L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 dicembre 2020

C’è una inerzia incomprensibile di un governo, dei politici, della politica

"I nostri soldati in Libia a liberare i pescatori" L’ira del vescovo: è ora di mostrare i muscoli

Monsignor Mogavero da Mazara del Vallo attacca: le famiglie sono state abbandonate, bisogna inviare i corpi militari speciali. E finalmente anche l’Europa si sveglia: "Chiediamo l’immediato rilascio degli italiani detenuti da settembre senza alcun processo"

Pubblicato il 12 dicembre 2020 , di NINA FABRIZIO

La protesta di due mesi fa davanti alla Camera dei deputati per chiedere la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo

di Nina Fabrizio

"Il tempo delle trattative politico-diplomatiche soft è scaduto. La linea morbida non ha portato a nulla. Ora bisogna mostrare i muscoli e inviare i corpi speciali per riprendere i nostri pescatori e riportarli a casa. Ognuno di loro ha una famiglia. Dietro a ognuno di loro ci sono mogli, madri e figli che stanno scivolando nell’angoscia cupa".

Ha il tono sommesso e risoluto di sempre monsignor Domenico Mogavero, siciliano originario di Palermo, vescovo di Mazara del Vallo, pastore da sempre in prima linea su tutti i temi che hanno riguardato l’isola più vicina alle coste africane: mafia, immigrazione, disoccupazione. Ma questa volta sembra raccogliere qualcosa di più, lo sconcerto e la disperazione di 18 famiglie che si sentono sole, abbandonate. I 18 pescatori sequestrati e trattenuti nella prigione sono proprio della sua diocesi, Mazara, antichissimo borgo da secoli casa di pescatori e in questi anni di sbarchi e naufragi sulle coste siciliane anche approdo di tanti migranti. Monsignor Mogavero, che nel suo curriculum ha la postulazione di uno come don Puglisi, oltre che essere stato delegato Cei per le migrazioni, ha sempre difeso le voci di tutti e questo, dice ora al Qn, "ci dà la possibilità come Chiesa di alzare forte la voce su questa vicenda con la stessa credibilità. Anche se non vorremmo certo essere gli unici".

Eccellenza, le famiglie sono state abbandonate?

"Completamente. Del loro rapimento non parla più nessuno, a nessun livello. Non sentiamo le voci della politica, dei partiti, né del governo. Quel poco che si è riusciti a fare per accendere un riflettore sul loro dramma è stato possibile grazie ai sindacati dei pescherecci".

Il Papa in realtà ha parlato di loro con un appello accorato all’Angelus di domenica 18 ottobre.

"È stato un momento importantissimo che poteva rappresentare anche una svolta. Invece poi più nulla, è calato il silenzio. Il Papa ha parlato di affidamento a Maria stella del mare per mantenere viva la speranza che queste famiglie si riabbraccino. Personalmente mi sto muovendo per tenere costantemente informate le superiori autorità ecclesiastiche".

E sul fronte italiano?

"C’è una inerzia incomprensibile. Dopo 102 giorni chiunque capisce che aspettarsi risultati tenendo la linea morbida, il basso profilo è chiedere l’impossibile. Dico solo questo a titolo esemplificativo: tra queste 18 famiglie c’è anche una madre di 74 anni che si è vista già inghiottire un marito e un figlio dal mare. E ora rischia di vedersi sottratto un altro figlio, oltre l’orizzonte mediterraneo, da questo atto barbaro di pirateria".

Dunque, che fare?

"Le famiglie sono in angoscia, non hanno più notizie, non sanno a quale livello è giunta una eventuale trattativa politico-diplomatica. E non vi dico con quale stato d’animo hanno ricevuto la notizia della liberazione della nave turca Mabouka che con tutto il suo equipaggio di sette marinai era stata sequestrata dalla milizia del generale Khalifa Haftar il 5 dicembre. C’è rabbia, tanta rabbia, eppure nella rabbia anche la compostezza di persone perbene che sono colpite da una tragedia".

Sembra che la nave turca abbia pagato una multa per aver violato le acque libiche...

"Non entro in questi particolari. Per quello che riguarda noi è ora che qualcuno del governo esca allo scoperto e pretenda una soluzione. Si devono intraprendere azioni forti. Lo ripeto, azioni forti, con corpi speciali".

Si avvicina un Natale drammatico…

"Vanno riportati a casa".

Prosegue la saga misteriosa delle condizioni che regolano il prestito Sure, si presume questa mancanza di trasparenza che il contenuto dell'accordo sia svantaggioso per l'Italia

MONDO, PRIMO PIANO
Perché sono ancora segrete le condizioni del prestito Sure?

di Giuseppe Liturri
11 dicembre 2020



Che cosa si sa e che cosa non si sa sul prestito Sure. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Prosegue la saga misteriosa delle condizioni che regolano il prestito Sure.

Nessuno ancora riesce a conoscere il contenuto dell’accordo di prestito (loan agreement) che regola il prestito di € 27,4 miliardi (di cui già erogati 16) tra la Repubblica Italiana e la Commissione, stipulato lo scorso ottobre.

Chi vi scrive ha fatto una prima richiesta alla Commissione per accedere a quell’atto lo scorso 28 ottobre.

Il 19 novembre il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, nel corso di un’audizione parlamentare, ha svelato solo alcuni dettagli relativi al tasso di interesse (intorno allo 0% a 10 anni), ma sono le altre condizioni dell’accordo che fanno la differenza per valutare l’effettiva convenienza per l’Italia.

Resta quindi ancora di grande importanza conoscere l’esito della richiesta. In un primo momento, essa avrebbe dovuto essere soddisfatta entro il 17 novembre ma, puntualmente, il funzionario della Commissione preposto, mi ha inviato una mail in cui, accampando inverosimili scuse (necessità di consultazione sia a Roma che a Bruxelles) ha chiesto ulteriori quindi giorni lavorativi che scadevano oggi 10 dicembre. Oggi, lo stesso funzionario si è premurato di farmi sapere che non può evadere la richiesta a causa della necessità di fare “ulteriori consultazioni interne ed esterne” e che, in considerazione della chiusura per festività natalizie, potrà rispondermi entro il prossimo 18 gennaio.

Nella risposta viene richiamato, come giustificazione, il seguente articolo del regolamento 1049 del 2001.

“In casi eccezionali, per esempio nel caso di una domanda relativa a documenti molto voluminosi o a un numero elevato di documenti, il termine di 15 giorni lavorativi di cui al paragrafo 1 può essere prorogato di altri 15 giorni lavorativi, purché il richiedente ne sia previamente informato mediante comunicazione motivata in modo circostanziato”.

Ora lascio al lettore valutare quanto possa essere “voluminoso” un accordo di prestito che è sicuramente già scannerizzato e pronto in formato pdf.

Io osservo solo che si tratta di una preoccupante mancanza di trasparenza che avvalora i peggiori sospetti sul contenuto di quell’accordo, che invece avrebbe dovuto essere il manifesto più importante per chi sostiene la convenienza dei prestiti della UE, rispetto all’emissione di titoli pubblici.

Con che tranquillità e sulla base di quale valutazione di convenienza, ci apprestiamo a ricevere circa 120 miliardi di prestiti nell’ambito del programma Next Generation UE, se non riusciamo nemmeno a sapere a quali condizioni essi saranno erogati?

Ricevere un mutuo senza conoscere preventivamente le condizioni non sembra una mossa molto avveduta.

Varsavia e Budapest vittoria piena. La pandemia solo un pretesto per un’operazione dirigistica ideologicamente motivata e il suo regolamento che doveva spianare qualsiasi resistenza di fatto viene sospeso

Ungheria e Polonia cantano vittoria: il veto paga, la Merkel galleggia, il Recovery Fund si allontana

 di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del 11 Dic 2020, 05:04


Se la bozza di conclusioni verrà confermata, per Varsavia e Budapest vittoria piena: meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto sospeso e sabotato da una serie di paletti. La cancelliera Merkel si conferma leader… di galleggiamento. Il Recovery Fund – i 200 miliardi che il governo Conte e la stampa eurofila ci stanno vendendo per la seconda volta – si allontana: secondo semestre 2021 (se va bene). E si conferma tutt’altro che un programma anti-crisi: la pandemia solo un pretesto per un’operazione dirigistica ideologicamente motivata

In attesa di poter leggere nero su bianco e valutare le conclusioni del Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre, tre punti sembrano emergere abbastanza chiaramente.

Primo punto – Saper negoziare duramente, dire dei no e non solo dei signorsì, ricorrendo se necessario al diritto di veto, paga. Quante volte ci siamo sentiti ripetere dagli eurolirici – presidenti del Consiglio, professoroni o commentatori – che porre veti in sede europea è controproducente? Ebbene, la lezione che arriva in queste ore dalla strategia negoziale di Polonia e Ungheria è che la linea dura funziona. E si tratta di due Paesi non fondatori, non dell’Eurozona, con un peso specifico che dovrebbe essere inferiore a quello dell’Italia, pur gravata dall’enorme debito pubblico che ne riduce anche i margini di manovra politica.

Bloccando sia il bilancio 2021-27 che il Next Generation Eu (chiamato così perché probabilmente lo vedranno le prossime generazioni…), hanno costretto la presidente di turno dell’Ue, Angela Merkel, ad una estenuante trattativa dalla quale hanno almeno ottenuto di inserire una sorta di pregiudiziale di legittimità al meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto, tagliola che Commissione europea e Parlamento europeo avrebbero voluto far scattare da subito proprio contro Varsavia e Budapest. Il regolamento, ricordiamo, permetterebbe alla Commissione di negare l’accesso ai fondi europei ai Paesi che violassero il “principio dello stato di diritto”.

Come Musso ha magistralmente spiegato qualche giorno fa su Atlantico Quotidiano, infatti, assistiamo al paradosso di una condizionalità per lo stato di diritto che viola essa stessa lo stato di diritto, dal momento che stabilisce una sanzione, e una procedura sanzionatoria, da applicare agli Stati membri non solo non prevista nei Trattati ma probabilmente in contrasto con essi. Tra l’altro, il regolamento è pervaso da una tale ambiguità, in primis sul concetto stesso di stato di diritto, da lasciare campo libero a valutazioni ampiamente discrezionali. Insomma, il rischio è che la questione stato di diritto venga strumentalizzata per processare e condannare governi considerati ostili al progetto Ue, sovranisti e populisti. Cosa che ci pare stia già accadendo. Hanno ragione polacchi ed ungheresi – concludeva Musso – ad opporsi ad un meccanismo punitivo e discrezionale, costruito su una interpretazione dei Trattati infondata, in mano a commissari che coltivano apertamente la propria partigianeria.

Secondo il compromesso raggiunto a Bruxelles, il controverso regolamento viene di fatto sospeso. La Commissione infatti si impegna a non avviare azioni finché non avrà elaborato, in “stretta consultazione” con gli Stati membri, delle linee guida per la sua applicazione. Ma se contro il regolamento verrà presentato un ricorso alla Corte di Giustizia Europea – ricorso che Ungheria e Polonia hanno tutta l’intenzione di presentare – allora la Commissione dovrà aspettare il pronunciamento della Corte prima di darsi delle linee guida. Quindi, nell’attesa, non potrà applicare il regolamento. Polacchi e ungheresi ottengono inoltre di inserire nella bozza delle conclusioni dei paletti, di fatto delle linee guida, che rovesciano il meccanismo e lo fanno rientrare (ma ci torneremo nel dettaglio nei prossimi giorni) nell’alveo dei Trattati, in questo modo disinnescando i missili che si volevano puntare contro di loro.

Secondo punto – Molto probabilmente stamattina leggerete della “vittoria della Merkel”, il solito titolo-rifugio della nostra stampa eurolirica quando le cose non sono andate esattamente come previsto. “Chiude in bellezza” il suo ultimo semestre di presidenza Ue, titolava ieri l’Huffington Post. Certo, il compromesso permette di superare lo stallo e sbloccare il bilancio. Ma è un compromesso nettamente al ribasso per chi si aspettava di vedere Orban e Morawiecki alla sbarra.

Angela Merkel è una leader, sì, ma di galleggiamento. Nessuno sa galleggiare come lei. L’Ue, nei quindici anni in cui l’ha di fatto guidata, è riuscita a malapena a restare a galla, non di rado imbarcando acqua. Di sicuro la lascia più disunita e instabile di come l’ha trovata.

Terzo punto – Del mini-bilancio aggiuntivo, il Recovery Fund, v’è una sola certezza: formalmente è sbloccato e potrà proseguire il suo iter – la ratifica dei Parlamenti degli Stati membri – ma bisognerà aspettare il secondo semestre 2021 per vedere i primi miliardi (se tutto va bene…), mentre il nostro governo e la nostra stampa eurofila stanno vendendo per la seconda volta all’opinione pubblica una pioggia di miliardi. Che per ora non c’è (e probabilmente non ci sarà al netto dei nostri contributi).

Di certo, non prima delle elezioni politiche olandesi che si terranno a marzo. Il primo ministro Mark Rutte, vigoroso fautore della condizionalità sullo stato di diritto e, invece, ostinato avversario del Recovery Fund, è il grande sconfitto di questo Consiglio. Rutte aveva chiesto almeno la retroattività del meccanismo: se la Corte di Giustizia Europea confermerà il regolamento, i fondi erogati agli Stati che violano lo stato di diritto dovranno essere restituiti. Ma non ha ottenuto nemmeno questo. Però ha ancora una possibilità di pareggio: intanto, porta a casa i rebate, e se il regolamento sullo stato diritto dovesse davvero risultare sabotato, come sembra, avrebbe il pretesto per affossare il Recovery Fund, che non ha mai voluto. Poco ma sicuro, dunque, non bisogna aspettarsi una ratifica del Parlamento dell’Aja prima del voto.

Se non altro per ragioni temporali (secondo semestre 2021), ne esce male anche la narrazione, o piuttosto la favoletta del Recovery Fund come bazooka anti-crisi da Covid-19. Troppo poco, troppo tardi. Soprattutto nei Paesi, come il nostro, dove i governi non sono stati in grado di indennizzare le attività economiche più penalizzate dai lockdown, i danni saranno irreparabili. Non solo perché dispiegherà i suoi effetti probabilmente nel 2022-23, il Next Generation Eu non è uno strumento anti-crisi Covid anche per la sua logica di programma: non si tratta di indennizzi alle attività colpite, di interventi di sospensione e taglio orizzontale delle tasse, quindi neutri. Si tratta di una gigantesca operazione dirigistica, ideologicamente motivata, che prende a pretesto la pandemia per tentare una riconversione economica dall’alto e accrescere il potere di intermediazione della spesa pubblica da parte dell’Unione europea. Uno spreco, nel migliore dei casi. Nel peggiore, si arricchiranno gli attori economici più “ammanicati” con la politica, si impoveriranno tutti gli altri.

La fiducia si conquista con i fatti e non con le chiacchiere, il Sistema mafioso massonico politico istituzionalizzato è stressato

Cosa dice e non dice Arcuri sulle siringhe per il vaccino anti Covid

10 dicembre 2020


Tutti i dettagli sulla conferenza stampa del commissario Arcuri con parole e precisazioni sull’offerta di acquisto delle siringhe per il vaccino anti Covid.

Il 9 dicembre sono scaduti i termini per partecipare all’offerta di acquisto per siringhe ed aghi per i vaccini. Sono state chieste 158 milioni di siringhe, di cui 150 milioni luer lock (ad avvitamento).

A partecipare al bando sono state aziende italiane, europee, americane e non solo. In corso di valutazione le proposte ed i prezzi, secondo quanto ha detto il Commissario straordiario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, in conferenza stampa.

Ecco tutti i dettagli.

PARTIAMO DAI NUMERI GENERALI

“Abbiamo chiesto 158 milioni di siringhe per somministrazione e diluizione del vaccino”, ha spiegato Arcuri, che ha snocciolato i numeri del bando: hanno partecipato “22 imprese, per 65 offerte”.

“Ci sono state proposte 1 miliardo e 524 milioni di siringhe”, ha aggiunto

IL PRIMO LOTTO

In particolare, per il lotto 1, che prevede l’acquisto di “siringhe luer lock, presenti nelle raccomandazioni per la somministrazione del vaccino Pfizer, a cui ci siamo attenuti, che sono siringhe più performanti, abbiamo ricevuto 18 offerte da aziende italiane, europee, Usa e provenienti da altri paesi per un totale di 828 milioni e ce ne servono 150 milioni”, spiega Arcuri.

IL SECONDO LOTTO

Buoni i numeri di partecipazione anche per il lotto 2, che prevede le siringhe per la diluizione del farmaco. “Sono arrivate 47 offerte da imprese italiane, europee, statunitensi e non solo per 696 milioni di siringhe. Ce ne servono circa 8 milioni”.

VERIFICHE IN CORSO

Chiuso il bando, parte la verifica.

“Un terzo dei dispositivi offerti sembrerebbero già registrati nei database e quindi commercializzabili ed utilizzabili nella nostra campagna vaccinale”, ha detto Arcuri, che ha precisato: “Ora stiamo facendo verifiche e analisi dei prezzi”, che sono lungi da quelli “rappresentati tra il sogno ed il sortilegio in questi giorni”.

I TEMPI DI CONSEGNA

Quali i tempi di consegna? “Molte aziende che hanno presentato offerte si dichiarano pronte a consegnarci le siringhe già dal mese di dicembre. Dal primo giorno avremo le siringhe che servono a somministrare i vaccini”, ha rassicurato Arcuri. “Stiamo decidendo di farcele consegnare tutte nell’hub di Pratica di Mare”.

Io ed il mio staff “lavoreremo a Natale, Santo Stefano e fine anno per portare avanti la campagna vaccinale”.

ARCURI: ITALIA PRONTA

Insomma, dal 29 dicembre in poi, giorno in cui l’Ema dovrebbe approvare il vaccino di Pfizer, l’Italia è pronta a partire con le vaccinazioni. “Noi siamo pronti come gli altri Paesi, se tutti avremo le dosi lo stesso giorno allora noi inizieremo le vaccinazioni il giorno dopo”, ha detto Arcuri.

CHI HA CONSIGLIATO LE LUER LOCK?

E i tempi dovrebbero essere rispettati nonostante sia stata fatta richiesta di siringhe luer lock, di cui si è tanto discusso nei giorni scorsi. Queste siringhe, a detta dell’azienda Pentaferte, sono più costose e difficili da reperire.

Come mai, dunque, sono state scelte? Il portavoce di Arcuri aveva detto, in una nota inviata a Tagadà (La7), su consiglio di Cts, Iss e azienda produttrice, ovvero Pfizer. Ma Cts, Iss e Pfizer hanno smentito, però, Arcuri.

LA VERSIONE DI ARCURI SULLA SMENTITA DI CTS, ISS E PFIZER

Però il Commissario straordinario non ci sta e se è vero che, in conferenza stampa, ai giornalisti, non parla di una vera e propria smentita, è anche vero che le parole lo fanno intendere. “I miei collaboratori incontrano Pfizer 2-3 volte a settimane. Ci sono delle cose che Pfizer ci scrive e che noi mettiamo agli atti”.

E su Cts e Iss: “Non è mio costume rispondere in conferenza mostrando documenti di cui l’ufficio del Commissario è in possesso”.

“Un giorno, quando anche l’ultima persona sarà stata vaccinata, farò vedere i documenti”, ha aggiunto sibillino Arcuri: una smentita velata di Cts, Iss e Pfizer?

BASTA POLEMICHE

E poi l’invito di Arcuri a mettere fine alle polemiche. “Cosa vogliamo dimostrare? Che le gare che bandiamo vanno deserte? Non è così. Abbiamo ricevuto offerte di 10 volte superiori a quelle che ci servono”

“Che sperperiamo denaro pubblico? – dice, risponde al giornalista di Tagadà – La deluderò quando potrò dirle il prezzo delle siringhe che abbiamo acquistato. Che noi ci divertiamo a comprare siringhe più performanti rispetto a quelle meno performanti? Ma lei è più contento di farsi vaccinare da una siringa più performante o da quella meno? Io, sarò stupido, da una più performante. Se poi non costa tanto di più, non l’abbiamo trovata per strada e ci garantisce che ci viene iniettata la giusta dose…”.

ARCURI: NON SIAMO IN RITARDO

Anche sui tempi ci siamo, ha detto Arcuri. “Abbiamo bandito la gara il 27 novembre e abbiamo ricevuto offerte per un miliardo e 600 milioni. Immaginiamo se l’avessimo bandita prima”.

LA CAMPAGNA DELLA GRAN BRETAGNA

Arcuri commenta anche la campagna vaccinale avviata dalla Gran Bretagna. “Aspetto con fiducia le determinazioni dell’ente preposto in Europa. Sono orgoglioso di essere un cittadino dell’Unione Europea”.

LA CAMPAGNA VACCINALE IN ITALIA

Quando inizierà la campagna vaccinale in Italia, invece? Non c’è una data certa. “L’Ema, il 29 dicembre approverà, auspicabilmente, il vaccino di Pfizer ed il 12 gennaio il vaccino di Moderna. Dopo gli enti certificatori dei singoli Paesi dovranno approvare i farmaci per l’autorizzazione domestica, noi siamo pronti perché Aifa lo faccia rapidamente. Pfizer, poi, dovrà fare pervenire le dosi nei Paesi membri”, spiega Arcuri.

Si parte in tutta Europa ugualmente? “E’ auspicabile”.

La strada è segnata difficile che non ci sia il no deal

Brexit: cosa rischiano UE e Italia senza accordo commerciale?

11 Dicembre 2020 - 14:46 

Una Brexit senza accordo commerciale avrebbe un impatto imponente sull’Italia e sull’intera Eurozona.


Una Brexit senza accordo commerciale potrebbe avere ripercussioni profonde sull’Unione europea e anche sull’Italia.

Stando alle ultime notizie sui negoziati in corso in questi giorni, l’ipotesi no-deal è ormai quasi realtà. Le due parti restano ancora lontane da una piena condivisione di intenti, con nodi importanti da sciogliere che non hanno trovato una soluzione definitiva.

Senza intesa entro il 31 dicembre 2020, si procederà con la la reintroduzione delle regole dell’OMC. Secondo la maggior parte degli osservatori, una Brexit senza accordo commerciale potrebbe avere diverse conseguenze economiche su diversi Paesi, Italia compresa.

Brexit senza accordo commerciale: le conseguenze

Oltre trentadue mesi di attesa, due Primi ministri, numerosi voti in Parlamento, colloqui infiniti tra Bruxelles e Londra, l’avvio di una procedura legale contro il Regno Unito e, alla fine, i negoziati non hanno prodotto un accordo.

La linea dei 27 Paesi membri sembra ormai essere dettata dallo slogan: un accordo a tutti i costi non ci sarà. L’UE desidera che il Regno Unito si muova sulle seguenti questioni: concorrenza leale e aiuti di Stato, pesca e governance del futuro accordo.

Tuttavia, anche Boris Johnson non intende mollare gli interessi nazionali. Il primo ministro ha dichiarato un mese fa che, senza un “cambiamento fondamentale di approccio” da parte dell’UE, il Regno Unito terminerà il periodo di transizione il 1 ° gennaio senza alcun accordo commerciale, “in stile Australia”.

Intanto, Bruxelles e Londra hanno intensificato gli incontri e si sono dati tempo fino al 13 dicembre. Ci sarà l’intesa? Il clima è pessimista e il no-deal avanza come ipotesi più realistica.

Come anticipato, l’uscita del Regno Unito dall’UE sarà soltanto uno degli innumerevoli passi ancora da compiere.

Molto spesso il divorzio tra le parti ha portato a interrogarsi sulle possibili conseguenze per il Regno Unito. In realtà, hanno fatto notare alcuni osservatori, neanche gli effetti per l’Unione europea saranno trascurabili.

In vista di una hard Brexit, il Governo britannico già mesi fa ha stilato una lista di tariffe che potrebbe essere ancora usata in caso di collasso dei negoziati.

L’analisi pubblicata mesi fa da Bloomberg potrebbe ora tornare molto attuale. La riflessione ha fatto notare che su 301,2 miliardi di beni esportati dai membri UE verso il Regno Unito, almeno 47,3 miliardi (circa il 16%) potrebbero essere colpiti dalle tariffe che scatterebbero in caso di Brexit senza accordo commerciale. Il totale dei costi aggiuntivi per i prodotti europei ammonterebbe a quasi 5 miliardi di euro.

Nella citata lista, elaborata allo scopo di proteggere l’economia britannica dalla concorrenza UE, sono finiti 500 prodotti che potrebbero colpire in maniera più e meno marcata diversi Paesi.
I Paesi più colpiti da una Brexit senza accordo commerciale

Come è ovvio che sia, la quantità di beni esportati nel Regno Unito varia da Stato a Stato. Proprio per questo, ha fatto notare l’indagine, le conseguenze e gli effetti di una Brexit senza accordo commerciale potrebbero risultare più gravi per alcune economie.

Tra i Paesi più colpiti da uno scenario del genere ci sarebbe senza dubbio la Germania, con 18,8 miliardi di euro di beni potenzialmente soggetti a tariffe - più o meno equivalenti al valore combinato di Belgio, Spagna, Paesi Bassi e Francia.
Germania: €18,8 miliardi
Belgio: €7,3 miliardi
Spagna €4,7 miliardi
Paesi Bassi: €3,2 miliardi
Francia: €3 miliardi
Italia: €2 miliardi
Irlanda: €1,6 miliardi
Polonia: €1,1 miliardi
Svezia: €960,1 milioni
Slovacchia: €935,2 milioni
Danimarca: €671,7 milioni
Portogallo: €661,9 milioni
Repubblica Ceca: €808,6 milioni
Austria: €646,3 milioni
Romania: €498,5 milioni
Ungheria: €200,7 milioni
Lituania: €56,1 milioni
Slovenia: €28,2 milioni
Bulgaria: €23,6 milioni
Grecia: €17,6 milioni
Finlandia: €12,7 milioni
Lussemburgo: €8,1 milioni
Malta: €6,0 milioni
Cipro: €5,8 milioni
Lettonia: €5,5 milioni
Croazia: €4,2 milioni
Estonia: €1,2 milioni

I settori più a rischio

L’indagine pubblicata non si è limitata a evidenziare i Paesi più colpiti da una eventuale Brexit senza accordo commerciale ma ha tentato di mettere in luce tutti i settori che potrebbero risentire maggiormente di un simile scenario.
Automotive: €38,2 miliardi
Tessile e abbigliamento: €3,3 miliardi
Maiale: €2,1 miliardi
Pollame: €818 milioni
Formaggio: €652,5 milioni
Manzo: €429,3 milioni
Burro: €353 milioni
Ceramiche: €268,1 milioni
Zucchero: €207,4 milioni
Pneumatici e ruote: €193,6 milioni
Altri beni casalinghi: €158,2 milioni
Cacao: €130,4 milioni
Grassi e oli: €122,4 milioni
Fertilizzanti: €115,9 milioni.

Anche altri beni potrebbero pagare le conseguenze di una Brexit senza accordo commerciale. Riso, pesce, fibre di vetro, vaniglia e molti altri elementi sarebbero colpiti, con impatti comunque inferiori ai 100 milioni di euro.

I dati e le cifre citate, ha tenuto a precisare l’indagine, si basano sulla lista inizialmente stilata dal Regno Unito in previsione di una hard Brexit. In mancanza di un’intesa non è detto che gli impatti immaginati si concretizzeranno o che Londra imporrà le tariffe sui beni citati.

Tutti gli occhi comunque saranno puntati su Londra e Bruxelles. L’ipotesi di una Brexit senza accordo aleggia ormai sui mercati, considerando il clima tra le parti.

Non credibile che a marzo del 2022 la Bce finisca d’emblée di essere banca centrale prestatore di ultima istanza

Bce conferma tassi, QE pandemico incrementato di 500 miliardi con durata fino a marzo 2022

Titta Ferraro10 dicembre 2020 - 13:50

MILANO (Finanza.com)
La Bce rafforza lo stimolo monetario per far fronte all’impatto della pandemia sul percorso previsto dell’inflazione. Nella riunione odierna il Consiglio direttivo della BCE ha incrementato l'ammontare complessivo degli acquisti nell’ambito del programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP) estendendo la durata del piano stesso.

L'incremento deciso è di 500 miliardi di euro, in linea con le attese di mercato. La dotazione complessiva sale così a 1.850 miliardi di euro. Il Consiglio direttivo effettuerà acquisti di attività nette sotto PEPP almeno fino alla fine di marzo 2022 (precedente termine era giugno 2021) e, in ogni caso, fino a quando non giudicherà che la fase di crisi del coronavirus sia terminata.

Il Consiglio direttivo ha inoltre deciso di estendere il periodo di tempo entro il quale reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del PEPP almeno sino alla fine del 2023. In ogni caso, la futura riduzione del portafoglio del PEPP sarà gestita in modo da evitare interferenze con l’adeguato orientamento di politica monetaria.

Viene invece confermato, come da attese, il livello dei tassi. Il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali ei tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimangono invariati rispettivamente allo 0,00%, 0,25% e -0,50%. Il Consiglio direttivo si aspetta che i tassi di interesse chiave della BCE rimangano ai livelli attuali o inferiori fino a quando non avrà visto le prospettive di inflazione “convergere in modo robusto a un livello sufficientemente vicino, ma inferiore, al 2% entro il suo orizzonte di proiezione”.

La Bce continuerà a fare la banca centrale prestatore di ultima istanza, difficile che poi con un colpo di bacchetta magica possa ritornare ad essere la stessa di prima una volta sdoganato questo dogma normale per tutti gli altri paesi che non sono in Euroimbecilandia


Nel meeting di oggi la Bce ha “ricalibrato” le misure di contrasto alla crisi e incrementato gli acquisti di titoli di 500 miliardi di euro. I commenti dei gestori

10/12/2020 | Paola Sacerdote

Aumentano gli acquisti di titoli e per un periodo di tempo più lungo. Nel meeting di oggi la Banca centrale europea ha deciso di “ricalibrare” i propri strumenti di politica monetaria “alla luce delle ricadute economiche derivanti dalla recrudescenza della pandemia”, come si legge nel comunicato stampa diffuso a seguito della riunione.

Tra i provvedimenti decisi oggi infatti il Consiglio direttivo ha deciso di incrementare la dotazione del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (pandemic emergency purchase programme, PEPP) di 500 miliardi di euro, portandolo a un totale di 1.850 miliardi di euro. Ha inoltre esteso l’orizzonte degli acquisti netti nell’ambito del PEPP almeno sino alla fine di marzo 2022. In ogni caso, “il Consiglio direttivo condurrà gli acquisti netti finché non riterrà conclusa la fase critica legata al coronavirus”.

Il Consiglio direttivo ha inoltre deciso di estendere il periodo di tempo entro il quale reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del PEPP almeno sino alla fine del 2023. In ogni caso, la futura riduzione del portafoglio del PEPP sarà gestita in modo da evitare interferenze con l’adeguato orientamento di politica monetaria.

“L’annuncio di oggi della BCE sull’aumento e l’estensione del programma di acquisto asset risulta ampiamente in linea con le attese” commenta Kaspar Hense, senior portfolio manager, BlueBay AM. “Dal punto di vista dei mercati, sono stati leggermente deludenti la mancanza di miglioramenti delle condizioni per le concessioni di prestito delle banche, in termini di tiering, e di un tasso di rifinanziamento più basso per le misure LTRO in atto. Detto questo, il premio al rischio dei titoli italiani sta facendo bene e l’estensione del programma dovrebbe aiutare a stabilizzare e appiattire la curva dei rendimenti per il momento”.

"Crediamo fermamente che una ripresa dell'Eurozona possa avvenire nel 2021 e il meeting odierno della BCE ha offerto ulteriori spunti di ottimismo. Le economie europee saranno meglio posizionate per resistere alla seconda fase di misure di lockdown grazie a un ulteriore sostegno offerto dalla banca centrale". E' il commento di Marion Amiot, senior economist di S&P Global Ratings. "Per quanto riguarda il 2021, stimiamo una crescita del PIL nell’area euro pari al 4,8%, in seguito alla contrazione del 7,2% del 2020. Tale ripresa sarà supportata da un miglioramento delle condizioni di salute dell'intera popolazione - grazie all’atteso lancio di una campagna vaccinale su larga scala nel primo semestre dell'anno, a un ulteriore sostegno della BCE in termini di politica monetaria fino al 2022 e agli stimoli fiscali".

Queste le considerazioni di Paul Diggle, Aberdeen Standard Investments: "La BCE ha annunciato oggi una serie di misure di allentamento della politica monetaria, tra cui un maggiore QE e l'allentamento del credito. Tuttavia, il punto chiave è che queste misure sono state più o meno come ci si aspettava, quindi l'annuncio non ha avuto un grande impatto. Semmai, le esitazioni nella comunicazione durante la conferenza stampa hanno dato all'intera vicenda un'inutile sfumatura hawkish. Le previsioni economiche negative della BCE - con una visione relativamente prudente della velocità con cui i vaccini permetteranno il ritorno alla normalità – indicano che questa non sarà probabilmente l'ultima mossa in questo ciclo di stimoli monetari".

C'è chi costruisce infrastrutture e chi fa guerre umanitarie

Inaugurata nuova ferrovia tra Iran e Afghanistan
Collega la città di Khaf a Herat, aperti i primi 140 su 225 km

Xinhua
10 dicembre 202014:00NEWS

(ANSA-XINHUA) - TEHERAN, 10 DIC - Una nuova ferrovia che collega la città iraniana di Khaf ad Herat, in Afghanistan, è stata inaugurata oggi. Lo riporta la tv di stato iraniana.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani e il suo omologo afghano Ashraf Ghani hanno partecipato alla cerimonia per il taglio del nastro in videoconferenza.
Secondo l'agenzia di stampa ufficiale IRNA, oggi sono stati inaugurati i primi 140 dei 225 chilometri complessivi della linea tra Khaf e Herat, in attesa della fine della fase successiva dei lavori.
Una volta ultimato l'intero progetto, i treni partiti dall'Iran raggiungeranno una stazione situata in un polo industriale alla periferia di Herat, 640 chilometri a ovest della capitale afghana Kabul.
Il 3 dicembre, un primo convoglio ferroviario merci ha effettuato una corsa di prova sulla nuova linea, partendo dall'Iran e arrivando nel distretto di Ghoryan, a Herat, con a bordo 500 tonnellate di cemento.
Teheran, come spiegato recentemente dal ministro iraniano per le Infrastrutture Stradali e lo Sviluppo urbano, Mohammad Eslami, mira a massimizzare le opzioni di transito attraverso "varie opportunità" e rotte esistenti in Afghanistan verso le nazioni dell'Asia orientale, considerandolo un obiettivo "molto importante" per il commercio e le comunicazioni del Paese.
(ANSA-XINHUA).

NoTav - criminalizzare e violenza per chi si oppone a un'opera inutile costosa insalubre. La Torino-Lione esiste già e passa per il Frejus ma pochi la usano

 10 DICEMBRE 2020

VIDEO / NO TAV VALSUSA, CARICHE E LACRIMOGENI CONTRO LA FIACCOLATA

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COMUNICATO DEL MOVIMENTO NO TAV

GIAGLIONE – All’imbocco della strada per Giaglione centinaia di No Tav si sono ritrovati a Venaus per raggiungere Giaglione e portare solidarietà ai resistenti dei Mulini in Clarea. La polizia che da questa mattina cinge d’assedio il paese ha caricato indiscriminatamente i No Tav e lanciato lacrimogeni, tentando poi di prendere alle spalle la fiaccolata con un fitta coltre di gas lanciati alcuni ad altezza d’uomo mentre altri hanno colpito il parabrezza di alcune automobili di passaggio.

https://www.valsusaoggi.it/video-no-tav-valsusa-cariche-e-lacrimogeni-contro-la-fiaccolata/

Gli ebrei sionisti le menzogne e l'occupazione di fatto, non li possono uccidere tutti ma schiavizzano i palestinesi in tutte le maniere


10 dic 2020
by Redazione

In un nuovo rapporto l’Ong israeliana Breaking the Silence svela circa 25 progetti israeliani di strade nella Cisgiordania occupata destinate a servire alla colonizzazione e a incoraggiarla nei prossimi anni. Middle East Eye vi ha avuto accesso in anteprima

foto Shady Giorgio

Clothilde Mraffko – 7 dicembre 2020 Middle East Eye

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi per Zeitun.info)

Da mesi i bulldozer mordono la montagna nei pressi di Betlemme. Il cantiere è gigantesco, si scavano tunnel e ponti a tutta velocità. Lo scopo? Costruire nuove strade per trasformare questo asse viario intasato mattina e sera in un’autostrada con un traffico scorrevole. Il tratto di strada è percorso solo dai coloni israeliani che fanno ogni giorno il tragitto da Gush Etzion, gruppo di colonie situate a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, fino a Gerusalemme, dove lavorano.

Invece i palestinesi non possono accedere a questo tratto: le loro strade passano dall’altra parte del muro di separazione che dal 2002 Israele ha costruito a Betlemme. In totale, entro 5 anni dovrebbero emergere dalla terra 37 km di tunnel, ponti e svincoli.

L’allargamento di questa “strada dei tunnel” fa parte di un progetto più grande, svelato questa settimana da Yehuda Shaul, cofondatore e importante membro dell’Ong israeliana “Breaking the Silence” in un nuovo rapporto scritto insieme alla nuova organizzazione che ha fondato, “The Israeli Centre for Public Affairs” [Il Centro Israeliano per le Questioni Pubbliche, ndtr.].

Secondo lui, mentre il mondo aveva gli occhi puntati sulle voci di un’annessione israeliana di una parte della Cisgiordania quest’estate, Israele procede da anni a un’annessione di fatto, imponendo cioè una serie di fatti sul terreno difficili da cancellare.

“L’obiettivo è avere un milione di coloni israeliani entro dieci-venti anni,” spiega a Middle East Eye, aprendo con attenzione una cartina davanti a sé. Oggi più di 600.000 israeliani vivono a Gerusalemme est e in Cisgiordania, in totale violazione del diritto internazionale, e la loro presenza compromette gravemente la formazione di uno Stato palestinese indipendente e sostenibile.

Incoraggiando la colonizzazione, Israele tende ormai a persuadere i coloni israeliani ad insediarsi sempre più in profondità nella Cisgiordania occupata. Estendendo la presenza israeliana, i dirigenti sionisti sperano di rendere impossibile qualunque spostamento di popolazione e di liquidare così definitivamente la soluzione a due Stati.

Ma per fare ciò ci vogliono delle strade. Per il momento la maggioranza dei coloni continua a lavorare in Israele, dall’altra parte della Linea Verde (il tracciato dell’armistizio del 1949 tra Israele e i Paesi arabi), dove si trovano le principali opportunità di lavoro. Fanno ogni giorno i pendolari su assi viari diventati troppo piccoli per assorbire la crescita delle colonie e della popolazione palestinese.


Galvanizzati da Trump

“L’ultima volta che c’è stato un piano di sviluppo completo in Cisgiordania era il 1991. In seguito ci sono stati gli accordi di Oslo,” commenta Yehuda Shaul, che percorre instancabilmente le strade dei territori palestinesi per valutare l’avanzamento di questo “grande progetto”. Nel rapporto pubblicato questo lunedì elenca circa 25 cantieri avviati o previsti per estendere le reti viarie nella Cisgiordania occupata e per migliorare i collegamenti tra le colonie e Israele.

“I progetti infrastrutturali di Israele in Cisgiordania rafforzano il controllo israeliano sulla terra, frammentano il territorio palestinese e costituiscono un ostacolo importante per ogni soluzione che includa in futuro la pace e l’uguaglianza,” conclude il rapporto.

Negli ultimi anni gli eletti nei consigli dei coloni in Cisgiordania hanno fatto pressione, arrivando fino a scatenare nel 2017 uno sciopero della fame simbolico per ottenere più finanziamenti. I primi progetti sono stati presentati nel 2014, ma la presidenza Trump ha chiaramente galvanizzato le ambizioni israeliane. “Un grande progetto è una visione, non vuol dire che venga effettivamente realizzato, soprattutto per questioni di bilancio,” frena l’attivista di Breaking the Silence.

In particolare l’allargamento della strada dei tunnel verso Betlemme dovrebbe costare circa 850 milioni di shekel, circa 214 milioni di euro. Tutto attorno a Gerusalemme l’allargamento degli assi stradali che portano alle grandi colonie o la costruzione di nuove strade dovrebbero costare in totale circa 5 miliardi di shekel, 1.26 miliardi di euro.

Questi lavori servono innanzitutto agli interessi dei coloni israeliani e rafforzano la segregazione in atto in Cisgiordania. In qualche caso, come conseguenza dell’effetto di rimbalzo, queste strade favoriranno anche i palestinesi, esclusi dai grandi cantieri israeliani, riducendo il traffico su alcune strade.

La maggior parte dei progetti studiati da Breaking the Silence riguarda le tangenziali. Queste strade, sviluppate dalla metà degli anni ’90, permettono ai coloni di spostarsi tra colonie o verso Israele senza attraversare città o villaggi palestinesi. Ormai Israele intende investire per trasformare la maggior parte delle strade in autostrade, oppure costruire dei prolungamenti.

“Dopo la realizzazione di questi 25 progetti nessun colono, salvo ad Hebron (dove i coloni vivono all’interno della città), dovrà guidare nelle zone dove vivono i palestinesi,” spiega Yehuda Shaul.

In totale per i palestinesi saranno costruiti due assi stradali. L’idea è di permettere loro di aggirare la colonia di Maale Adumim, situata a 7 km ad est di Gerusalemme, per riservare ai coloni israeliani una strada che colleghi la colonia alla città santa senza posti di controllo, come se facesse parte della periferia naturale di Gerusalemme.

Ovviamente i palestinesi che non sono autorizzati ad entrare a Gerusalemme non potranno transitare su questa strada. Nel gennaio 2019 un tratto, soprannominato la “strada dell’apartheid”, era già stato aperto, con da una parte la carreggiata riservata ai palestinesi e dall’altra quella per quanti dispongono di una vettura con una targa israeliana, separate tra loro da un alto muro sormontato da una barriera.

“La prova che questi progetti servono allo sviluppo israeliano è che seguono degli assi est/ovest, dalla Cisgiordania verso i luoghi di lavoro in Israele. Lo sviluppo naturale palestinese invece ha luogo attraverso le colline, da nord a sud,” commenta il coautore del rapporto. L’ampiamento delle strade si accompagna anche all’“espropriazione di una notevole quantità di terreni. Vede queste linee? Sono le linee degli espropri,” sottolinea, al bordo di una strada che si dirige verso Hebron, nel sud della Cisgiordania. Da ogni lato dei piccoli bastoni neri piantati profondamente nella terra si mangiano grandi porzioni di campi. “Non è consentito costruire ai bordi delle autostrade,” continua Yehuda Shaul.

Queste strade impediranno anche lo sviluppo delle enclave palestinesi. Così l’ingrandimento della strada dei tunnel impedirà ogni possibilità di espansione di Betlemme verso nord. Cambia anche il rapporto tra le città e i villaggi palestinesi, tagliati fuori le une dagli altri dai grandi assi viari che non servono a loro e li obbligano a delle deviazioni.

Nel 2019, in un’intervista al giornale israeliano Israel Hayom [quotidiano israeliano gratuito di destra, ndtr.] l’ex-ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich, del partito di estrema destra [dei coloni, ndtr.] Yamina, ha annunciato chiaramente: “Se si vuole portare un altro mezzo milione di abitanti in Giudea e Samaria (nome biblico che gli israeliani utilizzano per evitare di dire “Cisgiordania”), si deve essere sicuri che ci siano delle strade. Le colonie seguono le strade e i trasporti pubblici.”

Con questi 25 progetti, denunciano gli autori del rapporto, Israele accelera la sua politica di annessione di fatto, contribuendo a “definire ancor di più la situazione di uno Stato unico con disparità di diritti,” in spregio al diritto internazionale.

Se lo stato fosse Stato toglierebbe immediatamente i comandi ai privati e ai rappresentanti del Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato. Le decisioni devono diventare trasparenti e fatti nell'interesse dell'Italia e non di potentati economici che si vedono e decidono nelle segrete stante

Ilva, l’accordo Arcelor Mittal-Invitalia sotto la lente del prof. Pirro

Di Federico Pirro | 11/12/2020 - 


Adesso che Invitalia è entrata in Am Investco Itay-Gruppo Arcelor Mittal per il rilancio dell’Ilva, con una quota del 50% del capitale per due anni, e poi del 60% a partire dal giugno 2022, le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora numerose. Ecco quali secondo Federico Pirro, Università di Bari

È stato siglato l’accordo per l’ingresso di Invitalia in Am Investco Itay-Gruppo Arcelor Mittal per il rilancio dell’Ilva, che porterà la società pubblica nel capitale della partecipata con una quota del 50% per due anni, e poi del 60% a partire dal giugno 2022. Mentre sotto il profilo strettamente impiantistico, e con riferimento al sito di Taranto, si punta al revamping dell’Altoforno n.5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e alla prosecuzione di esercizio dell’Altoforno n.4. Si dovrebbe inoltre introdurre 1 forno elettrico per conservare una capacità e una produzione a regime (entro il 2025) di 8 milioni di tonnellate annue, in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali, pur ricorrendo sino a quell’anno alla cassa integrazione per numeri definiti di addetti.

Questo è quanto riportato sulla stampa. Ora, alla luce di tali notizie – comunque molto interessanti per l’intera siderurgia nazionale perché ribadiscono che l’area a caldo della fabbrica ionica verrà conservata – le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora numerose.

Proviamo ad elencarne alcune.

1- Se Invitalia diviene socia paritetica di AM, con un presidente nominato dalla società pubblica e con un amministratore delegato scelto invece dal privato, le decisioni dovrebbero essere assunte come stabilito di comune accordo, ma la conduzione effettiva della società a chi sarebbe riservata? Ad un top management scelto anch’esso di comune accordo? E poi, pur con un massiccio ricorso alla cassa integrazione, su quali reali volumi produttivi si punterebbe, una volta terminati nell’agosto del 2023 i lavori in corso per l’Aia che limitano oggi a 6 milioni di tonnellate annue la produzione, peraltro scesa quest’anno fra i 3 e i 4 milioni? In altre parole, se il mercato ripartisse con più forza in una fase post-covid, il sito di Taranto potrebbe essere portato a fare concorrenza a quelli di Arcelor di Dunkerque e Fos sur mer in Francia? Che senso avrebbe infatti difendere, sia pure in parte riconvertendola, l’attuale capacità di 8 milioni di tons, se poi non la si volesse impiegare per intero? Per non fare concorrenza ad Arcelor che è socio in Ilva, ma anche un suo temibile concorrente?

2- L’occupazione che si dice di voler conservare sui livelli attuali, ovvero 10.700 addetti diretti fra Taranto, Genova e Novi Ligure, potrebbe essere realmente difesa – soprattutto nella fabbrica ionica, ove sono impiegati 8.200 fra operai, tecnici, quadri e dirigenti – quando l’introduzione di 1 forno elettrico richiederebbe meno manodopera non essendoci più bisogno della cockeria?

3- Il forno elettrico (ma sarebbe possibile anche per gli altiforni?) deve poi essere alimentato anche dal Dri, ovvero il preridotto di ferro, che si produrrebbe a Taranto in un impianto fuori dal sito del siderurgico; ma si è già negoziato e ottenuto un prezzo del gas necessario per produrlo a prezzi convenienti? E se fosse meno costoso qualora lo si acquistasse sul mercato?

4- E nella nuova società che lo produrrebbe, entrerebbero come soci anche i maggiori acciaieri italiani, come avevano dichiarato nei mesi scorsi, volendo utilizzarlo con il rottame per i loro forni elettrici, per impiegarvi così meno minerale di ferro? Rottame peraltro sempre meno disponibile anche sui mercati internazionali, e perciò sempre più costoso.

5- E qualora si costituisse questa società vi sarebbero impiegati i lavoratori comunque destinati a diventare esuberi nell’acciaieria per l’introduzione del forno elettrico?

6- E nell’attesa di procedere alla sua introduzione – impianto peraltro da ordinare, costruire, montare e porre in esercizio con gli adeguamenti impiantistici necessari a “valle” – lo stabilimento, dovendo restare sul mercato, continuerebbe a funzionare con gli attuali Afo 1, 2 (in via di ambientalizzazione) e 4 se il mercato lo richiedesse?

7- E il portafoglio clienti chi lo controllerebbe? La joint-venture fra Invitalia e i Francoindiani? Non si dimentichi neppure per un istante, lo si diceva in precedenza, che Arcelor sarebbe partner della società, ma anche un suo temibile concorrente: allora, tale sua condizione, già ora ma sempre più in prospettiva, non rischierebbe di creare intuibili problemi alla società in joint-venture con Invitalia, e soprattutto al sito tarantino?

8- E i rapporti con le aziende dell’indotto e più in generale con il territorio, come sarebbero per la società di cui Invitalia divide il capitale? Oggi a Taranto si registrano una incomunicabilità quasi assoluta fra azienda e istituzioni locali – anche per responsabilità di quest’ultime, ad onore del vero – e rapporti difficili con molte imprese della supply chain, peraltro bisognose di profonde ristrutturazioni che andrebbero comunque guidate.

Tali domande scaturiscono da quanto apparso sulla stampa. È auspicabile allora che le risposte siano puntuali, precise e assolutamente limpide e senza ambiguità, perché l’impianto di Taranto è tuttora un pilastro del sistema manifatturiero nazionale, e non sono possibili incertezze circa il suo futuro. Arcelor Mittal tutela i suoi legittimi interessi di multinazionale quotata in alcune borse internazionali, interessi che potrebbero entrare in rotta in collisione con quelli dello Stato italiano e dell’industria nazionale.

Il gioco dell'Oca nato nel 1995 dimostra il disastro combinato dal principio di regalare ai privati le industrie di stato e l'inadeguatezza di questi a mantenere in piedi una industria strategica, in questo caso l'acciaio, in quanto questi imbecilli pensano solo al profitto e non hanno una visione strategica di una paese e dimostra l'appecoramento di un certo modo di fare politica pensando sempre e soltanto ai voti delle elezioni

Con lo Stato l’Ilva può risorgere. A patto che… Parla Di Taranto

Di Gianluca Zapponini | 11/12/2020 - 


Lo storico ed economista a Formiche.net: basta con la vulgata che in uno Stato liberale e democratico non si può intervenire con la mano pubblica per salvare e rimettere in sesto un asset strategico. L’accordo di stanotte è valido e ben strutturato ma ora la sfida del mercato si gioca sulla sostenibilità e su un acciaio rispettoso dell’ambiente. Il Recovery Fund può aiutare…

Come nel gioco dell’oca, succede di tornare al punto di partenza. Magari a quel 1995, anno in cui lo Stato, fino a quel momento proprietario dell’Ilva, sorta sulle ceneri dell’Italsider, decise di vendere lo stabilimento al gruppo Riva. Era la fine di decenni di acciaio a produzione statale e l’inizio della progressiva ritirata della mano pubblica dall’industria (a stretto giro sarebbero arrivate le privatizzazioni di Alitalia e Telecom). Ora però, la storia si ripete, forse con qualche dubbio in più.

Nella notte, lo Stato è tornato a gestire l’ormai ex Ilva (dal 2018 lo stabilimento più grande d’Europa è in mano al gruppo franco-indiano Arcelor Mittal, dopo l’addio dei Riva in seguito alle inchieste). Poco prima della mezzanotte è stato firmato l’accordo tra Mittal e Invitalia, braccio operativo del Tesoro (100%), che ha sancito ufficialmente il ritorno dello Stato nell’acciaieria. L’accordo prevede un aumento di capitale di Mittal, per 400 milioni di euro che darà a Invitalia il 50% dei diritti di voto. Nel 2022 è programmato, poi, un secondo aumento, che sarà sottoscritto fino a 680 milioni da parte di Invitalia e fino a 70 milioni di parte di Arcelor Mittal. Al quel punto la società pubblica sarà l’azionista di maggioranza con il 60% del capitale dell’acciaieria. Un buon programma? Formiche.net lo ha chiesto a Giuseppe Di Taranto, economista, saggista e ordinario di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss.

Di Taranto, lo Stato ha rimesso un piede nella grande industria italiana. Le chiedo innanzitutto come valuta l’accordo di questa notte.

Positivamente. E valuto positivamente anche le ragioni che hanno portato a questo accordo. Questa operazione, che è a tutti gli effetti un’operazione industriale, ci dice essenzialmente una cosa. Che certe regole previste dai trattati Ue stanno perdendo forza e potenza. Mi riferisco alle norme sugli aiuti di Stato, previste da Maastricht.

Può spiegarsi?

L’ingresso dello Stato nell’ex Ilva dimostra che l’aiuto di Stato non è più un tabù. Il che è positivo perché stiamo assistendo a una progressiva sospensione delle regole europee. Anche lo stesso Patto di Stabilità è stato accantonato, per il momento. Il che apre la strada a un ripensamento generale di certi vincoli. Fatta questa premessa, l’accordo di questa notte è decisamente positivo.

Che cosa la convince?

Innanzitutto verrà ripresa in mano un’industria storica, al fine di rimetterla in sesto. Lo Stato in questi anni ha perso molti miliardi e credo sia arrivato francamente il momento di recuperarli. Il piano industriale che segue l’accordo, è valido nei limiti in cui è attuabile. Entro il 2023 dovremmo avere un rientro dei lavoratori, circa 2 mila che, nel passaggio da Ilva in amministrazione straordinaria ad Arcelor, sono rimasti in carico alla prima con la promessa di reintegro in fabbrica. In più, una volta a regime, ovvero entro il 2025, l’accordo prevede di mantenere invariato il livello occupazionale con 10mila addetti di cui 8.200 solo a Taranto. Queste sono ottime notizie per i lavoratori e non è un caso che i sindacati abbiano applaudito a un ritorno dello Stato. In più mi sembra un’intesa al passo coi tempi.

Si riferisce agli aspetti ambientali del piano industriale? 

Assolutamente sì. Questo accordo prevede una elevata riduzione delle emissioni e dunque dell’inquinamento, a fronte di un aumento della produzione pari a circa 8 milioni di tonnellate. Questo è fondamentale, ma impone anche una domanda. La Cina per esempio produce acciaio ma di pessima qualità, ma visto che costa meno, conquista il mercato. Anche per questo Mittal è andata in crisi. Ora, c’è da chiedersi se sia meglio portare la produzione di Taranto a 8 milioni di tonnellate oppure lavorare di qualità, ristrutturando la produzione.

D’accordo, ma come la mettiamo con l’opinione internazionale? Voglio dire, uno Stato che esce dalla siderurgia e dopo 25 anni vi rientra, subentrando ai privati, dopo anni di incertezza e indecisione, che messaggio manda agli investitori?

Io credo che si cada spesso in una errata percezione. Si tende a pensare che l’intervento dello Stato nell’economia sia in realtà qualcosa di dannoso e di nocivo. Ma non è così. Una cosa è la collettivizzazione, come accade in Cina, un’altra un’intervento pubblico in un’azienda strategica e a rischio default. Rimessa in piedi l’azienda, a condizioni di mercato, nulla vieta allo Stato di uscire nuovamente e fare una seconda privatizzazione. Qui parliamo della salvezza di un asset, non di un esproprio in stile socialista.

Di Taranto, non è che le nazionalizzazioni stanno tornando di moda, forse fuori tempo massimo?

Non capisco perché in uno Stato democratico e liberale, come l’Italia, si cerchi di vedere a tutti i costi queste operazioni industriali come un qualcosa di socialista, anzi di comunista. Rimettere in sesto un’azienda, facendola tornare a camminare sulle sue gambe, non è qualcosa di anti-storico o obsoleto. Ma di molto ragionevole.

Il nuovo azionista ha una grande sfida dinnanzi. Riportare Taranto e la sua acciaieria ad essere un produttore competitivo nello scacchiere dell’acciaio. Come fare?

Il futuro è nella green economy, la partita si gioca lì. Servono tipologie di produzione che siano il più sostenibili possibile. Questo è l’obiettivo primario.

Una missione alla portata dello Stato italiano. O forse no…

Me lo auguro con tutto il cuore. E comunque, adesso arriveranno 209 miliardi di euro grazie al Recovery Fund, mi pare una leva. Mi spiego, una delle condizioni per l’accesso agli aiuti è la sostenibilità e il rispetto dell’ambiente. Di più, ci sono anche delle condizionalità in termini di attuazione: se un piano, un progetto, viene messo in dubbio dalla Commissione Ue, perché poco rispettoso dell’ambiente, l’erogazione dei fondi per quel progetto si blocca, sentito il parere del Consiglio Ue. Questo è un motivo sufficiente affinché lo stesso Stato-azionista si impegni con tutte le sue forze per un rilancio dell’ex Ilva in chiave esclusivamente green.

L'Etiopia una delle pance dell'Africa

Etiopia, la crisi vista anche dall’Egitto. L’analisi di Dentice (Ispi)

Di Emanuele Rossi | 11/12/2020 - 


Perché la crisi in Etiopia è così importante? La posizione americana, l’allargamento regionale, il ruolo dell’Egitto analizzati da Dentice (Ispi)

Il 28 novembre il premier etiope Abiy Ahmed ha annunciato su Twitter la riconquista della capitale del Tigray, Makalle, e la fine delle scontro riavviato qualche settimana prima col gruppo ribelle che combatte per l’indipendenza della regione, il Tigray People’s Liberation Front, Tplf. A distanza di due settimane, sebbene le forze governative siano nella città, gli scontri non si sono fermati, anzi: il Tplf, come prevedibile, si è messo in una fase di guerriglia che potrebbe durare molto tempo. “La situazione è molto tesa, da un momento all’altro può succedere di tutto e non abbiamo informazioni perché tutto è tagliato, sia internet che il telefono”, ha spiegato ieri un salesiano da Addis Abeba all’agenzia Fides. Sempre ieri, due funzionari delle Nazioni Unite sono stati colpiti da armi da fuoco mentre tentavano di raggiungere un campo di rifugiati a Shembelle. Il conflitto ha prodotto una crisi umanitaria in una delle aree più povere e sensibili del mondo: il Corno d’Africa – un’ara di interesse nazionale per l’Italia, come spiegato su queste colonne dalla viceministro degli Esteri, Emanuele Del Re.

Nei giorni scorsi gli Stati Uniti sono entrati nel merito della situazione dichiarando che l’Eritrea sta aiutando l’Etiopia militarmente. Il coinvolgimento di Asmara, sebbene smentito ufficialmente dal ministro degli Esteri, è un fattore calcolato: i tigrini – che hanno anche bombardato la capitale eritrea nelle scorse settimane – sono nemici comuni per i due Paesi, che invece sotto Abiy Ahmed (e con l’aiuto diplomatico anche dell’Italia) hanno ritrovato pace e relazioni dopo un conflitto ventennale. Sul motivo per cui gli Stati Uniti in questo momento abbiano deciso, per così dire, di alzare la posta, Giuseppe Dentice, analista dell’Ispi, fornisce a Formiche.net una ricostruzione ampia.

“L’amministrazione Trump sembra interessata a cristallizzare alcune situazioni nel modo più complesso possibile, anche uscendo da una traiettoria in politica estera che finora si è sostanzialmente mossa in continuità con le precedenti”, spiega. Qual è la visione sull’Africa in questo momento a Washington? “Per tutti e quattro gli anni di presidenza, Donald Trump ha guardato all’Africa solo in funzione anti-terrorismo. Oggi non vedo una strategia, anche perché se si è deciso di ritirare i soldati dalla Somalia (scelta presa non in concordanza con intelligence e Pentagono, ndr) e come ha fatto capire nei giorni scorsi l’acting-secretary alla Difesa si soppesa l’idea di uscire anche dal punto strategico di Gibuti. Risulta complicato comprendere quale strategia segua Washington se non lasciare problemi alla futura amministrazione”.

È molto difficile che gli Usa rinuncino a Gibuti, che non è semplicemente il punto di lancio (a Camp Lemmonier) dei droni con cui vengono eseguite operazioni anti-terrorismo sia in Africa che in Yemen, ma è anche un avamposto di osservazione privilegiato per tutti i traffici che risalgono Suez proveniente da Oriente. Non a caso molte grandi e medie potenze hanno costruito postazioni militari nel Paese. È però vero che Trump ha più volte usato decisioni di politica internazionale a scopo interno: in questo caso, abbinare la diffusione di informazioni sulla caoticizzazione del conflitto del Tigray (con l’ingresso in campo di unità eritree) al ritiro dalla Somalia può servire per darsi supporto politico (in termini di consensi interni). Il senso è: usciamo da quell’area che porta pochi ritorni a fronte di un coinvolgimento in un posto dove vogliono fare la guerra.

Trump ha anche detto e ripetuto che è possibile che l’Egitto decida di attaccare l’Etiopia per via della questione aperta attorno alla diga sul Nilo, nota con l’acronimo Gerd – in quell’occasione da Mosca e Pechino arrivò una posizione netta e contraria gelando il Cairo. Al di là delle dichiarazioni del presidente uscente, quella dello sbarramento che sta costruendo Addis Abeba per produrre energia idroelettrica – che per il Cairo è un’opera ostile che gli sottrae acqua – è un’altra sensibilità della regione che rende chiaro quanto la situazione sia delicata attorno al Tigray. Qual è il punto di equilibrio? “Partiamo da un aspetto – risponde Dentice – in Etiopia hanno investito in tanti: il Golfo l’ha trasformata nel proprio granaio, la Turchia nel manifatturiero, ci sono investimenti cinesi e poi quelli tedeschi su impianti energetici (eolici e solari). Questo significa che l’Etiopia è negli ultimi anni riuscita a rilanciarsi dando di sé un’immagine affidabile in grado di attirare gli investimenti. Ma significa anche che adesso nessuno ha interessi a intromettersi”.

Per l’analista italiano – che in questi giorni ha cofirmato con la collega Tiziana Corda (del Nasp dell’Università di Milano) un commentary uscito sul sito dell’Ispi – c’è una sostanziale volontà nel mantenere lo status quo, sebbene il suo disequilibrio, senza però innescare una reazione negativa da parte dell’Egitto, “che è parte in causa della crisi”. “L’Egitto – secondo Dentice – non starà a guardare, ma non intende affatto fare una guerra. Piuttosto cercherà di costruire meccanismi di pressione su Addis Abeba coltivando le relazioni con i paesi confinanti come l’Eritrea, il Sudan e il Sud Sudan”. D’altronde, la questione del Nilo coinvolge tredici paesi, fa notare l’analista, e contemporaneamente si tira dietro anche altri stati, come quelli del Golfo o Israele, che nella regione hanno profondi interessi.
La crisi etiopica vista dal Cairo. Carta di Tiziana Corda per Ispi

“Una rivalità geostrategica più aggressiva potrebbe esacerbare le tensioni nazionali e regionali e innescare altri conflitti, a scapito degli stessi interessi del Cairo”, scrivono Dentice e Corda: “Ma se il multilateralismo è la migliore risposta per fermare la crisi nella regione, un’escalation controllata potrebbe anche aiutare l’Egitto a governare la crescente instabilità regionale e proteggere i suoi molteplici interessi e risorse nella più ampia arena del Mediterraneo e del Mar Rosso”.

Domenico Arcuri uno dei rappresentati più prestigiosi del Sistema mafioso massonico politico istituzionalizzato, solo in questo modo si spiega la sua ascesa e mantenimento del potere contro ogni logica di buonsenso e soprattutto economica


Inchieste11 Dicembre 2020 di: Andrea Cinquegrani

ARCURI / IL SUPER MANAGER CHE PARTECIPO’ ALL’ELECTION DAY DELLA MASSONERIA

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano.

E’ oggi il direttore d’orchestra nell’emergenza Covid con tutto l’arredo di commesse e appalti milionari al seguito, dalle mascherine alle siringhe.

Ma c’è chi già lo vede sulla poltrona della grande Cassa Depositi e Prestiti, la nuova Iri de Noantri. Senza dimenticare le opzioni di lusso come Leonardo-Finmeccanica ed ENI.

Lui, quieto, per ora preferisce la poltrona di mister Covid e quella non meno importante al vertice di Invitalia: tra le mission di quest’ultima, l’assetto della nuova Italsider che controllerà prima al 50 e poi al 60 per cento e la riqualificazione di Bagnoli, l’altra strategica area occidentale di Napoli. Miliardi come noccioline sui vari fronti.

Avete già capito, of course, che stiamo parlando del super grand commis Domenico Arcuri, una incredibile scalata ai gangli vitali del parastato da 13 anni ad oggi.

Uno sfavillio di luci, offuscate solo dagli strascichi di polemiche targate Covid 19, ultimo caso quello dei super controversi ordini per la fornitura delle siringhe ad hoc per il vaccino. Negli ultimi tempi l’ha giurata ad alcuni giornalisti ficcanaso, fino allo sbotto di un paio di giorni fa: “Vi querelo tutti”.

QUEL 5 APRILE 2014

Fino ad ora, invece, non ci preoccupa delle voci, degli spifferi, di quelle malelingue che osano accostare il suo nome alla massoneria, per la precisione al Grande Oriente d’Italia.


Il gran maestro della massoneria Stefano Bisi

E’ finito, infatti, nel mirino di un sito specializzato in fatti & misfatti massonici, Leo Rugens. Che individua una data strategica, quella del 5 aprile 2014, il giorno dell’ascesa al potere griffato GOI dell’attuale Gran Maestro, Stefano Bisi.

Nel corso della tre giorni che si tenne al Palacongressi di Rimini, tra le altre iniziative se ne svolse una titolata “Arte e Cultura: Petrolio d’Italia”, cui prese parte, oltre ad Arcuri, anche l’ex ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, voluto su quella poltrona da Pierluigi Bersani, il primo sponsor dello stesso Arcuri per la poltrona di Invitalia.

Si chiede e chiede il misterioso Rugens: “Era il 5 aprile e Arcuri era già ben piazzato ad Invitalia, dove si facevano gli affari della Repubblica. Ma non negli interessi dei cittadini. Mi chiedo, da profano, a chi si offre il privilegio di presentarsi e parlare ai fratelli se non ad un fratello, certamente individuato tra i grandi competenti sul tema che si sceglie di affrontare nell’occasione? Altrimenti se uno non è anche un affiliato, ritengo che venga scelto perché è considerato un’autorità indiscussa in materia. E’ il caso di Arcuri? Diteci cortesemente dove sono gli accrediti di Arcuri in materia (arte e cultura, ndr). Perché scegliere lui? Per meriti culturali?, torno a chiedere perplesso. Ma smettiamola! Arcuri era lì, quel giorno dell’insediamento di Stefano Bisi (il Gran Maestro dal 2014, appunto, ndr), per dare un segnale, quasi fosse un gesto di gratitudine verso gli ambienti che evidentemente, nel business di Stato, rappresentava. Ed ancora oggi rappresenta”.

Il comunicato ufficiale del Grande Oriente d’Italia che riporta la partecipazione di Domenico Arcuri alle celebrazioni per l’insediamento del gran maestro Stefano Bisi

E ancora: “Vuoi vedere che Arcuri, dopo essere andato, in quel giorno solenne, a Rimini, a testimoniare la sua stima per Bisi (o a chi per lui) è stato ‘premiato’ affidandogli la responsabilità di portare la bisaccia non dell’umiltà ma dei business attinenti la pandemia?”.

Scorrendo gli elenchi degli affiliati al Grande Oriente d’Italia, il nome di Arcuri non compare. Per la precisione, un Domenico Arcuri affiliato al Goi di Cosenza c’è, ma si tratta di un ragioniere del 1933, padre di una antiquaria, Angela Arcuri, che dieci anni fa a Firenze allestì la prima mostra sul collezionismo massonico. Niente di più.

Dice, le logge segrete, la Calabria pullula, e sulle loro tracce si sono inerpicati magistrati del calibro di Agostino Cordova e Nicola Gratteri. Ma è un’impresa titanica farle emergere alla luce del sole. Per cui quei nomi restano coperti da aloni di totale impenetrabilità.

NELLO SCRIGNO DI INVITALIA

Torniamo – dopo questa parentesi – alla inarrestabile ascesa del vertice della Nomenklatura di Stato, il Nembo kid di tutte le mission impossible.

Che, dopo aver frequentato gli ambienti pubblici (pianificazione e controllo all’IRI) e privati (Deloittle Consulting), trova la sua rampa di lancio proprio con Invitalia, dove si insedia nel 2007, prendendo il posto di un altro super brasseur d’affari, prima nel pubblico e poi nel privato, Massimo Caputi.

La stella di Caputi era stata lanciata in orbita da ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino, proprio in quel ricco parastato. Caputi, poi, decolla con gli ormai famosi fondi di gestione, tanto da creare Idea Fimit, quindi Prelios mentre ora è in sella a Feidos, uno dei più a la page.

E’ di una decina d’anni fa un’indagine top secret del ROS dei carabinieri, che aveva deciso di puntare i riflettori su quel ricco parastato. In una breve nota giunta in via anonima alla Voce, si faceva riferimento ad Invitalia e, soprattutto, alle sue partecipazioni societarie sul fronte della gestione di porti di piccole e medie dimensioni. Si parlava di Renato Marconi.


Nella stessa nota, poi, c’era una digressione sui rapporti tra lo stesso Pomicino e Franco Ambrosio, il re del grano assassinato da un balordo romeno (usati da sempre come sicari per omicidi coperti) in circostante mai chiarite.

Che fine ha fatto quel memo del Ros così carico di significati?

Non è sfociato in alcuna inchiesta della magistratura? Come mai? Insabbiato?

Nei link in basso trovate due grosse inchieste della Voce proprio su quei business griffati Invitalia, sia sui porticcioli che su Bagnoli.

E Bagnoli torna alla ribalta proprio in questi giorni, per via di un forte j’accuse lanciato dalla Corte dei Conti contro Invitalia e la sua scellerata gestione della eterna bonifica. Potete leggere anche quegli articoli della Voce linkando in basso.