L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 novembre 2020

L'Idrogeno verde, il re dei combustibili è entrato nei piani della Cina, qualche barlume in Euroimbecilandia con la Germania, con l'Australia. Stati Uniti silente

Come la Cina punta sull’idrogeno (senza rinunciare al petrolio)

21 novembre 2020


La provincia del Guangdong, nella Cina meridionale, ha presentato dei piani per lo sviluppo di veicoli a idrogeno. Ma un think tank invita Pechino ad aumentare anche la capacità di stoccaggio del petrolio

Questa settimana la provincia del Guangdong, nella Cina meridionale, ha presentato dei piani per lo sviluppo di veicoli a celle a combustibile, che utilizzano l’idrogeno come carburante. Si parla di incentivi all’innovazione nella filiera industriale dell’idrogeno, ma soprattutto viene sottolineata l’importanza, per i produttori, di essere indipendenti sulle tecnologie di base.

L’AUTARCHIA E L’IMPORTANZA DEL GUANGDONG

Non si tratta di un caso: “autarchia tecnologica” è infatti una delle parole chiave – forse la principale – del nuovo piano quinquennale cinese che, approvato a fine ottobre, fissa gli obiettivi di sviluppo economico per gli anni dal 2021 al 2025.

Piano che, tra l’altro, è stato discusso a seguito di un viaggio del presidente Xi Jinping proprio nel Guangdong. Una meta, anche questa, non casuale. La provincia è già il simbolo delle riforme di apertura promosse negli anni Ottanta dall’allora leader Deng Xiaoping; oggi, con Xi, il Guangdong diventa il cuore dell’evoluzione cinese da luogo di produzione manifatturiera in leader dell’innovazione tecnologica.

COSA FARÀ IL GUANGDONG SULL’IDROGENO

Oltre ad incentivare l’innovazione, la provincia del Guangdong dice di voler promuovere un maggiore utilizzo delle celle a combustibile nei tir, nei veicoli per la logistica e in quelli per le attività portuali. Entro il 2022 dovrebbe venire prodotta la prima nave ad idrogeno e il primo set di celle a combustibile per il riscaldamento e l’alimentazione domestica.

Il governo della provincia, inoltre, sovvenzionerà la costruzione di stazioni di rifornimento di idrogeno con una capacità superiore a 500 chili, che dovranno entrare in funzione entro il 2022.

Il Guangdong ha recentemente annunciato di essere a buon punto per costruire, entro la fine di quell’anno, 200 stazioni di rifornimento. È un obiettivo che si inserisce in un progetto più vasto, che punta a creare delle “città dimostrative per la promozione dei veicoli a celle a combustibile” nella Greater Bay Area, la macroarea nella Cina meridionale che comprende le regioni di Guangdong, Macao ed Hong Kong e che Pechino vorrebbe sempre più integrata, tecnologica ed innovativa.

COME VA LA CINA SULLE AUTO A IDROGENO

Ad ottobre la Cina ha venduto 78 unità di veicoli a celle a combustibile, il 4 per cento in più rispetto all’anno precedente. I volumi di vendite da gennaio ad ottobre, scrive Argus, sono però calati del 50,4 per cento, con 658 unità in tutto.

Le automobili a celle a combustibile non stanno avendo lo stesso successo di quelle elettriche a causa dei costi di produzione ancora alti per l’idrogeno “verde”, quello ottenuto a partire da fonti rinnovabili. Considerate tuttavia le limitazioni delle batterie, l’idrogeno può rivelarsi conveniente per l’alimentazione dei veicoli più grandi come i camion, e forse anche per essere impiegato come carburante per le navi.

L’IMPORTANZA DELL’IDROGENO

Nonostante i costi, c’è comunque grande interesse a livello mondiale per l’idrogeno verde, che in futuro potrebbe costituire una quota molto importante del mix energetico. Considerata infatti la transizione energetica in atto, gli obiettivi di decarbonizzazione e le prospettive di una maggiore “elettrificazione”, l’idrogeno offre energia pulita e facilmente stoccabile che può dunque compensare l’intermittenza – cioè l’incostanza nella produzione, determinata dai fattori metereologici – delle fonti rinnovabili come l’eolico e il solare.

MA LA CINA NON RINUNCIA A PETROLIO E GAS

A fine settembre Xi Jinping aveva annunciato che la Cina raggiungerà la neutralità carbonica entro il 2060: un obiettivo molto ambizioso – il paese è infatti responsabile del 28 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica –, ma ancora non si conoscono i dettagli sulle esatte politiche che Pechino intende adottare.

Intanto, il mese scorso il think tank governativo DRC (Centro di ricerca sullo sviluppo del Consiglio di stato) ha invitato le autorità a costruire nuove strutture per lo stoccaggio del petrolio in modo da sfruttare con vantaggio la fase di prezzi bassi.

Secondo il centro di ricerca, per il 2030 la capacità cinese di stoccaggio di greggio dovrà essere sufficiente a soddisfare la domanda per oltre novanta giorni. Nello stesso anno, la capacità di stoccaggio del gas dovrà aumentare fino ad arrivare a coprire il 12 per cento del consumo totale.

Le risorse dell'Africa fanno gola alla Francia e alla Cina ma i due hanno approcci deversi

Tutti gli interessi (militari e non) della Cina in Africa

21 novembre 2020


Il Niger – insieme all’Africa nel suo complesso – rappresenta uno degli snodi fondamentali della Nuova Via della Seta della Cina. Ecco le ultime novità

Una delle informative più rilevanti sia sul piano militare che sul piano geopolitico è l’acquisto da parte della aeronautica militare nigeriana di 8 nuovi velivoli senza pilota armati e cioè di 2 Wing Loong II,di 4 CH-4 e di 2 CH-3A prodotti dalla China Aerospace Science and Technology Corporation. Lo scopo di questo nuovo acquisto è finalizzato a consolidare le operazioni di antiterrorismo – come quella denominata Operazione Lafiya Dole – contro i terroristi islamici di Boko Haram, gruppo armato jihadista da una cui costola nel 2016 si è formata la Provincia occidentale dello Stato Islamico (Iswap).

Questo gruppo è stato fondato nel 2002 da Mohammed Yusuf, Boko Haram con il fine di realizzare uno stato islamico nel nord della Nigeria. Dopo l’uccisione di Yusuf, il gruppo è diretto da Abubakar Shekau. La pericolosità di tale gruppo è tale che nel 2013 il governo centrale nigeriano aveva dichiarato lo stato di emergenza nei tre stati del nord in cui Boko Haram è più attivo e cioè Borno, Yobe e Adamawa. Anche se a partire dal 2015 è iniziato il suo declino Haram rappresenta ancora un pericolo insidioso.

Passiamo adesso alla dimensione geopolitica. Che cosa ha indotto – e induce – la Cina a supportare sul piano militare il Niger?

In primo luogo il Niger – insieme all’Africa nel suo complesso – rappresenta uno degli snodi fondamentali della Nuova Via della Seta cinese (alludiamo nello specifico al Piano d’azione per la cooperazione della Cina per l’Africa); in secondo luogo la Cina – come la Francia – ha pienamente compreso la fondamentale importanza delle risorse presenti in Niger, risorse indispensabili per la sua proiezione di potenza. Alludiamo ad esempio all’uranio. Nel 2018 il Niger ha concesso due permessi alla società cinese Zijing Heuchuang Science and Technology Development Company per la ricerca di uranio che si è impegnata a investire circa 4,5 milioni di euro nell’attività, creare anche nuovi posti di lavoro e costruendo infrastrutture per un valore di 27.400 dollari all’anno.

Un’altra partnership a livello strategico è con Alibaba. Nel maggio del 2019 durante una visita al quartier generale di Alibaba ad Hangzhou, capitale della provincia orientale cinese di Zhejiang, il presidente del Niger Issoufou aveva infatti dichiarato la sua disponibilità a collaborare con Alibaba Group, sia per incrementare le esportazioni di prodotti agricoli con l’aiuto del commercio online, sia per prendere parte ai programmi di formazione forniti dalla compagnia cinese.

Bitcoin la moneta inattaccabile diventa bene rifugio come l'oro forse anche di più

Bitcoin

Brad Garlinghouse (Ripple): “Bitcoin è uno store of value”

By Amelia Tomasicchio - 20 Nov 2020

Il CEO di Ripple Brad Garlinghouse si è oggi espresso sul suo profilo Twitter in merito all’utilità di Bitcoin, visto secondo lui ormai come uno store of value contro l’inflazione, mentre XRP sarebbe per lui invece un vero e proprio metodo di pagamento.

Never a dull moment in crypto! Institutional investor interest is skyrocketing... industry growth comes down to real world utility. As a store of value, BTC is an extremely useful inflation hedge. XRP’s speed, cost and scalability make it extremely useful for payments. (1/2)

Secondo Brad Garlinghouse, la crypto di Ripple è veloce, scalabile e permette scambi economici, il che la rende perfetta per essere utilizzata come metodo di pagamento. 

Al contrario di Bitcoin che è ormai diventato un asset in cui la gente vuole investire per stare al riparo dall’inflazione che presto probabilmente colpirà un po’ tutto il mondo anche a causa del Coronavirus e del piano di stimoli della FED che farà si che sempre più dollari vengano stampati.

Per quanto ovviamente Brad possa essere di parte visto che è lui il CEO di Ripple e vorrebbe che XRP fosse sempre più utilizzata, di certo Bitcoin non è particolarmente adatto ad essere un metodo di pagamento: spesso infatti abbiamo visto come le sue fee storicamente non fossero poi così basse come quelle di altre crypto, anche se è sempre la crypto con più volumi e che attrae più interesse.

Brad Garlinghouse sulla regolamentazione di Bitcoin

Citando poi un articolo di Fortune.com, il CEO di Ripple spiega che è ora che i regolatori riconoscano il potenziale delle criptovalute e le regolino di conseguenza senza però limitare il settore.

Si dice infatti forse da troppo tempo ormai che la regolamentazione nel mondo crypto è inesistente o comunque inefficace, militante e imprecisa. Anche per questo motivo specialmente fino a qualche tempo fa, molti istituzionali o aziende tradizionali stavano alla larga da Bitcoin e criptovalute, avendo paura che i governi potessero poi decidere di limitare l’uso.


Il bitcoin ha acquisito lo status di moneta affidabile. Il Grande Reset dell'Occidente può in prospettiva ridurre l'Offerta di merci facendo partire l'inflazione e il bitcoin rappresenta la moneta rifugio insieme all'oro

Bitcoin

Binance: Bitcoin a 18.000$ a causa dell’incertezza macroeconomica

By Marco Cavicchioli - 20 Nov 2020

Secondo una recente analisi di Binance Research, a far salire il prezzo di bitcoin a 18.000$ sarebbe l’incertezza macroeconomica. 

Oggi infatti il prezzo di BTC è tornato sopra quota 18.000 dollari, dopo la breve flessione di ieri, ovvero una quota che è stata raggiunta solamente pochissimi giorni nell’intera storia di Bitcoin. 

Binance Research rivela che il mercato crypto in realtà negli ultimi 3 anni è cresciuto, dopo lo scoppio della bolla speculativa di fine 2017, tanto che molte persone ed istituzioni stanno dando “una seconda occhiata” a Bitcoin, ed all’ecosistema crypto, a causa sostanzialmente della maggiore incertezza macroeconomica di questo periodo. 

In particolare ormai bitcoin sarebbe “ampiamente percepito” come una possibile copertura contro i rischi di inflazione.

Per questi motivi, dopo un aumento di valore del 56% da metà ottobre, si prevede che BTC possa anche continuare ad apprezzarsi, tanto da poter addirittura superare i 20.000$ e far segnare un nuovo massimo storico assoluto. 

Perché Bitcoin potrebbe salire ancora: la spiegazione di Binance

Tutto ciò è dovuto a diversi fattori, ma quello più rilevante sembra essere proprio il suo ruolo come possibile copertura contro l’inflazione. 

Infatti si presume che le banche centrali continuino a creare e distribuire grandi quantità di denaro fiat, con inevitabile rischio di riduzione del potere di acquisto e di svalutazione. 

Si è pertanto innescata una sorta di “fuga verso i beni rifugio”, con l’oro che si è apprezzato del 23% da inizio anno. 

Bitcoin sta seguendo un percorso simile, anche se con un rialzo di 248% da inizio anno. 

Questo ha convinto anche grossi investitori ad acquistare BTC, facendo aumentare la domanda. 

Tuttavia anche dal lato dell’offerta negli ultimi tre anni alcune cose sono migliorate. 

Innanzitutto la “crescente certezza normativa” che ha consentito la creazione di servizi di custodia autorizzati. Ad esempio Grayscale Bitcoin Trust ora detiene più di 500.000 BTC, ed è in rapida crescita. 

Inoltre la procedura di ingresso in questo mercato è stata di gran lunga semplificata. 

L’esistenza di prodotti derivati, come i future, probabilmente aiuta il movimento dei prezzi dando maggiore profondità al mercato crypto, tanto che l’open interest di Bitcoin ha recentemente raggiunto il suo massimo storico, oltre i 6 miliardi di dollari. 

In altre parole l’ecosistema è molto maturato, tanto da rendere più agevole operare in questo mercato. L’incertezza macroeconomica ed i rischi di inflazione hanno fatto il resto.

La domanda di bitcoin è maggiore dell'offerta e la moneta sale di valore

20 NOV 2020
Non solo Wall Street: un quant trader spiega perché il prezzo di Bitcoin sta salendo

Sam Trabucco di Alameda Research identifica quattro fattori che stanno spingendo il prezzo di Bitcoin verso il suo massimo storico

NEWS MERCATI

Sam Trabucco, quantitative trader presso Alameda Research, crede che quattro fattori generali stiano spingendo verso l’alto il prezzo di Bitcoin (BTC).

I catalizzatori sono l’adozione in crescita, le whale, gli afflussi da altri prodotti verso Bitcoin e l’influenza da altri mercati.

Alameda Research è un’importante società crypto attiva nel trading di un'ampia varietà di criptovalute e prodotti derivati, con un volume giornaliero compreso tra 600 milioni e 1,5 miliardi di dollari.

Grafico settimanale di Bitcoin. Fonte: TradingView.com

L’accumulo e l’adozione complessivi stanno aumentando

Nel corso dell’ultimo mese, Cointelegraph ha segnalato più volte il trend di accumulo delle whale.

I cluster di whale si formano quando le whale comprano Bitcoin e non vendono immediatamente. Tipicamente, questo indica che hanno acquistato BTC, li hanno inviati ai propri wallet personali e non hanno spostato i fondi.

L’accumulo di Bitcoin da parte delle whale potrebbe aver coinciso con un pullback causato da vendita di realizzo nel mercato delle altcoin. In particolare, quando il settore della finanza decentralizzata ha assistito a una correzione generale, Bitcoin ha tracciato un rialzo significativo.

Basandosi su vari trend e dati, Trabucco ha spiegato che i quattro fattori menzionati hanno probabilmente contribuito alla crescita di Bitcoin negli ultimi mesi:
“Allora, prima di tutto, perché ‘verso l’alto’? Se ne è parlato molto, alcune ragioni per il rialzo di BTC che ho visto includono una forte pressione di acquisto istituzionale, una maggiore adozione, le ‘whale’, i deflussi da prodotti di tendenza tornati in BTC, l’influenza da altri mercati, ecc.”

Oltre a questi fattori, Cointelegraph ha riferito che le riserve di Bitcoin sugli exchange stanno diminuendo ad un ritmo elevato.

Le riserve sugli exchange calano quando gli investitori ritirano sempre più fondi dagli exchange. Dato che spesso le criptovalute vengono depositate su queste piattaforme con l’intenzione di venderle, questo trend suggerisce che ci siano meno venditori nel mercato e un’offerta disponibile di BTC più limitata.

La convergenza di fattori fondamentali e tecnici positivi con un generale calo della pressione di vendita potrebbe sostenere lo slancio di Bitcoin.

Anche l’influenza macro potrebbe favorire Bitcoin

Secondo Trabucco, sia la vittoria prevista di Joe Biden che la prospettiva dei vaccini di Moderna e Pfizer sono fattori positivi per Bitcoin.

Il supporto per la criptovaluta da parte di varie società tecnologiche come PayPal, banche, politici, investitori ad alto patrimonio netto e miliardari sta probabilmente spingendo il prezzo di BTC, sostiene il trader:

“A mio avviso è probabilmente una combinazione. Credo che la vittoria di Biden e l’annuncio dei vaccini siano stati elementi positivi per asset come SPY che hanno correlazioni a breve e lungo termine con BTC nell’era del COVID, aiutando il rialzo.

Inoltre, ci sono davvero molte compagnie/entità tradizionali (banche, hedge fund, persone ricche, leader di pensiero, società tecnologiche, senatori del Wyoming, ecc.) che stanno segnalando il proprio supporto per BTC, influenzandone positivamente il prezzo sia direttamente (comprando) che indirettamente (sentiment).”

Nel breve termine, l’ostacolo per Bitcoin rimane la zona di resistenza a 18.500$. Oltre questo livello, c’è ben poca resistenza prima di un nuovo massimo storico. Dopodiché, BTC entrerà nelle acque inesplorate della price discovery.

Dato che la bull run post-halving successiva all’evento del 2016 è durata 15 mesi, ci sono buone possibilità che Bitcoin possa raggiungere un massimo tra la metà e gli ultimi mesi del 2021, come sostengono alcuni analisti.

In tal caso, la prospettiva a medio termine di Bitcoin rimane promettente, soprattutto considerando che molti fattori macro e tecnici supportano il sentiment di mercato.

L'economia del debito nella Stagnazione Secolare

Debito mondiale: tsunami in arrivo, entro fine anno nuovo record

19 Novembre 2020, di Alessandra Caparello

Il debito globale batterà un nuovo record nei prossimi mesi arrivando a toccare i 277 trilioni di dollari entro la fine dell’anno. La cifra è quella fornita dall’istituto di finanza internazionale Iif nel suo ultimo Global Debt Monitor secondo cui tra le nazioni avanzate, il debito ha superato il 432% del Pil nel terzo trimestre, un aumento di 50 punti percentuali dal 2019.

Debito, la situazione nelle diverse aree del mondo

Gli Stati Uniti, che hanno attuato uno dei più grandi pacchetti di stimolo al mondo, hanno rappresentato quasi la metà di questo aumento. Nell’area dell’euro, le azioni del governo hanno portato ad un aumento del debito pubblico di 1,5 trilioni di dollari nello stesso periodo, per raggiungere i 53 trilioni di dollari. Si tratta di un valore ancora inferiore ai 55 trilioni di dollari di tutti i tempi registrati nella regione nel secondo trimestre del 2014, quando la regione stava affrontando la crisi del debito sovrano.

Nei mercati emergenti, i livelli di debito sono saliti a oltre il 248% del PIL, con Libano, Cina, Malesia e Turchia che hanno registrato i maggiori aumenti del debito non finanziario.

E’ la crisi del coronavirus che ha spinto i livelli del debito globale ad un nuovo massimo di oltre 272 trilioni di dollari nel terzo trimestre, ha detto l’Istituto per la Finanza Internazionale, mettendo in guardia contro “l’attacco dello tsunami del debito“. Uno tsunami che avviene dopo che i governi di tutto il mondo hanno aumentato il sostegno alle aziende e ai cittadini di fronte alla pandemia globale che ha portato le imprese a cercare finanziamenti alternativi il che si è tradotto in un aumento dei prestiti e, quindi, ad un maggiore indebitamento.

“Spinto da un forte aumento dei prestiti governativi e societari, mentre la pandemia di Covid-19 si aggrava, il carico del debito globale è aumentato di 15 trilioni di dollari nei primi tre trimestri del 2020 e ora supera i 272 trilioni di dollari”.

Etiopia la sua unità è strategica per il benessere dei popoli del Corno d'Africa, lottare per questo significa combattere la Strategia della Paura e del Caos

Perché il Corno d’Africa è strategico per l’Italia. Parla Del Re

Di Emanuele Rossi | 19/11/2020 - 


“L’Etiopia è uno di quei Paesi too big to fail, e tale spero sia la consapevolezza dei player internazionali”, sostiene il viceministro degli Esteri Emanuela Del Re, che ha delineato a Formiche.net gli scenari di attenzione regionali e gli interessi di Roma anche come promotore di stabilizzazione

La crisi etiope rischia di essere un moltiplicatore di instabilità in una regione sensibile, ambito geopolitico in cui si muovono gli interessi di grandi e medie potenze. Un’area strategica, quella del Corno d’Africa, anche per l’Italia: per tale ragione Formiche.net sta dando molta attenzione nell’analizzare quanto sta accadendo attraverso voci altamente autorevoli come quella della viceministra degli Esteri, Emanuela Del Re, che ha delineato gli scenari di attenzione regionali e gli interessi di Roma anche come promotore di stabilizzazione.

Due anni fa l’Italia giocava la sua parte nell’intesa storica tra Eritrea ed Etiopia. Ora ci troviamo con Addis Abeba che rischia di piombare in una guerra civile. C’è un ruolo con cui Roma può far qualcosa per facilitare una de-escalation?

L’Italia ha sostenuto con convinzione il riavvicinamento tra Etiopia e Eritrea culminato nella firma dell’Accordo di Pace del 2018, che ha consentito l’uscita da un conflitto ultra decennale, nella piena consapevolezza del suo valore politico per la prospettiva di partenariato tra i due Paesi, nonché della sua valenza paradigmatica per l’intera regione del Corno d’Africa quale modello di “soluzione africana a problemi africani”. Abbiamo da subito riconosciuto la spinta riformatrice che lo stesso premier etiope Abiy Ahmed aveva portato in quel momento storico. Infatti in Etiopia nel 2018 si recò il premier Conte e io stessa tra il 2018 e il 2019 ho visitato il Paese più volte.

Quale era la situazione attorno all’intesa?

Eravamo già allora ben consapevoli della complessità del contesto politico etiopico, caratterizzato da una acuta frammentazione del suo mix etnico e comunitario, che faceva da contorno a quell’accordo storico. Non è un segreto che il percorso di riconciliazione tra Abiy e Afeworki fosse percepito con sospetto dalla comunità tigrina ed è stato letto da alcuni in Tigray come la materializzazione di una duplice minaccia combinata: da un lato il governo federale etiope e dall’altra il regime eritreo.

Ricorda la sua esperienza diretta?

Nel mio incontro con il premier Abiy nel giugno 2019, fui da lui invitata a visitare il Tigray e in particolare il sito archeologico di Aksum dove per anni abbiamo sostenuto progetti di aiuto nel settore archeologico e turistico, proprio perché l’attenzione del governo etiopico allo sviluppo economico della regione in quel momento era molto alta, e favorire la visita di un paese straniero aveva un’alta valenza simbolica. Non a caso la mia visita ad Aksum ebbe molto risalto mediatico sulla stampa del Paese. Due giorni dopo, il 22 giugno, vi fu il cosiddetto tentativo di colpo di Stato nello Stato di Amhara. Ricordo il dr. Abiy parlare alla nazione in televisione con indosso la divisa militare. Le sfide interne al paese apparivano già molto serie.

Un anno e mezzo dopo ci troviamo di fronte a un conflitto nel Tigray. Che contesto abbiamo davanti?

Sin dall’inizio il governo italiano ha adottato un approccio bilanciato sia nella ricostruzione dell’attuale crisi sia nella conduzione dei rapporti con i diversi interlocutori africani ed internazionali. Il presidente del Consiglio Conte ha avuto un lungo colloquio con il primo ministro etiopico ,e io stessa ho interloquito con il ministro degli Esteri del Sudan, Paese fra i più esposti al potenziale spillover della crisi. Va detto che il rapporto tra le leadership dei paesi della regione è costante, anche perché gli interessi sono comuni per quanto riguarda gli assi di collegamento, le questioni sociali e ambientali e altro. Abbiamo tutto l’interesse a rafforzare e ad accompagnare lo sviluppo del dialogo e della cooperazione tra queste leadership.

La crisi etiope tocca un ambito geopolitico delicatissimo. Il Corno d’Africa, un contesto dove l’instabilità si somma al valore talassocratico di quel lineamento geografico. Qual è il rischio dell’espansione di questo conflitto a livello regionale?

Non possiamo ignorare gli enormi rischi di un’espansione del conflitto a livello regionale, anche se il conflitto in Etiopia di per sé è già motivo di grande preoccupazione. Un conflitto in un Paese di 110 milioni di abitanti, con una delle economie che ha avuto una delle più rapide crescite nel continente africano fino allo scoppio della pandemia, non può non avere ripercussioni anche sulla regione. Non possiamo neppure ignorare che i Paesi del Corno sono tutti in allerta. L’Eritrea condivide un lungo confine proprio con il Tigray. La Somalia ha motivo di preoccuparsi tra le altre cose perché conta sulla collaborazione dell’Etiopia nella lotta contro Al-Shabab. È tutto interconnesso.

Da giorni arrivano notizie di atrocità compiute in varie aree, un potenziale aggravante, con una questione umanitaria che sembra già aperta…

Dovranno essere adeguatamente investigate — chiunque ne sia responsabile — non solo per un’elementare considerazione di giustizia ma anche per scongiurare rappresaglie e nuovi massacri. Quel che è certo è che la crisi sta inoltre generando un grave impatto umanitario sui Paesi confinanti con l’Etiopia, a partire dal Sudan. Non dimentichiamo che secondo le Nazioni Unite ci sono già centinaia di migliaia di persone che hanno difficoltà di accesso al cibo in questo momento, e ai servizi di base. Secondo le ultime notizie, circa 25mila rifugiati avrebbero varcato i confini verso il Sudan. Noi siamo sempre pronti a sostenere i gruppi vulnerabili, e per questo ho a tal riguardo disposto un aiuto d’urgenza al governo di Khartoum per il tramite dell’Unhcr.

Tutto, dicevamo, in un contesto particolare: quali sono in effetti le sensibilità della regione?

Il mondo non si può permettere un ulteriore deterioramento dello scenario regionale del Corno d’Africa già caratterizzato da numerose e gravi minacce trasversali. Tra queste cito – senza essere esaustiva — il rischio di infiltrazioni del terrorismo di stampo jihadista, la pirateria al largo delle coste somale, lo sviluppo di traffici illeciti di ogni genere, le gravissime crisi umanitarie le cui cause sono molteplici, dalle inondazioni e invasioni di locuste all’emergenza pandemica e oltre. È un momento molto delicato. La comunità internazionale deve mantenere un approccio pragmatico e costruttivo e tenere aperti tutti i canali di comunicazione per evitare un’ulteriore escalation. Dobbiamo scongiurare quanto più possibile la regionalizzazione del conflitto, e il coinvolgimento diretto ed esplicito di stati confinanti, che potrebbe generare reazioni e contro-reazioni.

C’è la possibilità che l’aumento dell’interesse di grandi potenze come Cina, Russia, Stati Uniti, e di entità minori tra cui l’Italia, la Francia, gli Emirati, il Giappone, possa aver sensibilizzato la situazione?

Come ho indicato nella premessa, le radici del conflitto nel Tigray sono interne, sono parte della storia dell’Etiopia — che noi italiani peraltro ben conosciamo — e potranno trovare una soluzione durevole solo attraverso un autentico processo nazionale di riconciliazione, apertura democratica e dialogo che includa pienamente tutte le componenti nazionali del Paese inclusa quella tigrina, tenendo conto delle loro istanze, in un contesto esacerbato dalle mancate attese di uno sviluppo economico del Paese, malgrado l’adozione di alcune positive riforme da parte di Abiy. Anche in questo caso la definitiva soluzione a questo problema africano non potrà che giungere dall’Africa.

Qual è la chiave della co-esistenza e della cooperazione?

La risoluzione del conflitto nel Tigray ha un’importanza fondamentale anche dal punto di vista della configurazione stessa dello Stato come Stato-nazione, perché in un contesto federale come l’Etiopia, il rapporto tra governo centrale e regioni è un elemento essenziale per la tenuta dell’assetto istituzionale. Sul piano geostrategico l’Etiopia costituisce il perno della sicurezza nel Corno d’Africa. La sua stabilità e integrità territoriale sono un interesse strategico prioritario per l’Italia e per l’Europa.

L’ultima cosa di cui la sicurezza e la stabilità del mondo hanno bisogno è che qualche attore esterno pensi di soffiare sul fuoco della conflagrazione in atto, considerando l’Etiopia alla stregua dell’ennesimo terreno dove si svolge lo scontro a somma zero contro i propri nemici. L’Etiopia è uno di quei Paesi too big to fail, e tale spero sia la consapevolezza dei player internazionali.

Gli Stati Uniti compiono crimini di guerra e Assange deve essere punito

Assange: “punito per aver detto la verità”

-20 Novembre 2020


La vicenda che ha visto protagonista Julian Assange non può essere ridotta semplicemente a una “fuga di notizie”. Il giornalista australiano aveva diffuso tramite la sua organizzazione Wikileaks alcuni documenti classificati ricevuti dall’ex militare Chelsea Manning. In tale documentazione si evincono alcune informazioni in merito ai crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti durante le campagne in Afghanistan e in Iraq. Il dilemma riguarda proprio questo: perché mantenere segreti in una una società libera? In quanto cittadini dobbiamo essere informati degli atti criminali compiuti dai governi in nome del popolo.

Assange: accusato ingiustamente?

La scorsa settimana è stato il decimo anniversario della pubblicazione da parte dell’organizzazione Wikileaks di Julian Assange, della denuncia di illeciti del governo americano. La pubblicazione dei “Diari della guerra in Iraq” ha mostrato al mondo la crudeltà dell’intervento militare in Iraq. Una campagna militare proposta come necessaria la fine di difendere la libertà del mondo ma che in realtà nascondeva ben altro. Dalle rivelazioni rese note da Assange, non ci sarebbero infatti prove che l’Iraq stesse progettando attentati con armi di distruzione di massa. Una guerra sanguinosa per la “liberazione del paese”. Nessuna liberazione, non stavamo “portando la democrazia” in Iraq.

I rapporti di Wikileaks

Sono circa 400.000 i rapporti classificati dell’esercito americano in cui si mostra in modo dettagliato come l’attacco americano non avesse alcuno scopo difensivo. Si trattò infatti di una guerra di aggressione in cui persero la vita migliaia di civili. Una guerra assurda di cui il mondo chiede le reali motivazioni. L’esercito americano ha classificato chiunque avesse ucciso in Iraq come “combattente nemico” e sappiamo che più di 700 civili iracheni sono stati uccisi per “essersi avvicinati troppo” a uno delle centinaia di posti di blocco militari statunitensi. I prigionieri catturati dagli americani sarebbero stati ceduti alle forze di sicurezza irachene che li avrebbero sottoposti a torture fatali. Questi sono solo alcuni dettagli che Assange ha voluto rendere pubblici per fare luce su una delle vicende più sanguinose della nostra epoca.

Assange: un vero sopruso

Assange con il suo coraggioso atto giornalistico ha cambiato il mondo. Attualmente si trova in isolamento in una prigione del Regno Unito. Nella prigione letteralmente combatte per la sua vita: se fosse estradato negli USA, affronterebbe 175 anni in una prigione “supermax” per aver commesso “spionaggio” contro un paese di cui non è cittadino. Ron Paul ha affermato che “sulla guerra in Iraq abbiamo punito chi dice la verità e premiato i criminali”. Julian Assange ha spiegato di aver pubblicato i diari della guerra in Iraq perché “sperava di correggere alcuni degli attacchi alla verità avvenuti prima della guerra e che sono continuati da quando quella guerra è ufficialmente finita”.


Dietro le anime belle si nasconde il Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato che soffia sul fuoco, con la speranza di scrollarsi di dosso quella parte dello stato che non vuole inciuci ne compromessi e che lo sta mettendo all'angolo

Gratteri spariglia e strapazza le “anime belle”

Tutti indignati dopo la “scudisciata” del magistrato dal salotto della Gruber su La7, a proposito del l’identikit del commissario alla Sanità. Tra cistercensi, salesiani, ragionieri e geometri di Calopezzati, la storia di una protesta insensata

di Antonella Grippo 
20 novembre 2020 09:40

Gratteri, Strada e Conte (fotomontaggio Nino Florenzano)

Nicola Gratteri è uno cazzuto: non ama le smancerie lessicali e, men che meno, i vezzosi fiocchetti semantici all'effluvio di ciclamino. Lui, al contrario della politicaglia cazzara e canzonettara - che affida la stesura dei testi ai vari Pace-Panzeri-Pilat e Baldan Bembo - ciondolanti lungo qualche ufficio stampa regionale, i testi, in verità, li verga di suo pugno.

Il "Pubblico Ministero di campagna" (così si autodefinisce) conosce le scansioni secche della comunicazione mediatica e va dritto al punto. Senza svenevolezze o barocchismi al mirtillo. In nome di uno sferzante testosterone verbale. Vivaddio!

La premessa, laddove occorresse, è corroborata da fatti recentissimi. Qualche giorno fa, il magistrato, sollecitato da Lilly Gruber su La7 circa la congruità dell'entrata in scena di Gino Strada, nella veste di commissario della Sanità, ha così esternato: «Strada, pur godendo della mia stima per le cose straordinarie che ha fatto in Africa, non va bene per la Calabria. Qui non si tratta di pensare ad ospedali da campo, ci vuole un manager, il problema riguarda le ruberie e l'acquisto di materiali medici. Inoltre, sarebbe preferibile riaprire i diciotto ospedali chiusi».

E ancora: «Vedrei bene in quel ruolo un calabrese emigrato per fame, magari figlio di un contadino, di un operaio o di un falegname, che abbia fatto concorsi al Nord, al riparo da pastette e raccomandazioni dal canto di 'ndrangheta et similia».

Parole di assoluto buon senso che, cionondimeno, hanno scatenato l'ira delle solite, moscette, scamorzate "anime belle."

Apriti cielo! Gli apostoli del calabresismo illibato e stanziale si sono immediatamente lasciati andare ad una sorta di "indignatio praecox" per l'offesa subita.

Tutti hanno inteso manifestare sconcerto e disappunto rispetto alle dichiarazioni del Procuratore. Eccoli, in sequenza: benedettini, camaldolesi, vallombrosani, certosini, monaci cistercensi, olivetani, benedettini armeni e mechitaristi. Francescani, Cavalieri dell'Ordine di Gerusalemme, e, già che c'erano, sebbene in subordine, pure i Testimoni di Geova, ancorché contrari a qualsiasi spargimento di sangue.

Le stesse Sardine, la cui utilità dentro l'arcipelago degli antagonisti è pari all'efficacia terapeutica del Vicks vaporub nel contrasto della nefropatia diabetica, si sono arrese al panico.

Un casino della madonna, insomma.

Ora, se non cogli il senso delle parole di Gratteri, è chiaro che tutta la storia del pensiero occidentale, da Talete a Nietzsche, è trascorsa invano.

Proviamo a far chiarezza. Quando egli dice «meglio un calabrese emigrato al Nord etc..», intende, ovviamente, scoraggiare nomine di commissari su cui possa gravare l'ipoteca di pastette con ambientini non propriamente "carmelitani".

Non si tratta di un messa sotto accusa dell'intera antropologia calabra residente lungo la nostra latitudine e recante, per statuto, lo stigma criminale. Tutt'altro: Gratteri, attraverso la sua dritta, indica al governo centrale un perimetro "laico", in modo che non si ceda alla tentazione di scegliere uomini non propriamente liberi da "cambiali" o da tributi obbliganti nei confronti di eventuali padrini.

C'è di più. Se uno fa ricorso al paradigma del contadino, quale "rustica progenie" di un manager di successo, non vuol dire che stia, contestualmente, dichiarando guerra agli impiegati del catasto, ai ragionieri o ai geometri di Calopezzati. Con tutto il ceto medio appresso. Non solo.

L'immagine della valigia di cartone, che Gratteri evoca a proposito dell'armamentario simbolico tipico di chi in passato emigrò, più che un omaggio al Minoreitanesimo, è iperbole efficace che lascia traccia di sè lungo il circuito della medialità postmoderna.

Poi, che Gino Strada non sia propriamente un contabile o un novello Javert lo sa persino Sossio Aruta da Temptation Island. Dov'è lo scandalo? La blasfemia.

Una levata di scudi di queste proporzioni appare francamente immotivata e dallo scarsissimo appeal. A meno che non si voglia riesumare il luogo comune indigeno per antonomasia: la permalosità parossistica dei calabresi, dal facile e consunto gnè gnè gnè. Al cui confronto, il frigno di Loredana Lecciso, ogni qual volta Albano minacci di esibirsi con Romina nelle balere italiche, assume il tratto sobrio di un fremito di Mario Monti.

Bando alle ciance, ragazzi! Chi scrive, per giunta, non può beneficiare delle indulgenze plenarie: è un'anima brutta, socialista, libertaria e disincantata. Ergo, "accetto il crucifige e così sia!"

Abbassiamo i costi delle commissioni, rendiamo appetibili con interessi veri i titoli di stato e invoglieremo i risparmiatori italiani a muovere i loro soldi prestandoli allo stato

La liquidità in banca supera il pil?

20 novembre 2020


Le riserve di famiglie e imprese vicine a quota 2.000 miliardi di euro. Numeri e confronti tratti da un report del centro studi Unimpresa

Boom di denaro “dimenticato” in banca a causa del lockdown per il Covid: negli ultimi mesi è cresciuta, avvicinandosi a quota 2.000 miliardi di euro, cifra assai più alta rispetto al valore del prodotto interno lordo, la liquidità dalle famiglie e dalle aziende del nostro Paese. Le “riserve” degli italiani sono arrivate, a settembre 2020, a 1.904 miliardi di euro, in aumento di quasi 122 miliardi su base annua (+7%) e di 71 miliardi (+4%) rispetto a febbraio scorso, inizio della pandemia. Sui conti correnti ci sono 1.279 miliardi, in aumento di 92 miliardi (+8%) in sette mesi. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa secondo cui nei “salvadanai” delle famiglie ci sono più di 1.000 miliardi, mentre in quelli delle aziende risultano quasi 365 miliardi; atri 314 miliardi sono riconducibili ai fondi d’investimento, 74 miliardi alle imprese familiari, 31 miliardi alle onlus, quasi 20 miliardi agli enti di previdenza, 13 miliardi alle assicurazioni e 6 miliardi ai fondi pensione. «È crollata la fiducia e la colpa non è solo dell’emergenza sanitaria, ma anche del governo Conte che è in stato confusionale e non è in grado di assicurare certezze al nostro Paese. Di qui la paura di spendere e di fare investimenti, cioè di guardare al futuro con una prospettiva positiva che, nonostante la drammatica situazione, andrebbe comunque sostenuta e rafforzata» commenta il segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro.

L’impennata delle riserve ha un impatto diretto sui consumi dei cittadini e frena gli investimenti degli imprenditori, con consequenziali effetti sulla congiuntura economica. Le famiglie hanno accumulato, in questi sette mesi, oltre 28 miliardi di euro (+2,72%), nello stesso arco temporale la liquidità delle aziende è salita di 62 miliardi (+20,80%). In totale, si tratta di oltre 90 miliardi di euro, che sono stati sottratti al circuito economico e che, invece, sarebbero stati importanti per favorire la ripresa.

Secondo lo studio dell’associazione, basato su dati della Banca d’Italia, da settembre 2019 a settembre 2020, la liquidità degli italiani è passata da 1.782,8 miliardi a 1.904,8 miliardi, in crescita di 121,9 miliardi (+6,84%); a febbraio 2020 era a quota 1.833,1 miliardi e, su sette mesi, l’aumento è stato pari a 71,7 miliardi (+3,91%). Nei “salvadanai” delle famiglie c’erano 1.032,3 miliardi a settembre 2019, 1.050,6 miliardi a febbraio 2020 e 1.079,2 miliardi a settembre scorso: su base annua la crescita è stata pari a 46,8 miliardi (+4,54%), nell’arco di sette mesi si è registrato un aumento di 28,5 miliardi (2,72%). Le riserve delle aziende erano pari a 294,1 miliardi a settembre 2019, a 302,1 miliardi a febbraio 2020 e a 364 miliardi a settembre scorso: in un anno l’aumento è stato di 70,7 miliardi (+24,05%), quasi tutti accumulati (62,8 miliardi, con un più 20.80%) da febbraio a settembre 2020. I fondi d’investimento hanno ridotto, invece, nell’ultimo anno, la liquidità: calo di 7,9 miliardi in un anno (-2,46%) e di 29,5 miliardi in sette mesi (-8,58%), dai 322,3 miliardi di settembre 2019 ai 343,9 miliardi di febbraio 2020 ai 314,4 miliardi di settembre 2020. I risparmi delle imprese familiari sono passati dai 64,2 miliardi di settembre 2019 ai 65,8 miliardi di febbraio 2020 ai 74,3 miliardi di settembre scorso: l’aumento di 10,1 miliardi registrato un anno (+15,78%) è legato principalmente agli 8,5 miliardi in più accumulati in sette mesi (+12,98%).

Quanto all’analisi per strumento, sui conti correnti c’erano 1.163,6 miliardi a settembre 2019, 1.187,5 miliardi a febbraio 2020 e 1.279,9 miliardi a settembre scorso: più 116,2 miliardi su base annua (+9,99%), più 92,3 miliardi in sette mesi (+7,78%). Nei depositi vincolati, il “saldo” totale era di 198,2 miliardi a settembre 2019, di 213,9 miliardi a febbraio 2020 e di 213,4 miliardi: più 15,2 miliardi in un anno (+7,71%) e meno 426 milioni in sette mesi (-0,20%). I depositi rimborsabili hanno registrato un saldo di 305,9 miliardi a settembre 2019, di 308,6 miliardi a febbraio 2020 e di 321,5 miliardi a settembre scorso: l’aumento su 12 mesi è stato di 6,5 miliardi in un anno (+2,16%) e di 3,8 miliardi in sette mesi (+1,25%). L’ammontare in pronti contro termini è passato dai 115,1 miliardi di settembre 2019 ai 122,9 miliardi di febbraio scorso ai 98,8 miliardi di settembre scorso: su base annua c’è stato un calo di 16,1 miliardi (-14,03%), in sette mesi di 24,1 miliardi (-19,57%). Per le onlus, la variazione è stata di 1,5 miliardi in più in un anno (+5,26%) e di 1,9 miliardi in più in sette mesi (+6,44%): da 30,1 miliardi (settembre 2019) a 29,7 miliardi (febbraio 2020) a 31,6 miliardi (settembre 2020). Variazione negativa per gli enti di previdenza: meno 818 milioni in un anno (-3,96%) e meno 368 milioni in sette mesi (-1,82%). Per le assicurazioni, si è passati dai 12,8 miliardi di settembre 2019 ai 14,3 miliardi di febbraio 2020 ai 13,8 miliardi di settembre 2020: più 999 milioni in un anno (+7,76%) e meno 523 milioni in sette mesi (-3,63%). Lieve aumento per la liquidità dei fondi pensione: 407 milioni in più in un anno (+6,65%) e 260 milioni in più in sette mesi (+4,15%), dai 6,1 miliardi di settembre 2019 ai 6,2 miliardi di febbraio 2020 ai 6,5 miliardi di settembre scorso.



Anche l'Italia deve investire e lasciarsi alle spalle l'era dell'austerità con l''assunzione di almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione (anche nelle poste) con un occhio di riguardo (soldi, tanti soldi) alla nostra già eccellente marina militare

Regno Unito, perché per Johnson il miglior attacco è la Difesa

20 novembre 2020

Il premier britannico Boris Johnson ha annunciato “il più grande programma di investimenti nel settore della difesa dalla fine della Guerra Fredda”. Il punto di Daniele Meloni

“L’Era dei tagli al budget della Difesa è finita”. Così il premier britannico Boris Johnson ha annunciato “il più grande programma di investimenti nel settore della difesa dalla fine della Guerra Fredda”, come lo ha pomposamente definito l’ufficio stampa di Downing Street.

La difesa del Regno è il compito principale dello Stato, ha detto Johnson all’Aula della Camera dei Comuni dove ha rilasciato la Dichiarazione sulla Revisione della spesa della Difesa UK collegato da remoto visto l’auto-isolamento impostogli dall’NHS per essere entrato a contatto con un Parlamentare positivo al Covid-19.

Seguendo i dettami del Manifesto del partito Conservatore alle elezioni del 2019, il Premier ha delineato un aumento nel budget del Ministry of Defence di 16,5 miliardi di sterline nei prossimi 4 anni. Un intervento finalizzato a rafforzare la protezione dei cittadini britannici e a creare nuovi posti di lavoro in un Paese che è stato duramente colpito dalla pandemia. Ma non solo. Johnson vede nella Difesa uno strumento volto a proiettare l’influenza del Regno Unito nel mondo in una fase storica caratterizzata da grande instabilità nel quadro della geopolitica mondiale, e anche sul fronte interno, con l’epocale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Il governo Johnson si è impegnato a investire nella difesa 0.5% in più ogni anno rispetto al tasso di inflazione reale. Sulla base delle previsioni attuali la cifra rappresenterebbe un aumento di 24 miliardi di sterline in 4 anni rispetto al budget del 2019.

La creazione di una National Cyber Force e di un nuovo Space Command capace di lanciare il primo razzo nello spazio nel 2022 sono da considerarsi degli strumenti per posizionare il Regno Unito in prima fila nella ricerca e nelle tecnologie degli anni a venire. Così come lo è l’investimento record di 1,5 miliardi di sterline nello sviluppo del Future Combat Air System, un sistema di sviluppo dell’aviazione militare che avrà anche un effetto sulle applicazioni nell’aviazione civile. In totale, saranno 5,8 i miliardi spesi nello sviluppo per le tecnologie militari da parte del Governo.

Questi progetti genereranno nelle speranze di Johnson fino a 10mila posti di lavoro, valorizzando le esperienze e l’ingegno delle Forze Armate britanniche e le competenze della stessa industria Uk. Anche il Segretario alla Difesa, Ben Wallace, si è espresso con toni entusiastici: “Questi progetti sono fantastici per la nostra difesa e il suo ammodernamento. Finalmente abbiamo un Primo Ministro che riconosce l’importanza strategica del settore per i nostri cittadini e per la reputazione del Regno Unito”.

Ovviamente meno entusiasta Sir Keir Starmer, il leader dell’Opposizione Laburista, che pure ha apprezzato l’impegno del Governo a investire nelle Forze Armate. La posizione di Sir Keir rappresenta una novità rispetto alla leadership precedente del partito: Jeremy Corbyn non avrebbe mai appoggiato un aumento degli investimenti per la difesa del Paese.

L'economia spiegata con un clic ma gli euroimbecilli alla Calenda alla De Romanis e giù a cascate tutto la pletora delle varie figure non ci vogliono e non ci sanno sta'

Perché la Bce non può andare in bancarotta o finire il denaro. Parola di Lagarde

20 novembre 2020


La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha ribadito alcune verità elementari ma scomode e spesso clamorosamente negate da politici ed economisti. Il commento di Giuseppe Liturri

Purtroppo ci voleva il Covid per far crollare, uno dopo l’altro, tutti i dogmi su cui si è retta la politica economica dell’eurozona negli ultimi 20 anni.

Da qualche mese, anche la Commissione, per non parlare di Mario Draghi, ha convenuto sul fatto che la risposta ad una crisi economica sta nella capacità di bilancio degli Stati, sostenuta dall’emissione di debito pubblico.

Ieri è stato il turno della presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha ribadito alcune verità elementari ma scomode e spesso clamorosamente negate da politici ed economisti che pure dovrebbero saperne qualcosa.


In dettaglio:
Pur essendo noto che è vietato dai Trattati, una eventuale cancellazione il debito (quindi i titoli pubblici acquistati col QE e, da ultimo, col programma PEPP) dal bilancio della Bce, come prospettato da ultimo dal Presidente dell’Europarlamento David Sassoli, è un evento tecnicamente possibile o danneggerebbe irrimediabilmente la capacità operativa della Bce che andrebbe in bancarotta?

La risposta della Lagarde è stata telegrafica: è vietato dall’articolo 123 del TFEU e la Bce rispetta il Trattato, Punto.
Cosa accadrebbe al bilancio della Bce se ci fossero perdite su titoli in portafoglio (domanda ribadita dopo la prima risposta della Lagarde).

Qui la Lagarde ha spiegato come funziona la banca centrale, che in molti (Calenda e De Romanis, tra gli altri) hanno improvvidamente accomunato ad una qualsiasi banca che andrebbe in bancarotta in caso di perdite sui propri crediti.

“La Bce sarà sempre capace di generare tutta la liquidità necessaria e quindi, per definizione, non potrà mai andare in bancarotta o terminare il denaro”. Tutto qua.

La sintesi è che, tecnicamente, la Bce, come tutte le banche centrali, è un’istituzione particolare che può generare tutto il denaro che vuole, che può permettersi di subire la cancellazione del suo attivo e quindi di avere un patrimonio netto negativo senza rendere impossibile la sua operatività. La Lagarde con un click genera riserve bancarie nel suo passivo che diventano depositi presso la Bce nell’attivo delle banche.

Esiste un solo limite, quello politico: cioè le regole che ci siamo dati e che non sono scolpite nelle tavole della Legge. Norme scritte dagli uomini e cancellabili dagli uomini. Ci sarebbe un altro rischio: l’inflazione. Ma quella è ormai un obiettivo regolarmente fallito regolarmente dalla Bce da anni, e quindi non è un rischio.

Anzi, se continua così, l’inflazione non arriverà a causa dell’eccesso di moneta in circolazione ma a causa della distruzione della capacità produttiva del Paese, che determinerà un problema di offerta di beni.

Allora, cosa si fa? Parlare di cancellazione del debito, nell’attuale quadro normativo, equivale a gettare la palla in tribuna e creare, forse consapevolmente, il solito clima da curva di stadio che non aiuta il dibattito.

Esiste un sentiero stretto, che è quello su cui si sta muovendo la Bce dal 2015 e, ancor più da marzo col programma Pepp: la Bce acquista i titoli e li rinnova sistematicamente alla scadenza, tenendoli in perpetuo in portafoglio. Nessuno cancella nulla, ma l’effetto è lo stesso: quell’ammontare di titoli è come se non esistesse ed i relativi interessi, incassati da Bankitalia come parte dell’Eurosistema, vengono a fine anno girati da Bankitalia al Tesoro come dividendi.

Tutto qua.

Arrivano gli ordini dalla Francia e noi come loro colonia ubbidiremo andremo in guerra nel Sahel per l'uranio francese

I FRANCESI AVRANNO PRESTO BISOGNO DEGLI ITALIANI NEL SAHEL


(di Tiziano Ciocchetti)
18/11/20 

Le forze aeree di Parigi soffrono della mancanza di elicotteri pesanti, per questo motivo i reparti francesi dell’Operazione Barkhane, nel Sahel, sono costretti ad avvalersi del supporto dei CH-47F Chinook inglesi e degli AW-101 Merlin danesi (foto apertura).

In particolare, i due elicotteri danesi svolgono una media di 6/7 missioni a settimana, secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa di Copenaghen. Per quanto riguardi i tre Chinook inglesi, invece, nel corso degli ultimi due anni hanno accumulato un totale di oltre 2.000 ore di volo.

Ricordiamo che questi vettori svolgono diverse tipologie di missioni, oltre che trasportare soldati e materiali: grazie ai loro sofisticati sensori di bordo, come il sistema di immagini optronico Wescam MX-15, gli AW-101 danesi possono monitorare il terreno sottostante durante le missioni di volo. Mentre i Chinook sono in grado di trasportare 2.000 litri di carburante all’interno di contenitori flessibili, permettendo così di allestire punti di rifornimento per gli elicotteri da combattimento Tigre in dotazione alle forze di Barkhane.

A quanto pare Parigi, a breve, non potrà più contare su queste capacità. Infatti se l’impiego dei tre CH-47F Chinook fosse esteso da Londra, il loro utilizzo potrebbe essere condivisa tra Barkhane e MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), presto rafforzata dall'arrivo di 250 militari di sua maestà.


Il Regno Unito è "sul punto di annunciare un rinforzo di 250 persone all'interno della MINUSMA per pattugliamenti a lunga distanza e prevede che i tre Chinook presenti in Mali saranno d'ora in poi assegnati al 50% a questa missione". Come recentemente hanno dichiarato i deputati francesi Jacques Marilossian e Charles de la Verpillière, in un rapporto che fa il punto sugli accordi di Lancaster House, firmato dieci anni fa.

Inoltre Parigi dovrà trovare un modo per sostituire i due AW-101 Merlin danesi, la cui missione terminerà a breve. Senza dubbio Copenaghen potrebbe considerare di prolungare il proprio impegno, tuttavia la Difesa danese soffre di gravi carenze di Bilancio.

Per colmare gli eventuali abbandoni, le truppe francesi puntano molto sugli assetti di volo italiani. La partecipazione italiana, con le sue forze speciali, all’Operazione Takuba (che andrà ad integrare l’Operazione Barkhane) nel Sahel è ormai prossima (già finanziata dal Parlamento). I nostri operatori saranno supportati anche da elicotteri medi e pesanti, con assetti di volo forniti dal 3° REOS dell’Esercito di Viterbo (su UH-90 e CH-47F), dal 1° gruppo elicotteri della Marina Militare (su SH-101) e dal 9° stormo dell’Aeronautica Militare (su HH-101 dotati di sonda per il rifornimento in volo).

La nuova missione si presenta particolarmente insidiosa, d’altronde il deputato francese Jean-Jacques Ferrara è stato estremamente chiaro: "è ora che i nostri partner europei accettino di condividere il prezzo del sangue".

Foto: Royal Danish Air Force / MoD UK



Il Grande Reset Occidentale ha cambiato la logistica delle priorità e l'Immigrazione di Rimpiazzo su cui aveva puntato la politica degli euroimbecilli nostrani è stata spazzata via dal covid/lockdown/coprifuoco ma i nostri governanti ormai zombi, neanche capaci di adeguarsi ed esprimersi in maniera autonoma al nuovo contesto, seguono pedissequamente i vecchi ordini di scuderia cercando di tenere il tutto creando in questo modo contraddizioni su contraddizioni. Dire inetti ed incapaci è dire poco

La frontiera marittima italiana: esigenze umanitarie e tutela dell’integrità territoriale dello Stato

19 novembre 2020 


Il problema della sorveglianza della frontiera marittima italiana rappresentata dal limite esterno delle acque territoriali si è ripresentato, dopo anni di infinite discussioni politiche legate al salvataggio dei migranti, con il decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130 la cui conversione è attualmente in discussione alla Camera.

Nel 2019 c’era stata la così detta “chiusura dei porti” attuata con il “Decreto Salvini Bis” poi emendato con il provvedimento citato in precedenza che aveva tenuto conto di alcune osservazioni formulate dal Capo dello Stato e della decisione della Cassazione sul caso della “Sea Watch 3”. In questa sentenza si era affermato, tra l’altro, il nesso inscindibile tra salvataggio dei migranti e loro trasporto in un “luogo sicuro”, applicando quindi la causa di giustificazione penale dell’adempimento degli obblighi di soccorso.


Non si vuole qui trattare la complessa materia della disciplina dell’immigrazione circa espulsioni, permessi di soggiorno o protezione internazionale. Nè si intende affrontare la questione delle condizioni che legittimano la concessione dell’anzidetta scriminante, qualora la nave soccorritrice abbia comunicato la sua attività ad un non precisato “competente centro di soccorso” (che, con riguardo alla casistica delle operazioni, potrebbe essere, oltre a quello italiano, il libico o il maltese).

Il tema che interessa è il transito inoffensivo nelle acque territoriali e le connesse misure per impedirne le violazioni. La Convenzione del diritto del mare (Unclos) qualifica come “offensivo” il passaggio che attenti alla “pace, buon ordine e sicurezza” dello Stato costiero elencando anche -a titolo esemplificativo- vari illeciti. Tra questi, oltre all’immigrazione irregolare ed alla violazione di leggi sanitarie e doganali, rientrano forme asimmetriche di terrorismo, attività di intelligence, azioni (militari e non) contro la sicurezza nazionale.

Acque interne, territoriali ed ipotetica zona contigua (Fonte IIM)

Il DL 130-2020 purtroppo non disciplina organicamente la materia ma attua un’artificiosa distinzione tra comportamenti “lesivi dell’ordine e sicurezza pubblica” e la violazione del transito inoffensivo per immigrazione irregolare, per farne discendere la non punibilità della nave che collabori con l’organizzazione SAR. Prevede, inoltre, una macchinosa procedura interministeriale, facente capo all’Interno, per vietare o limitare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale italiano non adeguata alle esigenze di celere operatività che richiede il contrasto di minacce alla sicurezza nazionale.

E modifica, infine, il “Salvini Bis” nella parte riguardante divieto di ingresso nelle acque territoriali (evidentemente per evitare ulteriori casi “Sea Watch”), nonostante l’Unclos, all’art. 25, autorizzi lo Stato costiero ad “adottare le misure necessarie per impedire nel suo mare territoriale ogni passaggio che non sia inoffensivo”.

Zone SAR prospicienti l’Italia; si noti la sovrapposizione di quella maltese con la nostra (Fonte: Maricogecap)

Non sappiamo se il provvedimento ora in discussione verrà blindato o potrà essere emendato. Il fatto è che le istanze politiche per un cambio di passo rispetto al “Salvini Bis” non considerano che i recenti episodi terroristici accaduti in Francia – come ben evidenziato da Gianandrea Gaiani in una sua audizione in Commissione Difesa della Camera – indicano che il nesso tra immigrazione irregolare via mare e terrorismo non è solo un’ipotesi di scuola.

Volendo, questa sarebbe invece l’occasione giusta per mettere ordine nella materia del controllo sul transito inoffensivo, rientrante nelle competenze di “ordine e sicurezza pubblica sul mare” attribuite dall’Interno alla Guardia di Finanza con il concorso della Marina e della Guardia Costiera.

Anche perché, si capirebbe finalmente che la realizzazione di un efficiente Dispositivo integrato interministeriale di sorveglianza marittima (Diism) –già realizzato dalla Marina con proprie risorse per adempiere agli obblighi istituzionali di sorveglianza di alto mare e ZEE – risponde ad esigenze concrete ed a moderni criteri di messa in comune di capacità settoriali.


Per non dire, poi, della necessità di sanare sul piano normativo, emendando l’art. 1100 del Codice della Navigazione, il vulnus subito dalla Guardia di Finanza per la mancata configurazione, nella citata sentenza della Cassazione, del reato di resistenza e violenza commesso a danno di una propria Unità.

Tra l’altro, il Paese vive un momento particolare in cui sta crescendo l’attenzione per la sua inconfutabile marittimità, sulla scia delle contese del Mediterraneo orientale.

Anche noi istituiremo una ZEE come previsto da un’apposita iniziativa parlamentare e forse ne approfitteremo per far uscire dalle nebbie legislative l’istituto della Zona contigua (frontiera avanzata di 12 miglia al di là delle acque territoriali per prevenire e contrastare immigrazione illegale, contrabbando e violazioni di leggi sanitarie), teoricamente già previsto dalla “Fini-Bossi” del 2002.

Insomma, una cosa sono le innegabili istanze umanitarie volte a non penalizzare il soccorso di necessità (la questione dovrebbe però interessare l’intera Ue, e non solo noi), un’altra, la tutela dell’integrità territoriale delle frontiere marittime nazionali.

Altri Stati – si veda il caso della Slovenia – dedicano un’attenzione estrema alla materia, che va ben al di là del controllo dell’immigrazione. Perché un grande Paese come il nostro deve umiliare la sua marittimità per distorte visioni politiche o, in mancanza di un’unica “cabina di regia”, per gelosie interministeriali?

I manganelli SI il Plaquenil NO. In Germania si cura il covid/lockdown/coprifuoco con la forza bruta e non con i medicinali all'idrossiclorichina

CAOS GERMANIA/ “Botte ai no-Covid, il governo non è mai sceso così in basso”

Pubblicazione: 20.11.2020 - Edoardo Laudisi

A Berlino sono scoppiati disordini come non si vedevano da tempo. C’è un mix pericoloso di stato d’eccezione e intolleranza politica a senso unico

Proteste a Berlino (LaPresse)

DA BERLINO – Nella capitale gli idranti contro la folla non si vedevano dai lontani anni Novanta, quando la polizia sgombrò la centralissima Mainzer Strasse i cui palazzi erano stati occupati da attivisti e freaks di tutto il mondo subito dopo la caduta del muro. E questo mercoledì, mentre in piazza infuriava la battaglia tra la polizia e quelli che ormai per pigrizia mentale o pregiudizio vengono chiamati no-Covid, o semplicemente estremisti, ma che in realtà sono un gruppo eterogeneo di cittadini dal retroterra variegato, il Bundestag, il Parlamento tedesco, approvava la legge sulla “difesa dalla pandemia”.

Dopo le lamentele di giuristi e costituzionalisti che criticavano la costituzionalità dei decreti del governo in materia Covid, l’esecutivo si è finalmente presentato davanti al Parlamento per far approvare una legge che colmasse la lacuna. Il dibattito che ne è seguito, trasmesso in streaming nel primo pomeriggio di mercoledì, è stato tra i più animati degli ultimi anni. L’opposizione aveva affilato le armi puntando tutto sulle rimostranze dei giuristi perché, come aveva argomentato il capo dei liberali (Fdp) Christian Lindner, “Quando si interviene sui diritti fondamentali, non può essere un governo a decidere ma il Parlamento. Altrimenti si aprono le porte a un regime democratico ambiguo”. Dall’inizio della pandemia lo scorso marzo il Parlamento non era mai stato interpellato.

Per comprendere la tensione che dalla piazza lambiva le colonne del Bundestag situato a pochi passi, occorre fare un piccolo passo indietro, all’inizio del secondo lockdown “leggero” introdotto a novembre. Alcuni tribunali tedeschi lo hanno indebolito, annullando i divieti di entrata nelle regioni critiche, le famigerate zone rosse, e il relativo coprifuoco, sostenendo che le proibizioni erano sproporzionate. I giudici di Monaco, ad esempio, hanno espressero fin da subito dubbi sul fatto che il lockdown “leggero” fosse compatibile con il principio costituzionale secondo cui la limitazione dei diritti fondamentali a lungo termine può essere decisa solo dal Parlamento. Perché misure così essenziali da incidere sui diritti fondamentali richiedono una base giuridica precisa, cioè una legge parlamentare che fino a quel momento mancava.

Se i suoi diritti fondamentali vengono limitati per un qualsiasi motivo, il sovrano, vale a dire il cittadino, deve dare il suo permesso. Si chiama sovranità popolare e oggi sono in troppi a volerla liquidare per decreto. La legge che lo fa, la legge che limita i diritti fondamentali, deve essere chiara, precisa e proporzionata. Deve avere uno scopo legittimo, deve essere oggettivamente appropriata e necessaria (cioè non ci devono essere altri mezzi meno invasivi a disposizione) e l’intensità dell’azione deve essere proporzionale al legittimo obiettivo perseguito. In una dichiarazione rilasciata al quotidiano Die Welt, l’avvocato costituzionalista Christoph Millers ha definito il lockdown di primavera come “la più massiccia interferenza sui diritti fondamentali nella storia della Repubblica federale avvenuta senza una base giuridica adeguata”. Il giurista Thorsten Kingreen dell’Università di Ratisbona ha aggiunto che “la determinazione dell’emergenza epidemica innesca un diritto di eccezione costituzionalmente molto problematico e il suo mantenimento permanente crea uno stato di emergenza non previsto dalla legge costituzionale”. Il dibattito parlamentare di mercoledì doveva ovviare a queste e a molte altre lacune.

Come, ad esempio, l’elenco completo delle misure necessarie che il governo centrale e quelli federali sono autorizzati ad adottare. Si tratta del controverso paragrafo 28a. Esso comprende restrizioni già note come la distanza di sicurezza e l’obbligo di indossare la maschera nei casi previsti, i divieti di entrata nelle zone a rischio e la chiusura delle attività economiche. Tuttavia, è chiaro che il coprifuoco “pesante”, il divieto di manifestare e i divieti di culto religioso, sono consentiti solo come estrema ratio. Per la prima volta poi vengono stabilite per legge le soglie di 35 e 50 nuove infezioni a settimana ogni 100mila abitanti, che giustificano prima misure di protezione “ampie” e poi “comprensive”. Una volta approvato il paragrafo 28a, i tribunali dei singoli stati federali non potranno più ribaltare i provvedimenti governativi in materia di pandemia.

Durante il dibattito non sono mancati momenti epici o patetici a seconda dei punti di vista. Il ministro della Sanità Jens Georg Spahn, al centro di molte polemiche per i provvedimenti governativi che hanno limitato i diritti fondamentali, si è rivolto all’odiatissimo partito di opposizione dell’AfD con il tono retorico di chi si sente dalla parte giusta della storia: “A voi interessa il dolore di queste persone oppure no? Ci siamo decisi, la società tutta si è decisa a difendere la salute. L’infezione va tenuta sotto controllo e noi lo stiamo facendo, ma non è finita. Siamo sulla strada giusta. Lotta contro il virus, sostegno all’economia, vaccino. C’è luce in fondo al tunnel, ci sarà il vaccino. Il vaccino ci salverà e la Germania ne ha grande merito. La maggioranza dei tedeschi è con noi. È d’accordo con le nostre decisioni. Dobbiamo rimanere uniti. Per questo oggi chiediamo l’approvazione del Parlamento”.

A un certo punto, quando un parlamentare dell’opposizione ha interrotto il dibattito per comunicare all’assemblea che la polizia stava usando le maniere forti contro i manifestanti assemblati a due passi dal Parlamento, dai banchi della maggioranza sono partiti applausi e grida di “gut so”, bene così, accompagnati da risate di scherno nei confronti degli “idioti del Covid”. Gli idioti, categoria nella quale di questi tempi vengono rinchiusi tutti coloro che si fanno delle domande legittime su qualsiasi cosa, si erano rifiutati di lasciare la piazza nonostante la polizia avesse sciolto la manifestazione. Così sono partiti idranti, manganelli e quasi 400 arresti festeggiati dagli applausi dei parlamentari.

Certo che paragonare questa legge a quella del 1933 (Ermächtigungsgesetz) con la quale i nazisti esautorarono il Parlamento installando di fatto la dittatura, non gioca a favore dell’intelligenza dei dimostranti. Però il paragone, per quanto bislacco, è anche il sintomo di una sfiducia totale dei cittadini nei confronti della classe politica tedesca. Una sfiducia così radicale, così definitiva, così senza speranza che potrebbe rovinare addosso alle istituzioni tedesche in modi imprevedibili.