno aumentando ma i decessi rimangono stabili. Perché?

di Carl Heneghan* e Tom Jefferson*

Solitamente la diagnosi di Laboratorio dell’infezione da COVID-19 si basa sulla ricerca in un tampone delle alte vie aeree (naso-faringeo o oro-faringeo) dell’RNA virale con metodiche di biologia molecolare (PCR). Tuttavia, come sostiene il prof. Heneghan, Direttore del Centro di Medicina basata sull’Evidenza [la pratica medica basata sull’uso esplicito e coscienzioso delle migliori prove scientifiche] dell’Università di Oxford, "annunciare semplicemente i nuovi positivi al test ci dice molto poco, mentre quello che dobbiamo sapere con un ragionevole grado di certezza è se un caso 'positivo' è contagioso oppure no", anche per non correre il rischio di isolare persone non infettanti e mettere in quarantena i loro contatti o intere comunità.

Alla luce di questi presupposti, di recente ha avuto ampia risonanza mediatica (si veda, ad esempio, qui e qui ) la notizia di una possibile sovrastima al tampone dei casi effettivamente positivi e contagiosi, riportata in un lavoro del team di Oxford attualmente in corso di revisione tra pari. Una scoperta importante che aggiunge ulteriori elementi a un dibattito in corso nel mondo scientifico e con ampie ricadute nella pratica clinica (si veda ad esempio qui oppure qui).

Il ragionamento sotteso è spiegato dal prof. Heneghan e dal suo collaboratore T. Jefferson in un articolo divulgativo pubblicato il 1° settembre su The Spectator, di cui presentiamo di seguito la traduzione.

* * * *

Sta accadendo qualcosa di alquanto strano nelle due nazioni europee più colpite dal Covid-19. Il Regno Unito e l'Italia registrano un numero crescente di casi ma un numero stabile e molto basso di decessi, anche settimane dopo che i casi hanno ripreso ad aumentare.

Al momento in cui scriviamo, il Regno Unito registra 1.750 nuovi casi al giorno e un decesso su una popolazione di 67 milioni. Con una popolazione più o meno simile e una media di 602 casi al giorno, l'Italia ha avuto poco più di quattro morti al giorno nell'ultimo mese. Il rapporto tra casi e morti non si avvicina nemmeno a quello che era al picco della pandemia. L'altra caratteristica degna di nota è che i casi riguardano una popolazione più giovane.

Ci possono essere diverse spiegazioni per questo andamento. In primo luogo, l'agente virale potrebbe essere mutato in una forma meno virulenta. Sebbene siano stati pubblicati alcuni studi che mostrano mutazioni minori, questo è ciò che ci si aspetterebbe da un virus a RNA che è intrinsecamente instabile (si pensi ai virus influenzali, che cambiano continuamente forma).

In secondo luogo, forse abbiamo imparato ad affrontare meglio il Covid-19. A parte il desametasone [un farmaco corticosteroide, n.d.t.] nell'esiguo numero di ricoverati in terapia intensiva, non ci sono trattamenti specifici per la malattia e dato che non si osserva un aumento sostanziale dei ricoveri o della gravità dei casi, anche questa sembra una spiegazione improbabile.

In terzo luogo, le nostre misure preventive potrebbero aver funzionato, facendo sì che si manifestino nuovi casi solo quando si verificano degli errori. Se così fosse, ci sarebbe da spettarsi un'efficacia contro tutte le forme di infezioni respiratorie acute, come le malattie invernali. Questo è effettivamente accaduto nell'emisfero australe, ma il cambiamento nell'età dei casi verificatisi non si adatta a questa teoria.

Una quarta possibile e molto più complessa spiegazione è ciò che chiamiamo il "problema di realtà". Si stanno rapidamente accumulando evidenze che i test utilizzati in tutto il mondo per identificare i casi in modalità binaria "Sì o No" vengono utilizzati in modo semplicistico e non coordinato. Abbiamo già spiegato i limiti della reazione a catena della polimerasi (PCR o Polymerase Chain Reaction) per eseguire test di massa.

La PCR è un test molto sensibile, il che significa che rileva i frammenti più piccoli del virus di cui si effettua la ricerca amplificando il campione milioni di volte. Tuttavia, un frammento non è un virus intero, capace di replicarsi e di infettare altri esseri umani. È una piccola parte della struttura virale che il primer della PCR sta cercando, non l'intero microrganismo [I primer costituiscono gli elementi di innesco della reazione di amplificazione, n.d.t.]. Solo virus interi possono infettarci.

Inoltre, raramente viene riportato il numero di cicli di amplificazione necessari per raggiungere un "test positivo". Ora sappiamo che questa è un'informazione cruciale per interpretare i risultati. Un numero molto alto di cicli può rilevare dei frammenti e dare un risultato positivo, ma un numero inferiore di cicli è molto più probabile che identifichi individui infettati e infettivi che richiedono la quarantena.

Ci si aspetterebbe che tutto questo venisse riportato nei risultati della PCR, ma di routine non viene fatto. E c'è di peggio. Un test molto sensibile è vulnerabile alla contaminazione con materiale genetico estraneo (da qui la necessità di preparare adeguatamente gli operatori). La rapida espansione dei test effettuati potrebbe aver eroso la nostra capacità di mantenere l'ambiente sterile, a causa della accresciuta produttività e delle condizioni di forte pressione in cui è avvenuta la formazione del personale di laboratorio. Abbiamo anche trovato studi che esaminano le diverse performance dei kit PCR sullo stesso campione e i risultati non sono incoraggianti, con un'ampia variazione dei cicli soglia [il numero di cicli di amplificazione necessari per individuare il materiale genetico che si sta cercando, n.d.t.] per gli stessi risultati positivi, il che indica la necessità assoluta di test standardizzati in tutto il mondo, che confrontino continuamente procedure e prestazioni dei test rispetto all'unica vera regola aurea per misurare la contagiosità di una persona: la coltura virale.

Stanno aumentando le evidenze che una buona percentuale di "nuovi" casi lievi e di persone che risultano di nuovo positive al test dopo la quarantena o la dimissione dall'ospedale non sono contagiosi, ma stanno semplicemente eliminando particelle innocue di virus che il loro sistema immunitario ha gestito in modo efficiente. Le persone la cui immunità è più attiva sono esattamente nella fascia di età dei "positivi" osservati e hanno meno probabilità di accusare una malattia grave.

Quindi, sembra che vi sia una realtà della circolazione virale, probabilmente in rapido declino, e una realtà percepita di un simpatico test usato in modo improprio e interpretato in maniera semplicistica che può essere utilizzato con grande efficacia quando la circolazione virale è molto più alta (essendoci una maggior probabilità che un test positivo identifichi correttamente il virus) o allo scopo di trovare tracce di virus che sono bravi a nascondersi nel nostro corpo, o per trovarne dei frammenti nelle acque reflue che ne indicano la presenza in qualche momento nel passato.

Per evitare questa realtà duale e i pericoli di isolare persone non contagiose o intere comunità, abbiamo bisogno di uno sforzo internazionale per la standardizzazione dei test, la loro calibrazione periodica rispetto alla coltura [virale] o ad altre misure riconosciute di infettività e rigorosi protocolli e procedure di laboratorio, probabilmente con un'autorità centrale di rilascio delle licenze. È necessario fare molto di più per correlare i cicli soglia, le caratteristiche dei pazienti e le informazioni sulla circolazione del virus. La medicina e la sanità pubblica riguardano le persone, non i tabulati.

Traduzione di Rosa Anselmi
* Carl Heneghan è Professore di Evidence-Based Medicine e Direttore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford
* Tom Jefferson è Ricercatore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford

il Mes è un pessimo affare per l’Italia per robuste ragioni di merito più volte documentate

LE PAROLE DEL DEPUTATO DI LEU
FASSINA: NO AL MES, È UN PESSIMO AFFARE PER L’ITALIA

DI PAOLO PADOIN - GIOVEDÌ, 24 SETTEMBRE 2020 07:22 - 

Stefano Fassina

ROMA – Il voto di domenica e lunedì scorsi può trasformare l’accordo emergenziale e improvvisato tra Pd e M5S in una incisiva prospettiva di fase per la ricostruzione morale, economica e sociale dell’Italia. Le responsabilità ricadono su entrambi i protagonisti del Governo Conte II: il M5S e il Pd. Il M5S deve riconoscere che il suo ‘momento populista’ è superato: non funziona più la narrazione ‘basso contro alto’, ‘popolo contro casta’, ‘cittadini contro establishment.

Lo scrive Stefano Fassina di LeU inun’intervento su Huffingtonpost. «Lo spazio politico, dopo le sollecitazioni del decennio alle nostre spalle, -prosegue Fassina -ha ripreso la forma naturale destra – sinistra. Il M5S dovrebbe fare una chiara scelta per il campo alternativo alla destra nazionalista: alleanza con il Pd, ma in salda rappresentanza delle sue constituency. Quindi, no al Mes, non per ragioni ideologiche, ma perché il Mes è un pessimo affare per l’Italia per robuste ragioni di merito più volte documentate. Sarebbe sufficiente per archiviarlo constatare che nessuno dei 17 Stati europei richiedenti il Sure, quindi interessati a risorse finanziarie a costi inferiori a quelli di mercato, ha previsto di accedere al Mes sanitario. Un’impuntatura del gruppo dirigente del Nazareno sul Mes per dimostrare a lor signori che ‘ha coraggio’ e controlla l’agenda del Governo Conte II sarebbe un boomerang, un atto in radicale contraddizione con l’investimento avviato, la saggia lineapraticata finora, inclusa la difficile scelta per il Si al referendum,e il lavoro politico da compiere»

Gli ebrei sionisti, spalleggiati dagli Stati Uniti accelerano la demolizione delle case dei palestinesi sradicandoli dalle loro terre e trasformandoli in profughi. Si definiscono popolo eletto=feccia dell'umanità

Israele: demolizioni e apartheid

Mario Lombardo Pubblicato: 24 Settembre 2020


Se l’epidemia di Coronavirus ha fatto poco o nulla per ridurre ingiustizie, disuguaglianze e violenze in tutto il mondo, in Palestina la gravissima emergenza sanitaria di questi mesi si è accompagnata a un’ancora più odiosa intensificazione degli abusi e delle operazioni illegali di cui è responsabile lo stato ebraico occupante. Alcuni rapporti di organismi autorevoli hanno infatti rilevato come uno dei crimini più spregevoli di Israele nei territori occupati, cioè la demolizione di abitazioni palestinesi e di edifici adibiti ad altri usi, abbia registrato nella prima metà del 2020 un aumento che non si verificava da svariati anni.

Dal mese di marzo, quando furono confermati i primi casi di COVID-19 in Cisgiordania, ad agosto, le autorità israeliane hanno demolito o confiscato poco meno di 400 edifici appartenenti ai palestinesi. A partire dall’inizio dell’anno, i palestinesi rimasti senza un tetto sono stati circa 700, metà dei quali bambini, e 205 nel solo mese di agosto. Questi numeri, secondo l’ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA), sono i più alti dal 2017.

La demolizione di abitazioni in un territorio occupato è considerata una “punizione collettiva” inflitta a un determinato popolo e, secondo il diritto internazionale, è perciò senza ambiguità un crimine di guerra. La giustificazione che offre l’ufficio militare israeliano incaricato della gestione degli affari civili nei territori occupati è che gli edifici palestinesi distrutti sono privi dei permessi di costruzione. Quello che accade è cioè che i palestinesi che costruiscono sulla propria terra si vedono demolire le loro strutture da coloro che questa stessa terra la occupano illegalmente.

Anche considerando legittima la presenza e l’autorità di Israele, i palestinesi sono fortemente discriminati nella distribuzione dei permessi di costruzione in Cisgiordania. Secondo una ricerca del quotidiano israeliano Haaretz, tra il 2016 e il 2018 Israele ha approvato appena il 21% delle richieste palestinesi di costruire nell’Area C della Cisgiordania, quella totalmente sottoposta al controllo di Tel Aviv. I dati più recenti indicano poi un calo di quasi la metà del numero dei permessi di costruzione rilasciati ai palestinesi tra il primo e il secondo trimestre del 2020. Anche nei rari casi in cui i permessi vengono concessi, ai palestinesi è richiesto di corrispondere somme ingenti. Per questo motivo, spesso i palestinesi costruiscono senza “autorizzazione”, trovandosi così a rischio di vedersi demolire le loro abitazioni in qualsiasi momento.

Talvolta sono gli stessi palestinesi a decidere di distruggere gli edifici che hanno costruito, per evitare di pagare le sanzioni che accompagnano le demolizioni eseguite dalle autorità israeliane. Secondo un rapporto pubblicato questa settimana dal centro di ricerca palestinese SHAMS, nei primi sei mesi del 2020 si sono verificati 35 casi di questo genere in Cisgiordania.

Un paio di settimane fa, il responsabile per i territori palestinesi delle Nazioni Unite, Jamie McGoldrick, aveva presentato pubblicamente i dati sulle demolizioni nel corso del 2020. In quell’occasione, era stata ribadita la totale illegalità del comportamento israeliano e, sempre nel silenzio della grandissima maggioranza dei governi, soprattutto occidentali, veniva ricordato come “la pandemia abbia fatto aumentare i bisogni e la vulnerabilità del popolo palestinese, già intrappolato nell’eccezionalità di un’occupazione prolungata”.


L’ufficio dell’ONU ha spiegato anche che il Coronavirus ha aggravato pesantemente la situazione economica nei territori occupati e che, però, gli aiuti internazionali sono scesi al livello più basso dell’ultimo decennio. Ciononostante, secondo il già citato studio di SHAMS, tra le strutture distrutte da Israele in Cisgiordania nei mesi scorsi ci sono addirittura alcuni edifici adibiti alla lotta contro il Coronavirus. Se le abitazioni rappresentano quasi la metà del totale delle demolizioni, a finire sotto i colpi dei bulldozer israeliani ci sono regolarmente anche scuole, pozzi, impianti per l’energia solare e strutture destinate alle attività agricole.

Il sito web Electronic Intifada ha scritto che la campagna di demolizioni condotta da Israele interessa in gran parte l’Area C della Cisgiordania. Il resto dei casi riguarda invece quasi interamente Gerusalemme Est, mentre in misura molto minore le Aree A e B, formalmente sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. L’interesse israeliano per l’Area C dipende dal fatto che lo stato ebraico punta a cambiarne gli equilibri demografici, forzando quindi le demolizioni per espellere da questa parte dei territori occupati il maggior numero possibile di palestinesi, in modo da assicurare una maggioranza ebraica.

Nel concreto, quello che sta facendo Israele, con la copertura degli Stati Uniti e degli altri paesi alleati, è dunque una vera e propria pulizia etnica. Anche dal punto di vista retorico e della propaganda politica, personalità di spicco della classe dirigente israeliana nascondono a malapena questo obiettivo, perseguito in totale e sprezzante violazione del diritto internazionale. Ribaltando i ruoli tra oppresso e oppressore, l’ex ministro della Giustizia Ayelet Shaked ha chiesto ad esempio un’azione governativa più efficace “per impedire l’invasione dell’Area C” da parte palestinese. Quello che intendeva sollecitare era in realtà l’occupazione completa da parte dei coloni israeliani di questo territorio palestinese.

Un altro aspetto significativo della campagna di demolizioni, che contribuisce a far capire il motivo per cui Israele può continuare ad agire nella piena illegalità, lo ha descritto sempre il sito Electronic Intifada. Nella sua furia demolitrice, il governo israeliano distrugge cioè frequentemente anche strutture costruite nei territori palestinesi grazie agli aiuti dei donatori internazionali.

Opere e progetti finanziati dall’Europa sono tra quelli più colpiti. Nel 2019, Israele ha demolito o confiscato strutture nate con i fondi europei per un valore di 500 mila dollari, facendo segnare un aumento del 90% rispetto all’anno precedente. Tra il 2001 e il 2016, i progetti UE finiti in macerie in Palestina ammontavano a un totale di 74 milioni di dollari. Più recentemente, durante i mesi della pandemia, Israele ha cancellato opere costruite grazie al denaro proveniente dall’estero per oltre 90 mila dollari.


A Bruxelles, tuttavia, non si registrano particolari provvedimenti nei confronti di Israele. Anzi, sono talvolta gli esponenti del governo israeliano ad attaccare l’Europa per il contribuito limitato che essa offre ai palestinesi nei territori occupati. Lo scorso mese di luglio, il ministro degli Esteri, l’ex generale Gabi Ashkenazi, aveva criticato in parlamento (“Knesset”) i progetti finanziati dall’UE nell’Area C della Cisgiordania perché non rispettano “le procedure israeliane per il rilascio dei permessi di costruzione”.

Ashkenazi condannava inoltre “l’intervento dell’Europa per cercare di definire il confine” nei territori occupati, come se spettasse esclusivamente a Israele risolvere una questione che implica, da parte della potenza occupante, costanti violazioni del diritto internazionale. Il ministro avvertiva infine che le strutture costruite nell’Area C grazie al contributo di Bruxelles e senza il permesso di Israele sarebbero andate incontro a gravi conseguenze, così come respinte seccamente tutte le “richieste di risarcimento per i danni derivanti dalle demolizioni e dalle confische” decise da Tel Aviv.

Parigi detta la linea la Strategia della Paura deve sposare il terrore del covid-19 con il terrorismo. L'11 settembre 2001, quando due aerei fanno crollare tre torri nasce la Strategia della Paura

Parigi – accoltellamento vicino alla ex sede di Charlie Hebdo

L'intero quartiere vicino alla Bastiglia è transennato. Attenato avvenuto vicino alla ex sede del giornale Charlie Hebdo vittima di un attentato già nel 2015. Quattro i feriti. Arrestato un sospettato

-25 Settembre 2020


La polizia antiterrorimo è intervenuta a Parigi per un attentato compiuto non lontano dalla Bastiglia. L’attacco sarebbe avvenuto con un’arma bianca. Secondo testimoni ci sarebbero 4 feriti, 2 dei quali in gravi condizioni. La polizia avrebbe arrestato un sospettato. L’attacco è avvenuto vicino all’ex sede del giornale Charlie Hebdo che era stata vittima di un brutale attacco terroristico nel 2015.

L'accordo con l'Ucoii non è altro che l'ufficializzazione dello stretto rapporto che l'Italia ha con la Turchia e il Qatar

Un errore mandare l’Ucoii ad assistere i carcerati islamici

25 settembre 2020 



De-radicalizzare i radicalizzati con gli stessi radicalizzatori: è questa la logica alla base della collaborazione tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero della Giustizia e l’UCOII (Unione delle comunità islamiche d’Italia) in merito all’assistenza spirituale da fornire a detenuti di religione musulmana, molti dei quali sono a rischio radicalizzazione, se radicalizzati (e quindi condannati per attività legate al terrorismo) non lo sono già.

Una collaborazione che si rinnova e amplia addirittura i propri orizzonti, segno che il committente, vale a dire il Ministero della Giustizia, deve essere particolarmente soddisfatto dell’operato in carcere degli imam facenti capo all’UCOII, organizzazione istituita qualche decennio fa da esponenti del gruppo fondamentalista transnazionale dei Fratelli Musulmani basati in territorio italiano.

All’ideologia, allo spirito e agli obiettivi dei padri fondatori, l’UCOII è rimasta fedele fino ad oggi, attraversando in maniera del tutto impunita gravi scandali tra cui i cosiddetti Qatar Papers (decine di milioni di euro presi dal Qatar per promuovere dalla Lombardia alla Sicilia la visione fondamentalista dell’islam tipica dei Fratelli Musulmani, il tutto comprovato da documentazione inoppugnabile) e in ultimo, solo qualche settimana fa, le farneticazioni online del proprio segretario generale su cristianesimo e giudaismo “eresie da correggere”.

Davvero i partner ideali per combattere la radicalizzazione nelle carceri, non è vero Signor Ministro Alfonso Bonafede? Evidentemente, l’esponente del Movimento Cinquestelle pensa di sì, non distinguendosi affatto dal suo predecessore in quota PD, Andrea Orlando, che aveva dato avvio alla collaborazione istituzionale con l’UCOII, conformemente alla tradizionale linea politica di una certa sinistra di derivazione marxista-comunista, consistente nel supportare le componenti estremiste in seno alla comunità musulmana in Italia.

Il Ministro Bonafede era già stato avvertito che in tutta evidenza non era certo una buona idea affidarsi al braccio italiano dei Fratelli Musulmani per la de-radicalizzazione e la prevenzione della radicalizzazione in carcere. Ma, in fondo, da chi ha fatto uscire decine di condannati per reati di stampo mafioso era possibile aspettarsi anche il benestare all’inserimento nelle delicate dinamiche della vita nei centri di detenzione di soggetti che il mondo arabo continua a combattere perché fautori di un estremismo che ha ispirato Al Qaeda e non è certo estraneo alle farneticazioni ideologiche e dottrinarie dell’ISIS.

Nell’Italia rosso-gialla, i Fratelli Musulmani vengono invece premiati (ogni riferimento non è assolutamente casuale) con alti riconoscimenti al merito della Repubblica, incarichi politici e appunto con l’onere di presiedere con i propri “ministri di Dio” alla cura di anime precedentemente traviate dal suo stesso fondamentalismo. Alla discontinuità, il Ministro Bonafede ha però preferito la recidività ed allora dubbi e domande sorgono spontaneamente sulle relazioni che il Ministero della Giustizia continua a intrattenere con l’UCOII, malgrado la consapevolezza della vera natura dell’organizzazione sia ormai comunemente diffusa tra gli addetti ai lavori e nell’opinione pubblica.

Abile nel fingere di non sapere e di non capire, il Ministro Bonafede è già riuscito a sgusciare via senza fornire in sostanza risposta alcuna alle domande incalzanti poste durante un’interrogazione alla Camera dei Deputati, nella quale gli si chiedeva conto delle ragioni del rinnovo della collaborazione tra lo Stato e il braccio italiano dei Fratelli Musulmani (perché di questo si tratta).

Di fronte a un simile atteggiamento, invitare il governo a una “maggiore attenzione“ si è già visto che non basta. La questione imporrebbe di alzare le barricate perché la sinistra, al governo ormai da troppo tempo, sta condividendo le chiavi di un dossier cruciale come quello della radicalizzazione con gli esponenti odierni del gruppo che è ha concepito il radicalismo islamista contemporaneo a livello mondiale.

Quando le chiavi gliele consegneranno del tutto? In aula, se davvero convinto della bontà dell’operato del ministero di cui è al comando (e del DAP), il Ministro Bonafede avrebbe dovuto sentirsi al sicuro anche nel rispondere a quesiti scomodi, guardando nel viso il proprio interlocutore e senza rifugiarsi nella lettura a occhi bassi di un testo notarile che elude sistematicamente le criticità che gli vengono contestate.

Queste criticità gliele ricordiamo qui di seguito, aggiungendone di altre. Dal momento che la collaborazione con gli imam dell’UCOII nelle carceri è iniziata nel 2015, quali sono stati i risultati conseguiti? Qual è la valutazione del DAP? Il rinnovo dell’accordo, che prevede anche il coordinamento da parte dell’UCOII di un corso di formazione per imam da poco avviato presso l’Università di Padova, si è basate su considerazioni di merito o di tipo “politico”? Quali sono, in ogni caso, queste considerazioni?

Qual è la precisa opinione del Ministro Bonafede circa la natura dell’UCOII come espressione dei Fratelli Musulmani in Italia? Qual è valutazione del Ministro Bonafede sugli obiettivi dell’UCOII, sulla base delle seguenti dichiarazioni pronunciate dall’attuale leader mondiale dei Fratelli Musulmani, Sheikh Youssef Al Qaradawi, protetto non a caso dal Qatar?

“La conquista di Roma, la conquista dell’Italia e dell’Europa, significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta. […] La conquista si farà con la guerra? No, non è necessario. C’è una conquista pacifica [e] prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza ricorrere alla spada. [La conquista] si farà attraverso la predicazione e le idee”. Il rinnovo dell’accordo è per caso uno dei prezzi da pagare per le “relazioni pericolose” che l’Italia ha instaurato con gli emiri di Doha?

Sa, il Ministro Bonafede, che per l’assistenza spirituale e le attività di culto il Regno del Marocco invia in Italia dei propri imam certificati, non fidandosi degli imam di origine marocchina basati in territorio italiano che portano il timbro dell’UCOII? Perché il Ministero dell’Interno dovrebbe allora autorizzare, come evidentemente ha già fatto, l’impiego di imam dell’UCOII nelle carceri?

Quella dell’UCOII ai detenuti radicalizzati non è altro che un’infusione di pazienza, effettuata attraverso il pretesto di contrastare “il fenomeno della vittimizzazione”, dovuto alla percezione, reale o meno, di essere discriminati perché musulmani, sostituendo “il risentimento per la propria condizione” con un momento di riflessione morale e di speranza attraverso il perdono”, come spiega la stessa UCOII sul proprio sito Web (accesso effettuato il 24 settembre 2020). In sostanza, perdonare l’infedele, ovvero lo Stato e la società italiana che ancorano non abbracciano la fede musulmana, per far sì che la rabbia (legittima) del detenuto non sfoci nel terrorismo.

Tale approccio è consapevolmente accettato dal DAP? L’attività degli imam e dei mediatori interculturali dell’UCOII si svolge in lingua araba: che provvedimenti sono stati presi per rispondere alle critiche mosse dall’Istituto Studi Penitenziari, che ha lamentato “l’impossibilità per gli operatori di comprendere che cosa effettivamente essi [i detenuti musulmani e gli inviati dell’UCOII] si dicano durante i momenti di preghiera collettiva”, quando vengono recitati i sermoni o si tengono colloqui? Il ministro Bonafede ha annunciato che accordi simili a quello firmato con l’UCOII verranno presto firmati con altre organizzazioni islamiche, non appartenenti ‒ fortunatamente ‒ ai Fratelli Musulmani e alla corrente del cosiddetto islam “politico”. Perché non concentrarsi esclusivamente sul consolidamento delle relazioni con queste organizzazioni, invece di continuare a dare spazio all’UCOII peraltro elevandolo nella posizione di partner privilegiato?

In Italia, ci sono tanti imam moderati e la comunità musulmana è per la maggioranza favorevole a una piena integrazione nel tessuto sociale e culturale del paese: perché puntare sul fondamentalismo che non riconosce la legittimità delle altre religioni ed alza barriere per impedire l’integrazione, soprattutto delle nuove generazioni? Oppure, il Ministro Bonafede concorda con l’affermazione per la quale cristianesimo e giudaismo sono “eresie da correggere”?

Insomma, anche il Ministro Bonafede è caduto nella trappola di una certa sinistra e del suo debole per il fondamentalismo islamista. Ma almeno è in buona fede? Signor Ministro, trovi il coraggio di rispondere, offrendo chiarimenti che sono dovuti.

Foto Ministero della Giustizia

Gli ebrei della Palestina si rassegnino. I palestinesi esistono, sono un popolo con la loro identità, cultura, tradizioni, prigioniero si della prepotenza e forza dei sionisti nelle loro terre natie.

La pace di Abramo con il pugno di ferro

25 SETTEMBRE 2020


Trump segue la strategia di Bush e della «guerra al terrorismo» che ha prodotto decine di milioni di profughi nel mondo. Gli accordi con Israele, Emirati arabi uniti e Bahrain contro l’Iran avranno pesantissime ricadute sui diritti del popolo palestinese

«È l’alba di un nuovo Medio Oriente, siamo qui per cambiare il corso della storia. È un giorno molto importante per il mondo e per la pace». Era raggiante a metà mese il presidente statunitense Donald Trump mentre, a fianco del premier israeliano Netanyahu e dei ministri degli esteri emiratino al-Nahyan e bahrenita al-Zayan, annunciava alla Casa Bianca la firma degli Accordi di Abramo. Una intesa importante con cui Tel Aviv normalizza i rapporti diplomatici anche con Abu Dhabi e Manama. Trump, per una volta, ha ragione: questa duplice firma segna la nascita di un nuovo ordine regionale in cui le monarchie arabe sunnite riconoscono Israele come prezioso alleato contro il «nemico» comune iraniano.

Israele sorride perché sa che ormai, a seguire emiratini e bahreniti, ci sono altri ex rivali arabi (si parla di Oman, Marocco e Sudan). Non ridono invece le vittime, i palestinesi, a cui le strette di mano alla Casa Bianca riportano alle mente quella più famosa avvenuta il 13 settembre 1993 tra l’allora premier israeliano Rabin e il loro leader Arafat. A Washington allora si suggellavano così gli Accordi di Oslo che promettevano un futuro di libertà per i palestinesi in cambio di sicurezza per Israele. Perniciose illusioni come la storia ha mostrato: dopo 27 anni la Palestina ha ottenuto solo riconoscimenti sulla carta da organizzazioni e agenzie internazionali, restando però sul terreno spezzettata in bantustan isolati. A meno che non si intenda Stato quello fantoccio presentato a gennaio da Trump con il suo “Accordo del Secolo” che regala a Tel Aviv ampie porzioni della Cisgiordania e fa sì che Gaza resti una prigione a cielo aperto per i suoi 2 milioni di abitanti.

Nella pax statunitense e israeliana i diritti dei palestinesi non contano nulla, sebbene una serie di risoluzioni internazionali diano a questi ultimi ragione. Emirati e Bahrain non hanno neanche osato chiedere come precondizione per ogni riconoscimento d’Israele il ritiro di quest’ultima dai territori che occupa. Il presidente Usa può così giustamente incassare con gioia il suo “successo” geopolitico, da sempre coltivato anche dai democratici. Ma il «nuovo Medio Oriente» di stampo americano non è solo una sua idea, ma un piano nato con…

Gli ebrei si rassegnino Dio non può avere nessun popolo eletto, e la Bibbia è stata scritta/manipolata da uomini

Ma gli ebrei sanno degli altri olocausti? Gilad Atzmon

Maurizio Blondet 25 Settembre 2020 

Titolo originale:

Che tipo di persone richiedono alla nazione ospitante di conoscere intimamente il proprio passato? Abbiamo appreso questa settimana che ancora una volta alcuni ebrei sono sconvolti dal fatto che una parte considerevole del popolo americano si rifiuta di vedere il passato esattamente come lo vede loro stessi.

Il Forward ha riferito durante il fine settimana che “i risultati del sondaggio sulla conoscenza dell’Olocausto in America sono disponibili e i risultati sono terrificanti. Non solo mostrano un livello scioccante di ignoranza, ma rafforzano le scoperte su tutti gli adulti, nonché le tendenze in tutta l’Europa occidentale “.

Sembra che nonostante l’intenso indottrinamento dell’Olocausto e il fatto che i musei ei monumenti dell’Olocausto si siano moltiplicati in tutti gli Stati Uniti , meno americani sono interessati alla sofferenza storica dei loro vicini ebrei e la domanda è: cosa si può fare al riguardo? Forse dovranno erigere un museo dell’olocausto ad ogni angolo di strada americano. Forse possono risolvere questo acuto problema educativo attaccando una grande e pesante Stella di David di ferro sul retro di ogni giovane.

The Forward riporta: due terzi dei giovani americani non sapevano quanti sono morti nell’Olocausto. Per qualche motivo peculiare è molto importante per la maggior parte delle istituzioni ebraiche che tutti ripetano a pappagallo il “sei cifre”. Ciò è strano, poiché la nozione di genocidio rientra nel regno del categorico piuttosto che del numerico. Ma se queste istituzioni insistono nel ridurre l’olocausto a una cifra quantificata materiale, vorrei chiedere :

quanti ebrei conoscono il numero esatto di ucraini che sono morti di fame nell’Holodomor? Quanti ebrei hanno mai sentito parlare dell’Holodomor?

Quali ebrei sanno degli “ebrei di Stalin” come li identifica il principale editorialista israeliano Sever Phlocker.

Sever Plocker: “Uno studente israeliano finisce il liceo senza aver mai sentito il nome “Genrikh Yagoda”, il più grande assassino ebreo del 20 ° secolo. Fondatore dell’NKVD, Yagoda è responsabile della morte di almeno 10 milioni di persone”.

Gli ebrei contemporanei conoscono l’impatto della Brigata internazionale spagnola di lingua yiddish sulla Spagna cattolica nel 1936?

Quanti iracheni sono morti nella “guerra contro il terrorismo” neocon? Lo chiedo perché lo scrittore Haaretz Ari Shavit ha scritto nel 2003 che “la guerra in Iraq è stata concepita da 25 intellettuali neoconservatori, la maggior parte ebrei“.

Se le istituzioni ebraiche vogliono che tutti gli altri comprendano l’olocausto in termini numerici, forse sarebbe ragionevole aspettarsi che gli ebrei conoscano il numero di colossali crimini contro l’umanità perpetrati in tutto o in parte da ebrei.

Forward è sconvolta dal fatto che quasi la metà dei millennial goy non è riuscita a nominare un singolo campo di sterminio.

In cambio, chiedo quanti millennial ebrei sanno di Deir Yassin o possono nominare un singolo massacro sionista in Palestina nel 1948 o prima ? Quanti millennial ebrei sanno del massacro di Sabra e Shatila?

O il massacro di Kefar Qana? Cosa sanno della malnutrizione a Gaza causata direttamente da anni di blocco imposti dallo Stato ebraico?

Si scrive che “l’11% degli intervistati nutre opinioni ‘fortemente’ antisemite accettando sei o più dichiarazioni antiebraiche. Sono 28 milioni di americani ! ”scrive il Forward. Ero curioso di scoprire quali fossero queste visioni “intensamente” antisemite. A quanto pare il sondaggio si riferisce al seguente elenco prodotto dall’ADL all’inizio del 2020.


Secondo l’ADL, a gennaio “il 44% degli intervistati era d’accordo con l’affermazione che” gli ebrei fanno comunella (stick togheter) più degli altri americani “, il 25% concordava sul fatto che” agli ebrei piace sempre essere a capo delle cose “e il 24% lo credeva” Gli ebrei sono più fedeli a Israele che all’America ”.

Gli americani dovrebbero essere entusiasti delle scoperte dell’ADL e dell’indagine sull’atteggiamento dei millennial nei confronti degli ebrei. Essi suggeriscono che, nonostante la tirannia del politicamente corretto, gli americani in generale e i millennial in particolare, non sono ciechi di fronte alla realtà in cui vivono.

Pensano ancora in modo indipendente e autentico. Tuttavia, nonostante il fatto che quasi la metà degli americani ammetta di essere consapevole della cultura esclusivista del clan ebraico, l’America è gentile con i suoi ebrei poiché la pace e l’armonia sono incorporate nella sua etica cristiana. Tuttavia una questione deve essere sollevata.

Se l’ADL e il recente studio sull’olocausto rappresentano gli atteggiamenti degli ebrei americani nei confronti dei loro vicini gentili, potrebbe rivelare che il 2% della popolazione americana disapprova le legittime opinioni del 44% degli americani come “antisemiti”. ‘Quasi la metà degli americani viene bollata come’ razzista ‘per aver notato l’idea generalmente accettata che “gli ebrei fanno comunella “. In questo modo, l’ADL & Co conferma che dal punto di vista ebraico si tratta “di pochi, non di molti”.

Se combattere l’antisemitismo è così importante per gli ebrei americani, forse persone come Alan Dershowitz che lotta disperatamente per ripulire il suo nome dalle accuse di sesso minorile non sono i migliori candidati per predicare agli americani su chi dovrebbero leggere e su cosa siano la storia e l’istruzione.

Guarda Alan Dershowitz che predica al popolo americano sulla storia e la moralità: https://youtu.be/PkS2wonicuI

Gilad Atzmon


Se 100 avvisi di garanzia sembrano pochi

Corigliano-Rossano-Cassano | L’Antimafia emette 100 avvisi di garanzia 

 Pubblicato: 25 Settembre 2020
di Fabio Buonofiglio


Doveva essere una colossale operazione antidroga. Ma l’inchiesta, durata e conclusa nel giro d’alcuni anni, a un certo punto era caduta in una sorta di oblio. Ed era lì ferma, da anni oramai, in qualche cassetto impolverato della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. A rianimarla ci ha pensato il procuratore Nicola Gratteri (foto). Per il quale, evidentemente, nulla che abbia a che fare con la giustizia può o deve finire nel dimenticatoio.

A dispetto del fatto che qualcheduno tra gl’indagati nel frattempo è passato a miglior vita, come nel caso del boss della ‘ndrangheta coriglianese Antonio Bruno alias Giravite trucidato a colpi di kalashnikov da un commando killer nel giugno del 2009. E anche a dispetto del fatto che altri tra gl’indagati nel frattempo sono stati definitivamente condannati nell’ambito di maxiprocessi scaturiti da altre inchieste condotte dalla stessa Direzione distrettuale antimafia catanzarese.

Come alcuni notissimi esponenti della famiglia zingara di ’ndrangheta degli Abbruzzese di Cassano Jonio, come il boss coriglianese Rocco Azzaro oggi libero, come l’affiliato di ‘ndrangheta Fabio Falbo il quale sta scontando il carcere per la propria partecipazione a omicidi e nel frattempo s’è laureato in Legge, come altri nomi assai noti alle cronache nere e giudiziarie nella Sibaritide degli ultimi 20 anni, i cui nomi, cognomi e soprannomi figurano pure - assieme a tanti altri noti, meno noti e poco noti - nel lungo elenco dei 236 indagati nell’ambito dell’imponente inchiesta denominata Karaburun.

La sede della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro

Un’inchiesta antimafia che traccia la larga mappa geografica internazionale dei traffici di droga che avevano come punto terminale proprio la Sibaritide, e quindi Cassano Jonio, ma pure la vicina Castrovillari, e l’attuale città unica di Corigliano-Rossano. Parliamo degli anni che vanno dal 2001 al 2008. Quando la droga - a fiumi e di tutti i tipi - qui giungeva dall’Albania, dalla Turchia, dall’Olanda, dalla Spagna, dal Belgio, dal Kossovo, dalla Macedonia, dalla Croazia, dalla Francia e dalla Germania, passando per Milano, Treviso, Roma, Brescia, Bologna, Lecce, Bari, Massafra nel Tarantino, e Catania, per approdare a Cassano Jonio e nell’ex Comune di Corigliano Calabro.

Gl’italiani indagati sono 99, gli altri 137 sono di varie nazionalità straniere, in particolare albanesi, ma non solo loro. L’avviso di conclusione delle indagini è stato notificato agl’interessati proprio in questi giorni da parte dei carabinieri del Reparto operativo speciale (Ros) di Catanzaro, e reca in calce le firme del procuratore Gratteri e dei suoi sostituti Domenico Guarascio ed Alessandro Riello. I quali, adesso, per quei ricostruiti traffici di droga internazionali, vogliono portare tutti gl’indagati a processo. 

Ecco i nomi dei 99 indagati italiani: 

Abbruzzese Celestina, 32 anni, Cassano Jonio
Abbruzzese Francesco alias Dentuzzo, 50 anni, Cassano Jonio
Abruzzese Luigi detto Pinguino, 44 anni, Cassano Jonio
Abbruzzese Mara, 45 anni, Cassano Jonio
Abbruzzese Nicola detto Semiasse, 41 anni, Cassano Jonio
Abbruzzese Rocco, 56 anni, Cassano Jonio
Abbruzzese Rosanna, 46 anni, Cassano Jonio
Albanese Massimo, 46 anni, Massafra (Taranto)
Aquino Pasquale, 56 anni, Corigliano-Rossano
Aquino Vincenzo, 38 anni, Corigliano-Rossano
Azzaro Rocco, 66 anni, Corigliano-Rossano
Baseggio Roberta, 49 anni, Santa Lucia di Piave (Treviso) 
Bevilacqua Francesco, 43 anni, Cosenza
Bonafede Leonardo, 34 anni, Corigliano-Rossano
Bortoluzzi Pietro detto Piero, 39 anni, Conegliano Veneto
Bruzzese Domenico, 49 anni, Cassano Jonio
Caiazza Matteo, 43 anni, Napoli
Campana Giuseppe alias Pino, 57 anni, Corigliano-Rossano
Capuana Maria, 46 anni, Napoli
Caserta Franco Pietro, 52 anni, Catania
Chiaradia Giovanni, 53 anni, Corigliano-Rossano
Chiaradia Piero Francesco, 47 anni, Corigliano-Rossano
Cirullo Antonio, 36 anni, Cassano Jonio
Cirullo Luca, 30 anni, Cassano Jonio 
Cirullo Luigi, 66 anni, Corigliano-Rossano
Cirullo Maria Luisa, 39 anni, Cassano Jonio
Contino Orazio, 54 anni, Napoli
Coppola Giorgio, 49 anni, Corigliano-Rossano
Cruzzolin Loris, 55 anni, Treviso
Curatolo Marino, 56 anni, Corigliano-Rossano
Curatolo Ventura, 43 anni, Corigliano-Rossano
De Franco Cosimo Damiano, 49 anni, Cassano Jonio
De Luca Antonio, 47 anni, Corigliano-Rossano
Dolce Francesco, 45 anni, Corigliano-Rossano
Elia Massimo inteso come Pissolino, 43 anni, Corigliano-Rossano
Falbo Fabio, 48 anni, Corigliano-Rossano
Ferrari Gianluca, 53 anni, Roma
Ferrari Sabrina, 56 anni, Roma
Filippelli Rocco, 62 anni, Crotone
Forciniti Stefano, 41 anni, Corigliano-Rossano
Forte Fedele, 44 anni, Corigliano-Rossano
Forte Osvaldo, 40 anni, Corigliano-Rossano
Frasca Biagio, 36 anni, Corigliano-Rossano
Gargiullo Francesco, 45 anni, Corigliano-Rossano
Gencarelli Andrea, 38 anni, Corigliano-Rossano
Gencarelli Angelina, 59 anni, Corigliano-Rossano
Genova Massimo, 44 anni, Corigliano-Rossano
Gentile Carmelo Antonio, 61 anni, Brolo (Messina)
Gentile Damiano, 40 anni, Corigliano-Rossano
Giordano Ciro, 34 anni, Napoli
Guarino Michele, 47 anni, Corigliano-Rossano
Guidi Giovanni, 50 anni, Corigliano-Rossano
La Grotta Enrico, 40 anni, Corigliano-Rossano
La Micela Giuseppe, 48 anni, Scordia (Catania)
La Terza Fernando, 49 anni, Massafra (Taranto)
La Terza Giuseppe, 42 anni, Massafra (Taranto)
La Torrata Pietro, 41 anni, Castellaneta (Taranto)
Madio Domenico, 39 anni, Castrovillari
Malagrinò Livio Damiano, alias Livio ‘u parrucchiere, 66 anni, Corigliano-Rossano
Manica Romolo, 49 anni, Genova
Marchese Cosimo inteso ‘u diavolo, 37 anni, Corigliano-Rossano
Marino Angelo, 56 anni, Corigliano-Rossano
Marino Raffaele, 37 anni, Remsheid (Germania)
Matera Roberto Bernardo, 60 anni, Vigevano (Pavia)
Moscato Michele, 36 anni, Taurianova
Nigro Ciro, 53 anni, Corigliano-Rossano
Nizza Salvatore, 48 anni, Catania
Panciotto Francesco, 37 anni, Corigliano-Rossano
Pelle Antonio Angelo, 53 anni, San Luca
Pelle Bruno, 57 anni, San Luca
Perciaccante Pasquale, inteso Cataruozzolo, 54 anni, Cassano Jonio, collaboratore di giustizia
Perri Natale detto ‘a fiacca, 56 anni, Corigliano-Rossano
Policastri Francesco, 53 anni, Corigliano-Rossano
Policastri Leonardo, 55 anni, Corigliano-Rossano
Pucci Egidio Francesco, 60 anni, Castrovillari, 
Ranieri Mirko, 39 anni, Pontedera (Pisa)
Rigo Riccardo, 59 anni, Conegliano (Treviso)
Romeo Giovanni, 36 anni, Locri
Ruggieri Marco, 42 anni, Corigliano-Rossano
Russo Gaetano, 57 anni, Genova
Russo Maurizio, 36 anni, Corigliano-Rossano
Sammarro Antonio, 39 anni, Corigliano-Rossano
Sammarro Anna Patrizia, 36 anni, Corigliano-Rossano
Sarli Damiano, 44 anni, Corigliano-Rossano
Sarli Domenico, 44 anni, Corigliano-Rossano
Sassone Mario, 45 anni, Policoro (Matera)
Scalia Mario, 66 anni, Catania
Scimionato Pietro, 66 anni, Treviso
Sferrazzo Fabio, 35 anni, Borgo San Lorenzo (Firenze)
Sferrazzo Francesco, 68 anni, Carlentini (Siracusa)
Sibbio Giuseppina, 32 anni, Corigliano-Rossano
Solimando Filippo, 51 anni, Corigliano-Rossano
Sorrentino Maria Giuseppina, 43 anni, Prato (Firenze)
Strangio Giuseppe, 41 anni, San Luca
Taverna Pasquale, 56 anni, Corigliano-Rossano
Trebisonda Damiano, 42 anni, Corigliano-Rossano
Vazzana Paolo Antonio, 40 anni, Treviso
Viafora Antonietta, 57 anni, Cassano Jonio
Zanardo Diego, 53 anni, Conegliano (Treviso)

Il sindaco: ” Se caccio la statua vengono e mi sparano” - Gratteri: “La statua va tolta, è una forma di esternazione della famiglia mafiosa”

L’ombra dei Gallace sul Comune di Guardavalle, il prefetto invia la Commissione d’ accesso

25 Settembre 2020
di Gabriella Passariello



Si vuole andare a fondo sul caso della donazione della Statua di Sant’Agazio martire, patrono del Comune di Guardavalle ed oggetto nel dicembre 2019 di un servizio giornalistico del programma satirico “Striscia la notizia”. Simulacro religioso, posizionato nello spazio antistante la sede del Palazzo comunale e recante sulla base le incisioni “donata dalla famiglia Gallace A. D. MMVII”, “Sant’Agazio, martire protettore di Guardavalle”.

La triade commissariale

Il prefetto di Catanzaro Maria Teresa Cucinotta ha nominato una commissione di accesso al Comune di Guardavalle, composta da Luigi Guerrieri, viceprefetto aggiunto, Luigi Cipriano, del Comando provinciale dei carabinieri di Soverato e Gasparino La Rosa, del Comando provinciale della Guardia di finanza, dopo aver richiesto e ottenuto dal Ministero dell’interno, con decreto, la delega dei poteri di accesso e di accertamento nei confronti del Comune di Guardavalle. L’episodio della statua, secondo il prefetto, si inserisce in un più articolato quadro indiziario di un condizionamento dell’Ente locale rispetto alle dinamiche delle locali consorterie ‘ndranghetistiche, tanto da rendersi necessario lo svolgimento di ulteriori e mirate verifiche al Comune di Guardavalle “tese ad approfondire ed estendere il quadro conoscitivo già disponibile sulla sussistenza di elementi di collegamento e condizionamento da parte della criminalità organizzata”.

I tentacoli della cosca e il lavoro della Commissione

La famiglia Gallace, protagonista della donazione, appartenente all’omonima cosca di ‘ndrangheta, operante nel comprensorio del Soveratese, con ramificazioni con altre aree del Paese, soprattutto in Lazio e in Lombardia è dedita al traffico di armi, di droga, alle estorsioni e ai danneggiamenti finalizzati al controllo del territorio, come risulta dalla sentenza di Velletri del 22 aprile 2014 a conclusione di un’indagine della Dda di Roma e dall’inchiesta Itaca Free Boat, messa a segno dalla Dda di Catanzaro. La commissione di accesso potrà avvalersi, su richiesta, dell’eventuale collaborazione di altro personale di Forze di Polizia territoriali e di altri uffici pubblici dello Stato. Il lavoro della triade commissariale dovrà essere portato a termine entro tre mesi dalla data di accesso, che reca il giorno del 22 settembre e rinnovabile per un ulteriore periodo massimo di tre mesi.

Il sindaco: ” Se caccio la statua vengono e mi sparano”

Ma ripercorriamo la vicenda che oggi ha portato il prefetto di Catanzaro alla nomina della Commissione di accesso. Nel mese di dicembre 2019 dopo alcune segnalazioni arrivate a Striscia la notizia da parte di cittadini del comune calabrese l’inviato Vittorio Brumotti è andato sul posto per intervistare Giuseppe Ussia, sindaco del Pd di Guardavalle dal 2013. Non senza imbarazzo, al microfono di Striscia, Ussia ha dichiarato, come emerse in un comunicato diffuso all’epoca dei fatti dal giornale satirico: “Per me non è un problema, la famiglia Gallace ha pagato il suo conto con la giustizia (il boss è in carcere con una condanna all’ergastolo per omicidio), ma se dei cittadini chiedessero di rimuoverla lo farei, basterebbe una lettera con le firme, nessuno deve avere paura”. Ma, poco dopo, non sapendo di essere ripreso, il sindaco avrebbe ammesso: “Io non posso dire che mi dissocio, come fai, io mi levo la mattina, porto una ruspa e la caccio, il giorno dopo, la sera, vengono e mi sparano… tranquillo eh”.

Gratteri: “La statua va tolta, è una forma di esternazione della famiglia mafiosa”

A confermare la gravità della situazione anche il magistrato Nicola Gratteri, dal 2016 procuratore della Repubblica di Catanzaro, sotto scorta dal 1989, che ai microfoni del Tg satirico di Antonio Ricci aveva affermato: “La statua va tolta perché rappresenta proprio una forma di esternazione del potere da parte della famiglia mafiosa. Tra l’altro la ‘ndrina Gallace è una delle più importanti della Calabria, molto forte anche nel Lazio”.

I mille sottili fili della 'ndrangheta a Vibo Valentia

Rinascita Scott, la soffiata del pentito Arena e l’arsenale in casa del professore massone

25 Settembre 2020


di Mimmo Famularo – Poche parole racchiuse tra due omissis ma quanto basta per svelare un altro retroscena. C’è la “soffiata” del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena dietro il ritrovamento dell’arsenale di armi nella casa di due “insospettabili”, Davide Pietro Licata, 51 anni di Stefanaconi e Rossella Paola Marzano, 45 anni di Vibo Valentia, arrestati nel luglio scorso. Il dettaglio emerge dall’informativa dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia che figura tra i nuovi atti depositati dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nel corso dell’udienza preliminare di “Rinascita Scott” nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma.
Il verbale inedito del pentito Bartolomeo Arena

Tra un omissis e un altro, Bartolomeo Arena dichiara nel verbale di interrogatorio del 24 ottobre del 2019: “Ulteriore soggetto che so detenere armi è tale Licata di Stefanaconi che è proprietario o comunque componente dell’Università Fidia, il quale è sposato con Rossella Marzano. Le armi dovrebbe detenerle in una stanza segreta della sua abitazione… omissis”. Passano un paio di mesi e nella mattinata del 3 luglio 2020 scatta il riscontro dei carabinieri in contrada Pajeradi a Stefanaconi.
L’arsenale d’armi a casa del “massone”

I militari del Nucleo investigativo bussano alla porta di casa del professore Davide Pietro Licata per eseguire un controllo amministrativo alle armi legittimamente detenute. Tutto procede apparentemente senza intoppi. Il dettaglio che trasforma un normale controllo in una vera e propria perquisizione è un bossolo calibro 7,65 GFL che uno dei carabinieri trova nelle vicinanze della casa. Un particolare che insospettisce visto che nel verbale di verifica amministrativa appena sottoscritto non figurano armi corte. Così gli investigatori tornano dentro l’abitazione e nella cabina armadio viene trovata, su indicazione di Licata e della moglie, Rossella Marzano (anche lei insegnante), una sacca in tessuto con all’interno una pistola semiautomatica, un silenziatore e cinque proiettili. A seguito di un ulteriore invito a consegnare altre armi illegalmente detenute, Licata consegna pure un borsone con dentro un mitragliatore, tre pistole semiautomatiche, proiettili di vario calibro, un altro silenziatore. Nello stessa stanza i carabinieri trovano due giubbotti antiproiettile e diversi smartphone. C’è di più: dentro due valigette portadocumenti viene scoperto persino l’abbigliamento rituale massonico che attesta l’appartenenza di Licata alla loggia massonica “Michele Morelli” di Vibo Valentia.
Una provincia da “disarmare”

Disarmare la ‘ndrangheta è uno degli obiettivi della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri che agisce in sinergia con la Procura di Vibo diretta da Camillo Falvo. Quest’ultimo, proprio nei giorni scorsi, ha sottolineato l’impegno congiunto di magistratura e forze dell’Ordine per porre un argine al proliferare di armi clandestine che circolano in una provincia salita più volte alla ribalta nazionale per fatti di sangue non sempre di matrice mafiosa. In un contesto come quello vibonese, nel quale la mentalità ‘ndranghetistica è particolarmente radicata, basta una parola di troppo o un semplice sguardo per armare una mano. L’offensiva di magistratura e forze dell’Ordine per debellare un fenomeno piuttosto diffuso ha portato recentemente al ritrovamento di armi prima nel centro abitato di Vibo (arrestato un affiliato ai “Pardea-Ranisi”) e poi nelle campagne di Zungri dove nei guai è finito proprio un indagato di “Rinascita-Scott”. Già in passato il contributo dei collaboratori di giustizia aveva permesso agli inquirenti di scoprire gli arsenali della ‘ndrangheta vibonese e di smascherare gli armieri dei clan. Sotto questo profilo il contributo di Bartolomeo Arena si sta dimostrando molto efficace e le sue “soffiate” fanno tremare le “nuove leve” delle ‘ndrine di Vibo esattamente come le dichiarazioni di Raffaele Moscato hanno fatto per i “Piscopisani” e quelle di Andrea Mantella per le famiglie di ‘ndrangheta più influenti del territorio.








16 settembre 2020 - VI SPIEGO COME L’ECONOMIA DEL DEBITO CI RENDE SCHIAVI – Nino Galloni #Fu...

24 settembre 2020 - Premio Caccuri 2020 - Intervista a Nicola Gratteri

venerdì 25 settembre 2020

Una classe politica immonda che tira un sospiro sollievo sul niente

PERCHE’ IL PD NON HA PERSO 

di Leonardo Mazzei
SET 24, 2020


«Il voto dà respiro al governo», questo il titolone del Corriere della Sera di ieri. Una sintesi ineccepibile dell’ennesimo paradosso italiano. Le forze di governo tracollano in voti rispetto alle precedenti elezioni regionali, ma siccome l’attesa era per una disfatta ancor più grande, il generale arretramento diventa una vittoria.

In realtà questo paradosso ne contiene altri due. Il primo è che, salvo la Liguria, i due principali alleati di governo erano invece avversari nelle regioni. Il secondo è che l’illusione ottica del grande successo governativo è esattamente il frutto della stupidità degli avversari, quelli che prevedevano la famosa “spallata”, il “cappotto” del sei a zero ed altre amenità.

Simbolo di questa inarrestabile avanzata delle truppe salvinian-meloniane avrebbe dovuto essere la Toscana. Chi scrive aveva segnalato per tempo quanto fosse improbabile un simile scenario. (Tra parentesi: le quattro previsioni finali lì avanzate si sono realizzate al gran completo, peccato che la Snai non quoti certe cose…).

Alcuni dati

Non intendiamo qui perderci nei mille dati da decifrare di ogni elezione, ma qualche numero può essere utile. In termini di regioni “conquistate”, al posto del sei a zero salviniano c’è stato un tre a tre che in realtà non era difficile prevedere. Della Toscana si è detto, ma scontato (e alla grande) era il risultato in Campania, mentre più incerto appariva quello in Puglia. Ma se si comprendono le nobili ragioni del successo di De Luca e delle sue 15 (quindici) liste campane (nulla a che fare col clientelismo, ci mancherebbe!), non sarà difficile capire quelle del De Luca light pugliese, al secolo Michele Emiliano, anche lui accompagnato da 15 liste. Una pittoresca carrellata di simboli cui conviene dare uno sguardo, giusto per rendersi conto dov’è finita la politica italiana. Tra questi simboli ne segnaliamo alla rinfusa alcuni: I Liberali, Dc Puglia, Sud Indipendente, Partito del Sud, Partito Pensiero e Azione, Pensionati e invalidi giovani insieme, Partito animalista, Sinistra Alternativa. Che dire, viva il Carnevale!

Se il 3 a 3 è la sintesi di quanto avvenuto, vediamo invece i risultati dei due maggiori partiti di governo. Data la peculiarità di ogni elezione (in specie quelle nelle regioni) il raffronto deve essere fatto in primo luogo con le regionali precedenti, quelle del 2015. Lo so, cinque anni sono tanti, ma se facessimo il confronto con le ultime elezioni generali (le europee del 2019) il dato sarebbe meno impietoso per il Pd, ma ben più disastroso per M5S. Dunque il senso generale per le forze di governo, prese nel loro insieme, non cambierebbe.

Vediamo adesso i numeri. Rispetto al 2015 il Pd ha perso il 2,6% sia in Puglia che in Campania (e fin qui ci può stare), il 4,2% in Veneto ed il 5,7% in Liguria (e qui comincia a farsi seria), il 10% nelle Marche e addirittura l’11,2% in Toscana. Certo, queste variazioni risentono pure delle diverse alleanze di volta in volta realizzate. Ad esempio, in Toscana il candidato presidente Giani ha ottenuto grosso modo gli stessi voti del suo predecessore Rossi cinque anni fa, dato che i consensi persi dal Pd sono stati recuperati dalle liste alleate. Va notato però come il calo del partito di Zingaretti sia generalizzato. Il che qualcosa vorrà dire. Ovviamente nel 2015 eravamo ancora in piena era renziana, anche se già quel voto fece intravedere un discreto appannamento dell’iniziale boom del Bomba fiorentino. Tradotto sul piano nazionale, il dato piddino di domenica scorsa ci parla di un risultato in linea con i recenti sondaggi. Un partito appena un po’ sopra il 20%, il cui “successo” brilla più che altro per le defaillance degli altri. Zingaretti può dunque tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, ma cantare vittoria è davvero un po’ troppo.

Passiamo ora ai Cinque Stelle, per i quali – viste le sistematiche debacle nel voto locale – il raffronto con il 2015 è ancor più obbligato. Per i pentastellati il tracollo è stato talmente omogeneo da non lasciare adito a dubbi (non che ce ne fossero…) sul loro disastroso trend. Un sostanziale dimezzamento dei voti che non ha bisogno di particolari commenti. Queste comunque le percentuali del loro calo: Campania -7,1%, Puglia -7,3%, Toscana -8,0%, Veneto -9,2%, Marche -10,3%, Liguria -14,5%.

Fin qui i dati. Ma se i numeri ci dicono molto, politicamente non sempre ci chiariscono tutto. Arriviamo così all’arcano del paradosso segnalato all’inizio. Al motivo per cui il Pd viene considerato il vincitore delle elezioni, ma soprattutto alle ragioni della mancata sconfitta di questo partito-sistema.

Perché il Pd canta vittoria

Quando temi una rovinosa sconfitta, il pareggio può sembrare una decisiva vittoria. Questa metafora calcistica non è priva di senso. Del resto, passando dal campo di calcio a quello di battaglia, se fermi l’offensiva avversaria avrai posto le condizioni della possibile controffensiva. Nel concreto dell’odierna politica italiana le cose sono certamente più complesse. Non basterà lo scampato pericolo delle urne per evitare di rompersi le ossa nella gestione di una crisi rovinosa e senza precedenti. Tuttavia, in una politica che naviga a vista, per il Pd le cose sono messe assai meglio oggi che una settimana fa.

Palesemente il governo si è messo al riparo di ogni pericolo, la destra avrà da leccarsi le ferite e da regolare qualche conto interno (presumibilmente anche dentro alla Lega) ed i Cinque Stelle saranno alleati ancor più servili di prima. In quanto a Leu ed alla immaginifica “Italia Viva” di Renzi, il “non pervenuto” delle urne non potrà che semplificare ulteriormente la gerarchia interna della maggioranza governativa.

Vi sembra poco? Visto quel che attende il Paese, il risultato di domenica potrebbe rivelarsi per Zingaretti la classica vittoria di Pirro. Ma intanto a Piddinia han preso tempo. Il che, nella situazione data, poco non è.

Perché è andata così

Chi scrive non è stato affatto sorpreso dal voto di domenica. Neppure da quello referendario, dato che non si cancella un potentissimo sentimento antiparlamentare, contraddittoriamente radicatosi nel Paese da almeno trent’anni, con una campagna elettorale breve ed asfittica, per giunta sul tema più facile per gli illusionisti della “lotta alla casta”. Avevo previsto un 70-30 e così è stato.

Quel che invece mi ha stupito, e non poco, è stata semmai l’elevata partecipazione al voto. Elevata, s’intende, non in generale ma in confronto alla tendenza degli ultimi vent’anni. Un dato, questo, da salutare positivamente.

Nessuna sorpresa nemmeno per l’esito delle regionali. Oltre a quanto già scritto sulla forza del potere e delle clientele – in certi casi (fortunatamente non sempre) è proprio vero che il potere logora… chi non ce l’ha – bisogna qui capire gli altri due fondamentali punti di forza che hanno salvato il Pd ed il governo Conte.

A mio modesto avviso, questi decisivi elementi corrispondono alla forza di due narrazioni dominanti: quella sull’Europa e quella sull’epidemia. Narrazioni la cui forza dipende dal semplice fatto che, tra coloro che hanno accesso ai media, nessuno le contesta.

La prima narrazione ci parla di un’Europa che – anche grazie al governo italiano, pensate un po’! – sarebbe diventata buona, non più promotrice di tagli ed austerità, bensì portatrice di doni. Noi sappiamo bene come tutto ciò sia falso, come il Recovery Fund altro non sia che un super-Mes mascherato. E sappiamo come quei fondi saranno soprattutto nuovi debiti da ripagare ad un’oligarchia eurista che, proprio in virtù di cotanta generosità, ci stringerà ancor meglio il cappio al collo.

Sì, noi lo sappiamo. E come noi lo sanno ormai milioni di cittadini. Che sono però una minoranza, anche perché chi potrebbe farlo con ben altri mezzi non contesta affatto la favola diffusa a reti unificate dai media. L’hanno forse contestata i candidati della Lega o di Fratelli d’Italia nella campagna elettorale delle settimane scorse? Assolutamente no. E, già che ci siamo, qualcuno saprebbe dirmi un argomento forte contro il Pd usato da costoro? Io, in mezzo a tanto chiacchericcio su ciò che non conta, di argomenti forti non ne ho sentiti. Del resto, i formidabili governatori della Lega nordista non solo vogliono i soldi del Recovery Fund (dunque del super-Mes), ma pure quelli del Mes ufficiale… Poi ti chiedi del perché il Pd non ha perso.

L’altra narrazione che ha dato i suoi frutti è quella sull’epidemia. Il governo Conte – certo non unico al mondo, questo va riconosciuto – ha fatto dell’emergenzialismo la carta vincente per restare in sella. Come strumento di governo la paura funziona alla perfezione. Andiamo verso un milione e mezzo di disoccupati in più? Che volete che sia rispetto al terribile virus!

Con un tasso di letalità ormai pari a quello di una normale influenza, oggi il Covid 19, anche secondo i (discutibili) dati ufficiali, provoca 10/15vittime al giorno. Sfortunatamente in Italia, ogni 24 ore, muoiono (dati Iss) 140 persone per infezioni ospedaliere. Ma pur essendo dieci volte di più questi ultimi non contano, mica fanno arricchire gli amici Mark Zuckerberg e Jeff Bezos! Mica sono utili a prorogare lo stato d’emergenza all’infinito!

Poche sere fa mi è capitato – cosa in realtà rarissima – di vedere un telegiornale (il Tg1). Inopinatamente, ad un certo punto è arrivata la domanda che non ti aspetti: e se avessero avuto ragione gli svedesi ad evitare ogni forma di confinamento? La risposta contenuta nel servizio da Stoccolma è stata interessante assai: la curva del contagio oggi darebbe effettivamente ragione al governo svedese, ma è troppo presto per arrivare a conclusioni definitive. Così ha detto l’inviato.

Troppo presto? Ma non sono stati proprio i media mainstream, nella scorsa primavera, a crocifiggere gli svedesi come popolo di delinquenti dediti al soddisfatto sterminio dei propri simili, specie se anziani e malati? Fra l’altro, provenendo dal mondo di Piddinia City, questa accusa è politicamente piuttosto bizzarra, dato che a Stoccolma non governano i criminali “populisti”, bensì una coalizione di centrosinistra composta da socialdemocratici e verdi.

Cito il caso svedese, perché esso ci mostra come la strada del lockdown duro (all’italiana) non fosse per niente obbligata. Così come non sarebbero oggi obbligate le scelte demenziali sulla scuola, sullo smart working, sulla chiusura degli uffici, sul distanziamento asociale in genere. Ma anche in questo caso, come sull’Europa, chi avrebbe la possibilità di farlo con una certa efficacia si guarda bene dal contestare il racconto ufficiale, quello secondo cui il governo italiano è stato (ed è) il più bravo al mondo nel contrastare l’epidemia. Tesi piuttosto ardita in un Paese che è al sesto posto per numero di vittime, pur essendo solo al ventesimo come numero di casi. Ma tant’è.

Ora, data la potenza di fuoco del terrorismo virale, alcuni nostri amici ritengono che contestare questa narrazione sia se non sbagliato, comunque inutile. Penso che a sbagliare – e alla grande – siano invece loro. Visto che il fattore P (paura) è un così buon alleato per il governo e per gli interessi dei potenti, perché costoro dovrebbero rinunciarci a cuor leggero? Crediamo forse alla loro buona fede? Suvvia, non scherziamo.

Conclusione

Giunti a questo punto la conclusione è semplice assai. Se si capisce il motivo per cui il Pd non ha perso, non sarà difficile comprendere quali siano le armi da usare contro il governo dei servi di Bruxelles e Berlino.

Al tempo stesso, se si comprende la sostanziale intercambiabilità politica tra i due poli di centrodestra e di centrosinistra che tendono a ricostituirsi – con M5S sempre più interno a quest’ultimo – non sarà difficile capire l’assoluta urgenza della costruzione di un Terzo Polo, che per essere credibile non potrà che proporsi come polo dell’Italexit.

E’ in questo quadro che le due narrazioni su Europa ed epidemia vanno contestate e, se possibile, vinte. Chi scrive è convinto che esse verranno comunque smentite dai fatti, ma i fatti richiedono tempo e noi troppo tempo per salvare il Paese dalla catastrofe non lo abbiamo.

La lotta sarà dura, ma non impossibile. La Marcia della Liberazione del 10 ottobre ci darà delle prime, preziosissime, indicazioni. Tutti a Roma quel giorno, per battere un colpo prima che sia troppo tardi. Per batterlo sapendo che sarà solo il primo.