L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 gennaio 2021

30 miliardi l'anno per sei anni è paragonato al Piano Marshall. Se non sono scemi non scrivono sul Corriere della Sera. Assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione è un investimento strutturale ma questo gli euroimbecilli di tutte le razze NON possono capirlo

Recovery Plan, il Corriere della Sera sbrocca su Stato e Mercato

6 gennaio 2021


Un’analisi del Corriere della Sera firmata da Federico Fubini – a proposito del Recovery Plan – lascia esterrefatto Giuseppe Liturri. Ecco perché

Arriva un messaggio forte e chiaro dalla capo economista dell’Ocse: la crisi da Covid va combattuta con più spesa pubblica e meno tasse. Il debito pubblico risultante è destinato a trovare buona accoglienza nei portafogli degli investitori privati e negli acquisti delle Banche Centrali.

Ironia della sorte, nello stesso giorno, sul Corriere della Sera, si aggirava, vigile e combattivo, Federico Fubini con il suo ”Nostalgie pubbliche”, come un giapponese sperduto nella giungla dopo la seconda guerra mondiale che crede ancora di sconfiggere gli americani.

Il Nostro appare preoccupato degli appetiti della politica che già nei mesi scorsi ha attuato rilevanti interventi pubblici nell’economia e, soprattutto, promette di farne molti di più nei prossimi mesi col Recovery Fund.

Fubini si chiede: “Ha senso? Lasciamo da parte le dispute dottrinarie fra liberisti e statalisti. Forse la verifica di governo potrebbe dedicare un quarto d’ora a guardare la storia dei nostri nonni e genitori. A prima vista una forte dose di intervento pubblico potrebbe avere una sua logica”.

E qui parte un excursus storico da lasciare allibiti e che trova pochi riscontri nella vera storia economica del nostro Paese. Sorvolando sul paragone improponibile tra Piano Marshall e Recovery Fund (il primo forniva sussidi da non restituire, il secondo ci vedrà contribuire copiosamente al loro rimborso), la sintesi è che eravamo un Paese di bifolchi e morti di fame e la mano pubblica ebbe un ruolo decisivo nello sviluppo dell’Italia. Allora si poteva, oggi non può funzionare. Ma cerchiamo di capire meglio.

“Quella non era un’Italia competitiva, sui criteri di oggi. Dopo la guerra in molte case ci si riscaldava con le braci e si conservava il cibo con il ghiaccio. Le fabbriche della Fiat andavano a carbone ed erano un insieme di tavoli artigianali lontani dalle catene di montaggio e dal modello decentrato sviluppato negli Stati Uniti dalla Ford o dall’esercito americano. […] L’investimento in ricerca e sviluppo valeva la metà, un terzo o un quinto dei principali concorrenti, in proporzione alle dimensioni dell’economia. Eppure l’Italia correva di più.

Perché? Perché eravamo molto arretrati, dunque compravamo o copiavamo tecnologie già esistenti all’estero, che ci permisero di accelerare enormemente. In questo le grandi holding e le banche di Stato ereditate dal fascismo si rivelarono un meccanismo relativamente adeguato di allocazione del risparmio e di attivazione degli investimenti di base. Non dovevamo innovare, non dovevamo rischiare: dovevamo copiare. La Cina eravamo noi (almeno la Cina di inizio secolo, non l’attuale)”.

È vero, l’Italia ripartì dalle macerie. Ma forse Fubini dimentica che arrivò rapidamente a primeggiare in settori ad elevata tecnologia ed innovazione come il chimico, il farmaceutico, la meccanica leggera e pesante. Forse Fubini dovrebbe ricordare che non fu esattamente un copione Giulio Natta, inventore del polipropilene isotattico (il famoso “Moplen”) che gli valse il premio Nobel per la chimica nel 1963. Forse il ricordo della leadership mondiale della Olivetti nei prodotti meccanici per ufficio, già negli anni ’50, ed il primo PC professionale europeo nel 1982, avrebbero dovuto ispirare meno assertività e più prudenza.

Sia quel che sia, oggi le stesse ricette, secondo Fubini, non possono funzionare: “Perché la tecnologia di allora non aveva bisogno di apertura nella società, efficienza, istruzione ma portava automaticamente rapidi incrementi di produttività anche se l’italiano medio non raggiungeva la licenza elementare. Invece l’innovazione di oggi funziona solo se è continua, rapida e in ambienti che la incoraggino. La conoscenza esistente è utile solo se su di essa si innova ogni giorno, perché il web o la farmaceutica fanno evolvere i processi e i prodotti senza sosta”.

Il Nostro sostiene che ieri fosse sufficiente uno schiocco di dita per crescere, a dispetto di qualsiasi condizione ambientale, oggi “senza ambienti che la incoraggino” non ci si schioda dai blocchi di partenza. Egli ha apoditticamente deciso che negli anni ‘50/’70 non c’erano “istruzione e cultura elevate, amministrazione e giustizia efficienti, finanziatori disposti al rischio e capaci di comprendere l’innovazione, manager e imprenditori aperti al potenziale dei giovani e giovanissimi”. La tesi di Fubini è che oggi senza di essi non si va da nessuna parte, in passato se ne poteva pure fare a meno e perciò l’intervento pubblico nell’economia allora fu efficace ed ora rischia di non esserlo più. Forse a Fubini converrebbe riflettere sul fatto che quelle condizioni ambientali furono proprio il volano, il terreno fertile, che fecero decollare l’industria pubblica e privata italiana fino a farci diventare negli anni ’80 la quinta potenza economica mondiale. La propensione al rischio, all’innovazione, ci portò a conquistare i mercati mondiali, anche in settori maturi come il tessile/abbigliamento e l’agroalimentare, in cui le tecnologie sono prevalentemente presenti nel processo e non nel prodotto.

A parere di Fubini, “i politici sembrano non capire i limiti dello Stato nell’allocare risorse nella nostra epoca di grande incertezza sulle tecnologie che prevarranno domani. Se continuano così, è solo questione di tempo prima che l’autonomia dei manager pubblici venga subordinata all’avidità delle lobby e degli interessi di parte per distribuire prebende e puntellare aziende o settori senza futuro”.

Alla fine si svela il perché di questa ricostruzione storico economica piuttosto abborracciata: ad insindacabile giudizio di Fubini, non possono esserci manager pubblici lungimiranti e capaci di districarsi nell’incerto scenario competitivo degli anni ’20. Eni, Enel, Leonardo (ex Finmeccanica) è come se non esistessero ed i politici sono pronti a “magnarsi tutto” (e luoghi comuni simili che capita di sentire appena saliti su un taxi a Roma). Insomma siamo a “La Casta 2 – la vendetta”.

Ora nessuno nega che certe condizioni ambientali siano SEMPRE decisive per la crescita economica, quindi tutti vorremmo efficienza della giustizia ed istruzione ai massimi livelli. Ma Fubini, avendo già deciso a tavolino che “pubblico uguale rendita e corruzione” e “privato uguale innovazione”, poteva risparmiarci un excursus che non rende giustizia ai veri protagonisti di un’eccezionale crescita economica che forse non rivedremo mai più.

Fubini non è sfiorato dal dubbio che oggi l’intervento pubblico potrebbe rivelarsi ancora più efficace, in considerazione della scarsa propensione al rischio del settore privato, paralizzato da anni di pressione fiscale in crescita e prospettive di domanda stagnanti. Chi oggi potrebbe rischiare ed investire con la prospettiva di incerti ritorni solo nel lungo termine, se non lo Stato (secondo regole adeguate)? Oggi questo non significa affatto spiazzare l’iniziativa privata, ma addirittura incentivarla ad investire a fronte di prospettive di ripresa della domanda. È il volano che manca.

Soffermarsi sulla pagliuzza di queste condizioni relative all’offerta, senza vedere la trave di una domanda asfittica proprio per il progressivo ritrarsi del settore pubblico in Italia che, dal 1992, ha sottratto risorse all’economia con un ingente avanzo primario cumulato pari a circa 700 miliardi, non è un esempio di tempestività, proprio nel giorno in cui l’Ocse invita a fare il contrario.

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