L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 settembre 2021

Caro-energia e aggravamento dei problemi di fornitura nella catena d'approvvigionamento e la Cina velocemente stampa soldi e cerca di rallentare il fallimento delle piccole medie imprese che comunque ci sarà

SPY FINANZA/ La verità rivelata dal caso Evergrande

Pubblicazione: 28.09.2021 - Mauro Bottarelli

Si è parlato tanto del caso Evergrande e non ci si è accorti del vero rischio che gli interventi del Pboc stanno cercando di scongiurare

La sede della Pboc (Lapresse)

Per essere stata una nuova Lehman Brothers, Evergrande ha un po’ deluso le aspettative. In circa 36 ore, il terrore globale per il cigno giallo è sparito. Nonostante il mancato pagamento del coupon sui bond offshore. Forse era tutta un bufala? No, affatto. Evergrande per anni e anni è stata un generatore di debiti su larga scala, un emittente di bond a ciclo continuo. Ovviamente, certe indigestioni prima o poi si pagano. Soprattutto, quando il soggetto che finora ti aveva fornito continuamente il rimedio per digerire senza esplodere, decide che è tempo che tu purghi gli eccessi e ne paghi le conseguenze. Certo, tamponando i fall-out maggiori, poiché la stragrande maggioranza dei cinesi ha investito i propri risparmi in prodotti legati al mercato immobiliare. Ma senza offrire l’impressione che, giunto quasi sul ciglio del burrone, sia lo Stato a lanciarsi dall’auto per primo e fare la figura del codardo.

C’è però un problema, ovviamente bellamente ignorato dalla stampa che attendeva con ansia la catastrofe cinese e si è ritrovata a dover commentare mercati in rialzo nel giorno del mancato pagamento. Domenica, la Pboc ha iniettato 100 miliardi di yuan in operazioni open market. Ieri, lo stesso. Per l’esattezza, 100 miliardi in reverse repo a 14 giorni a un tasso del 2,35%. La ragione? Mantenere il mercato liquido. Sia perché il caos Evergrande comincia a inviare scossoni su altri soggetti del ramo immobiliare, sia perché si avvicinano le scadenze di fine mese e trimestre. Infine, a inizio ottobre la Cina chiude per una settimana di festività. Di fatto, in una settimana la Banca centrale cinese ha iniettato nel mercato 271 miliardi di yuan. Tradotto in dollari, non si raggiunge nemmeno la metà di mese di Qe della Fed, a ben pensarci.

Ma attenzione a due particolari. Primo, il ristretto arco temporale di intervento. Secondo, la rottura del dogma conservativo sposato dalla Cina a livello monetario dopo l’ultimo stimolo per contrastare la pandemia. Di fatto, Xi Jinping ha dato luce verde. Ed Evergrande, in tal senso, ha operato come alibi mediatico perfetto. Occorreva salvare il mondo dalla Lehman cinese, quindi nessuno sarà così poco intelligente da mettersi a fare le pulci alla coerenza del leader comunista. Anzi, segretamente ne sta facendo costruire un altarino votivo. Il problema però è più grave e va letto in prospettiva. Per l’esattezza, quella che ci offre questo grafico: quella che vedete è la correlazione fra indice manifatturiero globale (linea azzurra) e impulso creditizio cinese (linea blu).


Quest’ultimo si era esaurito, avendo subìto – dopo lo shock pandemico del 2020 – la cura di austerity imposta da Xi Jinping alla Banca centrale: solo interventi mirati, iniezioni chirurgiche e tagli dei requisiti di riserva bancari. Il problema sta nella correlazione, purtroppo storicamente perfetta: il PMI globale ha ancora parecchia strada al ribasso da fare per operare il ciclico re-couple con il trend di politica creditizia cinese. Cosa significa? Indicatori macro a precipizio nel quarto trimestre, quello che si apre fra pochi giorni. E che sta vivendo, già oggi, un combinato potenzialmente devastante di caro-energia e aggravamento dei problemi di fornitura sulla supply chain. Praticamente, la vera tempesta perfetta. Altro che Evegrande.

Cosa pensare? Il fatto che la Pboc, utilizzando la scusa della crisi quasi terminale del conglomerato, abbia riattivato con forza quattro la sua stamperia ci porta a prevedere un’accelerazione del ciclico rimbalzo dell’impulso creditizio di Pechino. Tradotto, la discesa del PMI globale potrebbe essere meno ripida, se la Cina immette liquidità con magnitudo e tempi da emergenza e forza la ripresa innescando l’overdrive. Ma, comunque sia, una flessione è garantita. Solitamente, quell’indicatore cinese anticipa di 6-7 mesi l’andamento manifatturiero globale ma la crisi della supply chain ha drammatizzato il contesto e ridotto i tempi a 3-4 mesi: fine agosto ha visto l’impulso creditizio toccare il suo livello più basso, il bottom. Ma la sua risalita è cominciata, per quanto in grande stile grazie a Evergrande, solo ora. Tutto, quindi, dipende dalla volontà della Cina di proseguire su quella strada.

Ed ecco che, con ogni probabilità, l’affaire Evergrande con i suoi potenziale addentellati di contagio potrebbe proseguire per settimane e settimane, magari esacerbato da volontari default su pagamenti di cedole da parte di altri soggetti. Un bel flip-flop strutturale. Come l’Isis, la Corea del Nord, la guerra commerciale, il Russiagate, il Covid. Come capire se davvero qualcosa sta andando fuori controllo, se davvero c’è da cominciare a preoccuparsi per evento di credito di sistemico e non per l’ennesimo trucco a cui si ricorre per stampare e far proseguire la giostra del Qe? Ce lo mostra questo grafico: se esiste al mondo un indicatore di rischio e liquidità sul mercato monetario, questo è lo spread Libor-Ois, il canarino nella miniera dell’interbancario.


Nell’aprile del 2020, al picco della crisi pandemica, toccò quota 135,213. Venerdì, il giorno seguente al mancato pagamento del coupon da parte di Evergrande, è sceso ulteriormente dal suo livello già rasoterra, arrivando a 3,2. Il mercato non mente, pur drogato di Qe, quando lo si guarda nei suoi meandri meno conosciuti e più strategici: se ci fosse davvero stato un rischio sistemico, quantomeno sarebbe salito in area 40-50 di colpo o nell’arco di due o tre giorni. Da un lato, quindi, ridimensioniamo la canea millenarista attorno a Evergrande. Ma guardiamo al quadro di insieme che questa finora ha nascosto, operando come il proverbiale dito da fissare per non guardare la Luna: se davvero Fed e Bank of England intendono operare un taper, lo stanno per fare in un periodo contingente di contrazione monetaria acclarata e soprattutto di rallentamento macro che tende a peggiorare rapidamente. Un suicidio nel suicidio. Tradotto, si cerca l’incidente controllato, consci del fatto che senza Qe il mondo non va più avanti, come mostra questo grafico finale.


Il rischio? Anche l’incidente controllato meglio organizzato sconta rischi nella sua esecuzione. In questo caso, l’esplosione di una stagflazione globale che renda impossibile stimolare la crescita con manovre espansive. A quel punto, il Libor-Ois volerà alle stelle. E se lo starete monitorando, ne avrete le avvisaglie. Come le ebbero alcuni attenti osservatori nell’estate 2008.

Scelte veloci non dettate dai padroni impossibili per Euroimbecilandia

La Cina starebbe per svalutare lo yuan. Per questo la Merkel chiede di fare presto

27 Settembre 2021 - 20:30

Se 3 indizi fanno una prova, eccoli. Pechino ha fissato il tasso di riferimento e iniettato 100 miliardi in repo a 14 giorni, mentre il rimbalzo immediato delle criptovalute svela la mossa diversiva


Serve un governo rapidamente. E’ questo l’appello di Angela Merkel a tutti i protagonisti della tornata elettorale tedesca, destinata - alla luce dei risultati - a un lungo processo negoziale per la formazione di una possibile coalizione di governo. E la Cancelleria non ha parlato unicamente in punta di ritualità o senso di responsabilità: occorre fare presto davvero.

Il perché lo mostra questo grafico,

Correlazione fra indice Pmi cinese e indice Ifo tedesco Fonte: Nordea/Macrobond

dal quale si evince come le serie storiche stiano preannunciando un tonfo dell’indice Ifo nel quarto trimestre, dopo le avvisaglie delle ultime due letture. Altro che Evergrande, la questione è il rallentamento cinese, reso ancora più grave dalla contemporaneità con l’aggravamento della situazione globale sulla supply chain, come mostra questo altro grafico.

Indicatore dello stress sulla supply chain Usa per settori Fonte: Bloomberg/Oxford Economics

E, soprattutto, l’arma che Pechino starebbe valutando per mettere l’overdrive all’impulso creditizio: una svalutazione tout court dello yuan.

E in tal senso, ci sono almeno tre indizi che sembrano inappellabili. Primo, come mostra questo grafico,

Andamento di Bitcoin ed Ethereum dopo il bando cinese sulle transazioni Fonte: Bloomberg

le criptovalute hanno immediatamente rimbalzato dalle perdite patite proprio dopo l’annuncio della Cina di bando sulle transazioni. Tradotto, quell’annuncio è un proxy di altro. Appunto, indebolire lo yuan per rinvigorire l’economia. Secondo, proprio oggi la Pboc ha comunicato di aver fissato il tasso di riferimento della valuta a 6,4695 sul dollaro. Terzo, sempre stamattina, la Banca centrale cinese ha ulteriormente caricato il bazooka della fornitura di liquidità, dopo i 71 miliardi di dollari iniettati la scorsa settimana come mossa precauzionale rispetto alla scadenza sui coupon di Evergrande. Di colpo, 100 miliardi di yuan in open market operation. Per l’esattezza, reverse repo a 14 giorni a un tasso del 2,35%.

La ragione? Mantenere stabile la liquidità in vista della fine del trimestre. La quale coincide anche con un settimana di festività per la Cina, a inizio ottobre. Pechino è pronta a una guerra valutaria che questa volta la veda da un lato obbligata ad agire e, dall’altro, paradossalmente applaudita dagli altri competitor mondiali, consci che quanto si rischia di perdere con l’export sarà recuperato con il traino di un impulso creditizio cinese che, raggiunto il bottom a fine agosto, ora potrebbe ripartire letteralmente con il botto?

Angela Merkel è perfettamente consapevole del fatto che i prossimi tre mesi rischiano di essere durissimi per l’economia tedesca. Una condizione che necessita di un governo e forte e nel pieno della sua funzione per essere governata: salvo miracoli, difficilmente lo sarà. Quantomeno, stando alle dichiarazioni di tutti i protagonisti, lesti nel fissare come orizzonte temporale per un Bundestag operativo il prossimo Natale. Tardi. Troppo tardi. Angela Merkel opererà da dietro le quinte, garantendo una supplenze invisibile, mentre si tengono le consultazioni? Sarebbe decisamente irrituale. Non fosse altro perché il suo ministro delle Finanze è in predicato per succederle.

Ma la Mutti teme anche altro. Conscia dei malumori scatenati nell’amministrazione Usa e nei suoi referenti in sede Ue per l’accelerazione nella firma del memorandum Unione Europa-Cina del dicembre 2020, sul filo di lana della sua presidenza di turno. E domani, 28 settembre, a Bruxelles il capo della diplomazia europea, Josef Borrell, incontrerà il suo omologo di Pechino, Wang Yi, in un vertice bilaterale tra funzionari di massimo livello. E i bene informati fanno trapelare come il capo della politica estera Ue intenda mantenere una posizione molto ferma su due questione dirimenti per la Cina nel rapporto con i propri interlocutori, i diritti umani e soprattutto la questione riguardante lo status di Taiwan.

Nelle ultime settimane, infatti, è esploso un piccolo caso diplomatico, quando la Lituania ha deciso di aprire un proprio ufficio di rappresentanza a Taipei, ottenendo immediata reciprocità per l’inaugurazione di una sede diplomatica taiwanese a Vilnius. Di fatto, il prodromo di un riconoscimento dell’indipendenza dell’Isola e la sconfessione della politica di One China. Esattamente quanto messo in campo dall’ex capo del Dipartimento di Stato, Mike Pompeo, prima di abbandonare l’ufficio. E mai sconfessato dal suo successore, Antony Blinken. Il tutto, poi, alla vigilia del meeting inaugurale del nuovo US-EU Trade and Technology Council (TTC) a Pittsburgh, atteso per il giorno seguente, 29 settembre.

Angela Merkel teme un netto e traumatico riallineamento atlantico dell’Ue sulla questione cinese, ora che la sua uscita di scena è divenuta ufficiale. Un qualcosa che potrebbe costare molto caro all’Europa e alla Germania in testa, se davvero Pechino avesse in mente una svalutazione e cercasse alleati per concordare una strategia di più ampio respiro. Occorre fare presto. Ma pare già tardi. Troppo tardi.

VACCINARE PER SMALTIRE LE DOSI

Crisanti: «La verità è che hanno vaccinato i giovani con Astrazeneca per smaltire dosi»

Maurizio Blondet 28 Settembre 2021

Huffington Post:

“Diciamo la verità: sono stati vaccinati i giovani perché c’era una montagna di dosi di Astrazeneca non utilizzate e perché senza i giovani non si raggiunge l’immunità di gregge. La verità pura e semplice è questa. E per fare questo si sono disattese tutte le indicazioni, mettendo in pericolo la salute delle persone e screditando un vaccino che rimane sicuro ed efficace in tante circostanze. Io penso che questo sia stato un danno abbastanza rilevante”. Così Andrea Crisanti, direttore del reparto di Microbiologia e di Virologia dell’università di Padova, ospite a “Otto e mezzo” su La7.

NESSUNA CORRELAZIONE

 

Femminicidi ed altri Delitti

Ministero della Salute: sì vaccino in gravidanza e allattamento

“Si raccomanda la vaccinazione anti SARS-CoV-2/COVID-19, con vaccini a mRNA, alle donne in gravidanza nel secondo e terzo trimestre. Relativamente al primo trimestre, la vaccinazione può essere presa in considerazione dopo valutazione dei potenziali benefici e dei potenziali rischi con la figura professionale sanitaria di riferimento”.

La vaccinazione è anche raccomandata per le donne che allattano, senza necessità di sospenderlo. E’ quanto indica una circolare del Ministero della Salute appena emanata alla luce delle crescenti evidenze sulla efficacia e sicurezza sia nei confronti del feto che della madre.

https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Circolare-ministero-salute-si-vaccino-in-gravidanza-e-in-allattamento-1a25c9e4-f472-456e-951f-e13e92f9a070.html

Un amico:

“Prima, alle donne in gravidanza sconsigliavano anche la  tintura dei capelli”

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Pistoia. E’ grave la 20enne caduta da cavallo dopo infarto. Il padre: “Ha ricevuto vaccino Covid”.

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Miocarditi in adolescenti associate alla vaccinazione

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https://twitter.com/elenaprimudaja/status/1442075316109774852

Muoiono migliaia di persone in più del solito… ma non è di Covid

Mentre l’attenzione rimane fermamente su Covid-19, una seconda crisi sanitaria sta lentamente emergendo in Gran Bretagna. Dall’inizio di luglio, ci sono state migliaia di morti in eccesso non causate dal coronavirus.

Secondo gli esperti di salute, questo è molto insolito per l’estate. Sebbene si prevedano morti eccessive durante i mesi invernali, quando il freddo e le infezioni stagionali si combinano per mettere sotto pressione il SSN, l’estate è generalmente considerata una pausa.

Secondo l’Office for National Statistics (ONS), dal 2 luglio ci sono stati 9.619 decessi aggiuntivi in ​​Inghilterra e Galles, di cui il 48% (4.635) non sono stati causati da Covid-19.

Quindi, se tutte queste persone in più non muoiono a causa del coronavirus, cosa le sta uccidendo?

I dati di Public Health England (PHE) mostrano che durante questo periodo ci sono stati 2.103 decessi aggiuntivi con cardiopatia ischemica, 1.552 con insufficienza cardiaca, nonché ulteriori 760 decessi con malattie cerebrovascolari come  ictus e aneurisma e 3.915 con altre malattie circolatorie.

Anche le infezioni respiratorie acute e croniche sono aumentate con 3.416 menzioni in più sui certificati di morte del previsto dall’inizio di luglio, mentre ci sono stati ulteriori 1.234 decessi per malattie del sistema urinario, 324 per cirrosi e malattie del fegato. e 1.905 dal diabete.

SECONDO GLI ESPERTI DELLA FDA I VACCINI COVID-19 STANNO UCCIDENDO ALMENO 2 PERSONE PER OGNI VITA SALVATA e votano 16-2 contro l’approvazione dei richiami

(Da un lettore)

Due giorni fa si è tenuta una videoconferenza della FDA alla quale hanno partecipato diversi dottori. Le conclusioni degli esperti sono state sconcertanti, e purtroppo ci erano già in parte note. I sieri sperimentali non stanno salvando vite umane. Le stanno sopprimendo. Il primo a confermare questa scomoda verità é stato il dottor Steve Kirsch che ha spiegato come la metà dei deceduti nelle case di riposo aveva fatto il vaccino mentre coloro che non hanno ricevuto il siero letale sono tutti vivi.

Kirsch ha poi evidenziato come i vaccini Covid abbiano avuto un numero di attacchi cardiaci pari a 71 volte superiore rispetto agli altri vaccini tradizionali. Stesse conclusioni sono state fatte dalla dottoressa Jessica Rose che ha rilevato come le reazioni avverse di questi sieri siano più del 1000% rispetto ai vaccini dell’ultimo decennio. Si, avete letto bene: il 1000% in più. È criminale vietare l’ingresso al proprio posto di lavoro sulla base delle proprie condizioni di salute. È ancora più criminale però vietare l’ingresso sul proprio posto di lavoro perché si è deciso di non inocularsi nel proprio corpo queste sostanze letali. La violenza esiste ma non è dalla parte di chi non si vuole vaccinare. La violenza sta tutta dalla parte del regime di Draghi che attraverso una estorsione chiamata certificato verde vuole togliere il sostentamento economico a chi non vuole inocularsi questi pericolosi sieri.

https://www.infowars.com/posts/bombshell-testimony-from-fda-vaccine-hearing-reveals-injections-killing-more-than-saving-driving-variants/

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Allora, se non si fosse capito: la vaccinazione serve a ridurre la popolazione, causando sterilizzazione e/o morte in chi la fa. Siccome sono le élite super ricche ad averla pensata è ovvio che la misura è eugenetica, ai danni dei poveri, dei malati (i “fragili”) e in genere chi è costretto a lavorare per vivere, anche se li ritengono ormai laboratori inutili (“useless eaters”, leggersi anche ‘Oligarchia per popoli inutili’ di Marco Della Luna).
Quindi è chiaro che questi pass sanitari vanno a colpire proprio le classi lavoratrici con il ricatto del lavoro, e non i super ricchi che di lavorare non hanno bisogno, ma nemmeno quelli ricchi o benestanti che possono permettersi di non lavorare per qualche anno. Anche questi, mediamente più colti della media, potrebbe far parte della frazione di popolazione da salvare. Ma per arrivare a capire questo devi avere già in mente il disegno generale, e non la spiegazione di facciata che il vaccino salva le vite.
Se non è già chiaro in mente questo è difficile che queste persone capiscano che un pass sanitario che non si impone ai fragili, agli anziani, che non lo usano, ma alla forza lavoro, NON è affatto un strumento di salute pubblica, e nasconde una strategia occulta.

“Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su se stesso.”
(Noam Chomsky)

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“Intorno al 2040 gli Stati si indeboliranno; nuove tecnologie trasformeranno gli ultimi servizi ancora collettivi (la salute, l’educazione, la sicurezza e la sovranità) in nuovi oggetti di consumo che definisco “sorveglianti”, che permetteranno di misurare e controllare la conformità alle norme: ciascuno diverrà il proprio medico, professore, controllore, poliziotto. L’autosorveglianza diverrà la forma estrema della libertà e la paura di non essere conforme alle norme ne sarà il limite. La trasparenza diverrà un obbligo: chiunque non vorrà rendere noti le sue appartenenze, i suoi costumi, il suo stato di salute e il suo livello di formazione sarà sospettato a priori”

(Jacques Attali, Breve Storia del Futuro)

Stati Uniti, Occidente in crisi d'identità

La nuova guerra fredda sta distruggendo gli Usa



Se ci chiediamo cosa sia davvero cambiato dopo l’inaspettata fuga da Kabul si potrebbe rispondere niente e tutto. Niente perché questo ritiro non è un segnale di ridotta potenza militare e nemmeno di una riduzione dell’imperialismo che invece opera pienamente altrove. Tutto perché a livello simbolico l’implosione velocissima di tutto ciò che la ventennale invasione aveva costruito in Afghanistan dimostra che ormai molta parte del mondo non ammira e non aspira a emulare la democrazia liberale americana. C’è stato un tempo in cui gli occidentali erano fiduciosi che il mondo sarebbe stato quasi inevitabilmente rifatto a propria immagine, poiché espandeva all’infinito le sue regole ed esportava con qualche apparente successo il proprio modello. Molta di questa fiducia derivava dalla convinzione che il sistema economico capitalista aveva un vantaggio decisivo su qualsiasi altra forma di organizzazione sociale e le difficoltà in cui versavano i Paesi comunisti sembrava confermarlo, ma poi la straordinaria ascesa della Cina a fabbrica del mondo ha incrinato in radice questa convinzione. La Cina ha i suoi problemi economici, certo, ma a differenza degli occidentali, sta cercando di allontanarsi dal crudo neoliberismo e dalla liquidità infinita e si sta deliberatamente allontanando dalle distorsioni di questo modello, dalle enormi disuguaglianze e dai danni sociali collaterali. Sarebbe un errore sottovalutare “l’attrazione” di questa altra visione e disconoscere che la Cina è essa stessa un polo di civiltà e sarebbe davvero cieco non pensare che una consistente parte del mondo si sta orientando verso questo diverso modello.

Insomma è cambiato il sistema di riferimento e i vecchi imperialisti adesso temono l’imperialismo altrui ancorché esso sia sostanzialmente differente dal loro modello violento e impositivo che ha segnato oltre due secoli di storia. Paradossalmente tutto questo si deve non all’ascesa di un singolo Paese per quando grande e popoloso esso sia, quanto alla decadenza dello stesso occidente dovute alle logiche interne del capitalismo: il benessere diffuso che si riteneva dover alla fine toccare tutti, è finito in poche mani mentre ci avvia alla totale precarizzazione del lavoro, allo smantellamento dei diritti acquisiti e delle tutele sociali, al progressivo impoverimento di interi ceti e in particolare del ceto medio; la democrazia è man mano degenerata trasferendo il potere reale nelle mani dei potentati economici privati limitandosi a conservare le vecchie ritualità, salvo manipolarle in maniera pesantissima quando nonostante tutto il voto non va nella direzione giusta come abbiamo visto in maniera clamorosa nelle elezioni americane; infine persino le libertà elementari e fondamentali sono state negate con un pretesto sanitario gonfiato all’inverosimile che solo ora comincia a delinearsi come uno dei più grandi disastri umanitari oltre che l’avvio di regimi autoritari travestiti, ma nemmeno poi tanto. Solo un pazzo potrebbe pensare che questo possa essere un modello per altri e di certo Washington non può sperare che il “mondo” si allei con questo simulacro di democrazia contro l’ “autoritarismo” della Cina.

Pat Buchanan un noto giornalista americano definito “paleo conservatore” ha scritto recentemente: “Dopo l’11 settembre, Bush ha invaso l’Afghanistan e l’Iraq. Il presidente Barack Obama ha attaccato la Libia e ci ha fatto precipitare nelle guerre civili siriane e yemenite. Così, per oltre 20 anni, siamo stati responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone e ne abbiamo cacciate altre centinaia di migliaia dalle loro case e dai loro paesi. Gli americani sono davvero così ignari? …Molti di questi popoli ci vogliono fuori dai loro paesi per lo stesso motivo per cui gli americani del XVIII e XIX secolo volevano che francesi, inglesi e spagnoli fossero fuori dal nostro paese e dal nostro emisfero”.

Per di più proprio nel momento in cui l’impero si focalizza sul suo nuovo nemico aumenta il senso di impotenza e della divisioni interne, perché qual è il vero collante degli Usa, in qualche modo la sua identità? Dalla fondazione del Paese gli Stati Uniti sono stati un impero repubblicano espansionista che ha incorporato sempre nuove terre, nuovi popoli, nuovi beni, nuove risorse e ha rastrellato l’intelligenza di mezzo mondo per conservarsi in testa. Questo “impero della libertà”, come lo chiamava Thomas Jefferson, non conosceva limiti… La continua espansione militare, commerciale e culturale è stato il collante dell’America è quindi sempre stato ciò che Niccolò Machiavelli chiamava virtù al servizio di “una comunità per l’espansione”. Senza di essa, la finalità dei vincoli civici di unità inevitabilmente viene messa in discussione. Un’America che non sia un glorioso impero repubblicano in movimento non è l’America.

Dunque l’insensata lotta contro la Cina da parte di un sistema economico e finanziario divenuto estremamente precario e che per giunta ha trasferito gran parte della sua capacità produttiva proprio laggiù può permettersi tutto questo? Di certo no, ma istintivamente pensa di doverlo fare per esistere. Ed è questo ciò che sta fratturando l’America oltre ad essere ciò che il mondo non sopporta più.

e poi non dite che i serbi sono brutti e cattivi. Gli albanesi si possono riunire i serbi no, Euroimbecilandia e Nato fuori da ogni logica spinti solo da una furia ideologica

Torna a salire la tensione al confine tra Serbia e Kosovo

27 settembre 2021


Torna a salire la tensione tra Serbia e Kosovo alla vigilia della missione nei Balcani Occidentali della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, chiamata a porre le basi del summit Ue-Balcani del prossimo 6 ottobre. Belgrado ha dispiegato quattro mezzi blindati al confine con la sua ex provincia dopo giorni di tensioni culminati il 25 e 26 settembre con il sorvolo della frontiera da parte di aerei da combattimento Mig 29 e Orao ed elicotteri Airbus H145 e da attacco Mi-35 di Belgrado.

La televisione statale serba RTS ha diffuso immagini che mostrano i mezzi blindati e soldati equipaggiati con armi automatiche precisando che il piccolo reparto si trova a due chilometri dalla frontiera.


Nel nord del Kosovo la popolazione serba protesta contro l’obbligo del cambio di targa per i veicoli in entrata dalla Serbia, imposto dalle autorità di Pristina il 20 settembre sulla base del ‘principio di reciprocità’, in risposta all’analogo obbligo che da tempo hanno i veicoli che dal Kosovo entrano in Serbia. I dimostranti hanno posto blocchi stradali intorno ai due valichi di frontiera di Jarinje e Brnjak, che sono per questo chiusi al traffico e dove si può’ passare solo a piedi. L’unico valico aperto è quello di Merdare.

L’unità speciale della polizia kosovara (Unità Regionale di Supporto alle Operazioni – ROSU) controllano la situazione a distanza appoggiati da decine di mezzi blindati mentre, come riferiscono i media a Belgrado, il passaggio dei velivoli militari serbi è stato salutato da applausi dei manifestanti.

Il 26 settembre Belgrado ha aumentato il livello di allerta alla frontiera, come ha annunciato il ministero della Difesa accusando Pristina di “provocazione” dopo il dispiegamento nella zona della ROSU (nella foto sotto).

Il giorno prima il ministero della Difesa serbo aveva reso noto che i sorvoli degli aerei caccia e degli elicotteri lungo la frontiera così come lo stato di allerta delle truppe serbe nel sud del Paese, non vogliono essere in alcun modo una minaccia ma un avvertimento e un messaggio preventivo al premier kosovaro Albin Kurti affinchè prenda la strada della de-escalation della tensione, rinunci a fomentare incidenti e scontri con la popolazione serba e torni al tavolo negoziale. Milovan Drecun, capo della commissione per il Kosovo al parlamento serbo ha detto che “questo è il nostro messaggio di pace. Se l’altra parte non vorrà risolvere pacificamente i problemi noi metteremo in opera tutte le capacità difensive di cui disponiamo”.


Il 25 settembre la dirigenza serba ha nuovamente denunciato i piani di fusione tra Kosovo e Albania, progetto che Belgrado ritiene pericoloso e fortemente destabilizzante dell’intera regione balcanica. Il ministro dell’interno Aleksandar Vulin, ha duramente criticato le recenti affermazioni del premier kosovaro Albin Kurti, che in una intervista all’emittente al Jazeera, ripresa dai media serbi, ha affermato che Kosovo e Albania sono economicamente e geograficamente complementari, cosa questa che consentirebbe alle popolazioni su entrambi i versanti della frontiera di arrivare a una fusione.

Per Vulin, l’Occidente fa finta di nulla e tace di fronte ai piani di creazione della Grande Albania. “Quando Kurti annuncia un referendum sull’unione tra Kosovo e Albania l’Unione europea tace e la Nato non si fa sentire…. “, ha detto Vulin, come riferito in un comunicato dal ministero dell’Interno serbo.

Ma non appena a Belgrado si accenna alla solidarietà e all’unione politica e culturale di tutti i serbi, allora tutti reagiscono chiedendo di proibire ogni idea di unione del popolo serbo” – ha detto Vulin, secondo il quale quello che si consente agli albanesi non si può vietare ai serbi. Nella sua intervista ad al Jazeera, Kurti fra l’altro ribadisce che il Kpsovo “è un Paese indipendente” e che il tema del dialogo con Belgrado non è tra le prime priorità’ del suo governo (tant'è che si è fatta una guerra con bombardamenti umanitari a uranio impoverito e si è condannato serbi solo per aver difeso le proprie terre, i propri popoli).


La Forza della Nato in Kosovo (KFOR) non è per ora coinvolta anche se ha concluso in questi giorni l’esercitazione annuale di cooperazione con le forze kosovare “Silver Sabre” nell’area di addestramento dell’aerodromo di Gjakova e nella fabbrica di Ereniku.

L’esercitazione, ha riferito Kfor in un comunicato, prevedeva un’operazione di risposta a emergenze su larga scala dovute a un disastro naturale con la Croce Rossa, le forze di sicurezza del Kosovo, dell’agenzia di gestione delle emergenze e del comune di Gjakova.

La KFOR è impegnata nella serie di esercitazioni “Silver Sabre” con l’obiettivo di addestrare le strutture di sicurezza del Kosovo e aiutarle a sviluppare le capacità necessarie per affrontare le emergenze naturali.

“E’ vitale che sia Belgrado che Pristina mostrino moderazione e tornino al dialogo. Il mandato della missione Nato in Kosovo rimane quello di garantire un ambiente sicuro e la libertà di movimento per tutti” (infatti i serbi sono rinchiusi nei campi di concentramento) ha scritto su Twitter il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, dopo aver parlato con i primi ministri di Serbia e Kosovo, Aleksandar Vucic e Albin Kurti.

Un appello a Belgrado e a Pristina a non alimentare una escalation delle tensioni nel nord del Kosovo e a lavorare per una soluzione negoziale della disputa sulle targhe automobilistiche è giunto anche da Gabriel Escobar, nuovo inviato speciale Usa per i Balcani occidentali. “Noi crediamo che le due parti debbano astenersi da una retorica dannosa, concentrando le loro energie sul dialogo facilitato dalla Ue, un dialogo che noi appoggiamo al cento per cento”, ha detto Escobar all’emittente Voice of America.


Le due parti, ha aggiunto, non devono militarizzare la questione delle targhe ne’ inviare alla frontiera unità speciali, laddove sono presenti le truppe della KFOR. La disputa, per il diplomatico, americano, va risolta al tavolo negoziale a Bruxelles. Escobar ha aggiunto di essere in contatto quotidiano con Miroslav Lajcak, l’inviato speciale Ue per il dialogo fra Belgrado e Pristina, che ha a suo avviso ottime proposte e si sforza di portare le due parti a Bruxelles per risolvere la disputa sulle targhe. L’inviato Usa si è detto al tempo stesso preoccupato per la crescente presenza di Russia e Cina nei Balcani con un chiaro riferimento agli stretti rapporti tra Belgrado, Mosca e Pechino.

Per l’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, “Serbia e il Kosovo devono ridurre incondizionatamente la tensione sul campo, ritirando immediatamente le unità speciali di polizia e smantellando i posti di blocco. Eventuali ulteriori provocazioni o azioni unilaterali e scoordinate sono inaccettabili”.

(con fonti Ansa, ADNkronos, Nova e AGI)

Foto: Aeronautica Serba, Telereporter, Polizia Kosovara e Telegram

C'è stato bisogno della mancanza di produzione di grano duro, talaltro pieno di glifosato, da parte del Canada per far capire, forse, ai decisori politici che l'agricoltura che da sempre hanno ignorato e utilizzato solo per accrescere il clientelismo partitico ha la necessità di una pianificazione, di una strategia che mette al centro il ruolo fondamentale degli agricoltori, non solo quelli grandi MA soprattutto di quelli piccoli e medi

Aumenta il prezzo della pasta: ecco quanto costerà un pacco entro Natale

26/09/2021 - 21:08

È previsto un rincaro dei prezzi per pasta e altri alimenti. Questo trend globale potrebbe mettere in crisi le famiglie italiane e non solo.


Dopo l’aumento delle bollette a preoccupare maggiormente il Governo italiano è stata la notizia del rincaro della pasta e non solo. Farina, pane, latte, carne, riso e caffè sono solo alcuni degli alimenti che insieme alla pasta vedranno lievitare i loro prezzi.

Nella grande distribuzione l’aumento si sta già registrando, ma a farne le spese saranno come sempre le famiglie italiane che a dicembre potrebbero trovarsi davanti a confezioni di pasta con un rincaro del 20% in più per pacco.

Il trend non è un fenomeno tutto italiano, bensì è di portata globale a causa dell’emergenza climatica che ha messo in ginocchio il settore della coltivazione mondiale.

Caro pasta: le cause dell’aumento dei prezzi

Ormai non si può non parlare dell’emergenza globale climatica che ci si trova di fronte. Il caro della pasta è solo una delle conseguenze - e nemmeno tra le più gravi - con cui il mondo deve fare i conti.

Il caldo torrido di quest’ultima estate è stato devastante e ha travolto le coltivazioni in tutto il globo; anche una parte delle coltivazioni di grano duro in Canada, primo fornitore estero dei produttori italiani, è andato perso. Il raccolto canadese ha subito ingenti danni e il rifornimento di grano per gli italiani si dimezzato: da 6,5 a 3,5 milioni di tonnellate.

Davanti a questa situazione Giuseppe Ferro, amministratore delegato di La Molisana - terzo pastificio italiano per valore - ha affermato che tra marzo e maggio si potrebbe non avere abbastanza grano per produrre la pasta e soddisfare la richiesta del mercato italiano, concludendo con una considerazione più che funesta:

Nemmeno durante la guerra mancò così tanto grano.

Rincaro della pasta: quanto costerà un pacco a Natale?

Il prezzo del grano duro è salito del 60% dall’inizio del 2021 ed entro dicembre potrebbe aumentare ancora del 15%. La situazione risulta essere grave se si considera che da tre anni a questa parte, come ha ricordato Riccardo Felicetti presidente del gruppo Pasta di Unione Italiana Food, i consumi mondiali di pasta superano la produzione.

Questo significa che con 3 milioni di tonnellate in meno, la pasta prodotta sarà inferiore alla domanda del mercato italiano e quindi il prezzo non potrà che aumentare, in quanto la pasta sarà sempre meno sugli scaffali dei supermercati.

Entro dicembre il rincaro dei prezzi potrebbe aumentare fino al 20%. Entro Natale gli esperti temono che si potranno registrare un aumento di 0,15-0,20€ in più per pacco, che insieme al rincaro di altri alimenti potrebbe mettere in crisi molte famiglie.

Rincaro della pasta: la soluzione di Coldiretti

Il caro pasta, per quanto possa essere temuto da tutti, potrebbe essere affrontato con un’adeguata e ponderata programmazione. A suggerirlo è stata la stessa Coldiretti secondo cui è possibile aumentare la produzione di grano duro italiano.

L’Italia importa dal Canada circa il 40% del grano di cui ha bisogno, ma se la produzione italiana aumentasse si potrebbe bloccare la speculazione sui prezzi dei pacchi di pasta.

Gli agricoltori italiani insistono affinché si possa lavorare a degli accordi tra imprese agricole e industriali a prezzi equi, non scendendo sotto i costi di produzione come previsto dalla nuova legge di contrasto alle pratiche sleali (Direttiva UE n. 2019/633).

È stato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, a spingere per questa soluzione, in quando ci sarebbero le condizioni per incrementare la produzione italiana garantendo una maggiore qualità. Infatti, in Italia è vietato l’uso del diserbante chimico glifosato in preraccolta a differenza di quanto avviene in Canada.

A livello europeo l’Italia produce la metà del grano duro coltivato nella UE ed è uno dei leader globali sia nel consumo pro-capite di pasta sia nella sua produzione, pur producendo circa 3,85 milioni di tonnellate è anche il principale importatore.

Molte industrie hanno preferito acquistare il grano di altri paesi per via delle basse quotazioni piuttosto che usufruire del grano italiano di primissima qualità. Per questo motivo, Prandini continua a spingere per un accordo con le industrie garantendo qualità ai consumatori e la possibilità di valorizzare il Made in Italy.

Il CROLLO CLIMATICO, il terzo giocatore dopo il terrorismo, l'influenza covid, stenta ad entrare in campo per conto della Strategia della Paura. La Cina detta l'agenda e obbliga il CAPITALISMO GLOBALE TOTALIZZANTE al cambio di strategia, se vuole combattere l'emissione di CO2 e metano deve seriamente pensare a energie alternative per sostituire quelle fossili

Ma che Evergrande, la tempesta perfetta Cinese arriva da Energy & Gas27 

Settembre 2021, di Redazione Wall Street Italia

Pubblichiamo l’articolo di Giuseppe Rodio sulla crisi energetica cinese

“Giuseppe dimentica Evergrande, l’azienda del mio fornitore sta lavorando 2 giorni alla settimana”. Questo il messaggio di un caro amico di base ad Hong Kong che mi ha letteralmente impedito di dormire questa notte.

L’azienda a cui fa riferimento è una SME con circa mille dipendenti che opera nel comparto manifatturiero tra Taiwan, Hong Kong e Mainland China. Il fatto: nella provincia di Guangdong (numero uno per produzione industriale in Cina, e quindi nel pianeta), il governo ha ordinato a SMEs considerate ad alto consumo energetico di chiudere 3 giorni a settimana a causa di power shortage.

Inquietante…al che ho controllato la mia Bloomberg app e leggo tra gli articoli dell’ultim’ora: “China Power Crunch Is Next Economic Shock After Evergrande”. Decisamente un tema da approfondire, ebbene: almeno 9 province cinesi colpite da power cuts, con compagnie costrette a chiudere per 3 giorni alla settimana.
Tra queste le province di Jiangsu, Zhejiang e la sopra citara Guangdong, le potenti zone industriali che da sole valgono quasi un terzo dell’intera economia cinese.

Considerando il fatto che siamo a Settembre e di inverno a Pechino fa davvero molto freddo, sembra si tratti della punta di un iceberg…

Si è discusso molto nelle ultime settimane dell’aumento dei prezzi di gas ed elettricità in Europa e Stati Uniti, i fantomatici “temporary bottlenecks” citati più volte da Powell e dovuti alla forte spinta produttiva connessa alle riaperture, che si sta verificando in contemporanea al delicato processo di transizione energetica verso fonti rinnovabili.
Questa dinamica è stata però sino ad ora sottovalutata in Cina, dove in realtà l’aumento dei prezzi di gas, carbone etc assieme alle severe politiche del governo centrale mirate a ridurre le emissioni, sembra stiano già avendo gli effetti più profondi e lasciano prevedere l’inizio di una tempesta.

Un vecchio detto di Wall Street dice “se l’America starnutisce, l’Europa si becca il raffreddore”. Cosa succederà al mondo, se alla Cina viene la polmonite?

Al che la domanda che mi ha tenuto sveglio e mi ha imposto di scrivere questa breve nota: quanto può davvero essere temporaneo un supply shock inflativo che sembra derivare da premesse di natura decisamente strutturale? Ma soprattutto che succederà ai prezzi, ai ricavi di vendita ed ai margini aziendali se la prima manifattura del pianeta opera 2 giorni a settimana da qui a marzo.

Al che una riflessione personale relativa al recente andamento del mercato azionario ed ai suoi possibili sviluppi futuri.

Un bull market sostenuto come quello che abbiamo avuto da marzo 2020 non attraversa periodi di correzioni significative se non ci sono cambiamenti strutturali in: prospettive di crescita degli utili aziendali, inflazione (e quindi aumento delle stessa, che viene incorporato nei tassi di interesse) o politiche monetarie/ fiscali (vedi tapering, aumento dei tassi di riferimento, incremento delle imposte e cosi via).
Se uno di questi tre motori si ferma, la storia insegna che in genere l’aereo va in stallo. Cosa succede se si fermano tutti e tre contemporaneamente?

Se Fincantieri pensa al nucleare, porteremo le scorie nelle case di Giampiero Massolo e Giuseppe Bono e loro eredi

Fincantieri Infrastructure, ecco conti e business (punta al nucleare?)


27 settembre 2021

Numeri e attività di Fincantieri Infrastructure

Profondo rosso per Fincantieri Infrastructure.

La società controllata dal gruppo Fincantieri Spa (partecipata dal Cdp al 71%), nata il 28 marzo 2017, ha chiuso l’esercizio 2020 con una perdita di 5,7 milioni di euro (rispetto all’utile di 1,7 milioni di euro del 2019).

La società addebita il risultato negativo alle criticità emerse nel 2020 legate alla pandemia Covid-19 che ha rallentato le attività commerciali.

Fincantieri Infrastructure è specializzata nella progettazione, realizzazione e montaggio di strutture in acciaio per progetti complessi, è nata “per potenziare la strategia di diversificazione del gruppo facendo tesoro dell’esperienza” di Fincantieri nella costruzione di ponti e di grandi manufatti in acciaio.

In partnership con Webuild, Fincantieri Infrastructure è salita alla ribalta per la costruzione del nuovo Ponte Morandi di Genova, Ponte San Giorgio.

Inoltre, sempre con WeBuild, Fincantieri Infrastructure partecipa alla costruzione in Romania di un ponte sospeso, che una volta ultimato sarà il più lungo del Paese e il terzo con la campata centrale più lunga in Europa. Il valore del contratto per Fincantieri è pari a circa 70 milioni di euro. In base all’ordine ricevuto, Fincantieri Infrastructure fornirà l’impalcato metallico del ponte. Al momento ha conseguito un avanzamento superiore al 50% della commessa.

Negli ultimi due anni, oltre al ponte in Romania, Fincantieri Infrastructure ha siglato accordi per realizzare il porto di Rapallo e con Bologna Calcio per realizzare il nuovo stadio Dall’Ara.

“Quello di Genova non è quindi il nostro primo impegno extra-navale e non sarà l’ultimo. Tra l’altro il paese ha un grande bisogno di rinnovo delle opere infrastrutturali, anche perché il calcestruzzo ha una vita media di 60-70 anni” aveva dichiarato un anno fa Marcello Sorrentino, ad di Fincantieri Infrastructure.

Tutti i dettagli.

LA GOVERNANCE

La Fincantieri Infrastructure è controllata al 100% dal Fincantieri Spa. La società controllata è guidata dal ceo Marcello Sorrentino. Alessandro De Dominicis presiede il cda.

COSA FA

La società ha sede legale a Trieste e sede operativa nello stabilimento di Valeggio sul Mincio. A fine 2020 contava 80 dipendenti.

L’officina è dotata di impianti per il taglio, la saldatura e la lavorazione dell’acciaio anche per grandi spessori. Come spiega sul sito web, l’azienda così è in grado di assicurare l’intero processo produttivo, dal taglio fino alla sabbiatura e verniciatura.

Lo stabilimento veronese ha raggiunto nel 2020 la piena operatività per le produzioni destinate al settore Infrastrutture.

BOOM DI RICAVI

Fincantieri Infrastructure ha registrato nel 2020 un fatturato pari a 253.707.882 euro, in salita rispetto a 1.840.397 euro del 2019.

L’esercizio ha registrato un incremento del valore della produzione da 110,7 milioni di euro del 2019 a 124 milioni di euro nel 2020, frutto della produzione delle commesse per il ponte sul Polcevera, per il Ponte sul Danubio in Romania e installazione di strutture metalliche complete di opere civili e impianti, nel cantiere di Marghera e di Monfalcone.

MA RISULTATO NEGATIVO

Tuttavia, è negativo il risultato d’esercizio, con una perdita pari a 5.699.668 euro (contro l’utile di 1.772.494 euro del 2019). I costi della produzione si attestano a 134.619.901 euro.

La società vanta un totale di immobilizzazioni materiali dal valore di 16.477.115 euro, ed un totale debiti di 116.178.583 euro.

PORTAFOGLIO ORDINI

Nel corso del 2020, nonostante le attività commerciali rallentate dalla crisi Covid, il portafoglio ordini è pari a 162,7 milioni (in lieve calo rispetto ai 196 milioni del 2019).

Inoltre, nel 2020 in collaborazione con Fincantieri Infrastructure Opere Marittime, è stato acquisito il rifacimento della Diga di Vado Ligure.

L’ACQUISIZIONE DI INSO E SOF

Nel dicembre 2020, Fincantieri Infrastructure ha finalizzato l’acquisizione del principale ramo d’azienda che fa capo a INSO – Sistemi per le Infrastrutture Sociali S.p.A., comprensivo della controllata SOF, già parte del gruppo Condotte, in amministrazione straordinaria dal 2018, costituendo una newco, Fincantieri INfrastrutture SOciali, partecipata al 90% da Fincantieri Infrastructure e al 10% da Sviluppo Imprese Centro Italia SGR SpA (SICI), in rappresentanza della Regione Toscana.

Questa operazione porta in dote a Fincantieri 1 miliardo di ordini, un carico di lavoro rilevante e internazionale, grazie a importanti commesse in Italia e all’estero (Cile, Francia, Grecia, Qatar, Algeria). La newco opererà in diversi campi: quello delle infrastrutture per la sanità; quello delle concessioni, svolgendo servizi di facility management, per i propri siti e per conto di terzi; e come system integrator nella fornitura di apparecchiature e tecnologie medicali. In questo modo sarà preservata anche la forza lavoro di INSO e SOF, attualmente pari a circa 450 addetti.

COSTITUITE TRE SOCIETÀ NEGLI USA

Infine, per supportare le attività di internazionalizzazione, la società ha avviato tre società negli Usa in funzione dei progetti in via di sviluppo in Wisconsin e in Florida. La capofila è Fincantieri Infrastructure Usa Inc (controllata al 100% da Fincantieri Infrastructure spa) da cui dipendendono Fincantieri Infrastructure Wisconsin Inc e Fincantieri Infrastructure Florida inc, quest’ultima costituita all’inizio del 2021.

E a inizio luglio, la Divisione Cruise del Gruppo MSC e Fincantieri hanno annunciato la firma di un contratto per la costruzione da parte di Fincantieri Infrastructure Florida di un nuovo mega terminal crociere presso il porto di Miami, hub del settore crocieristico per il Nord America e i Caraibi. Il nuovo terminal comporterà un investimento di circa 350 milioni di euro.

E' duro il mestierante di servo quando si devono trovare argomentazioni più o meno valide per giustificare il proprio padrone

Vi spiego il gioco delle tre carte nel Pnrr


27 settembre 2021

Che cosa (non) va nel Pnrr. L’analisi di Giuseppe Liturri

L’editoriale pubblicato sabato sul quotidiano “Domani” a firma di Stefano Feltri (“La priorità del PNRR è il debito invece che la crescita”), ci offre l’occasione per tornare su temi che abbiamo più volte analizzato in dettaglio su questo sito, concludendo che quegli investimenti avremmo potuto benissimo finanziarli emettendo debito nazionale, considerata l’attuale situazione dei tassi e l’ombrello fornito dalla BCE e, soprattutto, avremmo potuto decidere noi le direttrici di investimento.

Ma Feltri coglie il punto solo in parte e manca del tutto il bersaglio più importante.

Infatti è vero che, come lui afferma, le spese finanziate con il PNRR sono spese che avremmo in ogni caso sostenuto e i fondi europei sono un rimborso eseguito con cadenza semestrale, che riducono solo il costo del debito ma poco impattano sulla crescita. Ma ci sono tre fondamentali distinguo da fare:
  1. Gli oltre 100 miliardi stanziati con la legge di bilancio 2021, per gli anni 2021, 2022, 2023, coprono solo formalmente tutti gli investimenti del PNRR ma solo perché a dicembre 2020, il Next Generation UE non esisteva ancora formalmente (il regolamento 241 che disciplina il RRF, dispositivo per la ripresa e la resilienza, è stato approvato solo a febbraio 2021) e c’era la necessità di dare copertura a spese che sarebbero partite da subito (come il credito di imposta per industria 4.0). C’è da dubitare che, se il RRF non fosse stato in fase di avanzata gestazione, il governo si sarebbe lanciato in un piano di investimenti da oltre 100 miliardi, confidando solo sull’accesso al mercato per l’emissione di titoli. Quindi se la tesi di Feltri basa solo su questo aspetto formale, ci appare poco fondata.
  2. Analizzando le cifre, emerge invece che gli investimenti aggiuntivi “veri”, quindi non precedentemente programmati sono 124 miliardi su 191 (vedi tabella, elaborata dal decreto ministeriale del 6 agosto). La differenza, pari a 67 miliardi, riguarda 52 miliardi di investimenti già stanziati, per i quali cambia effettivamente solo il finanziatore, ma il cui impatto sulla crescita era già nei tendenziali, e altri 15 miliardi prelevati dal Fondo di Coesione che è comunque un fondo finanziato regolarmente da anni e quindi, anche in questo caso, si tratta di investimenti già finanziati, per i quali cambia solo la fonte di finanziamento. Quindi Feltri coglie nel segno solo parzialmente: per 2/3 gli investimenti sono effettivamente aggiuntivi e quindi portano crescita, per 1/3 sono sostitutivi e già nei tendenziali e quindi ha ragione nel dire che “paghiamo spese arretrate”.
  3. Dove Feltri sfonda una porta aperta – già sfondata dalle numerose analisi che abbiamo pubblicato su Startmagazine negli ultimi mesi – ma evita di trarre le necessarie conseguenze è sul tema della natura degli investimenti che eseguiremo nei prossimi anni. Egli sostiene che i fondi europei “dovrebbero essere usati per coprire i costi della transizione verso un nuovo assetto. Per evolverci, anziché pagare spese arretrate”. Le spese che servirebbero al Paese, secondo lui, sono quelle per creare un “cuscinetto” per affrontare la riforma fiscale o pensionistica. Ma qui spiace fargli notare che ha sbagliato indirizzo per le sue critiche. Chi ha deciso cosa serve al Paese per crescere non è a Roma, ma a Bruxelles. E là hanno deciso, per tutti i 27 Stati membri che gli investimenti da finanziare sono quelli per il digitale, per la transizione ambientale e altre “loro” priorità. A Roma è arrivato il pacchetto: prendere o lasciare. Una rigidissima camicia di forza che prescinde totalmente dalle reali necessità di ciascun Paese beneficiario, che ci ha costretto a plasmare i progetti aderendo alle sue forme, a pena di perdere i finanziamenti. Questa è la realtà che Feltri omette di considerare ed è anche la risposta alle sue fondate perplessità. Ma in questo caso gli appetiti dei partiti a cui lui si riferisce c’entrano poco, sono i “Mandarini” di Bruxelles che hanno deciso tutto.
In conclusione, se Feltri ritiene che quegli investimenti non portano crescita ma solo (modesta) riduzione del costo del debito, coglie nel segno ma deve ricordare che la sua critica riguarda solo 1/3 degli investimenti del PNRR e che dove spendere gli altri 2/3 lo ha deciso la Commissione.

Provi a citofonare a Bruxelles e chieda perché.

Mattarella Mattarella sospende la retribuzione e impedisce di lavorare se non è più il garante della Costituzione cosa ci sta più a fare dovrebbe dimettersi subito!

Obbligo di green pass sul luogo di lavoro. L’avv. Fava spiega cosa non va

Di Gabriele Fava | 27/09/2021 -


Dal 15 ottobre sarà obbligatorio il Green Pass anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato. Al di là degli elementi già noti, alcune criticità restano invariate: a partire dalle regole speciali previste per i datori di lavoro con meno di 15 dipendenti all’apparato sanzionatorio per chi eludesse i controlli. L’analisi dell’avvocato Fava

Obbligo di possesso e di esibizione su richiesta del Green Pass per coloro che svolgono un’attività lavorativa nel settore privato nonché per il personale delle pubbliche amministrazioni: è quanto prevede – a partire dal prossimo 15 ottobre e sino al 31 dicembre 2021 – il decreto legge n. 127/2021 il quale estende tale obbligo all’intera platea dei lavoratori, dopo che precedenti provvedimenti emergenziali avevano legiferato in tal senso limitatamente ad alcune categorie professionali.

Trattasi di un obbligo – preannunciato da più parti – il quale si rende necessario al fine di evitare l’ennesimo aumento di contagi correlato all’avvento della stagione invernale e – con esso – conseguenti chiusure di attività produttive e limitazioni agli spostamenti dei cittadini.

Nello specifico, il provvedimento in esame prevede l’obbligo di possesso della certificazione verde Covid-19 – al fine di accedere nei luoghi di lavoro – per tutti coloro che svolgono un’attività lavorativa nel settore privato nonché per il personale delle pubbliche amministrazioni e per i soggetti che – all’interno di queste ultime – siano titolari di cariche elettive o di cariche istituzionali di vertice. Ma non solo. L’obbligo è previsto altresì per i soggetti che svolgono a qualsiasi titolo la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato – anche sulla base di contratti esterni – presso le pubbliche amministrazioni nonché presso i luoghi ove si svolge attività lavorativa nel settore privato.

Degne di note le conseguenze prospettabili per il lavoratore privo di Green Pass. Infatti, lo stesso sarà considerato assente ingiustificato senza retribuzione – seppur con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro – sino alla presentazione del Green Pass e – comunque – non oltre il 31 dicembre 2021. Ad ogni modo, è esclusa la possibilità per il datore di lavoro di avviare un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Ma vi è di più. Qualora un lavoratore venga colto sul luogo di lavoro privo di Green Pass dalle autorità deputate al controllo, allo stesso verrebbe applicata una sanzione amministrativa pecuniaria di importo variabile da euro 600,00 ad euro 1.500,00 nonché le ulteriori sanzioni disciplinari irrogate dal datore di lavoro.

Orbene, nonostante il lodevole intento del legislatore, diversi i nodi problematici che il neo-approvato decreto legge lascia aperti a partire dalle regole speciali previste per i datori di lavoro con meno di 15 dipendenti. Infatti, il provvedimento in esame prevede la possibilità per questi ultimi – a partire dal quinto giorno di assenza ingiustificata – di sospendere il dipendente privo di Green Pass per la durata corrispondente a quella del contratto di lavoro a tempo determinato stipulato per la sua sostituzione, in ogni caso non superiore a 10 giorni, rinnovabili una sola volta. A ben vedere, detta precisazione si rivelerebbe superflua dato che il lavoratore assente con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro può – di norma – essere sempre sostituito da un lavoratore assunto con contratto a tempo determinato con scadenza al rientro del lavoratore sostituito.

Altro nodo problematico riguarda l’apparato sanzionatorio contemplato dal decreto legge in esame qualora il lavoratore eluda i controlli predisposti dal datore di lavoro. Stando al tenore letterale del provvedimento, non è dato escludere a priori eventuali sanzioni amministrative anche in capo al datore di lavoro. Va da sé come il provvedimento in esame solleverà alcuni problemi logistici per le imprese, chiamate ad organizzarsi in breve tempo prima dell’entrata in vigore dell’obbligo. Tuttavia, è evidente come il legislatore non potesse ormai esimersi da una siffatta presa di posizione: ora la parola passa alle imprese, salvo ulteriori dovuti chiarimenti in via interpretativa sulle questioni poc’anzi sollevate.