L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 gennaio 2021

Corre voce, si auspica che l'inflazione rialzi la testa. Il Grande Cambiamento e i suoi giornali si vogliono illudere, finché ci sarà la Cina a supplire alla distruzione di merci, capitali, uomini, mezzi di produzione prodotta dall'Occidente attraverso il covid/lockdown/coprifuoco, l'inflazione rimarrà sotto controllo. Questa si ha quando c'è una enorme quantità di moneta in circolazione in CARENZA di merci

“Attenti all’inflazione”, alcuni analisti temono la fiammata nel 2021

30 Dicembre 2020, di Alberto Battaglia

Lo scorso 12 dicembre la rivista inglese The Economist aveva dedicato la copertina a un interrogativo la cui ricorrenza nel dibattito si sta facendo via via più insistente: “L’inflazione tornerà?”. Fra gli analisti che si dicono convinti che il rischio di una fiammata dei prezzi sia concreto c’è anche Jim Bianco, uno dei commentatori indipendenti più ascoltati dalle emittenti finanziarie americane.

Secondo Bianco, la combinazione dell’entrata in gioco del vaccino, delle politiche monetarie e fiscali espansive, unite a una ripresa dei consumi post-pandemia sarebbero tutti elementi favorevoli all’aumento dei prezzi: “Una volta messo in moto tutto questo, si potrebbe avere un’esplosione di attività economica che potrebbe produrre un’inflazione più elevata, per la prima volta in una generazione”, ha detto Bianco in un’intervista alla Cnbc.

Dopo la Crisi finanziaria l’inflazione tardò a tornare, nonostante il supporto massiccio della politica monetaria. Anche in questo nuovo contesto, le previsioni ufficiali delle banche centrali sembrano ignorare la possibilità di un innalzamento dei prezzi sopra i target, ancora per molto tempo. Il Federal open market committee prevede un’inflazione Pce all’1,8% l’anno prossimo e se si escludono le componenti più volatili del paniere (Pce core) l’incremento atteso scende all’1,4%. Previsioni ampiamente al di sotto del target del 2%.
In Europa, nel frattempo, la Bce prevede un recupero dell’inflazione all’1% nel 2021, e si arriverà all’1,4% solo nel 2023. Il 2%, insomma, non sarebbe nemmeno all’orizzonte.

Jim Bianco, al contrario, si aspetta negli Stati Uniti un’inflazione core del 2,5% già entro il prossimo anno: “Questa cifra non sembra granché elevata”, ha spiegato, “ma sarebbe circa un massimo da 28 anni a questa parte, qualcosa che virtualmente nessuno ha visto; non abbiamo visto l’inflazione da una generazione, pertanto le persone non la ricordano più”.
Se l’inflazione sale più del previsto, le conseguenze

“Le probabilità di un periodo di inflazione più sostenuto rimangono basse. Ma se le banche centrali dovessero aumentare i tassi di interesse per impedire che gli aumenti dei prezzi sfuggano di mano, le conseguenze sarebbero gravi”, scriveva l’Economist nell’editoriale del 12 dicembre. Su quest’ultimo punto anche l’analista Jim Bianco è dello stesso avviso.

“Se i tassi di interesse aumenteranno a causa dell’inflazione, storicamente i mercati a rischio come il mercato azionario non la prendono bene”, ha detto il fondatore di Bianco Research, “rispetto ad adesso, tutti noi potremmo comprare meno cose con un dollaro fra un anno… questo farà salire i tassi dei mutui e farà aumentare i costi di finanziamento”.

La Federal Reserve lo scorso agosto ha lanciato un chiaro messaggio su quello che sarà l’atteggiamento del comitato in seguito a un eventuale superamento del target del 2%: il rialzo dei tassi potrebbe comunque essere posticipato e lasciando l’inflazione oltre la soglia-obiettivo “per qualche tempo”.

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