L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 gennaio 2021

Cosa aspettarsi dagli Stati Uniti, guerre guerre e ancora guerre soprattutto nel Mediterraneo allargato


22 GENNAIO 2021

Con Mediterraneo Allargato si intende quella regione di globo centrata nel Mar Mediterraneo i cui confini sono individuati, grossomodo, dall’Oceano Atlantico, toccando le Canarie e arrivando sino alla costa occidentale dell’Africa settentrionale ad ovest, dal Corno d’Africa ed oltre, lambendo addirittura il Golfo Persico, a sud-est, e dal Mar Nero a nord-est. La regione non è solo marittima ma vede dei limes terrestri che sono rappresentati dagli Stati che si affacciano su questa macroarea: l’Europa meridionale, i Paesi balcanici, la Turchia, la Russia sudoccidentale, i Paesi nordafricani sino al deserto del Sahel e gran parte di quelli mediorientali.

Il concetto è tornato di moda recentemente ma è stato presente, con fortune alterne, nella strategia di politica estera del nostro Paese e degli Stati Uniti da decenni. Oggi, in un periodo storico in cui il Mare Nostrum è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione internazionale per cause interne (instabilità) ed esterne (commercio), sono proprio gli Usa a guardare con estremo interesse a quanto sta succedendo nel Mediterraneo Allargato, proprio in funzione dell’assicurare i propri interessi in una regione diventata, ancora una volta, strategica.

Un recente rapporto del Csis, il Center for Strategic and International Studies, esprime bene l’importanza data da Washington al Mediterraneo Allargato, anche al di fuori del contesto delle alleanze Nato o altre partnership privilegiate (ad esempio quella con Israele).

L’obiettivo degli Stati Uniti di mantenere un bilanciamento di potere regionale favorevole agli interessi americani in Europa e nel Medio Oriente dipende strettamente dagli sviluppi in quest’area. Il Mediterraneo è stato, tradizionalmente, teatro dell’attività statunitense ed europea; oggi il Mediterraneo Allargato vede un aumento dell’influenza russa e cinese. Questo, secondo il rapporto e secondo Washington, rischia di mettere a repentaglio lo spazio d’azione degli Stati Uniti e della Nato. Oltre alle recenti attività di questi due “nuovi” attori, un numero crescente di minacce transnazionali proviene dal fianco meridionale della Nato, così spesso chiamato all’attenzione di Bruxelles da parte dell’Italia e altrettanto spesso ignorato dai vertici dell’Alleanza Atlantica, Stati Uniti compresi. Al governo americano manca ancora, secondo lo studio del Csis, un “approccio globale alla regione che possa superare i compartimenti organizzativi e tenere conto sia dei fattori di influenza che di instabilità. Questi compartimenti creano punti ciechi in cui gli avversari possono insinuarsi e aumentare la loro influenza. Questo a sua volta smorza la capacità degli Stati Uniti di proiettare potere e influenza nel Mediterraneo”.

L’analisi dell’istituto di ricerca statunitense considera 19 Paesi litoranei (che le Forze Armate Usa hanno distribuito in tre comandi di riferimento: Eucom, Centcom e Africom) analizzandone i fattori interni di instabilità e fattori di influenza esterni, a cui sono stati assegnati valori diversi in una scala da 1 a 5. Questa classificazione risulta utile per capire il livello della possibile minaccia agli interessi Usa o, al contrario, quali opportunità potrebbero aprirsi. Ad esempio, il livello di influenza esterna di un Paese potrebbe essere moderatamente alto mentre la sua situazione interna rimane stabile, limitandone così l’impatto negativo. Al contrario, i Paesi in cui l’instabilità è elevata possono essere maggiormente a rischio di essere sfruttati da attori esterni.

Fattori di instabilità sono il livello di sicurezza interna (conflitti in corso, popolazione sfollata / rifugiata, migrazioni, attività terroristica), la stabilità politica (disordini che minacciano la stabilità o la legittimità del regime, indicatori di governance come ad esempio l’efficacia del governo, valutazioni delle libertà civili), infine gli indici economici (crescita del Pil, tasso di povertà, disoccupazione totale e giovanile, livelli di corruzione).

I fattori di influenza esterna sono essenzialmente due: l’influenza cinese, che esiste principalmente nella sfera economica attraverso investimenti per la One Belt One Road nei trasporti, nelle infrastrutture energetiche e nel settore tecnologico (rete 5G); e l’influenza russa che include legami politici (ad esempio, sostegno a partiti o gruppi che creano strutture parallele e minano l’autorità del governo), la presenza militare (ad esempio, truppe, basi, vendita di armi), indicatori commerciali, rapporti diplomatici (ad esempio, visite e accordi) e legami culturali e religiosi.

In base a questi fattori sono stati individuate 5 categorie in cui sono stati fatti rientrare tutti i Paesi dell’area del Mediterraneo Allargato: Stato “àncora” ovvero con una relazione duratura con gli Stati Uniti, con legami militari e diplomatici di lunga data; Stato d’appoggio che ha una relazione positiva con gli Stati Uniti o la Nato con margini di miglioramento; Stato a un “punto di svolta” che ha relazioni con gli Stati Uniti, ma gli sviluppi internazionali attuali o a breve termine potrebbero spingerlo in una direzione positiva o negativa; Stato “in chiusura” in cui la situazione politica o di sicurezza complessiva coinvolge attori esterni ed il cui cambiamento dello status quo richiede investimenti mirati e potenzialmente ad alto rischio; infine uno Stato “chiuso” dove fattori interni o esterni (influenza di altri attori internazionali) rendono improbabile che l’azione degli Stati Uniti possa cambiare la situazione sul campo.

Gli Stati “àncora” hanno livelli di rischio di instabilità bassi o da bassi a moderati. Italia, Grecia e Spagna, che ospitano importanti forze statunitensi e basi Nato, sono considerati tali, ed in prospettiva Washington considera anche di cooperare allo stesso modo con Francia e Israele, che sono fondamentali per gestire l’instabilità rispettivamente in Nord Africa e Medio Oriente.

Molti di questi Paesi sono europei e la loro appartenenza a organizzazioni come la Nato e l’Ue fornisce un grado di stabilità non goduto dalle loro controparti africane e mediorientali.

Il quadro è più misto in termini di stabilità per gli Stati d’appoggio. All’estremo positivo dello spettro troviamo la Croazia che fornisce la stabilità tanto necessaria nei Balcani occidentali. Stesso ruolo per Marocco e Tunisia in Nord Africa: entrambi hanno firmato accordi bilaterali di cooperazione in materia di Difesa con gli Stati Uniti nell’ottobre 2020.

Dall’altro lato dello spettro troviamo la Turchia. Essendo il secondo più grande esercito della Nato e avendo basi e truppe alleate sul suo territorio, Ankara è per molti versi uno stato di ancoraggio. Forme di instabilità politica, economica e di sicurezza, la svolta autoritaria data dal presidente Recep Tayyip Erdogan insieme a una politica estera sempre più assertiva nella regione hanno creato sempre più insicurezza e ne hanno fatto un alleato “scomodo” degli Stati Uniti. Il Csis afferma, senza mezzi termini, che la Turchia “è passata da essere un esportatore di sicurezza nel Mediterraneo orientale a una sfida alla sicurezza per altri stati costieri”.

I due Paesi “punto di svolta”, sono Libano e Montenegro, che per l’istituto si trovano in una posizione ancora più precaria. L’instabilità interna di ogni paese è così alta che la combinazione sbagliata di pressioni interne o esterne potrebbe intensificare gravemente la situazione. Ancora più in basso ci sono gli Stati “in chiusura”: Algeria, Libia, Egitto, Siria e Bosnia. Sebbene non siano così lontani dal livello superiore, il problema qui deriva dalla combinazione di influenza esterna e instabilità interna.

Tuttavia, questa categoria contiene opportunità per spingere la relazione in un territorio più positivo.

Un esempio è la Siria, dove la presenza russa e l’assenza di un governo centrale legittimo suggeriscono uno spazio chiuso, tuttavia, uno sforzo concertato Usa-Ue per fornire aiuti umanitari e sicurezza di base potrebbe aiutare a conquistare cuori e menti, rendendola uno spazio In “chiusura”.

Un altro Stato “in chiusura” è la Libia, dove gli Stati Uniti si prefiggono di puntare sulla Francia per poter cambiare le sorti di quel Paese. Risulta quindi interessante, per noi italiani, notare come Washington sostanzialmente abbia puntato “su un altro cavallo” per risolvere la questione dopo l’iniziale intenzione di affidare all’Italia la risoluzione del dossier libico.

È interessante notare che per l’istituto, nell’area, nessun Paese viene classificato come “chiuso”.

A preoccupare Washington, ed il Csis, è però l’influenza russa e cinese, cresciuta notevolmente nella regione del Mediterraneo Allargato. Nei Paesi in cui c’è instabilità interna, infatti, l’influenza esterna può alimentarne il fuoco. Al contrario, nei Paesi in cui vi è stabilità relativa – o sottoposti a controllo facendo parte di Ue o Nato – l’influenza esterna può essere presente con pochi effetti negativi. Questo è dimostrato dagli Stati “àncora”, come l’Italia, dove le sanzioni dell’Ue hanno rallentato o fermato con successo gli investimenti russi nonostante i legami di alcuni partiti di governo con Mosca. Mentre l’influenza cinese è in gran parte nella sfera economica, l’influenza russa è multiforme.

Anche le motivazioni dei due paesi differiscono. Gli investimenti della Cina sono focalizzati sull’ottenimento di risorse economiche strategiche come porti e reti di comunicazione che creano il potenziale per far crescere le relazioni economiche in futuro, ma che diventano pericolose quando diventano dei monopoli (vedere caso del Pireo in Grecia, del porto di el-Hamdania in Algeria, di Tirana in Albania o di Haifa in Israele) soprattutto per via del modus operandi cinese che fa ricorso all’indebitamento (come nel caso dell’autostrada montenegrina Bar-Boljare).

Ci sono alcuni esempi degli sforzi della Russia per ottenere accessi strategici al Mediterraneo Allargato (ad esempio, il porto di Tartus in Siria o la ventilata nuova base nel Mar Rosso o la possibilità di un insediamento in Libia), senza dimenticare i tentativi volti alla ricerca di nuovi mercati per le esportazioni russe di energia e armi, anche seminando discordia tra i membri della Nato e dell’Ue, o complicando la situazione dei conflitti in corso al fine di limitare la libertà di manovra degli Stati Uniti.

Questa “analisi di rischio” statunitense del Mediterraneo Allargato è utile per comprendere quelli che sono gli obiettivi della loro politica estera. Innanzitutto Washington vuole assicurare una propria “governance”, comprendente la garanzia dello sviluppo democratico e la sicurezza delle alleanze; inoltre è essenziale la protezione delle proprie forze nelle basi e nelle missioni nel Mediterraneo; va garantito anche l’accesso e la libertà di navigazione verso installazioni critiche, rotte marittime e choke points, in forza di quei principi propri della talassocrazia americana che vengono applicati da Washington ovunque nel globo, in questo particolare momento storico con maggior peso nel Pacifico Occidentale; garantire l’accesso al mercato e la definizione di standard per prevenire il dominio della Cina o di altri; garantire la stabilità di alleati e partner e loro capacità di esportare sicurezza; infine mitigare le minacce poste dalle reti terroristiche o della presenza militare russa.

Salvaguardare questi interessi è difficile, data la natura transnazionale di molte delle sfide della regione. È però interessante far notare che il Csis sostiene che gli sforzi di stabilizzazione e gestione delle crisi del fianco meridionale dell’Europa non possono sempre essere affidati alla Nato o ad altri attori. In parole povere si consiglia che gli Stati Uniti tornino all’attivismo in politica internazionale focalizzato anche sul Mediterraneo Allargato. Un attivismo che, nell’idea generale, deve vedere Washington agire in prima persona, magari utilizzando partner rappresentati da Stati “àncora” e appoggio in modo più produttivo, assegnando a ciascuno un pezzo più chiaro del puzzle mediterraneo, sia esso economico o militare, come, ad esempio, la Francia per il caso libico o per il Sahel. Un’altra soluzione è quella di riconoscere i limiti dell’assistenza degli Stati Uniti. In Egitto, ad esempio, il livello di influenza russa e cinese suggerisce che alti livelli di assistenza non garantirebbero necessariamente l’allineamento del Paese con le priorità degli Usa.

Questa recente analisi, precisa e puntuale, sembra quasi essere scaturita dall’esito delle votazioni statunitensi, che hanno portato alla Casa Bianca un presidente democratico che intende rivalorizzare i legami transatlantici e ribaltare la politica trumpiana di minimo intervento. Le aree di crisi del Mediterraneo Allargato (Siria, Libia, Sahel, Somalia) si candidano quindi, insieme al Pacifico Occidentale e al Golfo Persico, a cartina tornasole del futuro nuovo interventismo statunitense, che, a differenza di quanto visto nel quadriennio appena conclusosi, potrebbe facilmente riaprire la stagione delle campagne militari “boots on ground” che si credeva terminata.

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