L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 novembre 2020

Gli euroimbecilli di tutte le razze sono serviti. L’anno prossimo Berlino emetterà debito per qualcosa come 180 miliardi. Circa il 6% del Pil. Praticamente il crollo di un tabù epocale. Solo con almeno un milione di assunzioni di giovani nel pubblico impiego è la possibile certa risposta dell'Italia a Euroimbecilandia, ma certamente non lo farà questa politica, questi politici, toseranno senza ritegno gli italiani e basta

Il trucchetto di Merkel sul Bund salva la Germania. E intanto l’Italia è una bomba ad orologeria

28 Novembre 2020 - 13:00 

La Germania si salva con un’emissione monstre di debito, di base contro le regole della Bce. E intanto l’Italia è una bomba ad orologeria.


Ci sono notizie che per la loro duplicità interpretativa si possono definire tranquillamente a doppio taglio. Spesso cadono nell’anonimato, fagocitate da eventi più dotati di appeal mediatico. E in questi giorni, fra decessi di idoli calcistici e Dow Jones che sfonda quota 30.000 punti, oltre al punto sanitario fisso sul Covid, i media sono stati decisamente impegnati su altri fronti.

La notizia però c’è. Eccome.

Fonte: Bloomberg

Come testimonia questo grafico, l’anno prossimo Berlino emetterà debito per qualcosa come 180 miliardi. Circa il 6% del Pil. Praticamente il crollo di un tabù epocale, stante il totem di debito zero che da qualche anno caratterizza la politica fiscale del governo Merkel. Ovviamente, la pandemia ha giocato un ruolo enorme, costringendo già oggi la Germania a mettere in campo oltre 200 miliardi di euro per tamponare il fall-out delle chiusure da quarantena, fra sostegni e ristori.

Qui però c’è qualcosa di più. Un qualcosa che, appunto, mostra la sua duplice faccia. Se infatti una mossa simile appare palesemente un assist di Angela Merkel a Christine Lagarde in vista del board spartiacque del 10 dicembre, di fatto il regalo di addio della presidenza di turno tedesca all’Unione, dall’altro mostra quale sia la profondità della crisi non solo in atto ma, bensì, in prospettiva per l’anno a venire.

L’Europa è su un crinale. Molto simile per pericolosità a quello del 2011-2012. Apparentemente, nessun indicatore pare però sposare questa tesi. Gli indici azionari corrono e gli acquisti in seno al programma Pepp hanno schiacciato all’inverosimile gli spread sovrani dei Paesi maggiormente sensibili ai premi di rischio sul debito.

Tutto sotto controllo, formalmente. Non troppo, in realtà. E a spiegarlo ci pensa appunto la decisione di Berlino di innalzare, in sede di legge di bilancio federale, dal 10% al 20% la quota di debito federale sull’outstanding totale che il governo può detenere a bilancio. Una cifra enorme. Per mettere in prospettiva la quale, basta dare un’occhiata a questi due grafici, i quali segnalano l’aumento esponenziale di detenzioni interne di Bund alla voce General government in atto in Germania già nel corso del 2020.

Fonte: Hsbc
Fonte: BCE

Cosa significa tutto questo? Da un lato, il Tesoro tedesco ha emesso Bund per circa 140 miliardi di euro che non sono transitati sul mercato secondario ma terminati direttamente nel bilancio del governo, di fatto creando un cuscinetto di sicurezza, utilizzato quasi certamente per finanziare alcune delle misure di sostegno monstre già messe in campo a livello nazionale dalla scorsa primavera. Una pratica ampiamente distorsiva e, di fatto, in contrasto con le regole europee. Poiché quei Bund, se dovessero rimanere a bilancio e non essere monetizzati attraverso la loro vendita, non risulterebbero come voce di liability. Ovvero, non andrebbero a incidere sul debito pubblico.

Fonte: Bce

E questo grafico mostra come già nell’arco di quest’anno lo sforamento del limite del 10% contemplato nella scorsa finanziaria si sia ampiamente concretizzato, obbligando quindi i legislatori a intervenire con una deroga senza precedenti per evitare una palese violazione di legge. Giovedì scorso, la conferma dalla viva voce del ministro delle Finanze, Olaf Scholz.

Cosa significa, concretamente, questa decisione per la Bce?

Operando in questo modo, la Germania non aumenta il flottante di Bund disponibili sul mercato secondario ma garantisce comunque un aumento delle disponibilità di titoli di Stato in seno al controvalore totale del Qe (Pepp). Insomma, gonfia artificialmente la disponibilità, drenando offerta che finisce nel bilancio statale invece che a disposizione degli investitori. E questo abbassa le quote per emittente, favorendo la politica di deroga alla capital key e di limite massimo del 33% per singola Banca centrale nazionale che sta garantendo al Pepp l’unico successo che sta ottenendo: spread sotto controllo ovunque nei Paesi a più alto rischio da indebitamento strutturale, appunto.

Ma non basta. Con questa mossa sul bilancio statale, la Germania garantisce alla Bce la possibilità di raddoppio netto dell’ammontare a disposizione anche dell’App, ovvero il programma di Qe originario varato da Mario Draghi e divenuto poi veicolo di intervento fisso e sistemico dell’Eurotower. Cioé, quello a cui Christine Lagarde dovrà giocoforza ricorrere per rendere credibile la sua promessa di sostegno diretto alle economie anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, essendo il Pepp strumento temporalmente limitato al periodo pandemico.

Di più, oltre al controvalore si va a incidere anche sulla durata, poiché il livello di liberazione dello spazio di intervento sugli acquisti e il gap a disposizione a livello di limite per emittente permette un prolungamento ipotetico e potenziale, già oggi, fino al 2023.

Insomma, molto più di una boccata d’ossigeno in vista del 10 dicembre. Tutto risolto, quindi?

No. Quantomeno, non per l’Italia. Perché in perfetta contemporanea con la conferma della mossa tedesca, il decennale spagnolo e portoghese festeggiavano a modo loro. Il primo varcando la soglia del tasso negativo, il secondo arrivando praticamente a zero e addirittura brevemente provando esso stesso il brivido del segno meno. Tanto per mettere la questione in prospettiva, solo nel corso del crisi del debito sovrano Ue (2011-2012), il bond a 10 anni di Lisbona era in area 16%. Tutto merito della compressione artificiale degli spread operata dalla Bce, ormai un assunto accettato - ancorché a malincuore - anche dagli euroscettici più incalliti e irriducibili.

C’è però un problema: lo spread italiano resta lì. In area 115-118 punti base, ancora troppo lontano dai pari durata di Spagna e Portogallo, prima che dal Bund. E questo nonostante mesi e mesi di operatività della Bce in deroga alla capital key per emittente. L’Italia non è il malato d’Europa, citando la vecchia definizione utilizzata dall’Economist per la Gran Bretagna pre-Thatcher, bensì l’elefante nella stanza.

Fonte: Bce

Questo grafico mostra come ormai la Bce sia tornata a livello di operatività in controvalori attorno ai 20 miliardi nelle ultime due settimane, di fatto lasciando intendere l’istituzione di un new normal necessario per mantenere i premi di rischi in area di assoluta garanzia. L’Italia, però, continua a rimanere inchiodata al suo spread a tre cifre. Spagna e Portogallo scendono, addirittura al paradosso dei tassi in negativo.

Cosa ci dice questo? Che il debito italiano non è più sostenibile. Non siamo alla versione mediterranea del Minsky moment cinese solamente per il supporto continuo della Bce, altrimenti avremmo già varcato la soglia del déjà vu rispetto al 2011 e all’era emergenziale di Mario Monti.

Cosa significa questo, al netto dell’ottima - quasi esiziale - notizia giunta dalla Germania, proprio in chiave di mano libera per Christine Lagarde da qui a quindici giorni? Che quanto accaduto in Aula rispetto allo scostamento di bilancio, piaccia o meno, rappresenta il prodromo obbligato di un altro governo che come primo atto darà il via libera all’attivazione del Mes. E non solo e non tanto per cercare di mettere toppe solide alla sanità pubblica, bensì perché occorre un percorso di abbassamento strutturale dello stock di debito. Il quale deve prevedere controllo e condizionalità rigide per non cadere vittime dei veti incrociati di clientelismi e rendite di posizione elettorali dei partiti.

Il motivo? La Bce non ci sarà per sempre, se non nei sogni di qualche fantasioso apologeta del mondo senza debito e dell’helicopter money come risposta alle ingiustizie del sistema. Lo stigma? Lo stigma è già presente. Enorme. E, paradossalmente, innescato proprio da chi con la sua proposta voleva evitarlo.

Il ministro Fraccaro, infatti, sempre giovedì ha fatto ufficialmente sua la proposta del presidente Sassoli di cancellazione del debito contratto dai Paesi membri come risposta alla pandemia. Chiaro segnale di come in casa 5 Stelle sia ormai scattato l’allarme rosso rispetto alla formazione sotterranea di un nuovo esecutivo di emergenza o unità nazionale post-pandemica.

Questo strappo certifica come questa volta da Francoforte la risposta non sia arrivata sotto forma rituale ma decisamente simbolica.
Fonte: Bundesbank/Bce

A far notare non solo che una simile soluzione violerebbe i trattati e che i debiti presuppongono crediti capaci di conseguenze destabilizzanti, se non corrisposti ma soprattutto che l’unica risposta risieda nella crescita, è stato infatti il membro italiano del board dell’Eurotower, Fabio Panetta. E nel corso di un dibattito sulla moneta digitale organizzato dalla Bundesbank, quindi fuori contesto. E nella tana del lupo. Come dire, speriamo che stavolta il discorso sia davvero chiuso.

Spagna, Grecia e Portogallo non hanno chiesto il Mes? Spagna e Portogallo hanno i decennali in negativo o quasi. E Madrid, in proporzione al suo Pil, ha ottenuto molto più dell’Italia dal Recovery Fund. Mentre la Grecia ha un debito pubblico non paragonabile al nostro e usufruisce di un cap sospeso sulle detenzioni bancarie che rimanda il problema nel prossimo futuro post-pandemico, a livello di doom loop.

L’Italia, invece, ha tutte le criticità già in fila oggi, come un plotone d’esecuzione: debito strutturale insostenibile, doom loop fra banche e debito, sofferenze da smaltire, casse statali (Inps in testa) ormai pressoché esangui e costrette a continue trasfusioni dai fondi SURE per pagare Cig e ristori ed economia reale in traiettoria di profondo rosso. Signori, game over. Non fosse altro perché il Mes garantisce in ultima istanza anche un paracadute in caso di crisi bancarie: e dubito che, in punta di onestà intellettuale, qualcuno possa escludere a priori qualche turbolenza nel nostro comparto, quando il fall-out macro della seconda ondata e la fine del blocco dei licenziamenti presenteranno il conto.

Forse, è la volta che questo Paese diventerà grande, prendendo atto dei suoi errori passati. È come in Matrix, occorre scegliere quale pillola si vuole ingoiare. Quale realtà si sceglie, quella reale o quella percepita e desiderata? Rossa o blu? Dilemma risolto il quale, la domanda - di fatto, già oggi retorica - diventerà un’altra: chi guiderà la rinascita? Servirebbe un drago.

la politica monetaria, oggi, ha effetto soprattutto sulla finanza e non sull'economia reale. Per questa ci vuole la politica fiscale

NO PROBLEM: ci pensano sempre loro!

Scritto il 27 novembre 2020 alle 07:51 da Danilo DT


Non vi ho più parlato delle banche centrali per non annoiarvi anche perché il “mood” non è di certo cambiato. La scoperta di molteplici vaccini non cura certo gli effetti negativi del lockdown, la politica fiscale fatica a decollare e quindi la mossa più immediata ed efficace resta della di politica monetaria, anche solo tramite promesse e forward guidance. Ma non solo perché tutte le principali banche centrali del globo si sono dette pronte ad impegnarsi oltremodo, se ce ne sarà bisogno. Dai verbali dell’ultimo meeting emerge per esempio che la Federal Reserve potrebbe presto dare indicazioni ai mercati sulla durata degli acquisti di bond a sostegno dell’economia e su quali condizioni sarebbero necessarie per poter ridurre il ricorso ai programmi di acquisto. La BCE resta sempre sul pezzo e compra titoli settimanalmente per circa 20 miliardi di Euro. La BOJ resta ovviamente proattiva, come da sempre e si dice pronta anche ad aumentare gli acquisti. Unica nota, visto che spesso e volentieri a Tokyo si comprano ETF e non solo obbligazionari, la BoJ dovrebbe esercitare la massima vigilanza contro la possibilità di un improvviso cambiamento nei mercati finanziari e dare risposte politiche flessibili quando necessario, proprio per evitare di ritrovarsi in portafoglio con perdite importanti.

Intanto la slide qui sotto mette in chiaro il programma. Se nel 2020 abbiamo esagerato, nel 2021 continuiamo a non scherzare.


Con un sostegno così, come andranno i mercati? Intanto ricordo che la politica monetaria, oggi, ha effetto soprattutto sulla finanza e non sull’economia reale. Per questa ci vuole la politica fiscale. Però per chi bazzica sui mercati, il segnale sembra quantomeno evidente. E se volete al conferma, ve la faccio vedere con questa contrapposizione.


Finchè c’è il sostegno delle banche centrali, sembra proprio che i mercati non debbano temere un gran chè. Ma questa è la teoria che fino ad ora ha retto. Può reggere per sempre? Probabilmente no? E avranno sempre ragione loro? Beh, diciamo che non sempre hanno avuto ragione. Intanto una nota sul tasso inflazione. Non fidatevi molto sulle loro previsioni. Per esempio la BCE qui ha dato spettacolo negli ultimi anni. Possibile che non abbiano saputo leggere un perfetto quadro da debt deflation?


STAY TUNED!

Mentre l'Occidente è preso nella morsa covid/lockdown/coprifuoco per distruggere l'OFFERTA, la Cina prosegue imperterrita la sua strada e macina profitti. Due mondi con filosofie completamente opposte

La Cina consolida la ripresa: l'industria torna a macinare profitti

Continua sostenuta la ripresa del mercato auto in Cina, una dinamica che spinge la produzione di Toyota ai massimi livelli di sempre in ottobre. L'accelerazione, per il secondo mese di fila, equivale a un rialzo del 9% a poco più di 845.000 veicoli


27/11/2020

Pechino - La Cina conferma la resilienza sanitaria ed economica alla seconda ondata di Covid-19 nel mondo e mette a segno un balzo dei profitti delle imprese industriali mentre la domanda di auto del costruttore giapponese Toyota fa segnare al gruppo nipponico un incremento record della produzione ad ottobre. I profitti segnati nel paese del Dragone dalle società industriali sono saliti del 28,2% annuo a ottobre, a 642,91 miliardi di yuan (quasi 100 miliardi di dollari), al passo più rapido degli ultimi nove anni circa, a conferma appunto della ripresa economica in fase di consolidamento dopo la crisi dei primi mesi del 2020 a causa del propagarsi della pandemia.

Nei primi 10 mesi del 2020, ha riferito l'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, il trend è tornato positivo crescendo dello 0,7%, a 5.010 miliardi di yuan (circa 760 miliardi di dollari), dopo il -2,4% relativo al periodo compreso tra gennaio e settembre. I profitti delle aziende del settore privato hanno avuto un aumento dell'1,1%, contro il -7,5% accusato invece da quelle a controllo pubblico.

Continua sostenuta la ripresa del mercato auto in Cina, una dinamica che spinge la produzione di Toyota ai massimi livelli di sempre in ottobre. L'accelerazione, per il secondo mese di fila, equivale a un rialzo del 9% a poco più di 845.000 veicoli, dopo il più 11,7% di settembre. Sul fronte domestico l'output cresce del 12% con un totale di 309.582 autovetture, trainata dalla domanda del modello Harrier, la cui linea è stata appena aggiornata. Le vendite a livello globale sono cresciute dell'8,3% a 847.713 unità, comunica Toyota, anche in questo caso si tratta di un record, grazie al buon andamento della controllata Lexus in Cina, il principale mercato delle quattro ruote al mondo.
La prima casa auto nipponica ha detto che la ripresa della produzione sta registrando ritmi superiori alle aspettative, ma che il suo progresso dipenderà dall'evoluzione della pandemia del coronavirus e quindi occorre comunque mostrare una certa cautela. Intanto lo scontro diplomatico-commerciale tra Cina e Australia si arricchisce di un altro capitolo: il ministero del Commercio di Pechino ha annunciato l'imposizione, dal 28 novembre, di dazi anti-dumping temporanei tra il 107,1% e il 212,1% sull'import di vino australiano osservando che «vi è un nesso causale tra il dumping e i danni materiali».

Il ministro del Commercio di Canberra, Simon Birmingham, ha definito la mossa ingiustificata esprimendo grave preoccupazione per gli sviluppi dato che il mercato cinese assorbe il 37% dell' intera produzione vinicola australiana.

Mentre il mondo guarda al Covid, la Cina lavora per superare gli Stati Uniti e diventare la più grande potenza economica mondiale

Rcep, la Cina a un passo dal primato economico mondiale

27 novembre 2020
DI ELENA SCUDIERI

Xi Jinping dà scacco alla politica di trade war americana e guarda già ad Africa ed Europa. E per le aziende del Vecchio Continente si aprono ottime possibilità

Mentre il mondo guarda al Covid, la Cina lavora per superare gli Stati Uniti e diventare la più grande potenza economica mondiale. Proprio nei giorni in cui in America infuriavano le polemiche sul voto presidenziale, Pechino ha infatti siglato un maxi accordo commerciale, denominato Regional Comprehensive Economic Partnership, creando di fatto un blocco regionale che copre circa un terzo della produzione economica globale e include 14 delle economie più grandi e vivaci dell’Asia-Pacifico, dal Giappone alla Corea del Sud, passando per Australia e Nuova Zelanda, fino ai dieci Stati dell’Asean. Non solo. A pochi giorni dalla firma della Rcep, Xi Jinping già pianifica nuove visite a Seul e Tokyo, apre all’ipotesi di un ingresso nella Trans-Pacific Partnership, promosso da Obama e bloccato da Trump, e promuove una nuova Free Trade Zone in Africa.
Pechino caput mundi

“Negli ultimi 20 anni il ruolo di Pechino nel commercio globale è cambiato completamente; nel 2001 la Cina è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio ed oggi è l’economia con i maggiori volumi di export (2.5 mila miliardi di dollari nel 2019) e il leader del commercio per transazioni totali (4.57 mila miliardi di dollari nel 2019)”, osserva Lorenzo Riccardi, economista del Belt Road Institute della Shanghai University, secondo cui da questa posizione Xi Jinping contrasta la politica di trade war americana.

D’altra parte, gli accordi di libero scambio sono da anni parte importante della strategia di Pechino, che già aveva Free Trade Agreement firmati o in negoziazione con tutti i Paesi dell’accordo. “Anche per la Trans-Pacific Partnership, che aggiungerebbe le economie di Cile, Perù, Canada e Messico, in realtà la Cina ha già accordi di libero scambio con Cile e Perù e un FTA under consideration con Canada, che nelle Americhe si uniscono all’accordo con Costa Rica e alla negoziazione in essere con Panama”, fa notare l’economista

Nel mirino di Xi Jinping anche Africa ed Europa. Pechino sta infatti promuovendo, come spiega Riccardi, la creazione di una Free Trade Zone continentale tra i membri dell’Unione Africana e il ministro degli Esteri Wang Yi ha confermato proprio a novembre 2020 l’impegno di Pechino nel finanziare il progetto, mentre da tempo si discute di usare la valuta cinese nel continente. Nel Vecchio Continente, la Cina ha FTA in essere con Svizzera e Islanda e negozia nuovi accordi con Norvegia e Moldavia, oltre al EU-China Comprehensive Agreement on Investment.

“Ma di certo è in Asia-Pacifico che si giocano le strategie future – precisa l’economista -: questa mega regione è la più estesa per territorio e numero di Paesi (60) e con 4,53 miliardi di persone rappresenta il 60% della popolazione mondiale. Oltre ai 14 paesi che si uniscono alla Cina con Rcep e all’India che è candidata membro, Pechino ha già Free Trade Agreement firmati con Georgia, Maldive e Pakistan, in negoziazione con Paesi del Golfo, Sri Lanka, Israele, Palestina e Cambogia e in valutazione con Fiji, Nepal, Papua Nuova Guinea, Bangladesh e Mongolia”.

“Prima della pandemia la Cina cresceva al 6,1%, l’Asia-Pacifico al 4,5% e il mondo al 2,9%, dopo l’emergenza sanitaria si prevede sarà di nuovo il Far East il motore dello sviluppo – conclude Riccardi -. Con la Dual Circulation, Pechino promuove mercato interno e sviluppo estero; con gli accordi di libero scambio, contrasta ogni guerra sui dazi e utilizza la nuova mega Free Trade Zone d’Oriente per accelerare il proprio ruolo di leader globale”.
Le contromosse degli Usa

C’è da scommettere dunque che Pechino costituirà la prima sfida del neo-presidente statunitense, Joe Biden, quando si tratterà di formulare le politiche commerciali della sua amministrazione. “La Cina è un agguerrito concorrente degli Stati Uniti nel campo della tecnologia e si appresta a esserlo anche sui mercati finanziari”, avverte Alessandro Tentori, cio di Axa Im Italia, secondo cui il mercato delle riserve valutarie è, in questo senso, esemplare. Il 63% di tutte le riserve è infatti denominato in dollari, lasciando un 20% all’euro e gli spiccioli ad altre valute: un’allocazione che stride con una realtà economica che vede invece la Cina al primo posto in termini di Pil espresso in potere di acquisto in dollari (19% del Pil mondiale, contro il 15% degli Usa).

“Faccio quindi fatica a pensare che l’amministrazione Biden sia disposta a mettere in gioco il monopolio valutario statunitense senza una adeguata controparte strategica – riflette Tentori -. Il pensiero va a una controparte commerciale, ma anche qui gli strateghi di Pechino sono stati bravi a sfruttare prima il vuoto lasciato dalla politica di ‘America First’ e poi il periodo di transizione Trump/Biden per firmare il più grande accordo commerciale al mondo, Rcep”.
L’occasione dell’Europa

Insomma, la Rcep aumenta senza dubbio la pressione su Biden per approfondire l’impegno commerciale del Paese nella regione Asia-Pacifico, ma avrà ovviamente ripercussioni su tutto il mondo, Europa compresa. Secondo Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity, il Vecchio Continente potrebbe beneficiare del maxi accordo cinese, in quanto piattaforma regionale che consente alle imprese Ue di diversificare la catena delle forniture, mantenendo aperto l’accesso sia ai Paesi Rcep sia al mercato americano, riducendo il contempo il rischio geopolitico legato all’internazionalizzazione.

“In questo contesto, vediamo una potenziale rivalutazione delle società europee – assicura Zimmerman – dato che è ragionevole aspettarsi la fine del processo di deglobalizzazione delle supply-chain cinesi, causata dallo scontro con gli Stati Uniti. Inoltre, l’ulteriore crescita della classe media asiatica si trasformerà in un aumento della domanda per i prodotti europei di qualità”.

L’accordo Rcep copre infatti il 30% dell’economia globale, con 26,2 triliardi di dollari, e il 30% della popolazione mondiale, con oltre 2,2 miliardi di consumatori, e l’eliminazione delle tariffe all’interno del blocco commerciale dovrebbe toccare il 90% delle merci scambiate. Per il gestore gli effetti di queste riduzioni tariffarie saranno naturalmente meno importanti all’interno della zona Asean, ma nel contesto della Rcep aumenterà il flusso di investimenti diretti verso questi Paesi come si era già parzialmente verificato a seguito della trade war con gli Usa.

I dazi saranno invece azzerati tra Giappone, Corea del Sud e Cina e questo metterà sotto pressione le aziende domestiche cinesi e comporterà sicuramente un aumento delle importazioni per Pechino, secondo Zimmermann. Quest’ultima, forte della sua importanza all’interno del gruppo, beneficerà della maggiore integrazione della regione nella nuova Via della Seta, promossa dal governo cinese. La regolamentazione di tematiche di crescente rilevanza negli scambi commerciali, come diritti d’autore, e-commerce e servizi finanziari, sono altri fattori che rendono questo patto attrattivo.

“Già prima di questo accordo l’Asia era il motore principale della crescita globale. La regione ha gestito la pandemia in maniera più efficace del resto del mondo e la ripresa sta avanzando, come mostrano gli ultimi dati sulla produzione industriale e gli indici Pmi e prevediamo un’accelerazione degli investimenti diretti verso il sud-est asiatico, non soltanto a livello regionale, ma anche da parte di Europa e Stati Uniti”, conclude il gestore.

e se non basta il covid-19 è già pronto il covid-21. L'imperativo di distruggere l'OFFERTA deve essere rispettato

Il G20 spiegato da Shamir

Maurizio Blondet 28 Novembre 2020 

L’OMS al G20 ha preconizzato “che questo virus non sarà l’ultimo; ci saranno più pandemie e solo le vaccinazioni, le mascherine e i generosi contributi al suo bilancio ci salveranno. Hanno anche promesso una nuova ondata di Covid a gennaio, e poi un’altra, e così via fino a quando la terra non sarà coperta di vaccini”.

Questo traggo dal magistrale resoconto fatto da Israel Adam Shamir del G20 online che si è tenuto nei giorni scorsi. Ne stacco questo capoverso per mostrare che la “previsione” OMS, ci sarà un’altra ondata a gennaio, coincide col ruolino di marcia della crisi programmata sfuggito negli ambienti di potere del Canada, e ovviamente bollato come fake news. Di cui un sito benemerito ha fatto la traduzione in italiano, così che i non covidioti (che sperano che il governo, che imponendo le mascherine, ci lascerà tornare alla “vita normale”) si preparino.


Dopo le feste, ci diranno che i pranzi di Natale e i veglioni di Capodanno (“Veglioni, Fabbriche di Covid“, ha detto il primo ministro francese) li obbligano – colpa nostra – a procedere al confinamento completo e totale, molto più rigido del primo, progettato nel ruolino per gennaio.

L’inizio del pezzo di Shamir (sto traducendolo)


“I leader del G20 hanno raggiunto un consenso di una ampiezza precedentemente osservata ai vertici del Patto di Varsavia. Notizie in breve: vogliono vaccinarci e poi, prima di ricominciare a muoverci, passare alla lotta al riscaldamento globale. Se sopravviviamo a maschere e vaccini, l’austerità ucciderà i sopravvissuti.

Ricordi? prima della pandemia c’era Greta. Greta tornerà non appena tutti avremo ricevuto la punturina [vaccino] . Questo programma Save the World – Salva il mondo – coinvolge una parte significativa dell’umanità, inclusi russi, europei e americani. Prima, una punturina per salvarci; subito dopo, salviamo il pianeta dal riscaldamento. Gran parte di questo salvataggio del mondo è uscito direttamente da un fumetto. Ora prendiamoci del tempo per osservare cosa sta succedendo.

Mentre passavi il fine settimana a prepararti per il Ringraziamento e Black Friday, i leader di venti dei principali paesi del mondo hanno tenuto il loro vertice online. Di solito si incontrano, parlano, discutono di problemi a margine – questa volta era tutto online. Sebbene il vertice sia stato formalmente ospitato dall’Arabia Saudita, Zoom is Zoom: gli ospitanti del vertice hanno avuto poche opportunità di mostrare la loro ospitalità. E c’erano poche polemiche. I leader generalmente erano d’accordo tra loro.

Il principale dissidente – il mostro arancione, alias il presidente Trump – avrebbe potuto infilare un bastone nei raggi del carro troppo veloce, ma non aveva tempo per loro. Era immerso nella sua battaglia per la Casa Bianca nei campi e nel tempo libero giocava a golf.

Il precedente vertice del G20 si era svolto a marzo, e lì hanno deciso di aprire le porte ai confinamenti e distruggere il mondo come lo conoscevamo. Prima di marzo, l’ossessione Covid era ancora un interesse di minoranza. I russi ne hanno riso. Dopo la decisione del G20 di marzo, è diventata la massima priorità. Il Vertice di novembre ha confermato le decisioni di marzo e si è spinto oltre, molto oltre.

Mentre il presidente Putin al vertice ha sottolineato che il principale pericolo per il mondo è la disoccupazione, la povertà e la depressione economica di dimensioni senza precedenti, altri oratori hanno dato l’impressione di essere soddisfatti della situazione attuale, perché consente di ricostruire tutto. Ricostruisci meglio, è lo slogan di Joe Biden:


Build Back Better = Grand Reset

Per alcuni Covid è una pestilenza; ma per i nostri leader è una finestra di Overton. Consiglierei loro di mangiare una fetta di limone prima di parlare. Questo, ovviamente, non aiuterà contro Covid, ma almeno cancellerà i sorrisi beati dai loro volti…..

Bisogna sentirne la violenza, la volontà di umiliare, l’urlo vittorioso e arrogante della tizia (quella dei dodici/dieci vaccini obbligatori) che sa di poterselo permettere, altrimenti non ci si crede

Sui Ricchi di Stato che strigliano i poveri

Maurizio Blondet 28 Novembre 2020 

Parliamo del “nuovo libro” in cui “Francesco” insulta e sgrida coloro che manifestano contro i lockdown che li stanno impoverendo.

Ma per introdurre l’argomento, occorre che vediate la Beatrice Lorenzin, l’ex ministra della salute che per Big Farma ha imposto i dieci vaccini ai bambini, come ha insultato un povero, ossia un ristoratore che lei accusa di diffondere il contagio perché tiene il ristorante aperto. “Deve stare zitto, non ha nessun diritto!”, urla e stride la ricca di Stato, coprendo col suo strillo la voce del povero, gli impedisce di spiegarsi, di dire le sue ragioni. Bisogna sentirne la violenza, ka volontà di umiliare, l’urlo vittorioso e arrogante della tizia che sa di poterselo permettere, altrimenti non ci si crede.

Ebbene: il libro del “papa Francesco” insulta i poveri nello stesso stile della Lorenzin.

Cominciamo però dal titolo. “Let Us Dream: The Path to A Better Future“. Il titolo imperativo, “Sogniamo”, è da Beppe Grillo. Il sottotitolo, “la via a un miglior futuro” è una parafrasi dello slogan di Biden e dei Dem : “Build back Better”, “Ricostruire Meglio”: dove l’accento è sul “Meglio”. Si tratta di una evocazione del Gran Reset del World Economic Forum: non si tornerà alla crescita di prima che inquina e consuma, si ricostruirà “meglio”, ossia ecologico, “sostenibile”, verde, “resiliente” – tutti gli aggettivi propagandistici dell’ideologia trionfante, i quali, per le masse impoverite, significano: niente più auto andate in bicicletta e monopattino, chiudete il ristorante la sera, e tutto il superfluo viene abolito per voi superflui, bisogna ridurre le emissioni. E vaccinatevi tutti! Non avete diritto di obiettare! Vi togliamo la parola!

Ebbene, il libro di El Papa (che si è fatto scrivere dal suo ghost-writer Austen Ivereigh), Francis sostiene i manifestanti anti-razzismo mentre denigra e calunnia i manifestanti anti-lockdown. Coloro che nel mondo hanno manifestato contro i confinamenti e le restrizioni che li hanno impoveriti, hanno reagito – quasi che, scrive, “le misure che i governi devono imporre per il bene della gente costituissero un attacco politico all’autonomia o alla libertà personale!”

“Francesco” non ci stupisce mai. Ripete pedissequo gli argomenti che sentiamo ripetere decine di volte al giorno da Conte, da Speranza, dalle tv in loro possesso (cioè tutte), i tedeschi dalla Merkel, i francesi da Macron, gli spagnoli dal loro governo oppressore per conto WEF: sono gli argomenti con cui i Ricchi di Stato – ossia quelli che dalle finanze pubbliche prendono i loro stipendi di lusso garantiti da 15 mila al mese – danno lezioni , e oltraggiano, le masse che le loro scelte hanno reso prive di redditi dieci volte inferiori.

Ovviamente, il coso, El Papa, non si priva di vilipendere e calunniare i manifestanti anti-lockdown . Questo il suo argomento: “Non le trovi mai, persone del genere, a protestare per la morte di George Floyd, o unirsi a una manifestazione perché ci sono baraccopoli dove i bambini non hanno acqua o istruzione”.

Ricatto morale sfiatato, che per la sua bassezza e odio propagandistico è comprensibile nella bocca di un antifa incendiario, o di una Boldrina, non di un papa.

Ma questo è niente. Poteva mancare l’accusa ai manifestanti contro le violazioni delle libertà costituzionali di volere il nazismo?

“Ascoltando alcuni dei leader populisti che abbiamo ora, mi vengono in mente gli anni ’30, quando alcune democrazie caddero in dittature dall’oggi al domani”, ha scritto. “Lo vediamo accadere di nuovo ora nelle manifestazioni in cui i leader populisti eccitano e arringano le folle, incanalando i loro risentimenti e odi contro nemici immaginari per distrarre dai problemi reali”.

Questa calunnia, che il papa ripete copia-incolla, è addirittura la dottrina ufficiale dell’oligarchia che si auto-definisce “democrazia UE”. Quelli che manifestano – in Germania s’è visto molto bene – protestano con coraggiosa lucidità politica contro le violazioni dei diritti fondamentali attuate dal governo Merkel, accusando con incontrove ragione giuridica il governo di aver replicato la legge del ’33 che consentiva al Fueher di governare per DCPM senza passare per il parlamento: i manifestanti sono quindi, se mai, lucidamente antinazisti. Stanno difendendo il diritto contro la sopraffazione.

Il potere risponde che “sono minoranza”, e quindi devono stare zitti, per cui e perché “la democrazia” per definizione sono loro. Ma una democrazia che ingiunge alle minoranze di tacere, che si oppone con grida (Lorenzin) e calunnie alle loro obiezioni, è una “democrazia” che ci ingiunge: per essere democratici, dovete accettare le violazioni delle libertà fondamentali, e senza la minima protesta.

El Papa rincara: “Hanno trasformato in una battaglia culturale quello che in realtà è uno sforzo per garantire la protezione della vita”.

Ignorando di aver espresso il più alto elogio dei manifestanti anti-confinamento: sì, la loro battaglia è culturale, contro quella che è violenza di Stato, il contrario feroce della cultura; essi, non Francesco, pongono il problema fondamentale della politica pluralista, della libertà nell’ordine, insomma della civiltà che viene calpestata con la scusa di “proteggere la vita”.

Insomma: El Papa fa e dice quello che gli prescrivono i progettisti del Gran Reset; ma lo fa sul registro basso, indegno di un pontefice; il registro della Lorenzin che urla e copre la voce del povero per impedirgli di dire le sue ragioni. Tutto il Grand Reset, loro, lo riducono all’avanspettacolo di Dario Fo:

Noi sempre allegri bisogna stare
Che il nostro piangere fa male al re
Fa male al ricco e al cardinale
Diventan tristi se noi piangiam,

Il governo degli euroimbecilli non ha mai nemmeno provato ad “alzare l’asticella” dell’escalation schierando un gruppo navale con elicotteri e forze speciali di fronte al Bengasi.

Pescatori prigionieri in Libia: comunque vada l’Italia ha perso

28 novembre 2020 


La vicenda dei 18 pescatori di Mazara del Vallo (8 dei quali di nazionalità italiana) prigionieri da inizio settembre delle milizie dell’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Khalifa Haftar, si prolunga ormai da tre mesi in cui chiacchiere politiche inconcludenti e trattative segrete non sono riuscite a sbloccare la situazione.

Restano ancor oggi valide tutte le valutazioni che esprimemmo in proposito su Analisi Difesa il 5 ottobre scorso, ma uno spiraglio di soluzione l’ha fatta balenare in questi giorni il vicepresidente del governo di Tripoli, rivale di Haftar, che ha fornito qualche indicazione utile circa l’andamento dei negoziati sui quali il governo italiano non ha mai saputo esprimere nulla di concreto nascondendosi dietro alla necessità di mantenere la necessaria riservatezza.

“Lavoriamo assiduamente per la liberazione dei pescatori italiani. Anche oggi i miei collaboratori ne stavano parlando con gli ufficiali di Bengasi” ha detto, in un’intervista al Corriere della Sera, Ahmed Maitig, vicepresidente del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (GNA) a Tripoli, aggiungendo che “credo la direzione sia quella dello scambio con i calciatori libici condannati al carcere in Italia”.


La liberazione dei “calciatori”, condannati da un tribunale italiano per traffico di esseri umani, è sempre stato il “riscatto” che Haftar ha chiesto per liberare i 18 uomini e i due pescherecci Antartide e Medinea, accusati anche di traffico di droga.

“Gli italiani sono attivissimi, lavorano a tempo pieno. Tra i nostri due Paesi esistono trattati per lo scambio di prigionieri. Credo sia questa la strada. Seguiremo le nostre legislazioni in merito. Spero nel successo il prima possibile. Ma non so quando di preciso” ha detto Maitig (nella foto sopra con il ministro degli Esteri turco) che senza dubbio per l’Italia è l’uomo giusto a cui rivolgersi dal momento che è il solo esponente del governo di Tripoli ad avere ottime relazioni con quello di Tobruk e con la famiglia di Haftar.

Protagonista indiscusso dei recenti negoziati per la stabilizzazione, Maitig concluse l’accordo, firmato a Soci (Russia) con uno dei figli di Haftar, che ha recentemente permesso la riapertura dei pozzi e dell’export petrolifero in tutta la Libia consentendo di dare ossigeno all’economia della ex colonia italiana.

Amico dell’Italia, Maitig è un moderato lontano dalle derive islamiste dei Fratelli Musulmani che stanno ostacolando il processo di pacificazione ed è un leader stimato a Mosca, a Washington, in Europa, nel mondo arabo ma anche ad Ankara: un uomo a cui guarda la comunità internazionale come futuro premier.


Ciò detto la vicenda dei pescatori prigionieri a Bengasi rappresenta dopo tre mesi una severa umiliazione per l’Italia, tagliata fuori come l’intera Europa dalla lista delle potenze che esprimono un’influenza sul processo di pace libico.

La loro liberazione in seguito a uno scambio con i quattro trafficanti-calciatori detenuti in Italia rappresenterebbe una soluzione utile a riportare finalmente a casa, dalle loro famiglie, i nostri connazionali ma costituirebbe allo stesso tempo uno smacco ulteriore per la già compromessa credibilità dell’Italia.

Haftar non rappresenta un movimento terroristico a cui pagare riscatti milionari per ottenere la consegna di cittadini italiani rapiti ma è il capo militare di forze armate che fanno capo al governo di Baida espresso dal parlamento di Tobruk, quest’ultimo riconosciuto dalle Nazioni Unite tanto quanto il GNA di Tripoli.

Negli anni scorsi Roma non lesinò pressioni sul governo di Kabul tese a far liberare alcuni capi talebani reclusi per ottenere il rilascio di un giornalista italiano, più recentemente alcuni ostaggi italiani e francesi in mano ai qaedisti nel Sahel sono stati liberati in cambio della scarcerazione di un buon numero di miliziani jihadisti. Scambi certo spiacevoli e criticati da molti ma ritenuti indispensabili avendo a che fare con terroristi e gruppi eversivi.


Il feldmaresciallo Haftar è invece a tutti gli effetti un esponente istituzionale: ha incontrato molte volte presidenti, premier e ministri anche italiani (nelle foto sotto) , ha firmato nel 2015 un accordo di cooperazione militare con la Russia (nella foto qui a lato) , ha la cittadinanza libica ma anche quella statunitense dopo aver vissuto per molti anni in Virginia, vicino al quartier generale della CIA, dopo aver abbandonato il regime di Gheddafi presso il quale era caduto in disgrazia.

Proprio per questo cedere al ricatto consegnando quattro criminali già condannati dalla nostra giustizia costituirebbe un pessimo segnale per il prestigio (residuo) di Roma e del suo governo che, ancora una volta, ha chiesto aiuto alla Ue senza ottenere nulla di concreto.

Fonti ben informate riferiscono che i quattro calciatori sarebbero i rampolli di importanti leader di tribù che sostengono Haftar: motivazione valida a mobilitare il generale per uno scambio di ostaggi che rinnova un modus operandi molto in voga anche in Europa nei secoli scorsi ma ancora diffuso e attuale nel mondo arabo.


Valutazioni che non possano però sottrarci dall’osservare che la liberazione di criminali condannati dalla giustizia italiana per uno scambio di ostaggi potrebbe costituire un precedente pericoloso. Quante organizzazioni jihadiste, terroristiche o criminali, internazionali o che pure abbondano entro i nostri confini nazionali, potrebbero domani trovare conveniente sequestrare liberi cittadini, giornalisti, funzionari dello Stato o lavoratori chiedendo di barattarli con ergastolani, boss in isolamento carcerario o persino rubagalline e criminali di mezza tacca la cui liberazione stia a cuore a parenti e compari.

Cedere al ricatto di Haftar significa potenzialmente doversi preparare anche ad accettarne di simili da Stati “canaglia”, leader tribali e “feldmarescialli” d’Africa trasformando in preda preziosa ogni italiano che per lavoro o altre ragioni entri o si avvicini ad alcuni Stati instabili o governati da despoti o farabutti.

Vale poi la pena sottolineare che in questi tre mesi il governo Conte non ha mai nemmeno provato ad “alzare l’asticella” dell’escalation schierando un gruppo navale con elicotteri e forze speciali di fronte al Bengasi. Non necessariamente per attuare blitz (che non appartengono alla cultura politica, da sempre “calabraghista” di un’Italia che peraltro schiera forze speciali tra le migliori del mondo), ma quanto meno per ricordare a tutti che per liberare i connazionali prigionieri “non si esclude nessuna opzione” e per ribadire la libertà di navigazione nel Golfo della Sirte, acque internazionali su cui la Libia arbitrariamente esercita la sua sovranità da oltre dieci anni.


Infine, la minaccia di un blitz militare italiano avrebbe forse indotto gli sponsor di Haftar a esercitare pressioni sul generale affinché liberasse i pescatori, anche solo per evitare un’escalation militare pericolosa, specie ora che tutte le potenze che contano in Libia sono alle prese con un difficile processo di stabilizzazione.

Due o tre navi militari italiane al largo di Bengasi avrebbero espresso una reale deterrenza e preoccupato tutti i protagonisti della crisi libica (in fondo l’Italia è pur sempre la maggiore potenza militare e navale del Mediterraneo) rafforzando un’azione diplomatica da sola troppo fiacca, come si è visto a oggi, per ottenere il successo.

Il governo italiano ha infatti chiesto un aiuto agli Stati che sostengono Haftar ma finora i risultati sono stati nulli e la regione più facilmente comprensibile è che tutte le potenze che hanno un peso in Libia hanno tutto l’interesse a ridurre l’influenza di Roma, minata drammaticamente anche dalla vicenda dei pescatori.

Alla luce di queste valutazioni fa sorridere il dibattuto un po’ sterile sul mancato intervento del cacciatorpediniere Durand de la Penne (nella foto sotto) e del suo elicottero che avrebbe potuto tentare di mettere in fuga la piccola motovedetta libica che il 1° settembre ha sequestrato i due pescherecci e i loro equipaggi. Un intervento a fuoco con due pescatori già imbarcati sulla motovedetta avrebbe potuto determinare una risposta armata che avrebbe messo in pericolo l’incolumità degli equipaggi.


Del resto non ci si trovava di fronte a miliziani dell’Isis, qaedisti o talebani, ma a motovedette della Cirenaica che già in passato avevano fermato pescherecci italiani nel Golfo della Sirte e i sequestri si erano sempre rivolti con qualche giorno di blocco in porto, l’intervento della nostra diplomazia e il pagamento di una multa.

Precedenti che non avrebbero mai consigliato un intervento a fuoco specie se utilizzando solo l’elicottero a causa della distanza a cui si trovava il cacciatorpediniere. Non è difficile immaginare quali reazioni vi sarebbero state se l’azione dell’elicottero della Marina avesse determinato indirettamente la morte o il ferimento di alcuni pescatori.

L’aspetto sorprendente non è quindi che la Marina non sia riuscita a sventare il sequestro ma che il governo non l’abbia successivamente mobilitata per mostrar bandiera e muscoli al largo di Bengasi dove i pescatori sono reclusi.

La distruzione dell'OFFERTA da parte del Grande Reset Occidentale porterà inflazione e il bitcoin è la valuta-rifugio conclamata sul campo

Bitcoin supera MasterCard e PayPal tra le risorse più utilizzate

Il mercato delle criptomonete è in continua crescita, il Bitcoin sta già diventando più prezioso di MasterCard e PayPal.

- 28 Novembre 2020


Il mercato delle criptovalute cresce senza sosta, record attuale di quasi 100 miliardi di dollari nell’ultima settimana. Il prezzo del Bitcoin si avvicina al massimo storico.

Il Bitcoin è la diciannovesima risorsa più preziosa al mondo, superando Mastercard e PayPal. La sua attuale capitalizzazione di mercato di 356 miliardi di dollari, rispetto ai 130 miliardi di dollari in questo periodo un anno fa, pone la criptomoneta alla pari delle più grandi banche di investimento.

Al momento il Bitcoin rappresenta meno di due terzi del mercato complessivo delle criptovalute, che conta quasi 4.000 diverse altcoin e valute digitali. Tra quelli principali ci sono Ethereum (ether), Ripple (XRP), bitcoin cash e litecoin, che hanno registrato notevoli guadagni negli ultimi sette giorni.
MasterCard e PayPal battute dal Bitcoin, mercato delle criptovalute in crescita

Il prezzo di XRP è più che raddoppiato dalla scorsa settimana, mentre sia l’ether che il bitcoin cash valgono più del triplo. L’incremento è fomentato dalla forte domanda istituzionale. I migliori hedge fund e gestori di denaro vedono sempre più la criptovaluta come un bene prezioso durante i periodi critici. Anche l’integrazione del Bitcoin annunciata da PayPal fa la differenza. PayPal ha almeno 346 milioni di clienti in tutto il mondo.

Molti analisti hanno previsto nuovi record prima della fine dell’anno, mentre alcuni sostengono che le tendenze attuali suggeriscono che ci saranno guadagni più massicci nel 2021. Sergey Nazarov, co-fondatore del progetto blockchain multimiliardario Chainlink, è tra coloro che prevedono che il bitcoin quintuplicherà il suo valore nei prossimi 12 mesi.

Ad influire è anche la crescente domanda di rendimento e l’aumento della “finanza decentralizzata”, o “DeFi“, il settore in più rapida crescita all’interno dell’industria blockchain. Per la prima volta nella storia del bitcoin – e con un aumento storico dell’inflazione – non solo qualcuno può acquistare criptomonete come copertura, ma è anche in grado di ricevere un TAEG/rendimento maggiore di quello che può aspettarsi di ottenere seguendo procedure tradizionali.

Maledire gli ebrei sionisti non è peccato

NYT: 'C'è Israele dietro omicidio scienziato Iran'

'Non è chiaro quanto Washington fosse informata in anticipo'

FOTO
L'auto sulla quale viaggiava Mohsen Fakhrizadeh © ANSA/EPA

Redazione ANSAROMA
28 novembre 202014:41NEWS

C'è Israele dietro l'assassinio dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh, scienziato di punta del programma nucleare dell'Iran: lo dicono al New York Times" un funzionario americano e altri due dirigenti dell'intelligence". Secondo il quotidiano "non è chiaro quanto gli Usa sapessero in anticipo dell'operazione.

Ma i due paesi sono strettamente alleati e da molto tempo condividono informazioni di intelligence sull'Iran". 

E il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha subito ribadito l'accusa contro l'acerrimo nemico Israele, affermando che lo Stato ebraico agire come un "mercenario" degli Stati Uniti. "Ancora una volta, le mani malvagie dell'arroganza globale, con il regime usurpatore sionista come mercenario, sono macchiate con il sangue di un figlio di questa nazione", scrive Rohani sul suo sito ufficiale riferendosi all'omicidio di Fakhrizadeh. L'Iran usa generalmente il termine "arroganza globale" per rivolgersi agli Stati Uniti.

Lo stesso Deng, poco prima della morte, disse di aver messo in moto una sperimentazione “neo-socialista” (almeno a suo avviso) che non si trovava nei libri di Marx e Engels e che nemmeno la Nep di Lenin, a cui si era originariamente ispirato, gli poteva esser più d’aiuto per la sua evoluzione

Hosea Jaffe e il socialismo cinese bucharinista

di A. Vinco
18 novembre 2020

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


I lettori di Sollevazione conoscono sicuramente H. Jaffe, tra i più brillanti e dotati economisti marxisti degli ultimi decenni, tradotto in italiano da Jaca Book. Jaffe, trotzkista e terzomondista, teorico raffinato della rivoluzione permanente e ininterrotta, morì nella più totale solitudine e nel dignitoso silenzio nel dicembre 2014, in Italia, a San Martino Valle Caudina nei pressi di Avellino. La sinistra marxista italiana, occidentalista e subimperialista, ha ignorato, passandolo sotto silenzio, il lascito di Jaffe. Jaffe ci potrebbe aiutare a dirimere una delle più controverse questioni di questi tempi, ossia la questione sulla natura sostanziale della Cina di Xi Jinping? Non lo sappiamo con certezza, possiamo avanzare ipotesi di lavoro, ma ci sembra comunque importante far conoscere ai lettori il suo pensiero in materia. Questo scritto vuole soprattutto essere un ricordo dell’economista sudafricano scomparso da sei anni.

Non siamo sinceramente in grado di definire per ora il carattere di classe e la natura del sistema cinese. Lo stesso Deng, poco prima della morte, disse di aver messo in moto una sperimentazione “neo-socialista” (almeno a suo avviso) che non si trovava nei libri di Marx e Engels e che nemmeno la Nep di Lenin, a cui si era originariamente ispirato, gli poteva esser più d’aiuto per la sua evoluzione. La chiave di volta per la comprensione della Cina odierna è forse, sia questa una ipotesi di lavoro, nella teoria di Bucharin sull’economia nel periodo di trasformazione. Se così fosse il “socialismo con caratteristiche cinesi” di Deng si invera nella storia come una nuova forma di marxismo, riletto quest’ultimo paradigma alla luce della militanza teorica e pratica di Bucharin. Il miglior studio sul pensiero economico-politico di Bucharin rimane quello di Stephen Cohen. Casomai ci torneremo su in futuro.

Hosea Jaffe contro il marxismo eurocentrico

Il trotzkista Jaffe, nella sua elaborazione più matura, considera la teoria maoista dei Tre mondi – Usa e Urss Primo mondo supercapitalista ed imperialista, Germania, Giappone e Italia come Secondo mondo subimperialista, Cina Socialista guida della lotta di liberazione antimperialista del Terzo e Quarto Mondo- e la dottrina maoista della linea orizzontale e del Nemico principale– sostanzialmente antisovietica – una rivoluzionaria rottura di paradigma sul piano della filosofia politica marxista. L’economista sudafricano, soprattutto in seguito al crollo inglorioso dell’Urss, finisce per vedere però, stranamente, una linea di continuità politica e strategica tra il maoismo e il denghismo riformistico ma non controrivoluzionario. Il maoismo metteva la guida politica del partito al centro, Deng la tecnica e l’economia. Ma il fine era il medesimo. Superamento della grande divergenza con l’occidente imperialista e nuova civilizzazione socialista.

Il denghismo fu anticapitalista e antimperialista?

In base all’analisi di Jaffe, Deng non fu un controrivoluzionario o un liquidatore dell’esperienza socialista, al contrario fu il più grande riformatore storico del campo antimperialista. La Nep riformista di Deng non si può che leggere, per l’economista trotzkista, alla luce delle contraddizioni interimperialiste globali e in questo senso il leader cinese che succede a Mao è il gigante socialista di questa epoca di civiltà. Scrive Jaffe nel 2008:

Le forze socialistiche antimperialiste nel PCC, il proletariato ed ancora – ci si consenta di farlo notare – i contadini, lottano contro questo supersfruttamento (imperialista occidentale) quotidianamente. Mentre la controrivoluzione capitalistica (guidata dagli USA e dalla Germania) contro l’URSS ridusse le aspettative di vita degli uomini da 70 a 59 anni in 17 anni, le aspettative di vita in Cina sono cresciute dal 2006 al 2007 da 72,88 a 73,18 anni (CIA: 2008): è il doppio della media delle aspettative di vita nell’Africa “indipendente” degli occupanti euro-statunitensi. L’alfabetizzazione minima in Cina si aggira intorno al 90,9%. In Africa gli “under 15” sono circa il 50% della popolazione, in Cina il 20%. Sotto la NEP i lavoratori hanno accesso ad una casa, godono di trasporti gratuiti, ospedali ed educazione dalle scuole primarie all’università. L’incidenza dell’AIDS in Cina è dello 0,1%, una persona su 1.000, tra le medie più basse al mondo. Come Cuba, anche la Cina è ufficialmente atea. Vorrebbe B.B. sostenere che tutto ciò è tipico del capitalismo? 9. L’ineguaglianza in Cina non è capitalistica. Sotto il capitalismo la più vasta parte delle ineguaglianze economiche non intercorre tra il lavoro ed il capitale nei PCA, bensì tra i redditi pro capite dei PCA imperialisti e delle rispettive popolazioni (di UE, USA, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Israele, Sud Africa e gli occupanti, coloni, oligarchi dell’“America Latina”) ed i paesi e le popolazioni non imperialiste (Asia, Africa, Medio Oriente, non europei negli USA ed in Europa). Il tasso di plusvalore nei PCA è in media del 33%, stando alle analisi dei PIL nazionali. Il rapporto tra redditi nei PCA (di cui il 33% ovvero 1/3 proviene dal bottino coloniale) e redditi dei non-PCA (di cui più del 50% sono razziati dai PCA) è di 2:1 ovvero del 200%. Questo rapporto internazionale, propriamente globale, basato sui tassi di cambio in dollari, è, attualmente, in numeri: 30 trilioni/15 trilioni di dollari statunitensi (PIL aggregati). Ciò equivale a 6,6 volte il rapporto profitti/salari nel blocco imperialista. In termini marxiani, così come espressi nel Das Kapital (il che è ben diverso dall’euromarxismo), la distribuzione internazionale imperialistica dei redditi è superiore a 6 volte alla distribuzione dei redditi tra le classi nei PCA.

Di conseguenza, secondo la visione dell’economista antimperialista, la sostanza del socialismo nel XXI sec.sarà rappresentata dalla linea offensiva antimperialista, ancor prima che dall’anticapitalismo teorico e dal socialismo astratto dogmatico. Si può contrastare il plusvalore capitalistico solo con la lotta antimperialista e con la vasta diffusione del benessere sociale nel campo asiatico, africano, sudamericano. Questa la sostanza dell’insegnamento finale di Jaffe. E’ chiaro, in base a tale presupposto, non solo che la Cina denghiana sia socialista ma finisca per costituire un modello sociale che mai nessuno ha rappresentato nella storia. Jaffe citava al riguardo la teoria denghiana del valore.

Il denghismo fu russofobo come il maoismo

Molti maoisti degli anni ’70 consideravano Deng Xiaoping un filosovietico, un agente di quello che definivano, sull’impulso della rivoluzione culturale cinese, “l’imperialismo neo-zarista e semifascista del Cremlino”. La linea nera di Liu e Deng veniva erroneamente considerata, a livello internazionale, russofila. Tale tesi sarà smentita nei fatti, Deng continuò, e se possibile radicalizzò, la linea orizzontale maoista sull’Urss primo nemico. Dal Vietnam e Laos Cambogia all’Afghanistan islamico in lotta con l’Armata rossa, dal Cile di Pinochet (filocinese e filoGop dal 73 all’89) all’Iran khomeinista, la geopolitica di Zhognanhai si atterrà scrupolosamente, sotto la direzione di Deng, al precetto maoista volto strategicamente all’annientamento della Russia sovietica. Nella contesa cambogiana, Deng, sceso in campo in soccorso a Pol Pot e ai Khmer rossi contro il Vietnam filosovietico, schierava l’esercito cinese cercando di attrarre nel tranello l’Armata rossa. Kissinger ha rilevato, nella sua monumentale opera sulla Cina maoista e denghista, come il timore di quello che consideravano “l’imperialismo del Cremlino” avesse sia per Mao sia per Deng la priorità su ogni altro calcolo geopolitico. Il bucharinismo denghiano non intaccava la sostanza del socialismo denghiano, che era un “socialismo alla cinese”, non occidentalizzante né russofilo. Lo stesso intermezzo caratterizzato dal dominio della Banda dei Quattro e da Hua Guofeng si segnalò per la russofobia come primo livello geopolitico. La storica russofobia del “Socialismo” di Beijing suona oggi come un campanello d’allarme per Mosca? Biden-Harris sono veramente l’ala più Sionista, russofobica e filocinese del Pentagono e del Deep State? Ieri furono soprattutto i repubblicani statunitensi a sostenere la Cina contro la Russia, oggi saranno i Dem e la sinistra radicale e gender globalista a mettere di nuovo in moto la macchina di guerra per la dissoluzione della Federazione russa di Vladimir Putin e una spartizione globale tra Cina e Usa? L’elite Xi Jinping di Zhognanhai accetterà una simile spartizione? Ci torneremo eventualmente su.

Deng e la teoria del valore lavoro

«Lenin invitava a discutere di più di economia e meno di politica. A mio avviso questa è un’affermazione ancora valida circa la proporzione di lavoro teorico da dedicare a queste due sfere». [Deng Xiaoping, 30 marzo 1979]

Il sinologo Vogel considera tuttora la Cina di Xi neo-denghiana e Socialista. Non vi è nei fatti rottura tra la teoria di Deng e quella odierna di Xi Jinping. A differenza della nota visione del “socialismo di mercato” teorizzato da Ota Sik, nell’economia denghiana al prezzo corrisponde direttamente il sistema degli incentivi materiali. L’incentivo materiale buchariniano nella equità sociale e comunitaria, non quello morale, è la via della liberazione sociale e della disalienazione della forza lavoro. I prezzi diventano gli indicatori economici assoluti, ossia calcolati non sulla base di un minimo relativo del costo di produzione ma di un salario relativamente alto come standard di equità socialista. Il denghismo pone perciò al centro, nel suo modello sociale, gli incentivi materiali nella distribuzione del reddito. Un fenomeno assai singolare è la somiglianza tra la concezione del valore lavoro di Bucharin e le prese di posizione economicistiche e antisoggettiviste della “linea nera” del partito comunista cinese, guidata da Deng e Liu Schao-chi, tra il 1962 e il 1965 durante la lotta di fazione antimaoista.

Dopo il 1960, non si dimenticherà, la Cina almeno sino al 1964, sperimenta l’egemonia teorica e pratica della “destra” bucharinista; verso il 1964, la pratica della Nuova Politica Economica (una anticipazione dell’affermazione del definitivo riformismo denghiano successivo alla morte di Mao) aveva accresciuto i redditi dei dirigenti d’azienda, dei tecnici, dei contadini proprietari e aveva alzato i salari del lavoratori. L’economicismo denghiano si fondava nella dinamica di correlazione politica tra incentivi soggettivi e soprattutto fiscali, che avrebbero sviluppato un’accumulazione socialista nelle mani dello Stato e la centralizzazione flessibile della gestione industriale ed agricola, inevitabile nel processo sviluppista, scientifico e modernizzatore. Il 7 luglio ’62 Deng riprendeva, per giustificare la sua teoria economica, nel caso di specie la necessità di affittare fattorie ai contadini per accelerare la produzione agricola, un proverbio del Sichuan, diffuso tra gli Hakka, minoranza han della regione, che sosteneva che non aveva importanza “se il gatto era giallo o nero, l’importante è che acchiappi il topo”.

Deng partiva dalla certezza che “solo il socialismo può salvare la Cina – questa è l’incrollabile conclusione storica che il popolo cinese ha tratto dalla propria esperienza nei 60 anni seguiti al Movimento del 4 maggio 1919”, che il sistema socialista è migliore di quello capitalista; deviare dal socialismo, anche da posizioni di sinistra, significava regredire allo stato semi-feudale e semicoloniale. Deng, perseguitato durante la Rivoluzione culturale, considerava tragico quel periodo, caratterizzato a suo avviso da un perverso intreccio tra il fanatico risorgere di vecchie forze del privilegio feudale e semischiavista (“influenze che non possono essere spazzate via in un sol colpo”) e il dominio dell’idealismo soggettivo borghese, che per quanto riguarda Lin Biao e La Banda dei Quattro Deng associa, proprio a causa del loro soggettivismo idealistico politicistico e antieconomicista, alle esperienze fasciste europee e le fa di fatto estranee alla gloriosa storia del movimento socialista cinese. I Paesi capitalistici con una lunga storia feudale, Inghilterra, Francia, Giappone, Germania, Italia, avevano tutti sperimentato gravi arretramenti e rovesci in un certo periodo: restaurazioni controrivoluzionarie in Francia ed Inghilterra, periodi di dominio militarista e fascista in Giappone, Germania, Italia. La strategia di Lin Biao e della Banda dei Quattro era, in questo senso, quella della controrivoluzione, del ritorno al “dispotismo asiatico”, dello sciovinismo xenofobo antimodernista ed autarchico. Lin Biao – secondo Deng- con il suo soggettivismo fascistoide e conservatore fece perdere tempo alla Cina sulla via del progresso antimperialista e dello sviluppo socialista.

La realizzazione storica e economica denghiana altro non è, dunque, nell’ottica del socialismo con caratteristiche cinesi, che la concretizzazione e la conferma della formula bucharinista del valore, ovvero la corrosione dell’economia capitalistica nell’ambito del plusvalore prima e del valore poi: con imprecisione, ma non errando allora, Bucharin parla di formula soltanto di valore, formula del valore: c + v + m; c + v + (m – x); c + v; c + (v – x); (c – y) + (v – nx) [1 ]. Il modello denghiano affermatosi sta portando gradualmente all’erosione il modello sociale capitalistico occidentale di valore. Si va affermando ogni giorno di più, nel pianeta, il valore lavoro del modello sociale denghista cinese, non quello occidentale o europeo. E’ significativo, nota il sinologo Jurgen Domes, che lo scontro dei primi anni ‘60 tra la linea nera (Liu, Deng) e la linea rossa (Mao, Lin Biao), avviene sulla concezione del valore lavoro. Liu considera i maoisti dei “socialisti reazionari al limite del neofeudalesimo”, taccia il loro idealismo di “avventurismo borghese” e di “utopismo”, afferma che una Cina nelle mani di Mao e Lin Biao sarebbe una Cina militarista, sciovinista, come quella di Chiang Kai Shek. Liu accusa i maoisti di non aver compreso la legge del valore e dice che per questo non sono marxisti né comunisti ma reazionari. I maoisti, che vogliono cambiare la realtà tramite gli impulsi ideologici facendo ricorso all’entusiasmo rivoluzionario delle masse, sostengono evidentemente la centralità e la priorità dell’autocoscienza. I seguaci di Liu e Deng, viceversa, considerano marxisticamente la coscienza un prodotto di determinate condizioni ambientali e oggettive che non possono essere scavalcate.

La retorica di Xi e il neo-denghismo di stato

A differenza della maggior parte degli analisti e dei sinologi americani, non abbiamo affatto motivo di ritenere che Xi Jinping abbia buttato a mare l’eredità teorica e economicistica neobuchariniana di Deng Xiaoping. A nostro avviso, Xi non è tanto uno statista, né un politico, ma un vero generale e condottiero, un autentico Napoleone asiatico. La quintessenza del Pensiero di Xi è il militarismo globalista, antioccidentale e molto probabilmente anche russofobo, un militarismo che deve essere supportato dall’offensiva planetaria di una tecnocrazia sociale e equa. Il fatto che il guerriero Xi Jinping, l’antipolitico stratega militarista, si sia imposto, nella terribile lotta di fazione di Zhognanhai, in questo momento storico dovrebbe far riflettere. Xi riprende in questo senso la linea nazionalista panasiatica, neo-confuciana e militarista di Lin Biao (prima l’esercito e gli Istituti Confucio) ma non ha strategie socialiste o egualitaristiche universalistiche da imporre. Il fine di Xi è il nuovo ordine mondiale Han. Il neo-confucianesimo di Lin Biao era forse un confucianesimo di sinistra, questo odierno di Xi è sicuramente di destra ma approfondiremo, eventualmente, in seguito tale questione. I toni che caratterizzano l’epoca Xi sono chiaramente espansionisti e globalisti, come quelli affidati al mensile “Dangjian” (Costruiamo il Partito), alla fine del 2018:

«Prepararsi rapidamente a essere in grado di guerreggiare, combattere all’infinito, di nuovo combattere e avere il necessario sostegno logistico».

Eventualmente, il rivendicato espansionismo cinese sul piano globale può oggi essere l’unica grande differenza metodologica e strategica tra Deng, che invitava a nascondere la propria forza, e Xi; tale differenza si giustifica però nel differente contesto e nell’aver ormai raggiunto la Cina gli scopi immediati che Deng si pose. Come Deng, a differenza di Putin o di Erdogan o di Ahmadinejad, Xi non pensa che la politica o la spiritualità possano risolvere i problemi del tempo presente, ma solo l’economia, la tecnologia e la scienza possono a suo avviso abbattere l’ignoranza, la superstizione, il regresso, l’ingiustizia sociale e economica. A questo Xi aggiunge la centralità Confuciana dell’Esercito, con toni e iniziative che riportano alla mente, come detto, il nazionalismo han linbiaoista. Varie frazioni della sinistra internazionalista e progressista russa considerino Putin il politico, Putin lo statista un “fascista” mentre ritengono che la Cina odierna – sempre più tecnocratico-militarista – sia un modello sociale di sinistra avanzata. Per molti rivoluzionari e marxisti russi, ma non solo russi logicamente, la Cina è addirittura un modello socialista ben più d’avanguardia rispetto all’Urss di ieri. Verrebbe da chiedersi se hanno consapevolezza del fatto che sin dalla primordiale epoca maoista, tutti gli scontri di fazione che si ebbero nel Pcc vertevano anche sulla caratteristica cinese del socialismo che si voleva inverare. Era nazionalista Liu come era nazionalista Mao, più nazionalista di loro era Zhou en lai. Nazionalismo, nel socialismo cinese, non significava, e non significa, ciò che significa in Europa, ma rimanda allo spirito della Conferenza di Bandung del 1955, spirito di rottura con la logica di Yalta, di antagonismo a sovietici e occidentali, di affermazione della marcia Sud verso Sud contro Nord del mondo.

Non vi è stata, e non vi può essere, fazione strategica nel Pcc che non muova da questo originario assunto. Il nodo principale per giudicare la natura sociale della Cina di Xi Jinping, inoltre, sarebbe quello dell’analisi degli investimenti pubblici; Deng stesso nelle sue pianificazioni riformatrici, come ci è noto, lasciò sempre al centro l’investimento pubblico e invitò a non abbandonare quel modello e non imitare il liberismo occidentale, che avrebbe di nuovo affamato il popolo cinese. Le Keqiang, premier in carica, non fa però mistero di voler assegnare maggior risalto al “mercato”, che dovrebbe giocare per la Cina negli anni che vengono un ruolo di maggior peso. Se le pianificazioni di Hu Jintao facevano leva sulle SOE, ovvero sulle imprese statali, l’attuale elite mandarina con la sua strategia basata sulla digitalizzazione socialista globale necessita di un fondamentale supporto di società private, che sono tecnologicamente molto avanzate. La finalità di Xi è quindi quella di finanziare il privato all’avanguardia sul lato tecnologico, facendolo poi confluire verso un equilibrato bilanciamento con le esigenze pubbliche e comunitarie. La riforma finanziaria del 2018 lascia, almeno in teoria, la centralità allo Stato e per questo Malaschini [2] definisce la Repubblica popolare uno Stato di diritto socialista e il giornalista del Corriere della Sera, Francesco Grillo [3], porta la Cina di Xi a modello sociale –antindividualista, comunitarista, solidarista e antiliberista – per l’UE per uscire dalla crisi decennale e dall’egoismo mercatista diffuso a ogni piano. Huawei, ad esempio, sostiene di essere un’azienda di proprietà dei dipendenti, autogestita. Il fondatore, Ren Zhengfei, possiede solo l’1 per cento mentre il restante 99 per cento appartiene a un Comitato collettivista sindacale che rimanda all’epoca delle Comuni. Tencent, colosso tech di Ma Huateng fondato nel 1998 con sede a Shenzen, ha già annunciato di voler investire 600 milioni di yuan nella nuova economia digitale basata su intelligenza artificiale e sicurezza sociale informatica. Nella stessa direzione sembra andare la strategia delle cosiddette città del futuro: a appena 100 km da Pechino si è sul punto di inaugurare, entro il 2022, una città in linea con lo sviluppo ecologico cinese, con milioni di abitanti (https://buildingcue.it/cina-citta-futuro/22025/), basata sui concetti di economia circolare, sul riuso, sul 5g, sullo spazio confortevole, sull’energia rinnovabile.

Tutto ciò ci pare vada chiaramente in una direzione di stato neo-denghiana, ovvero verso un socialismo scientifico-tecnocratico, almeno come teorizzato da Deng con le sue “Quattro modernizzazioni”. Se di esperimento socialista si tratta, nel caso del denghismo di Xi, è quello di un socialismo oggettivista, anti-politico e tecnocratico, scientifico e globalista. Il globalismo di Xi è chiaramente antagonista a quello delle sinistre radicali euroccidentali alla Biden-Harris o alla Die Linke-Podemos-Syriza, ma a dispetto di una fugace apparenza è molto diverso anche dal globalismo elitistico gender e transumanista della Silicon Valley o dei Bill Gates. Il globalismo di Xi è sì tecnocratico e scientifico ma come già detto è strategicamente militaristico, anche se preferirebbe portare definitivamente la Cina alla guida mondiale e “democratica” dei popoli senza dover ricorrere all’uso di armi e di stragismo. Vogliamo concludere questo pezzo, con una citazione. La citazione di colui che, forse anche più di Deng, è il padre autentico della Cina bucharinista dei nostri giorni. Citiamo Liu Schao-chi, il quale iniziale teorico del Grande Balzo in avanti, ne prese poi le distanze quando i maoisti ne condussero in una direzione a suo avviso sbagliata la direzione. In un discorso del 1 ottobre 1961, in aperta polemica con la sinistra maoista, Liu disse:

«Coloro che, inebriati da volontarismo e utopismo, non comprendono che nella costruzione del socialismo occorre sottostare a “leggi oggettive”, non sono socialisti. Non si può accorciare il cammino con una azione di audace volontà individualistica. Non si può scambiare il leaderismo, l’individualismo, la legge del soggetto, tutti residui questi ultimi capitalisti se non anche feudali, con la legge oggettiva del progresso storico e dell’evoluzione sociale. Questo è l’abc del socialismo e desta meraviglia vedere dirigenti e tecnici che ignorano l’abc».

NOTE
[ 1 ] La legge buchariniana del valore è secondo lo Stephen la somma intrinseca del socialismo buchariniano, mentre la versione stalinista della teoria del valore, propagandata da economisti come Lieberman con il suo “profitto monetario” e Strumilin con la sua logica dell’incentivo allargato, finiranno per riscrivere le classiche formule della produzione allargata, quindi capitalistica e fondata sul plusvalore, di Marx. Il plusvalore nella teoria stalinista del valore diventa “prodotto addizionale” o “intero prodotto per la società”, mentre nella teoria buchariniana è previsto l’erodersi del sistema capitalista. La situazione diventa insostenibile, per il capitalismo, con l’ampliamento della riproduzione negativa, cioè quando la produzione avviene a spese di m(plusvalore), c indica il capitale costante, v variabile. Il processo di distruzione del plusvalore avviene, per Bucharin teorico del valore lavoro, non appena il plusvalore sociale dileguerà nel lavoro vivo ma Bucharin si ferma però alla negazione del plusvalore. Va però detto, come critica alla concezione buchariniana, che se si tratta per lo Stephen di un passo avanti rispetto al “dispotismo orientale” o al collettivismo burocratico staliniano, si è comunque ancora dentro una logica che lo stesso Bucharin, nella nota polemica con Preobrazenskji, iscrive in uno stadio da capitalismo statuale, immediata transizione allo stadio socialista
[ 2 ] Malaschini, Come si governa la Cina, Rubettino 2019.
[ 3 ] Grillo, Lezioni cinesi: Come l’Europa può uscire dalla crisi, Solferino 2019.

I giganti non muoiono mai

Elogio funebre a Bertolt Brecht*

di György Lukács
16 novembre 2020

Traduzione e presentazione di Antonino Infranca

Il testo che presento al lettore è particolarmente significativo per la personalità dell’autore, György Lukács, e per la personalità del soggetto di cui si parla, Bertolt Brecht: si tratta dell’elogio funebre che Lukács tenne il 18 agosto 1956 in occasione della cerimonia ufficiale per la morte di Brecht, che si tenne presso il Berliner Ensemble. Entrambi erano stati due intellettuali in netta e reciproca opposizione, portatori di due concezioni dell’arte e della critica letteraria radicalmente diverse. A dividerli era sostanzialmente la concezione politica della rivoluzione socialista: per Lukács la rivoluzione socialista avrebbe portato a termine il processo emancipatore della rivoluzione borghese, mentre per Brecht la rivoluzione socialista avrebbe spazzato totalmente il mondo borghese con tutte le sue miserie e disuguaglianze. Da qui discendono due concezioni diverse della letteratura: Lukács è favorevole alla continuazione dell’eredità classica, Brecht è contrario a quest’idea, perché il mondo borghese è sempre più attratto dalla sete di profitto. Gli attacchi personali diretti non mancarono, ma quello che è più sorprendente è che molti di questi attacchi non furono pubblici, quindi i due contendenti non seppero completamente quello che l’uno diceva e pensava dell’altro.

Nel saggio Wozu brauchen wir das klassische Erbe (Perché abbiamo bisogno dell’eredità classica) del 1938, Lukács accusava Brecht di distruggere la tradizione classica. Inoltre Lukács considerava Thomas Mann un oppositore del nazismo più radicale di quanto fosse Brecht, il quale, nonostante l’immenso talento, descrive personaggi con uno scarso carattere umano e fa l’esempio di come avesse interpretato la Madre di Gorki, cioè soffocando ciò che è umano nei personaggi e riducendo l’uomo a un numero. Lukács rimprovera a Brecht di sviluppare una drammaturgia antiaristotelica, basandosi su un’accettazione acritica della situazione contemporanea. Ma questo saggio non fu pubblicato fino a quando i due intellettuali furono in vita. Lukács aveva aperto una polemica feroce contro l’Espressionismo, ma non con Brecht in particolare, piuttosto con Bloch e Hans Eisler. Sempre nel 1938 Lukács pubblicò un altro violento attacco all’Espressionismo nel saggio Es geht um den Realismus (Si tratta di realismo) sul giornale “Das Wort” di cui Brecht era uno dei principali collaboratori. Brecht protestò contro la pubblicazione del saggio di Lukács, che comunque fu pubblicato. Ma in questo saggio Lukács lasciò Brecht sullo sfondo. L’attacco più diretto ci fu nel saggio Marx und das Problem des ideologischen Verfalls (Marx e il problema della decadenza ideologica), in cui Brecht era accusato di “utilitarismo letterario astrattamente rivoluzionario”. Brecht si lamentò dell’attacco di decadentismo in una lettera privata a Willy Bredel e scrisse alcuni saggi contro Lukács che lesse a Benjaminn nei quali esprimeva il timore che Lukács potesse manovrare riviste e giornali contro di lui per le loro differenti concezioni estetiche. A dividerli era la teoria lukacsiana del rispecchiamento, perché secondo Brecht i grandi realisti della tradizione borghese, cioè Balzac e Tolstoi rappresentavano la realtà come Thomas Mann e Šolochov, ma così si smarriva la differenza tra la rappresentazione borghese della realtà e quella proletaria, dove prevaleva il denaro, la brama di profitto, la miseria morale borghese. A questo punto la lotta di classe diventava un concetto vuoto e astratto. In pratica Brecht rovesciava su Lukács le accuse che questi gli aveva rivolto. Brecht criticava in Lukács il timore per la novità, per l’imprevedibilità della produzione artistica dell’avanguardia e chiedeva a Benjamin consigli se pubblicare o meno questi saggi. Benjamin gli fece osservare che nelle sue critiche a Lukács, Brecht manteneva ancora ossequio e riserbo verso il suo avversario. I saggi furono pubblicati soltanto nel 1967, poco più di dieci anni dalla morte del drammaturgo e quattro anni prima della morte di Lukács. Nel 1939 la situazione si rovesciò, come avveniva costantemente durante gli anni dello stalinismo, e gli accusatori divennero accusati, subendo critiche con gli stessi argomenti con i quali avevano criticato i loro oppositori: Lukács fu accusato di revisionismo e decadentismo borghese. Così Brecht, di rimando, salì nella considerazione degli ideologi dello stalinismo. In un ricordo personale Lukács sostiene che considerava Brecht un settario, soprattutto nei suoi drammi che chiama didattici. Per questa ragione assunse nei suoi confronti una posizione molto critica, che però si andò accentuando con il passare del tempo e di fronte all’evoluzione artistica di Brecht. Tra i due iniziò un rapporto di sincera amicizia – come ricorda Lukács – nel corso di una visita di Brecht a Mosca, durante il viaggio di questi verso gli Stati Uniti. Brecht disse a Lukács: «C’è un’infinità di gente che ad ogni costo mi vuole aizzare contro di lei, e sicuramente c’è altrettanta gente che vuole sobillare lei contro di me. Noi non dobbiamo farci incastrare» (G. Lukács, Pensiero vissuto, ed. it. a cura di A. Scarponi, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 119). E i due non si fecero più incastrare da coloro che volevano metterli l’uno contro l’altro, tanto che nacque una bella amicizia che continuò fino alla morte di Brecht. In quel ricordo, Lukács si rammarica del fatto di non aver avuto più occasione per esprimere pubblicamente il suo giudizio cambiato su Brecht. Naturalmente coloro che volevano metterli contro hanno continuato a seminare zizzania tra i due, non tenendo conto che Lukács tenne l’elogio funebre di Brecht, su sollecitazione della moglie di Brecht. Ma è un costume diffuso quello di considerare Lukács un feroce rappresentante dello stalinismo o dello zdanovismo, quando in effetti ne fu una vittima. Ormai vicino alla morte Brecht ordinò che nessuno prendesse la parola al momento del suo funerale, ma, visto che le autorità della Germania democratica volevano organizzare una manifestazione ufficiale per commemorarne la memoria, la vedova di Brecht scelse un personaggio “scomodo” per il regime comunista tedesco. Così Lukács parlò davanti alle massime autorità politiche e intellettuali della Germania democratica, nonostante il fatto che le sue opere fossero vietate in quel paese. A proposito di questa “scomodità”, mi piace pensare che, nonostante Lukács non dichiari apertamente quale fosse il vero motivo per cui ammirava Brecht, lo si possa rintracciare nel suo estremo giudizio sull’amico: sapere creare “crisi salutari”. I due, infatti, non avevano voluto lasciare il paese dove vivevano, nonostante le difficoltà, gli ostacoli – nel caso di Lukács arresto e deportazione momentanea in Romania dopo la Rivoluzione ungherese del 1956. Entrambi erano oppositori interni troppo scomodi, troppo comunisti, per essere arrestati o espulsi da un paese del socialismo realizzato. Così sia la Germania comunista che l’Ungheria comunista dovettero tenersi questi due scomodi intellettuali, che sapevano creare “crisi salutari”.

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Elogio funebre di Bertolt Brecht

Gli scrittori rilevanti che ci hanno preceduto – Ibsen e Cechov – pensavano che la letteratura avesse come unica missione collocare questioni ragionevoli alla realtà contemporanea, della loro epoca, e agli uomini del loro tempo. Gli scrittori borghesi hanno continuato allegramente su questa strada: la nuova generazione più radicalmente ancora che la precedente. Così, la letteratura ha bandito dalla sua lingua, dalla sua forma, potremmo dire dalle sue categorie, ogni preoccupazione di dare risposte. L’unica questione, astratta, divenuta fine in sé si è atomizzata nell’universo poetico e creò un gioco confuso di molecole imponderabili senza relazione tra loro. Era facile comprendere quale pericolo tale metodo nascondeva. E avvenne spesso che i migliori dei nostri scrittori replicassero questa maniera negativa ed astratta di porre le questioni, rivitalizzando essi stessi le astrazioni. Se, da un lato, la questione avrebbe fatto dimenticare la risposta, dall’altro, la risposta dogmatica ha dissipato ogni ricerca, ogni questione. Con istinto, essendo un grande scrittore, Brecht ha saputo trovare il reale equilibrio. I suoi drammi, i suoi poemi pongono in questione con tutto il rigore necessario, questioni di un’intensità sconvolgente che, con sicurezza e profondità, sollevano problemi attuali, pertanto mal conosciuti. Ma, dietro questa serie di interrogativi, si profila sempre la certezza incrollabile della risposta finale, della vera prospettiva. Costringendo, per la violenza della sua poesia, ciascuno di noi a fare il proprio esame – allo stesso tempo, in cui, in lui, questo esame delle responsabilità personali si muove sempre verso la critica della realtà sociale –, Brecht ha provocato crisi salutari tra migliaia e migliaia di uomini. Tutte queste questioni si concentrano nel nostro tempo con le sue stesse particolarità: in ciò risiede la sua originalità intrinseca. Tutte le questioni che egli solleva – e la risposta che le giustifica – nascono da questa necessità permanente dell’umanità di liberarsi dell’indegnità, per cercare di edificare nella vita sociale una patria a misura d’uomo: e ciò lo vincola intimamente alle grandi tradizioni della letteratura. Poco importa, pertanto, che lo stesso Brecht a volte abbia posto l’accento sulle esigenze dell’attualità e che abbia creduto di dove respingere i legami che lo univano al passato. Nelle sue migliori opere questa unità esiste. Brecht è un vero drammaturgo. Il suo disegno più profondo è trasformare le masse, gli spettatori e gli ascoltatori delle sue opere. Quando lasciano il teatro, essi non sono soltanto scossi, ma trasformati: orientati praticamente al bene, alla lucidità cosciente, all’azione, al progresso. L’effetto estetico ha per funzione produrre una conversione morale, sociale. Ora sarebbe lì il significato ultimo della “catarsi” aristotelica. Essa dovrebbe – è così che la interpretava Lenin, a ragione – elevare l’emozione fino a facilitare l’azione morale! E così sarebbe anche la volontà di Brecht, che realizzò nelle sue migliori opere, da vero autore drammatico. Dopo Ibsen, Cechov e Bernard Shaw, è Brecht che, nella nostra epoca, pone questo “eterno” problema, dandogli contenuti attuali e una forma nata da questi contenuti. La sua azione straordinaria invade le frontiere di un partito e di uno Stato. Una perdita immensa rappresenta la sua morte prematura. Ma abbiamo questa certezza consolatrice: questa opera, anche se interrotta in pieno sviluppo, è e rimane la nostra potenziale alleata nella lotta per un futuro luminoso dell’umanità.

* Pubblicato su “Europe”, n°. 133-134, pp. 27-28, janvier-fevrier 1957