L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 ottobre 2020

5 - Lo spread dipende dalla Bce. E' in campo, ha acquistato, creando denaro dal nulla, quasi tutti i titoli emessi dal Tesoro per finanziare il maggior fabbisogno 2020 ed altrettanto promette di fare nel 2021

Cosa dice (e non dice) Ignazio Visco

17 ottobre 2020


Che cosa ha detto il governatore della Banca d’Italia su ripresa, fondi europei e debito. E quali sono le lezioni che il governo può trarne. L’analisi di Giuseppe Liturri

Non accade spesso che il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, conceda due interviste in tempi così ravvicinati, domenica 11 ottobre al Corriere della Sera e venerdì 16 alla testata economico – finanziaria Bloomberg.

Allora merita sottolinearne i messaggi espliciti e, soprattutto, anche quelli impliciti. In estrema sintesi, l’invito è quello di utilizzare al meglio tutti gli strumenti in campo, senza preoccuparsi di dogmi del passato che sperabilmente vorremmo veder accantonati per sempre. Bisogna approfittarne.

LE PREVISIONI SULLA RIPRESA ECONOMICA

Visco ammette che passeranno almeno due anni prima che si ritorni ai livelli di PIL precedenti alla crisi. In altre parole, se tutto andasse bene, potremmo rivedere il livello di Pil del 2019 non prima del 2023. I modelli di previsione della Banca d’Italia non solo segnalano la profondità della caduta del PIL nel 2020 – che il Governo prevede pari al 9%, ma altri centri di previsione prevedono possa spingersi anche fino al -11% – ma ci avvertono che la ripresa sarà molto lenta, certamente non una ripresa a “V”.

I FONDI EUROPEI E L’ESEMPIO DEL 2011

L’altro dato da sottolineare è il monito lanciato dal governatore circa il rischio, che egli intende evitare, di riporre nel cassetto troppo in fretta tutti gli strumenti di politica di bilancio e monetaria messi in campo in questi mesi. L’atteggiamento accomodante, su entrambi i fronti deve continuare ancora a lungo.

Evidentemente gli ritorna in mente l’intempestivo aumento dei tassi deciso nel 2011, nel pieno della tempesta della crisi dei debiti sovrani, dal Presidente della Bce Jean-Claude Trichet. È anche altrettanto chiaro il riferimento alla stretta di bilancio prociclica imposta dalla Commissione Ue al governo di Mario Monti a fine 2011, che ci condannò a quasi tre anni di recessione. Stretta definita, solo pochi giorni fa, dal Commissario Paolo Gentiloni un “errore”. Peccato che ci sia costato una montagna di circa 300 miliardi di sofferenze bancarie ed un deciso impoverimento del Paese.

Visco si sofferma anche sull'importanza del corretto e proficuo utilizzo dei fondi europei del Next Generation Eu. A questo proposito ci permettiamo di obiettare che la stessa Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) riporta delle stime di crescita attribuibile a quegli strumenti del tutto trascurabile. Come definire altrimenti una crescita cumulata su tre anni pari al 1,5% del PIL, al confronto della caduta del PIL 2020 stimabile al 10%. Fondi utili? Speriamo di sì. Decisivi? Diremmo di no.

IL DEBITO PUBBLICO NON È UN PROBLEMA?

Da ultimo, il governatore, di fronte alla domanda sulla sostenibilità del nostro debito pubblico, ribadisce che non è un problema e che il vero dato decisivo è quello della crescita. Da essa dipende tutto.

A questo proposito, osserviamo che è perlomeno curioso che con il debito/PIL proiettato verso il 160% e con una crescita negativa, il debito pubblico non sia oggi un problema. Viceversa, con ben migliori condizioni macroeconomiche, lo stesso governatore non esitava a lanciare allarmi nell’autunno 2018.

Non possiamo non rilevare, e questo Visco lo dovrebbe sapere molto bene, che da allora ad oggi c’è una differenza fondamentale: è in campo la Bce, che ha acquistato, creando denaro dal nulla, quasi tutti i titoli emessi dal Tesoro per finanziare il maggior fabbisogno 2020 ed altrettanto promette di fare nel 2021.

QUALE LEZIONE PER IL GOVERNO

La lezione da trarre per il nostro Governo dalle parole di Visco è duplice: essendo momentaneamente disattivati due degli aspetti più disfunzionali e dannosi della politica economica della Ue, e cioè il divieto di finanziamento monetario del deficit pubblico da parte della Banca Centrale ed il pareggio strutturale di bilancio imposto dal Patto di Stabilità e Crescita e dal Fiscal Compact, è il momento di sfruttare in pieno questa opportunità.

Ricordiamo ancora i miseri 3,6 miliardi con cui il ministro Roberto Gualtieri pensava di affrontare la crisi da Covid ad inizio marzo. Salvo poi ricredersi e stanziare 100 miliardi, disseminati però in una marea di norme di lenta e farraginosa attuazione.

È consigliabile che Gualtieri non ripeta lo stesso errore e che metta fieno in cascina in abbondanza per un inverno 2021 che si preannuncia particolarmente rigido. Non ci serve la magra consolazione di averlo detto in anticipo, cogliendo i chiari segnali delle parole del governatore Visco.

«Non è vero niente. Io lavoro all’ospedale Cotugno e la cosa che stiamo appurando è che il Covid non ha più gli effetti che aveva a marzo

Covid, il modello De Luca in Campania funziona davvero?

17 ottobre 2020


De Luca è davvero un bravo amministratore? Fatti, numeri e approfondimenti nell’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

A chiacchiere, Vincenzo De Luca, governatore della Campania, non lo batte nessuno. Buca il video, ha sempre la battuta pronta, una fama da sceriffo che non guarda in faccia a nessuno, neppure al suo partito, il Pd. Tifa per il Napoli calcio, e quasi il 70% dei campani lo ha confermato alla guida della regione. Un plebiscito.

Ma De Luca è davvero un bravo amministratore? La sanità campana, sotto la sua guida, può considerarsi un modello? A giudicare dai numeri, non si direbbe affatto. Anzi, una tabella del Dipartimento della protezione civile (vedi sotto) lo pone al primo posto nella graduatoria nazionale della spesa per contagiato Covid nel momento apicale della pandemia, quando la Campania era ancora tra le regioni meno colpite dal virus.Si era al 30 aprile scorso: per 4.423 contagiati campani, la spesa complessiva risultava pari a 337,5 milioni di euro, pari a ben 76.308 euro per ciascun contagiato. La Lombardia, regione più colpita con 75.732 contagiati, spendeva 392,1 milioni in totale, pari a 5.178 euro per contagiato.

I soldi per la sanità, come è noto, costituiscono circa l’80% dei budget delle Regioni, e i governatori ne sono i principali responsabili. Come si può mai giustificare un divario così grande tra la spesa pro capite della Campania (76 mila euro per ogni ricovero) e quella della Lombardia (5 mila)? La tabella della Protezione civile non lo spiega. Ma soltanto un cieco potrebbe non vedere che in un livello così alto di spesa sanitaria possono annidarsi, insieme alle spese necessarie, anche quelle che non lo sono, soprattutto le inefficienze dovute a malagestio manageriale e agli sprechi clientelari.


Già, gli sprechi. Da mesi, i giornaloni battono la grancassa contro la gestione della pandemia da parte della regione Lombardia, guidata dalla Lega. La procura di Milano ha aperto varie indagini, l’ultima sul costo sostenuto dalla giunta guidata da Attilio Fontana per i vaccini contro l’influenza stagionale, indagini accompagnate da vasta eco mediatica. Il tutto per somme da verificare e che, nel caso dei camici forniti dalla ditta di cui è socia la moglie del governatore Fontana, si aggira sugli 800 mila euro. Bene: se c’è un reato, è giusto che chi ha sbagliato paghi. Però è del tutto evidente che queste indagini giudiziarie sono state cavalcate dal Pd, e lo sono tuttora, nel tentativo di gettare lo stigma del malgoverno sulla Lega, ovviamente per batterla nelle prossime elezioni locali. È la politica italiana, bellezza. E non da ora.

Ora però salta fuori questa tabella sul costo dei ricoverati per Covid, i suoi numeri sono di una fonte super partes (Protezione civile), ma a nessun giornalone e a nessuna procura sembra che la cosa interessi minimamente. Troppo scomoda? La tanto vituperata Lombardia non solo ha speso quasi 20 volte di meno della Campania di De Luca, ma anche la metà rispetto al decantato Veneto di Luca Zaia, dove ogni ricovero è costato 10.212 euro, somma comunque inferiore alla spesa media delle 20 regioni (12.493 euro).

In ogni caso, Fontana e Zaia sono stati, loro sì, dei modelli nel contenimento delle spese non solo rispetto a De Luca, ma a tutti i governatori regionali di sinistra. In Toscana la spesa pro capite per ricoverato Covid (40.280) è stata otto volte più grande di quella della Lombardia, nella Puglia di Michele Emiliano più di cinque volte tanto (26.013), nel Lazio di Nicola Zingaretti il triplo (15.259). Procure interessate? Zero.

De Luca ha lamentato in tv, con una recita delle sue (imitata da Crozza), lo «scippo di 300 milioni» alla sanità campana da parte delle regioni del Nord. Questa emergenza è stata però smentita in tempo reale da Gabriella Di Lorenzo, un’infermiera dell’ospedale Cotugno di Napoli, con un post sul sito de Il Riformista: «Non è vero niente. Io lavoro all’ospedale Cotugno e la cosa che stiamo appurando è che il Covid non ha più gli effetti che aveva a marzo. La gente si presenta spaventata, con 37,5 di febbre, e per prassi si deve far loro il tampone, ma in condizioni normali la si manderebbe a casa con la prescrizione di un antipiretico ogni sei ore, e basta».

Che dietro alla grancassa sull’emergenza ci siano anche interessi economici poco trasparenti, oltre ai numeri della Protezione civile, ora lo dice senza giri di parole anche il virologo Andrea Crisanti, che in estate ha presentato al governo di Giuseppe Conte e al Cts un progetto di 400 mila tamponi al giorno, con un costo di 2,5 euro a tampone, invece dei 30 euro di media attuali. Progetto ignorato.

«Oggi spendiamo 4 milioni al giorno per fare i tamponi, e per qualcuno è un affare molto ghiotto», ha detto Crisanti in un’intervista. Purtroppo, sembra che De Luca abbia fatto scuola davvero al governo Conte sugli sprechi. Materia in cui, per la verità, si era già portato avanti a colpi di bonus.

Estratto di un articolo pubblicato su ItaliaOggi

Il reset che il sistema produttivo occidentale sta effettuando attraverso lo strumento del covid trascinerà obbligatoriamente il sistema finanziario che si regge sui soldi delle banche centrali crollerà, difficile ed improbabile una demolizione controllata

Mercati: c’è un allarme liquidità che avverte su nuovi rischi (finora nascosti)

17 Ottobre 2020 - 13:00 

Mercati finanziari: si accende la spia di allerta sulla liquidità. Perché è importante per svelare alcuni rischi attualmente ben coperti nelle operazioni di finanza


Tendenzialmente, le coincidenze andrebbero prese per ciò che sono. Casualità, appunto. Oppure ricorsi storici che, ogni tanto e in quanto tali, fanno capolino, quasi a volerci ricordare errori passati che non era il caso di ripetere.

Inutile, quindi, caricare certi anniversari e certe ricorrenze di significati che non hanno, spesso travalicando i limiti e arrivando alla scaramanzia pura e semplice. Un qualcosa che, applicato al mercato, rischia spesso e volentieri di creare più danno delle stesse condizioni in cui il sentiment si trova a confrontarsi. Scuserete questo mio prologo, questa sorta di introduzione ma mi pareva doverosa alla luce di questo grafico: lunedì prossimo, infatti, cade il 33mo anniversario del Black Monday. E queste le condizioni comparative dell’andamento dello Standard&Poor’s 500 allora e oggi.

Fonte: Bloomberg/Zerohedge

Possibile un dèjà vu di tale magnitudo? Le variabili in gioco sono molte. Davvero, davvero molto. In primis, fra quel tonfo e la situazione attuale il mercato ha vissuto due crisi enormi: la bolla tech del 1999-2000 e soprattutto la grande crisi finanziaria del crollo Lehman Brothers legata ai subprime. Soprattutto quest’ultima ha sancito un vero e proprio regime change: da quello shock, infatti, ha preso vita il regime di Qe perenne che stiamo vivendo - pressoché ininterrottamente - dal 25 novembre 2008, data dell’annuncio da parte della Fed di un’operazione di stimolo e sostegno senza precedenti.

Difficile, quindi, che possa sostanziarsi una panic selling di quella entità all'interno di un contesto di backstop sistemico del mercato come quello posto in essere da tutte le Banche centrali dei Paesi più avanzati.

COVID, Brexit, voto USA: catalizzatori di un incendio?

Contemporaneamente, però, oggi ci troviamo a fare i conti con tre eventi catalizzanti che stanno entrando nella loro fase più acuta di escalation: le elezioni Usa, la seconda ondata di Covid e il nodo del Brexit.

Non certo variabili di poco conto. Anzi, veri e propri market movers che fino ad oggi sono già stati in grado di direzionare le mosse dei regolatori, poiché le Banche centrali hanno spesso e volentieri dovuto dar vita ad annunci - più o meno seguiti da fatti - che depotenziassero il carico di volatilità che quei tre eventi erano in grado di generare e massimizzare. Ma c’è dell’altro. E, paradossalmente, rischia di essere più decisivo delle tre criticità appena elencate. Come mostra questo grafico.

Fonte: Bloomberg

Oggi la liquidità del mercato equity Usa sta avviandosi a grandi passi verso il minimo storico dello scorso marzo (basato su dati relativi alla striscia che partiva dal 1996), situazione che rese necessaria l’entrata in scena in grande stile delle Fed e poi della Bce, ufficialmente come risposta alla pandemia ormai dilagata dall’Asia all’Europa e poi agli Usa.

Liquidità: è questa la vera criticità dei mercati?

Dèjà vu nel dèjà vu, la liquidità cala pericolosamente in concomitanza con un nuovo, montante allarme Covid a livello mondiale. Giova sempre tenere a mente, poi, come quell’atto fu soltanto la fase acuta di una crisi innescata sei mesi prima dal congelamento del mercato interbancario Usa del 17 settembre 2019, quando i tassi repo volarono alle stelle e Jerome Powell fu costretto a dare vita ad aste di rifinanziamento nate per durare poche settimane e terminate soltanto a primavera.

Guarda caso, pressoché in concomitanza con l’allarme lockdown negli Usa e il lancio di quello che possiamo definire Qe4. Insomma, c’è il forte rischio e il timore più che concreto che la chiave di tutto, il problema reale, la criticità mai risolta e difficile da ammettere sia proprio la liquidità.

Il Covid, il Brexit, le elezioni Usa sono acceleranti in un incendio doloso: il problema, è l’accendino che fa partire la fiamma. E la benzina versata sul pavimento che la trasforma in inferno. Come è possibile, però, che a fronte di interventi monstre da parte delle Banche centrali, veri e propri diluvi di cash sotto le più svariate forme (iniezioni dirette, ampliamento del collaterale accettato per il rifinanziamento, acquisti di bond sovrani e corporate anche attraverso Etf) che ciclicamente il mercato si ritrovi in riserva, accendendo quindi la spia rossa?

Forse perché, in realtà, nessuno conosce realmente l’entità del rischio di controparte che grava sul sistema. Noi conosciamo, più o meno in maniera precisa, il nozionale di ciò che saltella da un bilancio all'altro sotto forma di derivati o swaps o futures: ma, ad esempio, chi può dire con certezza a quali valori quegli assets sono iscritti in quegli stati patrimoniali?

Davvero siamo certi che le valutazioni di VaR siano basate su modelli compatibili con un mercato che faccia il suo lavoro e non unicamente su uno scenario da unicorni al potere come quello determinato e garantito dalle Banche centrali, da oltre un decennio? Siamo certi che i principali attori di mercato sarebbero davvero in grado di sopportare una normalizzazione anche minima dei tassi reali Usa, senza trovarsi costretti a scaricare metà delle proprie detenzioni prima che diventino talmente tossiche da erodere intere capitalizzazioni?

Sarà certamente un caso, l’ennesimo, ma come mostra questo grafico, la scorsa settimana la Fed ha ricominciato a gonfiare il proprio bilancio.

Fonte: Bloomberg

E con il badile, visto che si è trattato dell’aumento maggiore dallo scorso maggio: 76,8 miliardi di dollari, il tutto per un totale che a oggi segna quota 7,15 trilioni. Strano tempismo per rompere gli indugi rispetto al mezzo tapering messo in atto dalla scorsa estate, soprattutto a livello di acquisto di bond corporate tramite Etf. Ma si sa, trattasi di coincidenza.

Lehman Brothers, di fatto, non ha insegnato nulla. O forse ha soltanto insegnato a cambiare nome alle cose, quasi la coperta di Linus delle Banche centrali permettesse il lusso di limitare la propria azione precauzionale a un mero nominalismo degli azzardi di sempre. Gattopardesco, insomma. E pericoloso. Molto pericoloso.

La trappola dei Clo: come nascondere i rischi di mercato

L’ultimo esempio in tal senso ci giunge dal meraviglioso mondo dei Clo (Collateralized debt obligations), ad esempio. Di fatto, obbligazioni garantite da collaterale nella forma di crediti originati da prestiti.

In sé, nulla di particolarmente esotico. Tanto che quel tipo di securities recitano la parte del leone sia nel portfolio degli hedge funds che dei fondi pensione, garantendo ritorni decisamente interessanti. Il problema comincia a porsi quando le componenti più a rischio impacchettate in quei prodotti vanno talmente sotto stress da alzare bandierine rosse: “I Clo hanno subìto downgrade a ritmi così frenetici da arrivare a minacciare le stesse salvaguardie che sono poste in essere per assicurare la forza di resistenza finanziaria di quelle securities, sopraffacendole” sentenziava Bloomberg lo scorso maggio.

La quale, raccontando la dinamica, dava conto di quanto accaduto a metà aprile a un hedge fund statunitense, talmente disperato nel tentativo di sbarazzarsi di 100 milioni di dollari di controvalore di Clo europee da accettare di liquidarle a un quinto del loro valore facciale. Ovvero, già la scorsa primavera (un altro dèjà vu, rispetto all’emergenza Covid), nel silenzio generale sul fenomeno, alcune tranche di quei prodotti viaggiavano su prezzature di 20 centesimi sul dollaro.

Di qui, la fretta della Bce di approntare un programma in stile Fed designato all’acquisto di debito junk. Tu guarda le coincidenze, ancora una volta. Forse perché a fare la parte del leone in quel tipo di operazioni in Europa sono banche e fondi francesi? Il timore è quello della big alchemy, la grande alchimia. Ovvero, trasformare un prodotto sostanzialmente composto al 90% da prestiti junk in un portfolio obbligazionario investmnent grade.

Di fatto, nascondendo i rischi. I quali restano bassi in periodo di calma sui mercati ma quando un elemento destabilizzante e inatteso come la crisi da COVID-19 o le elezioni Usa o il Brexit arriva a operare da accelerante o reagente del danno, possono moltiplicarsi esponenzialmente e a macchia d’olio. Soprattutto, alla velocità della luce. Stante anche il livello di downgrade che subiscono.

Insomma, quella di trovarsi con in mano un Clo che il venerdì valeva 70 centesimi sul dollaro e che il mercoledì dopo vale 35 non è poi così peregrina come ipotesi. Almeno in tempi come questi. La ragione? Ontologica, appunto. Per attirare clientela serve infatti un duplice amo: un buon rendimento e, soprattutto, garanzie di relativa sicurezza.

Il primo è semplice, maneggiando ampi strati di securities con valutazione di rating bassa. Una logica da normale premio di rischio. Il secondo è reso possibile dal fatto che chi impacchetta e vende Clo, priorizza nel processo di securization le tranches di prestiti con rating maggiore, ponendole più in alto e in evidenza e poi offrendo una cromia a scalare a livello di sicurezza e conseguente maggiore return.

Insomma, prima la tranches AAA, poi AA e poi a scendere fino al livello più basso del junk. Ciò che ne deriva è una cosiddetta synthetic cap table. Tradotto, il fruttivendolo disonesto che mette le castagne sane sopra e quelle bacate nella parte inferiore del sacchetto.

E a inizio ottobre è arrivato un primo squillo di tromba al riguardo, quando sempre Bloomberg ha reso noto come Cerberus Capital Management abbia utilizzato bonds legati ad attività commerciali con rating relativamente bassi per confezionare un bouquet di debito AAA, impacchettato su notes per un totale di 390 milioni di dollari, 300 dei quali con top rating da parte di Dbrs Morningstar. E cosa si è scoperto? Che quel prodotto è basato su circa 9.300 mutui, il 27,6% dei quali relativi a uffici, il 25% ad attività retail e il 15,5% a hotel: di fatto, le tre categorie più colpite dai lockdown globali.

Insomma, la big alchemy della cartolarizzazione in base a rating “allegri” pareva aver battuto anche il Covid. Ora, però, sembra che la liquidità torni a ricordarci che l’immondizia sotto il tappeto - di cui i Clo rappresentano solo una simbolica punta dell’iceberg, quantomeno per controvalore totale -, quando ha raggiunto un certo livello, diventa visibile. E impone pulizia. O un doloroso reset.

Gli ebrei sionisti manovrano l'Occidente contro la Cina e tutti i non allineati al suo diktat. Gli Stati Uniti sono il loro portavoce

Erdogan: «Turchia e Ucraina riprenderanno la Crimea dalla Russia»

Maurizio Blondet 17 Ottobre 2020 

Erdogan ha annunciato la sua disponibilità a combattere con la Russia per il ritorno della Crimea.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rilasciato una dichiarazione inaspettatamente dura contro la Russia, dichiarando la sua disponibilità ad avviare un’azione militare contro la Federazione Russa per restituire le penisole di Crimea all’Ucraina

“La Turchia non riconosce la riunificazione della Crimea con la Russia”, ha detto venerdì il presidente della Repubblica Tayyip Erdogan a Istanbul in una conferenza stampa dopo i colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “La Turchia non ha riconosciuto e non riconoscerà l’annessione illegale della Crimea. Noi e l’Ucraina continueremo a sostenere i nostri fratelli tartari di Crimea, che sono un elemento importante dei legami storici e umanitari tra i nostri paesi. Sono in corso lavori per costruire alloggi per i nostri affini e un progetto di costruzione è in fase di attuazione. moschee a Kiev “, ha detto il presidente turco in onda sul canale televisivo TRT. Erdogan ricorda sempre la posizione di Ankara sulla Crimea dopo i colloqui con il presidente dell’Ucraina “ , – si legge nell’edizione russa” TASS “.
Generale Delawarde spiega perchè Sion aiuta gli azeri. Non più sottobanco.

Le rôle de l’État hébreu dans les coulisses de la crise Arménienne

Dominique Delawarde, è il generale francese , già capo dello spionaggio elettronico e analista strategico per lo stato maggiore (Ancien chef «Situation-Renseignement-Guerre électronique» à l’État major interarmées de planification opérationnelle) di cui vale la pena di ascoltare le valutazioni.


Traduco letteralmente:

“Del ruolo primario della Turchia nella crisi tra Armenia e Azerbaigian” esordisce, “ i media mainstream hanno parlato in abbondanza . Per contro sono rimasti estremamente silenziosi , sul ruolo altrettanto importante svolto dietro le quinte, da Israele

Tuttavia, questo ruolo non poteva sfuggire all'attenzione di un geopolitico o di un osservatore informato.Ci sono, naturalmente, i discretissimi voli che facevano la spola tra Tel Aviv e Baku all’inizio di ottobre, che trasportavano non arance, ma armi sofisticate ( droni e missili). Una parte significativa delle armi azere è di origine israeliana. Va ricordato che l’Azerbaigian è il principale fornitore di petrolio di Israele e gli fornisce il 40% del suo fabbisogno. Questo basterebbe quasi a spiegare l’alleanza di fatto tra i due paesi, un’alleanza basata su una sorta di scambio “petrolio in cambio di armi”.Abbiamo registrato la discrezione delle cancellerie e dei media occidentali – sappiamo chi li controlla – sull’aperta ingerenza della Turchia, membro della NATO, contro l’Armenia, membro della CSTO (Treaty Organization). Sicurezza collettiva) insieme alla Russia. La coalizione occidentale ha protestato a parole; ha chiesto “moderazione” e “cessate il fuoco”, ma ha lasciato che la Turchia lo facesse senza denunciare davvero il suo imperialismo islamista, ora in tutte le direzioni (Siria, Iraq, Libia, Mediterraneo Orientale, Caucaso).

C’è anche da segnalare la presa di posizione ufficiale di Zelensky, il primo presidente ebreo dell’Ucraina, a favore dell’Azerbaigian e contro l’Armenia. Questo presidente sarebbe stato certamente più taciturno nel suo sostegno se l’Azerbaigian fosse stato ostile allo Stato ebraico. Infine, c’è questa dichiarazione di Georges Malbrunot, grande inviato speciale Le Figaro, che ci dice in un tweet: “Conflitto in Nagorno-Karabakh: a parte la stazione del Mossad con sede in Azerbaigian per spiare l’Iran e la consegna di equipaggiamento militare a Baku, Israele sta addestrando le forze di sicurezza azere, afferma un diplomatico europeo che è stato in Azerbaigian”.

Perché lo stato ebraico si distingue oggi per la sua presenza e azione in questa regione del mondo accanto a Turchia, Azerbaigian e jihadismo islamista? 

Prima di tentare di rispondere a questa domanda, è necessario ricordare che l’attivismo di Israele sulla scena internazionale non è solo regionale, ma mondiale. Può essere diretto o indiretto. La sua impronta è spesso perfettamente identificabile nella politica estera dei principali paesi occidentali (USA, UK, FR, Canada, Australia), ma è anche in quasi tutti i grandi eventi che hanno condizionato l’evoluzione geopolitica globale degli ultimi anni. decenni:(guerre nel Vicino e Medio Oriente, rivoluzioni colorate e / o cambi di regime di potere (o tentativi) soprattutto in Sud America (Brasile, Bolivia, Venezuela, Colombia, Ecuador) ma anche in Europa (Maïdan …) e in Nord Africa (Primavera araba, Hirak algerino).Da notare anche l’ingerenza più o meno aperta nelle elezioni dei grandi paesi della coalizione occidentale (USA, FR, UK, Canada, Australia) attraverso generosi finanziamenti dalla sua diaspora volti a promuovere candidati favorevoli ad essa e distruggere quelli che non lo sono. Questo attivismo pro-Israele opera attraverso una diaspora ricca, potente e organizzata.Questa diaspora colleziona posizioni di influenza e potere, “acquistate” nel tempo e nelle circostanze, all’interno degli apparati statali, dei media mainstream, delle istituzioni finanziarie e delle GAFAM. lei controlla. Il Mossad non è da meno e basa l’efficacia della sua azione sul sistema sayanim, perfettamente descritto da Jacob Cohen nella sua conferenza di Lione.

· L’azione di questi supporti mira a difendere e promuovere gli interessi diretti e indiretti dello Stato ebraico sull’intero pianeta e ad allargare la cerchia dei paesi e dei governi che lo sostengono. Mira anche a indebolire coloro che vi si oppongono. È tenace, efficace e duraturo.

Attenzione! Il traduttore prende energicamente le distanze da queste affermazioni complottiste d’afrore antisemita, e le segnala a Informazione Corretta e NewsGuard per le dovute censure.

Proseguiamo:

“Per vincere, lo Stato ebraico, come fa anche la NATO, non esita mai a stringere alleanze di circostanza, limitate nello spazio e nel tempo, con l’uno o l’altro dei suoi avversari (Turchia e jihadisti in Siria per esempio). Le sue azioni sono spesso “premeditate”, ” e “coordinate” con i suoi corrispondenti “neoconservatori” a Washington. Come ovunque, le bugie di stato e la doppiezza sono valuta comune …

Perché mettere benzina sul fuoco in un conflitto tra Azerbaigian e Armenia e perché ora?Tre dei principali paesi della regione, Russia, Turchia e Iran, sono direttamente colpiti da questo conflitto e dalle sue potenziali conseguenze, perché confinano con una delle due parti in guerra, e talvolta con entrambe. Israele, da parte sua, è interessato solo indirettamente, ma è lo stesso, come vedremo.Inoltre, questa regione del Caucaso è anche una “zona di attrito” tra alleanze che non apprezzano molto: la coalizione occidentale e la NATO, di cui Turchia e Israele giocano la spartizione, la CSTO (Organizzazione del Trattato di Collective Security) di cui fanno parte Russia e Armenia, e l’OCS (Shanghai Cooperation Organization) a cui sono legati Russia e Iran (per l’Iran, come membro osservatore e aspirante candidato da 15 anni) .A complicare le cose, il Primo Ministro armeno in carica, Nikol Pashinyan, ha ritenuto opportuno dover mostrare la sua preferenza per l’Occidente non appena entrato in carica e prendere le distanze da Mosca, il che mette il suo Paese in una posizione delicata per chiedere oggi aiuto dalla Russia.Lo scoppio della crisi attuale è, a mio avviso, un’operazione che va ben oltre il ristretto quadro di un conflitto territoriale tra Azerbaigian e Armenia. Si tratta di un’altra operazione – dopo Maidan in Ucraina, dopo la tentata rivoluzione colorata in Bielorussia e dopo i casi Skripal e Navalny – volta a fare pressione sulla Russia, ma anche sull’Iran, mettendoli in imbarazzo, per spingerli al passo falso.

È chiaro che qualsiasi intervento rapido e forte della Russia in questo conflitto sarebbe stato immediatamente condannato dalla “comunità internazionale autoproclamata” – vale a dire dalla NATO – e seguito dalla solita serie di sanzioni anti-russe, dagli USA, seguiti pedissequamente dai suoi vassalli europei. Non dobbiamo dimenticare che oggi la fine del gasdotto North Stream II rimane un obiettivo importante per gli Stati Uniti …La mancanza di una forte risposta occidentale alla crisi del Caucaso è di per sé rivelatrice su quattro punti:
La difesa dell’Armenia non è una priorità per la coalizione occidentale. Il signor Nikol Pashinyan, primo ministro armeno, ha quindi sbagliato a scommettere sull’Occidente per la difesa del suo paese. La coalizione occidentale spesso delude i suoi alleati di circostanza come hanno fatto per i curdi in Siria …
Il signor Aliyev, presidente di un Azerbaigian a maggioranza sciita, potrebbe un giorno pentirsi di aver introdotto i jihadisti sunniti nel suo territorio per combattere l’Armenia. Può anche rimpiangere la strumentalizzazione di cui è sottoposto da parte di Turchia e Israele, i cavalli di Troia della NATO. I suoi vicini russi e iraniani non lo perdoneranno facilmente.
La Russia, il cui governo e diplomazia non sono nati ieri, non è caduta a testa bassa, nella trappola dell’intervento immediato e muscoloso che potrebbe, dopo la tragicommedia “Navalny “, suonare la campana a morto per North Stream II.
Israele e l’Occidente della NATO avranno guadagnato qualcosa continuando le loro azioni di molestie ai confini di Russia e Iran, strumentalizzando l’Azerbaigian e cercando di staccare l’Armenia dalla CSTO nel quadro di della strategia di espansione ad est che perseguono da trent’anni? Niente è meno sicuro. Il futuro lo dirà.


Israele per mantenere il vantaggio azero nella guerra del Karabakh (https://asiatimes.com/2020/10/israel-to-maintain-azeri-edge-in-karabakh-war/)

A questa analisi, aggiungiamo informazioni che completano il quadro della crisi in corso:

Terroristi ex ISIS dalla Siria all’Azerbaigian

Secondo il Wall Street Journal del 14 ottobre 2020, centinaia di “ribelli siriani” stanno partendo per l’Azerbaigian assoldati dalla Turchia. Ciascuno riceverà uno stipendio da 7 a 10 volte superiore allo stipendio medio in Siria [1].I ribelli in partenza affermano di voler servire la Turchia, che è l’unico paese ad aiutarli ancora. La Turchia ha già trasferito 5.000 jihadisti dalla Siria alla Libia e almeno altri 1.000 in Azerbaigian. Diverse dozzine di loro sono già morte in Artsakh riportano avvisi di morte su siti jihadisti. La Russia considera questo afflusso di jihadisti nella sua area di influenza come una grave minaccia. Il 13 ottobre il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha telefonato al presidente Erdoğan, esortandolo a spiegare.

Un migliaio di questi terroristi si sarebbero già arresi in Karabakh

Se si deve credere al ministero degli Esteri armeno, l’esercito del Karabakh ha ottenuto un incredibile successo, circondando circa un migliaio di terroristi filo-turchi che sono arrivati ​​in Nagorno-Karabakh. Karabakh pochi giorni fa, costringendoli ad arrendersi incondizionatamente.La fonte riferisce che i miliziani hanno deciso volontariamente di arrendersi, perché nonostante le promesse della Turchia, non hanno ricevuto alcuna ricompensa.

Tutte le volte che Bibi ha minacciato l’Iran di “annientamento nucleare”

(Reseau Voltaire)

l primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è pubblicamente vantato delle operazioni terroriste d’Israele contro l’Iran. Netanyahu ha minacciato di sabotare la vendita di petrolio dell’Iran e minacciato il suo popolo di annientamento nucleare.

Atti terroristici, sabotaggio economico e minaccia nucleare sono violazioni della Carta delle Nazioni Unite, ma Israele è l’unico Stato membro dell’ONU che non rispetta le regole, ormai da tre quarti di secolo.
Il 29 agosto 2018 Netanyahu si è pronunciato da Dimona, sito sotterraneo per lo sviluppo di armi nucleari, additando l’Iran e affermando che «sul piano militare Israele dispiegherà tutta la propria forza contro l’Iran», minacciandolo esplicitamente di aggressione e di «distruzione» nucleare.
Il 18 dicembre 2018 Netanyahu ha ammesso la presenza in Iran di agenti israeliani implicati in attività terroristiche e di spionaggio, aggiungendo che vi si recano con regolarità.
Il 6 marzo 2019, prendendo la parola alla base navale di Haifa, Netanyahu ha dichiarato che la Marina avrebbe svolto un ruolo più rilevante nel blocco del trasporto del petrolio iraniano, raccomandando che vi si ponga fine con qualsiasi mezzo.
Il 25 giugno 2019 Netanyahu ha dichiarato che Israele avrebbe preso «tutte le misure necessarie» contro gl’impianti nucleari iraniani.

Ricordiamo che il Consiglio di Sicurezza ha rimosso tutte le sanzioni contro l’Iran e che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, dopo molte verifiche, ritiene che il programma nucleare iraniano sia soltanto civile.

La Luftwaffe si addestra in segreto alla guerra atomica

גרמניה

E’ uno scoop della Bild: “L’aviazione tedesca si sta attualmente addestrando con i partner della NATO per difendere la zona dell’alleanza con armi nucleari”. Questa settimana è iniziata un’esercitazione militare segreta della NATO, chiamata Steadfast Noon. Vengono impiegati cacciabombardieri, che potrebbero essere armati di armi nucleari in caso di guerra.

“Quest’anno, la base aerea di Nörvenich nel Nord Reno-Westfalia sarà il luogo dell’esercitazione” e “che è considerata una possibile posizione alternativa per le armi nucleari tattiche statunitensi [bombe all’idrogeno statunitensi o bomba H] tipo B61, che, secondo informazioni ufficialmente non confermate, è immagazzinato a Büchel in Renania-Palatinato ”.”Allo stesso tempo, a Büchel si sta svolgendo l’esercitazione Resilient Guard, durante la quale l’aviazione [tedesca] si sta addestrando per difendere la base aerea da un attacco” e che “secondo la Bundeswehr, l’uso del sistema missilistico antiaereo Patriot è praticato su terreni difficili ”.Combattenti olandesi, belgi e italiani sono coinvolti nelle esercitazioni. Esperti militari affermano che le esercitazioni della Resilient Guard mirano ad addestrare, tra le altre cose, al trasporto sicuro di armi nucleari statunitensi dai depositi sotterranei all’aereo e alla sua struttura. Si sottolinea che le prove si svolgono senza i carichi.

Il presidente Xi Jinping ha ordinato all’armata di essere pronta alla guerra

Il presidente cinese Xi Jinping ha invitato le truppe a “mettere tutte le loro menti ed energie nella preparazione per la guerra”, durante una visita martedì (13 ottobre) a una base militare nella provincia meridionale del Guangdong, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Durante un’ispezione da parte del Corpo dei Marines dell’Esercito popolare di liberazione nella città di Chaozhou, Xi ha esortato i soldati a “mantenere un alto stato di allerta” e li ho invitati ad essere “assolutamente leali, assolutamente puri e assolutamente affidabili”. La visita militare arriva mentre le tensioni tra Cina e Stati Uniti rimangono ai livelli più alti da decenni, con disaccordi su Taiwan e la pandemia di coronavirus che creano forti divisioni tra Washington e Pechino. La Casa Bianca ha informato il Congresso degli Stati Uniti lunedì 12 ottobre che prevede di andare avanti con la vendita di tre sistemi d’arma avanzati a Taiwan, secondo un assistente del Congresso, incluso il sistema missilistico avanzato di artiglieria ad alta mobilità (HIMARS).

4 - Lo spread dipende dalle banche centrali, il resto sono chiacchiere da salotto. Sono le banche commerciali che attraverso il clic dei prestiti creano moneta in circolazione (per la buona pace dei giornaloni). Si riconferma, per chi ne ha bisogno, dell'intervento monstre quotidiano fatto dalla Fed sul mercato interbancario a settembre 2019 a cui mancavano i liquidi

Lo choc bancario di una nuova Lehman è l’incubo ricorrente dei gestori Usa: l’allarme di Bank of America

16 ottobre 2020

Se esiste un termometro credibile per misurare la temperatura del mercato, questo è il sondaggio mensile condotto da Bank of America fra 200 gestori di fondi Usa. In particolare, il quesito relativo al tail risk che i professionisti dell’investimento ritengono più probabile che possa sostanziarsi all'orizzonte, cambiando così il corso del sentiment di mercato. Come mostra questa tabella

Bank of America

il mese di ottobre non ha riservato particolari scossoni sui primi due gradini del podio: Covid ed elezioni presidenziali restano in testa alle variabili con cui fare i conti nel futuro prossimo. Più interessante valutare quanto accaduto a ridosso della medaglia di bronzo: se infatti gli short squeezes sistemici posti in essere da qualche balena tornata ad operare in grande stile sul Nasdaq hanno ridimensionato i timori per una bolla tech, ecco che qualcosa pare agitarsi nei meandri più nascosti. E vitali. Rispetto a settembre, il mese in corso ha infatti registrato un aumento dei timori rispetto a un possibile evento di credito, sia esso corporate o sovrano. Di fatto, un rischio potenziale di Lehman event. Magari in sedicesimi ma capace, se combinato con le due criticità più incombenti sui mercati, di creare notevoli danni. E stante il livello di compressione degli spread che le Banche centrali stanno operando sui rendimenti dei titoli di Stato a livello globale, i sospetti paiono tutti concentrarsi sul comparto privato. In particolare, bancario.

Negli Usa, infatti, è partita la stagione delle trimestrali e i primi risultati mostrano comunque un grado di relativa resilienza alle avversità. Qualcuno addirittura può presentare ottimi risultati dai propri trading desk, certamente facilitati nel loro lavoro da un modello di investimento che presuppone ormai una sola regola: don’t fight the Fed. Insomma, operare front-load rispetto alle mosse della Banca centrale per vivere sereni. Qualcosa, però, pare non convincere del tutto. Nel giorno in cui due colossi assoluti come JP Morgan e Citigroup hanno presentato i loro conti, Wall Street ha concentrato le sue attenzioni ribassiste proprio sul comparto creditizio. Tanto da chiudere in negativo, dopo l’euforia della prima seduta settimanale e l’entusiasmo da possibile accordo sul piano di stimolo al Congresso.

Ovviamente, il peso specifico maggiore lo hanno avuto i dati relativi alle performance degli utili che ancora pagano lo scotto al regime di semi-emergenza da Covid ma le attese degli analisti erano per un netto miglioramento rispetto al profondo rosso del secondo trimestre, punto più basso dalla grande crisi finanziaria di oltre un decennio fa. Il consensus, infatti, si posiziona attorno al -19% su base annua contro il -30% del trimestre precedente, un miglioramento figlio anche degli accantonamenti record e del draconiano giro di vite impresso alla concessione di crediti per timori relativi a un deterioramento della situazione macro – disoccupazione più sofferenze, specie le delinquencies su carte e credito al consumo – cui la Fed non fosse in grado di reagire in tempi e modi consoni all'ennesima emergenza.

Ma ecco che questi due grafici

Bloomberg
Bloomberg

paiono mostrare l’iceberg che si muove silenzioso sotto il pelo del’acqua, mostrando al mondo solo la sua punta: stando ai dati resi pubblici, JP Morgan nel terzo trimestre ha registrato un +30% su base annua relativo ai depositi rispetto al +5% dei tre mesi precedenti, a quota poco superiore a 2 trilioni di dollari. Il tutto, però, a fronte di un tasso di concessione media di prestiti rimasto invariato su base annua a 991 miliardi, in calo del 4% rispetto al secondo trimestre. Tradotto, per la prima volta nella storia, JP Morgan ha comunicato al mercato un 100% in più di depositi rispetto ai prestiti. O, invertendo i fattori, siamo di fronte all’unicum di una ratio fra prestiti e depositi scesa al di sotto del 50%, quando solo nel medesimo arco temporale dello scorso anno viaggiava ancora in area 64%. Stessa dinamica per Citigroup, il cui livello di depositi è salito al massimo storico a fronte di una stagnazione alla voce concessione di prestiti che prosegue ormai da dieci anni.

Cosa unisce le due realtà prese in esame? Il fatto che il de-couple fra le due voci sia cominciato in maniera strutturale con il lancio da parte della Fed del Qe1 (25 novembre 2008), momento spartiacque dal quale la divergenza è andata sempre ampliandosi. Cosa significa questo? Sostanzialmente, due cose. Primo, un segnale chiaro al mercato di qualcosa che sta andando in distorsione sistemica, poiché quella ratio rappresenta una delle metriche più osservate per misurare l’effettivo livello di prestiti erogati da un istituto rispetto alla sua potenziale capacità totale di prestito. Insomma, un proxy per capire quanto i cordoni della borsa siano più o meno chiusi. E, di conseguenza, anche la motivazione. Secondo e più importante, almeno a livello di implicazioni “politiche” in tempi di Mmt ed helicopter money, ciò che sovrintende il nuovo concetto di riserva frazionaria nel sistema bancario in regime di Qe globale: cosa viene prima, i prestiti o i depositi?

Tradotto, sono le banche commerciali che creano la massa monetaria in circolazione (attivandola proprio attraverso i prestiti) o è la Banca centrale del caso a sovrintendere l’intero processo di creazione della moneta? Questione che appare di lana caprina o degna di un simposio accademico per grado teorico ma che, invece, ha implicazioni dirette nell’economia reale. E nello stesso mercato. A detta della vulgata monetarista più diffusa, quella che di fatto difende quasi acriticamente i processi espansivi in atto (auspicandone con convinzione sempre più spinta l’adozione a livello strutturale), sono sempre i prestiti a venire prima, poiché soltanto dopo la loro erogazione la banca riceve “in cambio” i depositi frutto della circolazione di valuta.

I dati di JP Morgan e Citi in tal senso, parlano però un’altra lingua. E, forse, prefigurano un cambio epocale fra ascisse e ordinate sul piano di creazione dei depositi tramite erogazione di credito. Qualcosa di finora esiziale pare terminalmente giunto al punto di non ritorno. Il motivo e la sua diretta, ancorché per ora solo potenziale, conseguenza a lungo termine sul sistema? Ce li mostrano questi altri due grafici

Zerohedge
Bloomberg/Zerohedge

il primo dei quali fa riferimento alla dinamica fra prestiti e depositi per le banche Usa fra il 2000 e il 2014. Quando avviene il de-couple, la netta divaricazione fra le due voci? Con l’intervento della Fed tramite il primo Qe post-Lehman, evento spartiacque dopo il quale la creazione di credito tramite l’erogazione di prestiti è stata virtualmente nulla, a fronte di depositi cresciuti fino a quasi quota 10 trilioni. E proprio il delta fra le due voci, quei 2,445 trilioni di dollari, rappresenta l’esatto ammontare di riserve in eccesso iniettate dalla Fed nel sistema bancario in quell’arco temporale, ovvero fra il Big Bang dei subprime e il 2014.

Il secondo grafico, poi, mostra la dinamica maggiormente interessante, anche e soprattutto nel momento attuale di crisi sistemica delle economie reali a causa del (-lo strumento) Covid. La velocità di trasmissione della massa monetaria M2 è letteralmente precipitata al minimo storico in contemporanea con questo processo di rivoluzione bancaria. Tanto che la domanda di prestiti appare sideralmente lontana dal tasso che le sarebbe necessario per controbilanciare la creazione forzata di depositi imposta dalla Fed. O, comunque, dalle Banche centrali.

Detto fatto, quella stessa liquidità non viene trasmessa all’economia reale ma fluisce nei mercati di capitale, dando vita a un contesto di deflazione generale – ad esempio, salariale – e contemporanea iper-inflazione nei prezzi degli assets. Tradotto, bolla azionaria. Insomma, quando si sottolinea come il Qe si stia sostanziando negli Usa come un sostegno pressoché strutturale ai corsi azionari (mentre in Europa i beneficari sono i debiti sovrani, anche attraverso il doom loop proprio delle detenzioni bancarie) non si lanciano accuse nel ventilatore della retorica per ottenere refoli di propaganda a buon mercato: sostanzialmente, si sta soltanto descrivendo una realtà operativa in seno ai gangli di potere reale del sistema.

Ora, al netto di questo trend ormai consolidato nel tempo, come leggere il fatto che proprio JP Morgan con la sua mossa di spostamento monstre di riserve dai conti della Fed, lo scorso autunno (settembre 2019) ha obbligato la medesima Banca centrale a rientrare in campo dopo un decennio di inattività, inondando il mercato interbancario di liquidità repo e term? E sempre alla luce di quella ratio prestiti/depositi così sistemicamente sproporzionata, come spiegare l’eccesso di cautela nella costruzione di cuscinetti precauzionali sulle perdite posto in essere a inizio 2020 dalle banche Usa e seguito a stretto giro da un irrigidimento senza precedenti proprio degli standard di concessione del credito? Insomma, quanto è esposto al rischio di controparte e al leverage il sistema bancario globale, immerso com’è nel casinò di indici in bolla e derivati fuori controllo? Quanto è alto il rischio potenziale per arrivare all’attuale stato di allarme permanente e vedere un buon numero di gestori di fondi prefigurare a breve un possibile evento di credito come tail risk? Qualcosa nella retorica del Qe comincia a scricchiolare. In maniera sinistra.

Ma se i dati sono questi perchè le televisioni ci forniscono quotidianamente la dose di terrorismo? e perchè il governo gli amministratori ci tengono tanto a relegarci in casa e a farci mettere le mascherine all'aperto?

Covid: numeri e confronti tra marzo e ottobre su positivi, ricoverati e morti

16 ottobre 2020


Il punto su Covid in Italia: positivi, ricoverati e morti

Emergenza o allarmismo? Epidemia senza controlli o disorganizzazione su tracciamento e testing? Governo imbelle, cittadini irresponsabili o amministrazioni locali inette?

Sono alcune delle domande che animano il dibattito non solo mediatico.

Poi ci sono numeri e confronti fra marzo e ottobre.

Lasciamo parlare i dati con alcuni approfondimenti di esperti e giornali.

Iniziamo dai numeri dei positivi.

Il 21 marzo, uno dei giorni peggiori della pandemia, ce ne erano 6.557. Ieri 8.804.

Tenendo conto che i positivi non sono né contagiati né malati, il numero è rilevante solo se rapportato con quello dei tamponi effettuati: il 21 marzo furono 26 mila, ieri 163 mila. Sei volte di più, ricorda oggi il Corriere della Sera: “Anche da questo numero è difficile desumere se va meglio o peggio, se il numero dei contagiati reali, non solo diagnosticati, è cresciuto o meno”.

L’ANALISI DEL CORRIERE DELLA SERA

Rilevante, poi, è il tasso di positività, ovvero la percentuale di tamponi che risulta positiva rispetto a quelli effettuati: “A marzo era del 25%, ora è del 5,4%. Il motivo è semplice: all’epoca si testavano solo i sintomatici, ora anche e soprattutto gli asintomatici. In genere, se il tasso è basso, è un elemento positivo, perché si deduce che il virus è meno diffuso. Ma molto dipende da come e a chi vengono fatti i tamponi”, si legge sul Corriere della Sera che ha sentito epidemiologi e virologi.

IL NUMERO DEI RICOVERATI

Passiamo ora ai ricoverati: il 21 marzo erano 17.708 (ma si è arrivati anche a 30 mila), ieri 5.796, un terzo. Quelli in terapia intensiva 2.857 allora, 586 ieri, un quinto.

L’ANALISI DEL PROF. PALU’

Ha commentato Giorgio Palù, già Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università di Padova è attualmente Adjunct Professor di Neuroscienze e Biotecnologie presso l’Università di Temple (Philadelphia, Pennsylvania, Usa): «Abbiamo imparato a capire i sintomi e usiamo meglio i farmaci per impedire che il paziente vada in rianimazione. Il virus cresce meglio in uno stato di infiammazione. Ora interveniamo con il Remdesivir e l’eparina in fase precoce e con il cortisone in fase avanzata. Dopo sei mesi abbiamo anche capito che i farmaci anti-Hiv non funzionano con il Covid».

CAPITOLO TERAPIE INTENSIVE

Un parametro migliorato è quello della capienza delle terapie intensive. Il 20 marzo l’occupancy, il tasso di saturazione, era del 52%, ora si attesta intorno all’8%, sottolinea il Corriere della Sera: “Ma anche qui bisogna stare attenti. Perché la media ha poco senso in un sistema sanitario così disomogeneo. Come per la storia del pollo, se un reparto è pieno e uno vuoto, non si può parlare di reparti occupati a metà”.

DOSSIER DECESSI

I decessi calano, nonostante il brusco raddoppio di ieri. Il 21 marzo erano 793, ieri 83. “Ma neanche questo è un dato che indica la regressione del virus – sottolinea l’approfondimento del Corriere della Sera – Perché, come si diceva, abbiamo imparato ad affrontare meglio la malattia. E perché è cambiata la fascia di popolazione più soggetta al virus. Basti guardare l’età mediana dei positivi: all’inizio della pandemia era sui 65 anni, poi è scesa a 29 e ora si attesta a 42 anni. È ovvio che se la popolazione contagiata è più giovane, la mortalità sarà più bassa”.


Lo strumento covid-19 ha solo accelerato la crisi economica-finanziaria sancita dall'intervento della Fed a settembre del 2019 con le sue tonnellate di miliardi quotidiano nel settore interbancario in crisi di liquidità. Oggi le banche centrali hanno il compito di accompagnare la crisi con andamento dolce limitando possibilmente tutte le asperità che si presentano. La crisi finanziaria è insita nello strumento covid-19 scelto per distruggere uomini, merci, capitali e mezzi di produzione

Crisi finanziaria da Covid-19 in arrivo? L’allarme di Banca Mondiale

16 Ottobre 2020 - 11:31 

Il Covid-19 potrebbe portare presto ad una nuova crisi finanziaria. La previsione di Banca Mondiale.


Il coronavirus ha avuto un impatto economico molto forte a livello mondiale, con gli indicatori della produzione interna dei maggiori Paesi che hanno registrato valori molto negativi.

Potrebbe però non essere finita qui. La capo economista di Banca Mondiale, Carmen Reinhart, ha dichiarato a Bloomberg TV che sarebbe in arrivo una crisi finanziaria da Covid-19, con conseguenze molto gravi.

Crisi finanziaria da Covid-19 in arrivo?

Secondo Reinhart, la strategia attuata da parte di diverse banche centrali, come la BCE o la FED, di acquistare titoli di stato per rendere i tassi di rendimento bassi porta con sé diversi rischi.

L’economista cubana sostiene come, nonostante sia comprensibile che i governi stiano mettendo in campo misure disperate, si tratta di un “gioco a somma zero” che non porterà benefici durante il lungo periodo.

Inoltre, già prima che il coronavirus facesse la sua comparsa, la leva finanziaria in diversi casi era già molto alta.

La previsione di Banca Mondiale

Al tempo stesso, continua l’analisi di Reinahrt, al momento risulta impossibile prevedere le perdite di credito nel futuro.

Quindi, le banche, le quali in questo caso non hanno dato origine alla crisi, difficilmente resteranno indenni nel momento in cui si dovrà attivare la fase di solvibilità dei prestiti erogati.

Infatti, in questo caso sono stati concessi dei finanziamenti a basso costo a dei “cattivi pagatori”.

Così, da una parte non è sicuro se gli Stati debitori riusciranno a restituire i soldi presi in prestito attraverso l’emissione di bond, ma anche se questi pagassero effettivamente tutto il dovuto, chi ha concesso il prestito vedrebbe una bassa redditività dell’investimento.

I sondaggi di Bank of America e Oxford Economics

Una previsione molto negativa, confermata da un sondaggio condotto da Bank of America, riservato ad alcuni gestori di hedge fund statunitensi, su quali siano secondo loro i maggiori tail risk nell’immediato futuro.

Al primo posto troviamo proprio il Covid-19 ma, dato ancora più interessante, crescono i timori dello scatenarsi di un credit event, ovvero un caso di default del debitore, sia corporate che sovrano, il quale potrebbe causare gravi problemi all’intero mercato finanziario.

Un rischio percepito anche dai partecipanti ad un’altra indagine condotta da Oxford Economics, nella quale è stato dato, da parte degli intervistati, il 20% di probabilità di una possibile crisi finanziaria nei prossimi due anni.

In molti però credono che non si ripresenterà nella stessa forma del 2008, quando la bolla dei subprime americani investì tutto il mondo con un impatto devastante per le economie del pianeta.

Tuttavia, come viene invece sostenuto da altri, una crisi finanziaria non si presenta mai nello stesso modo, e sarebbe proprio questo a renderla ancora più pericolosa.

Tu medico se ti discosti dalla narrativa ufficiale verrai indagato dai Nas e segnalato alla procura che aprirà un fascicolo su di te mentre l'ordine dei medici si incaricherà di censurare le tue opinioni. NON È STATA RISCONTRATA RIDUZIONE SIGNIFICATIVA NELLA TRASMISSIONE DELL’INFLUENZA CON L’USO DI MASCHERINE

BORGARO – Medico negazionista della pandemia covid: procura apre indagine per procurato allarme

Maurizio Blondet 16 Ottobre 2020 

La procura di Ivrea, partendo dalla segnalazione dei carabinieri del Nas, ha aperto un fascicolo d’indagine sul medico di base Giuseppe Delicati, 60 anni


La procura di Ivrea, partendo dalla segnalazione dei carabinieri del Nas, ha aperto un fascicolo d’indagine sul medico di base Giuseppe Delicati, 60 anni, ex ufficiale medico di complemento, che, via internet, ha diffuso nei giorni scorsi un filmato con teorie che arrivano a negare la pandemia Covid e su un’ipotetica attivazione del coronavirus da parte del vaccino antinfluenzale.

L’ordine dei medici di Torino ha chiesto la rimozione del video pubblicato sui social.

Mia nota:

Il medico coraggioso, ex ufficiale, viene bollato come “negazionista” a scopo diffamatorio. Non ha “negato” nulla, ha invece espresso il parere che il vaccino anti-influenzale possa provocare una attivazione del coronavirus, come risulta da uno studio condotto – dall’ente americano che ha cura degli invalidi militari – fra oltre 2000 reduci militari americani invalidi e anziani, relativi alla stagione influenzale 2017-18, ha mostrato che la vaccinazione anti-influenzale aumenta il rischio di essere infettati dal coronavirus del 36%: ciò, a causa di un fenomeno imprevisto di interferenza virale. “Le persone vaccinate vedono aumentare il rischio di altri virus respiratori perché non hanno acquisito l’immunità genetica, non specifica, verso gli altri virus” ambientali nella stagione influenzale.

(Qui la fonte dello studio USA, se la procura si degna di consultarlo:




Che la vaccinazione anti-influenzale “abbassi le difese” è discusso anche da altri medici, come riportato da Il Fatto Quotidiano:


Quello che viene violato è il diritto-dovere del medico di curare “secondo scienza e coscienza”.

Il CDC (Center for Diseases Control, il massimo ente federale per le malattie infettive ) ha studiato quanto le mascherine limitino i contagi. Tutte: stoffa, chirurgiche, riutilizzabili, monouso. Conclusione: NON È STATA RISCONTRATA RIDUZIONE SIGNIFICATIVA NELLA TRASMISSIONE DELL’INFLUENZA CON L’USO DI MASCHERINE

Qui lo studio:


Il sistema economico dell'Occidente ha bisogno di distruggere uomini, merci, capitali e mezzi di produzione, un reset necessario per la crisi di SOVRAPPRODUZIONE che impedisce negli investimenti produttivi adeguati ritorni di profitti. Finita la distruzione il sistema economico Occidentale può su nuove basi ricominciare il ciclo di accumulazione e tornare a fare soldi. La pandemia è un ottimo strumento per raggiungere questi obiettivi

Ma non hanno distrutto l’economia e posti di lavoro

Maurizio Blondet 15 Ottobre 2020 

“casi gravi sono stati 809, e 198 i morti”.


2019, idem:

Il lettore Alessandro S. ha dato un contributo interessante:

Seguo tutti i giorni con grande interesse i Suoi interventi sul web e vorrei inviarLe alcuni dati sull’influenza, facilmente reperibili su internet, ricercando un po’.

1-Anche nel 2015 c’è stata una influenza più forte del solito e 50 mila morti in più rispetto all’anno precedente (non 50 mila morti in totale, 50 mila morti in più rispetto al 2014)
Era dai tempi della IIa guerra mondiale che nel nostro paese non si verificava un simile aumento della mortalità, eppure non ricordo né mascherine. né distanziamenti o divieto di assembramenti (per tacere della sospensione della Costituzione coi Dpcm…)
Eppure siamo sopravvissuti lo stesso…

2-Nella stagione 2016/2017, l’ultima per cui ci sono i dati, l’influenza e la similinfluenza (ovvero: stessi sintomi, ma tampone negativo) hanno fatto 5 milioni e mezzo di malati (malati veri, a letto con la febbre, per intenderci) e 43 mila morti. Studio pubblicato sull‘ International Journal of infectious diseases fra i cui autori figura anche Walter Ricciardi, consigliori del “ministro della paura” Roberto Speranza
Dell’influenza di quell’annata diede conto, ad esempio, anche “Repubblica” del 18/3/2017.

3)Sulle mascherine ecco cosa dice sempre il succitato Ricciardi, Ordinario di Igiene e Sanità pubblica all’Università Cattolica di Roma, certo non un pericoloso nazista-negazionista-terrapiattista:
“Le mascherine non servono alle persone sane, servono solo ai malati e al personale sanitario
Ecco, invece un altro esperto o pseduo tale del governo, intervistato dal Corriere della Sera:
“L’obbligo di indossare la mascherina all’aperto è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità»

E’ solo un richiamo, un segnale…non importa se hanno senso…
Beh, se la Fiat ne produce 27 milioni al giorno, a qualcuno dovranno pur venderle, o no? (E proprio a noi devono venderle?)

4) Le persone decedute e risultate positive al covid 19 (la prassi è la seguente: una persona muore, fanno il tampone, se è positivo viene inserito nel conteggio “a prescindere”, per dirla con Totò) si concentrano in alcune zone del Nord (il 71% dei casi è compreso nella zona Lombardia-Emilia-Piemonte) hanno un’età media di 80 anni, la metà stavano nelle rsa, solo il 4% non aveva già gravi malattie croniche, il restante 96% aveva in media 3-4 gravi patologia croniche, solo in meno di 100 casi si trattava under 40, e comunque nella grande maggioranza dei casi questi giovani presentavano malattie pregresse (si vedano i report dell’Istituto superiore di sanità)

5) I tanti virus influenzali e parainfluenzali circolano tutto l’anno, estate compresa, tant’è che negli anni scorsi si potevano leggere titoli del tipo “Arriva l’estate, torna l’influenza” o “Settembre nero degli italiani, 120 mila a letto con la febbre” e il rischio zero non esiste, perché se si vuole il rischio zero, paradossalmente, non si dovrebbe nemmeno andare in ospedale, posto che nel 2016 in Italia quasi 50 mila persona sono morte a causa di infezioni contratte proprio in ospedale, per tacere delle vittime degli errori medici (diagnosi sbagliate, terapie sbagliate, operazioni sbagliate: quest’anno la malasanità è evidentemente sparita, si muore solo di covid ed i medici sono tutti eroi…)

6) Essere positivi non vuol dire niente se non si hanno sintomi, il positivo non è malato e i dati diffusi non hanno alcun valore statistico, in quanto le statistiche si fanno su un campione rappresentativo della popolazione, non a casaccio.

7) Nel nostro paese ogni giorno muoiono in media 1700 persone (dati ISTAT 2017) la maggior parte per malattie del sistema circolatorio e cancro, ma anche 14mila l’anno per malattie infettive (scoop: si moriva di malattie infettive anche 3 anni fa e la sola AIDS fa più vittime degli omicidi, ovvero 465 contro 335)

8) Se, come indica il presidente dell’ISTAT Blangiardo, prendiamo come parametro di riferimento sul covid-19 i morti per malattie respiratorie, sempre nel 2017 abbiamo avuto 53 mila decessi certificati in Italia e 6 milioni a livello mondiale (con riferimento al 2016)

E' nostra responsabilità, di italiani, aver mandato al governo, al Parlamento una massa di corrotti incapaci incompetenti che ci odiano. La nostra marina militare è fondamentale e dobbiamo investire moltissimo su di essa, da adesso, e dobbiamo soprattutto usarla

Edward Luttwak contro Di Maio e Guerini: "La Marina italiana è la più forte ma si rifiuta di esercitare questo potere"


13 ottobre 2020

Da Edward Luttwak una chiara frecciatina a Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini. L'economista statunitense non riesce proprio a comprendere come i 18 pescatori che erano a bordo di due pescherecci partiti da Mazara del Vallo, nella Sicilia occidentale, si trovino ancora in stato di fermo in una caserma di Bengasi, città costiera dell’est della Libia. "La Marina italiana - tuona a Quarta Repubblica, programma di Rete 4 condotto da Nicola Porro - è la più forte del Mediterraneo, se l'Italia si rifiuta di esercitare questo potere, i pescatori sono le prime vittime". Insomma, un modo come un altro per dire che dopo un mese il governo giallorosso non ha mosso un dito per riportare gli italiani a casa. Al ministro degli Esteri e a quello della Difesa saranno fischiate le orecchie.

NoTav - criminalizzazione SI verità NO. La Torino-Lione esiste già e passa per il Frejus

Tav bocciata dalla Corte dei Conti europea. Politica e stampa nascondono la notizia

14.10.2020 - Per Un Altra Citta

(Foto di archivio Pressenza)

Una implacabile analisi della Corte dei Conti Europea boccia la linea ad Alta velocità Torino-Lione, ma la politica, la stampa e la magistratura italiane fanno finta di non accorgersene, puntando solo a criminalizzare chi si oppone, oscurandone i validi motivi. È un grave sintomo di crisi democratica.

Mentre i grandi media osservano con minuziosa attenzione gli arresti di alcuni attivisti appartenenti al movimento No TAV, cercando ovunque minimi indizi che possano associare quella lotta a criminalità e addirittura terrorismo, è arrivata una nuova solenne bocciatura del progetto di linea Torino Lione, ma nessuno, a parte il Fatto Quotidiano, pare essersene accorto. Strano comportamento da parte di chi pretenderebbe di fare informazione; ma facciamo un po’ di ordine nella sciagurata orgia di bufale e nei silenzi.

La Corte dei Conti Europea ((European Court of Auditors – ECA) nel giugno 2020 aveva pubblicato una analisi di otto grandi progetti europei, tra cui la Torino Lione con i suoi doppi tunnel di 57 km; il suo verdetto era stato spietato con quasi tutti i progetti che sarebbero stati realizzati: non era garantita la loro realizzazione, come previsto, entro il 2030 e la convenienza economica non era per niente chiara. Per la famigerata Torino Lione anche il calcolo dei benefici sulla produzione di CO2 non era per niente positivo.

Questi dati furono riportati dai media in maniera molto, troppo sobria; alla notizia dettero ovviamente rilievo i movimenti ambientalisti, ma subito seguirono comunicati e paginate di editti sulla strategicità dell’opera indispensabile per “andare in Europa”, per combattere la disoccupazione, per colmare il presunto gap infrastrutturale italiano, per salvarci dalla crisi che invece non scompare, anzi si aggrava, nonostante la mole di cemento utilizzato ed il consumo di suolo prodotto. Insomma i fumogeni furono accesi per non far vedere il re nudo.

A seguito di quel documento dell’ECA, un gruppo del Movimento, il Presidio Europa No TAV, ha chiesto di poter avere lo studio che è stato alla base del giudizio critico sull’opera italo-francese. Le analisi sul progetto Torino Lione sono opera di un economista francese, Yves Crozet, e sono una grave denuncia delle manipolazione dei dati che sono alla base della giustificazione della necessità dell’opera.

Sostanzialmente i dati errati prodotti dai costruttori dell’opera sono relativi ai flussi di traffico previsti e al risparmio previsto di emissioni di CO2. Le parole di Crozet sono lapidarie:

“Nel caso di progetti che non hanno un ritorno finanziario, ma che sono giustificati da motivi ambientali, è il ritorno socioeconomico stimato che viene gonfiato dai promotori del progetto. Il finanziatore pubblico deve essere convinto che è nell’interesse della comunità finanziare l’operazione. La galleria Lione-Torino è un tipico esempio di questa manipolazione del calcolo economico in cui, oltre alla sopravvalutazione del traffico, vi sono valutazioni fantasiose dei guadagni in termini di emissioni di CO2 . Una volta rivisti, i dati del calcolo economico danno al progetto un quadro completamente diverso”.

Il documento naturalmente motiva tecnicamente questa sentenza che è requiem per i cementificatori: la Torino Lione non è finanziariamente sostenibile, i vantaggi socioeconomici e ambientali non giustificano assolutamente l’opera.

Una notizia del genere – ricordiamoci che si parla di un’opera in cui il solo tunnel di base ha un costo preventivato di 9,6 miliardi e l’intera linea circa 26 miliardi! – secondo chi scrive doveva essere sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali, perché le risorse previste sono di dimensioni da impensierire tutto il paese e anche l’Europa. Invece l’eco della notizia si è avuta solo su un quotidiano e sulla cronaca torinese del Corriere con un modesto articolo; al contrario l’eco degli arresti di alcuni militanti sono stati oggetto di una attenzione morbosa che li ha addirittura avvicinati alle vicende degli anni di piombo; la sproporzione tra i 700 euro contestati ai militanti condannati e i 26.000.000.000 (26 miliardi) che sarebbero sperperati nella costruzione del TAV danno la misura dello strabismo dei media.

Questo silenzio, assieme alla manipolazione – cioè falsificazione, menzogna – dei dati, accende un riflettore inquietante non solo sulla Torino-Lione, ma sulla generale situazione italiana:
• una democrazia senza una informazione corretta non è sostenibile, in Italia l’informazione è in buona parte asservita alla lobby dei costruttori e di chi ha interessi nelle privatizzazioni;
• esiste una classe di imprenditori che sono sostanzialmente “prenditori puri”, cioè sono parassiti di tutto il paese promuovendo, oltre a privatizzazioni di servizi pubblici, opere inutili e dannose;
• abbiamo una classe politica totalmente asservita a interessi di una élite che confliggono con l’interesse generale e quello ambientale; chi comanda davvero non sono le istituzioni, ma i poteri forti;
• si è creato un ceto parassitario che vive a spese della collettività gestendo progetti non solo inutili, ma di difficile realizzazione, consentendo la sopravvivenza di società, come Telt, di nessuna utilità economica o sociale; lo stesso vale per la miriade di imprese che si giovano della privatizzazione dei servizi.

Se sono attendibili queste conclusioni cui siamo giunti dopo decenni di osservazioni delle politiche economiche, non resta che auspicare una resurrezione della Fantasia che sappia narrare un mondo in cui al centro ci siano l’essere umano e la biosfera, invece della tutela dei profitti di una esigua e dannosa minoranza.

Gli interessati ad approfondire possono avere a questo link il testo dell’analisi dell’opera.

Tiziano Cardosi


venerdì 16 ottobre 2020

3 - Lo spread dipende dalla Bce tutto il resto sono chiacchiere da salotto. Con un clic si creano montagne di monete

"Le banche centrali creano moneta dal nulla". Ora lo ammette anche la Banca d'Italia


di Thomas Fazi
15 ottobre 2020

Quante volte in questi anni ci siamo sentiti dire che bisognava tagliare il welfare, la scuola, la sanità, la ricerca, le pensioni ecc., che non si poteva fare nulla per i disoccupati, per i poveri, per i lavoratori, per i piccoli imprenditori, per gli ultimi, perché “non c’erano i soldi”?

Che non si poteva fare deficit perché altrimenti “i mercati ci avrebbero punito facendo schizzare in alto lo spread”?

Che l’austerità era il prezzo da pagare per abbattere “il macigno del debito pubblico”, ormai avviatosi su un sentiero di “insostenibilità”, pena il “default”?

Un enorme castello di menzogne, che adesso – sotto il peso della realtà (della pandemia) – sta crollando un pezzo alla volta.

Proprio l’altro giorno, durante l’audizione sulla nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF) davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il capo del dipartimento di economia e statistica di Banca d’Italia, Eugenio Gaiotti, parlando delle operazioni di politica monetaria della BCE, ha ammesso candidamente che nei moderni regimi monetari le banche centrali, inclusa la BCE, possono creare “dal nulla” tutta la moneta che vogliono.

«Come qualsiasi banca centrale – ha detto Gaiotti – la BCE acquista titoli e crea moneta, crea proprie passività per sostenere l’economia. Tutto qua».

Ah, quindi la storia per le politiche di austerità erano una necessità dettata dal fatto che l’Italia stava “finendo i soldi” era una balla? La macelleria sociale di questi anni si sarebbe tranquillamente potuta evitare se solo la BCE avesse scelto di «creare moneta per sostenere l’economia» invece di usare lo spread come manganello per imporre brutali politiche di austerità? Ad averlo saputo prima, ci saremmo evitati di rovinare la vita a svariati milioni di persone.

A proposito di spread, è interessante notare come, a fronte di un deficit del 10 per cento e di un incremento del rapporto debito/PIL che si prospetta nell’ordine del 20 per cento, i tassi di interesse sui titoli italiani siano… scesi ai minimi storici.

Ma come? E la storia per cui non potevamo fare deficit perché altrimenti sarebbe salito lo spread? Una balla anche quella: è ormai chiaro anche ai bambini che i tassi di interesse sui titoli di Stato (e dunque lo spread) non dipendono dai mercati ma dalla banca centrale. 

Quindi in questi anni di infiniti dibattiti e di terrorismo mediatico-politico sullo spread – che hanno profondamente destabilizzato il processo democratico, arrivando persino a provocare la caduta di un governo (Berlusconi IV) – abbiamo parlato del nulla? 

Ma pensa te. Ad averlo saputo prima, magari in questi anni ci saremmo potuti occupare di problemi reali ed avremmo evitato di ancorare il destino del nostro paese ad un indicatore completamente insignificante (nella misura in cui è, come detto, controllato dalla banca centrale).

Vabbè, ma almeno la storia della necessità impellente di ridurre il nostro “enorme” debito pubblico era vera? Purtroppo no: una balla anche quella. 

Fintanto che il debito pubblico di uno Stato è garantito dalla banca centrale che emette la valuta in cui è denominato il debito, non si pone nessun problema di sostenibilità, indipendentemente dal rapporto debito/PIL (come dimostra il Giappone, il cui rapporto ha ormai superato il 250 per cento). Tanto più se una banca centrale si impegna a comprare tutti o una buona parte dei titoli di nuova emissione, come sta facendo la BCE da mesi*. 

Fino a ieri, però, eravamo in pochi a sostenere questa banale verità, a fronte di un martellamento politico-mediatico costante sull’insostenibilità del debito italiano. Oggi, invece, è tutto un “contrordine, compagni!”. 

È stato un altro tecnico di Banca d’Italia – Fabrizio Balassone, capo del servizio struttura economica –, sempre in occasione dell’audizione presso le commissioni di bilancio riunite, a dire che non solo l’Italia non presenta alcun problema di sostenibilità del debito ma che addirittura «noi non abbiamo mai sostenuto come Banca d’Italia che ci fosse un problema di sostenibilità del debito».

Ma pensa te. Sarà stato un caso di allucinazione collettiva? 

Eppure poco più di un anno fa un certo Ignazio Visco diceva: «Abbiamo un debito pubblico elevato in rapporto al PIL e abbiamo dei dubbi che riusciamo a sostenerlo».

E prima ancora sempre costui aveva dichiarato: «Il rapporto tra debito pubblico e PIL potrebbe rapidamente portarsi su una traiettoria insostenibile. Vanno tenuti in considerazione i vincoli che derivano dall’elevato livello del debito, in quanto un aumento improduttivo del disavanzo finirebbe col peggiorare le prospettive delle finanze pubbliche, alimentando i dubbi degli investitori e spingendo più in alto il premio per il rischio sui titoli di Stato».

Ma chi è dunque questo Visco che andava in giro a spargere fake news sull’insostenibilità del debito pubblico e sul legame tra deficit e tassi di interesse? Ah sì, è il direttore della Banca d’Italia.

*Ciò non toglie che i singoli Stati rimangono comunque alla mercé della BCE: in qualunque momento la BCE può rivedere la propria politica monetaria e far ripiombare uno Stato nelle fauci della speculazione. La differenza tra l'eurozona e tutti gli altri paesi avanzati sta tutta qua: in questi ultimi, la banca centrale è effettivamente dipendente dal governo; nell’eurozona, invece, sono gli Stati ad essere dipendenti dalla banca centrale. In questo senso, nella misura in cui il debito italiano rischia di (ri-)diventare insostenibile, questo è unicamente una conseguenza dell'appartenenza dell'Italia all'architettura dell'euro.