L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 gennaio 2021

Davos - non esistono due foglie identiche

25/01/2021 16:10 

Xi a Davos: Covid e clima temi globali, Hong Kong e Taiwan affari nostri

Il Manifesto del leader cinese nel tempio dell'economia mondiale: rilancia sul multilateralismo, respinge ingerenze sui controversi temi di casa propria


EPAXi Jinping a Davos

Mentre gli Usa di Joe Biden mandavano la portaerei Roosevelt nel Mar Cinese Meridionale di fronte a Taipei e il portavoce degli Esteri a Pechino, Zhao Lijian, reagiva ribadendo che “la Cina è ferma nell’opporsi risolutamente all’indipendenza di Taiwan e alle interferenze di forze esterne”, il presidente Xi Jinping concludeva il suo attesissimo intervento al Forum di Davos, che tra gli altri argomenti rilanciava il Multilateralismo e metteva in guardia il Mondo sui rischi legati a una nuova Guerra Fredda “che danneggerebbe tutti”. Un’esortazione a un futuro di Pace universale - magari sotto una nuova governance globale di Pechino – oppure una nemmeno troppo velata minaccia agli altri attori internazionali, in primis i “nuovi” Stati Uniti guidati da Biden?

Volendo riassumere in estremissima sintesi le parole di Xi, potremmo dire così: “attenzione, noi cinesi siamo pronti a cooperare con l’Umanità, perché la Pandemia e il Clima – per esempio – sono un problema di tutti. Ma le questioni interne alla Cina sono problemi solo nostri, vedi Taiwan, lo Xinjiang e Hong Kong.

Ma l’attesissimo intervento di Xi si presta comunque – nella migliore tradizione del pensiero “orientale” – a differenti letture e numerose interpretazioni, pur non lasciando dubbi sul fatto che la Cina si sia ormai lasciata definitivamente alle spalle ogni subalternità e qualsiasi timore di inadeguatezza, e intenda invece spingere con decisione verso la sua candidatura per una leadership globale, alla guida delle sorti future della Terra. “Perché”, ha avvertito il presidente cinese, “Il multilateralismo non deve essere usato come pretesto per azioni unilaterali” e “Il [Paese] forte non deve bullizzare il debole, le decisioni non devono essere prese semplicemente mostrando i muscoli o agitando i pugni”, ha detto, lanciando un chiaro monito alla nuova amministrazione che si è appena insediata a Washington. “Uniamo le nostre mani e lasciamo che il multilateralismo illumini la nostra strada verso una comunità con un futuro condiviso per l’umanità” ha aggiunto.

Insomma, pur mantenendo sempre il suo tono pacato, quasi monocorde, e pur infarcendo il suo discorso di richiami quasi “evangelici” alla pace universale e all’armonia globale, il potentissimo Xi ha lanciato un avvertimento molto chiaro al Mondo quando ha detto che “nessun problema globale può essere risolto da un Paese da solo, e ci deve essere una azione globale, una risposta globale e una cooperazione globale”. Preferibilmente sotto la saggia guida di Pechino, è sottinteso. E ancora: “la storia e la realtà hanno chiarito che l’approccio fuorviante di antagonismo e di confronto, sia esso sotto forma di guerra fredda, guerra calda, guerra commerciale o guerra tecnologica, alla fine danneggia gli interessi di tutti i Paesi e mina il benessere di tutti”. Il multilateralismo selettivo non dovrebbe essere “la nostra opzione”: la Cina vuole relazioni che si basino “sul rispetto reciproco” e non sul gioco a somma ‘zero’, dove “chi vince piglia tutto”.

Sul Covid Xi ha ammesso che la partita ”è tutt’altro che finita. La recente recrudescenza dei casi ci ricorda che dobbiamo portare avanti la lotta”, ha detto, dicendosi anche “convinto che l’inverno non può fermare l’arrivo della primavera e che l’oscurità non potrà mai avvolgere la luce dell’alba”.

Ma al di là dei riferimenti un po’ smielati all’armonia universale e alla collaborazione globale, molto più interessanti sono – nel suo discorso a Davos - quelli alla situazione interna della Cina e soprattutto alle sue prospettive future. Xi ha, in sostanza, rivendicato con orgoglio i successi di quel “socialismo con caratteristiche cinesi” il quale, ha detto, ha ormai assicurato alla società cinese una “moderata prosperità diffusa”. Un obiettivo che si potrebbe vedere anche come una dichiarazione di principio sulla validità di quei principi “comunisti” che La Cina dei nostri giorni sembra – apparentemente – avere accantonato (se pensiamo, per esempio, all’esistenza dei miliardari cinesi in dollari) ma la cui validità ha inteso invece ribadire Xi oggi, quando ha affermato che “le differenze non sono terribili” (…) “Terribile è dividere la civiltà umana in diverse classi, così come lo è imporre la propria cultura, storia e sistema sociale sugli altri paesi.. .” Pechino lavorerà per “sradicare la povertà” , ha detto ancora Xi, e per cercare “una maggiore globalizzazione ... vantaggiosa per tutti”, ha anche sottolineato.

Il discorso di Xi era tanto atteso, ed era stato ampiamente anticipato, soprattutto perché ci si aspettava che fornisse - così come poi è stato – “il tono” alle future relazioni tra le maggiori economie mondiali nei prossimi quattro anni. Rispetto a quello che tenne lo stesso Xi tenne sempre a Davos quattro anni fa, pochi giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, le differenze saltano all’occhio. Xi ha lanciato questa volta un chiaro messaggio, imponendo al Mondo, come un dato di fatto ormai inoppugnabile, il ruolo imprescindibile della Cina, affermando con estrema decisione che Pechino non intende cambiare rotta di fronte alle pressioni degli Stati Uniti e tantomeno è disposta a lasciare a Washington nessun vantaggio.

I leader cinesi hanno a lungo considerato Davos come un’occasione per mostrare al Mondo le riforme economiche attuate da Pechino e i risultati economici che ne conseguono, evitando però sempre di fornire difficili risposte sulla politica cinese. L’ex premier Li Peng ci andò nel 1992, quando la Cina cercava di attirare investitori stranieri dopo il massacro di Tiananmen del 1989.

Oggi a Davos Xi ha invitato i suoi interlocutori, gli Usa prima di qualsiasi altro, a mettere da parte le questioni politiche interne cinesi che hanno contribuito al deterioramento dei legami con i paesi occidentali, compresa l’abolizione dei limiti di mandato e il controverso uso dei campi di “rieducazione” nella regione occidentale dello Xinjiang, perché – ha detto - “non esistono due foglie identiche”, e quindi sarebbe errato voler applicare logiche e principi validi per il Mondo Occidentale (inclusa la democrazia…) a una realtà peculiare e unica come quella cinese.

Molto importante, infine, il richiamo esplicito fatto da Xi Jingping, all’importanza, anzi alla supremazia, nel mondo contemporaneo, della tecnologia e della ricerca scientifica: “Scienza, innovazione e ricerca (…) sono i fari che devono guidarci nel futuro e sui quali investire le risorse comuni dell’umanità”, ha detto il presidente cinese, in quella parte del suo discorso che ha affrontato il tema della lotta alla pandemia.

Insomma, molte dichiarazioni di principio, tante formule condivisibili, ma poca o nessuna disponibilità a mettere in discussione il modello cinese del “progresso e del benessere moderatamente diffuso”, ma senza democrazia.

Un modello, che, del resto, pare funzionare, almeno secondo gli ultimissimi dati economici diffusi in questi giorni, secondo i quali nel 2020 la Cina ha superato gli Usa come prima destinazione mondiale per i nuovi investimenti stranieri diretti, aiutata in questo anche dal virus che ha accelerato lo spostamento verso il Dragone del centro di gravità dell’economia globale. Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo, negli ultimi dodici mesi Pechino ha visto calare gli investimenti diretti delle compagnie straniere soltanto del 4%, contro il devastante 49% degli Stati Uniti, confermandosi leader del commercio globale.

A Davos, oggi, Xi Jinping ha fatto capire a tutti che questa leadership non sarà più soltanto commerciale, aprendo la strada a quello che – per Pechino – sarà ricordato come “il secolo cinese”. E che c’è poco che l’Occidente possa fare per ribaltare questa volontà.

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