L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 gennaio 2021

Destra sinistra due facce della medesima medaglia e la necessità di costruire un terzo polo

LA RITIRATA DI RENZI 

di Leonardo Mazzei 
GEN 20, 2021di SOLLEVAZIONEin POLITICA


Chi ha vinto nella contesa tra Conte e Renzi? So di andare controcorrente ma, all’opposto della chiacchiera giornalistica, mi pare chiaro che lo sconfitto è Renzi. Stiamo ai fatti: Conte ha ottenuto la fiducia nei due rami del parlamento, la maggioranza assoluta alla Camera, quella relativa al Senato. Dunque può restare a Palazzo Chigi. E questa era la vera, unica, posta in palio.

Ovviamente la crisi politica italiana, che da oltre un decennio viaggia in coppia con quella economica, è sempre lì come prima. Talmente inestricabile che perfino il tanto invocato “Salvatore” Mario Draghi preferisce restare in panchina. Un fatterello che dovrebbe far riflettere.

E’ perciò fin troppo facile il gioco di chi parla di instabilità, della fragilità del governo e della sua inadeguatezza. Tutte cose vere, ma di cui non si vuol vedere la ragione di fondo: l’impossibilità di uscire dalla crisi economica (che di quella politica è la causa prima, anche se non unica) senza rompere la gabbia dell’euro e dell’Ue. Una situazione oggi aggravata dalla disastrosa gestione del Covid 19. Dunque la crisi politica è tutt’altro che risolta. Anzi, essa ha ormai da anni un carattere permanente, ma il voto di ieri non l’ha fatta precipitare. Questo era l’obiettivo di Conte e di chi lo sostiene. Obiettivo minimalista, certo, ma obiettivo raggiunto.

Al contrario, tutti avranno capito come – al di là delle polemiche sul Recovery Plan, il Mes, o la delega sui Servizi – l’iniziativa di Renzi mirasse ad ottenere la testa di Conte. Era lo scalpo dell’ex “avvocato del popolo” il vero trofeo di cui il Bomba aveva bisogno per rivitalizzare l’esangue creatura di Italia Viva.

E’ da questa banale osservazione dei fatti che si deve partire per capire chi abbia veramente vinto la partita di questi giorni. Naturalmente, in molti già parlano di una vittoria di Pirro. Può darsi, ma questo auspicio consolatorio, che peraltro contiene in sé il riconoscimento di chi sia al momento il vincitore, potrà essere verificato solo nel tempo. Non era questo lo scenario perseguito dall’ex sindaco di Firenze.

Ma il bello è che quello scenario non si è realizzato proprio perché Renzi ha deciso per l’astensione, anziché per il voto contrario. Un fatto che, secondo la quasi totalità dei commentatori, renderebbe il Bomba più forte di prima. Bene, considero questa lettura del tutto sbagliata e cercherò di spiegare il perché.

Perché Renzi ha perso

In un articolo di pochi giorni fa avevo sostenuto tre cose: che Conte avrebbe salvato la pelle, che il Pd non si poteva permettere di abbandonarlo, che la “carta Draghi” e dunque l’ipotesi di un governo di larghe intese non fosse al momento spendibile. Non mi pare di avere sbagliato.

C’è una domanda fondamentale che i giornalisti non fanno a Renzi: perché non ha votato contro la fiducia al governo? Da parte mia la risposta è semplice. Innanzitutto, non ha votato contro il governo perché egli è il primo a non volere le elezioni anticipate, che per Iv sarebbero state un vero bagno di sangue. In secondo luogo non ha votato contro perché se lo avesse fatto un certo numero dei suoi parlamentari gli avrebbe girato le spalle, ed a quel punto la sconfitta si sarebbe trasformata in un’autentica disfatta. Proprio per questo l’ex segretario del Pd – preso atto che il suo ex partito non lo poteva seguire – ha deciso la tattica astensionista. Un modo per gestire meglio quella che rimane comunque una clamorosa ritirata.

Come, tu dici tutto il male possibile del governo e ti limiti all’astensione? Gli stessi giornalisti che si guardano bene dal porre questa decisiva domanda, adesso scorgono nell’arma astensionista la chiave per preparare il “Vietnam” nelle commissioni. Ecco, questo è davvero un argomento che fa sorridere.

Certo, il problema esiste, ma si è mai visto un governo cadere per un voto negativo in una commissione parlamentare? A memoria mia, no. Ma poi, perché il partito che ha salvato obtorto collo Conte, dovrebbe adesso crocifiggerlo nelle commissioni? E quali sarebbero i grandi temi che dovrebbero accendere questo epico scontro nelle stesse? Tutte queste minacce del giorno dopo a me ricordano i discorsi di certi tifosi che dopo la sconfitta della propria squadra in campionato, annunciano improbabili riscosse in Coppa Italia.

In tanti hanno scritto, stavolta giustamente, di due bluff: quello di Conte e del Pd (“se cadiamo ci sono solo le elezioni”) e quello di Renzi (“siamo pronti all’opposizione, tanto le elezioni non ci saranno”). Tra i due bluffatori è il secondo a non essere andato all’opposizione, dato che l’astensione è sempre una forma di sostegno (sia pure indiretto ed esterno) al governo.

Mutatis mutandis, l’odierna ritirata di Renzi ricorda quella di Bertinotti nell’ormai lontano 1997. Dopo aver sostenuto dall’esterno (usava anche allora!), per oltre un anno, il primo governo Prodi, Bertinotti chiese una “svolta in chiave riformatrice” al capo dell’esecutivo. Il quale gliela negò. Rifondazione Comunista (di cui Bertinotti era segretario e leader indiscusso) annunciò allora che non avrebbe votato la Finanziaria. Anche quella volta la caduta del governo sembrava cosa fatta, fino a quando, due settimane dopo, Rifondazione fece marcia indietro. Pur senza avere ottenuto nulla la fiducia a Prodi venne rinnovata, e quel governo andò avanti ancora per un anno. Senza nessun “Vietnam”, come invece sarebbe stato possibile, nelle commissioni parlamentari.

La morale di questa storia è semplice: se non rompi nel momento decisivo, quando i temi sono squadernati ed ormai il dado è tratto, non lo farai certo dopo. Tantomeno con la guerriglia parlamentare. E’ vero, Bertinotti dopo un altro anno in maggioranza ruppe, ma quella è un’altra storia sulla quale non abbiamo qui lo spazio per una trattazione adeguata. Salvo semmai ricordare come in quel secondo passaggio una buona parte delle sue truppe parlamentari (i cossuttiani) lo tradirono per restare al governo. L’emersione dei “governisti” è infatti una costante di certi frangenti politici, un particolare certo non ignoto a Renzi.

Fino a che punto Conte ha vinto?

Ma torniamo ai giorni nostri. Stabilito che lo sconfitto è Renzi, fino a che punto possiamo considerare quella di Conte una vittoria?

Una risposta a questa domanda verrà dall’esito del tentativo di costruzione di quella “quarta gamba” (i cosiddetti “responsabili”, quelli che oggi amano descriversi come i “costruttori”) che dovrebbe rendere più sicura la navigazione parlamentare del governo.

Ad oggi questa operazione è riuscita solo a metà. Al Senato, per completarla, Conte ha bisogno di almeno altri 5 “acquisti”, laddove il verbo “acquistare” non è per nulla casuale. Le trattative sono certamente in corso e ne vedremo l’esito a breve. Di fronte a questo scandaloso mercato è giusto senz’altro indignarsi, ma gli ultimi che dovrebbero farlo sono coloro che hanno voluto la fine della Prima Repubblica, la morte dei partiti e la personalizzazione della politica. Uno degli esiti di quella svolta è stato appunto la pratica della “compravendita” dei parlamentari. Dunque, chi allora la volle, chi ancora oggi la sostiene, abbia almeno il pudore di tacere.

Al di là di tutto questo, Conte ha dalla sua la tempistica istituzionale. Ma chi è Conte? Il personaggio politico vale poco e si è trovato lì dov’è più per caso che per altro. Tuttavia, come dicono malignamente i suoi detrattori, l’uomo pare nato con la camicia. Prima spunta fuori come imprevisto punto di equilibrio tra la maggioranza gialloverde e il Quirinale, poi riesce a saltare da una maggioranza all’altra grazie allo straordinario ed insuperabile genio politico di Matteo Salvini, infine sembra quasi diventato intoccabile grazie al Covid ed all’altrui debolezza.

Adesso il Presidente del Consiglio ha un altro vantaggio. Tra sei mesi inizia il semestre bianco. Quello nel quale – precedendo l’elezione del Presidente della repubblica – non si può andare a votare. Se l’operazione “quarta gamba” in qualche modo si compirà, di elezioni non si riparlerà almeno fino alla primavera del 2022.

In una situazione come questa, con una politica tutta centrata sul giorno per giorno, un anno è un’eternità. Chi scrive è convinto che molte speranze dell’attuale maggioranza di governo siano solo illusioni. Ma per capire una scelta politica – in questo caso quella di resistere a tutti i costi al governo – bisogna sempre mettersi nei panni di chi la compie.

Quali sono dunque le ragioni di Giuseppe Conte? Qual è la strategia che ha in testa? Posta la realistica possibilità di restare al governo per ancora un anno, è chiaro come non solo Conte, ma anche piddini e pentastellati, scommettano su tre cose: la fine sostanziale dell’epidemia, una certa ripresa economica, il rafforzarsi del consenso verso l’europeismo e l’atlantismo.

Sul Covid, quel che sappiamo in base ai precedenti storici è che le pandemie influenzali non durano mai più di due anni. Un traguardo che al governo vorranno celebrare nel caso come trionfo della strategia vaccinale. Sull’economia, posto che davvero non si vede alcuna possibilità di una ripresa a “V”, resta però la certezza di un significativo rimbalzo via via che le misure emergenziali verranno ridotte.

Avremo l’uscita dalla crisi? Ovviamente no. E non dimentichiamoci che il Pil italiano del 2019 era ancora 4 punti sotto a quello del 2007. Figuriamoci adesso dopo il 2020! Nessun rimbalzo fisiologico potrà essere scambiato per la fine della crisi, ma nel momento in cui avverrà il governo potrà almeno contare su un clima psicologico più favorevole.

Ma c’è un fattore ancora più importante. La convinzione di un rafforzamento del consenso europeista (l’Europa che non ci chiede più sacrifici ma che anzi ci dà i soldi, ed altre amenità del genere) e – dopo la sconfitta di Trump – di quello atlantista. Da qui il senso dei discorsi di Conte alle Camere ben sintetizzato da Sandokan, da qui la chiusura di Pd ed M5s ad un governo con i “sovranisti”.

Fine dell’epidemia, ripresa economica, rilancio dell’europeismo e dell’atlantismo. E’ questa la scommessa di Conte e soci. Una scommessa che si basa anche sulla pochezza dell’opposizione parlamentare.

Una “opposizione” che non c’è (e di cui c’è invece gran bisogno)

Chiudiamo allora su questo punto. Se il governo è debole, l’opposizione parlamentare cos’è? Intanto, nella conta sulla fiducia, qualche pezzo lo ha perso e qualche altro sembra in procinto di andarsene. Ma questo sarebbe il meno, mera fisiologia della politica italiana. Il più sta invece nell’assenza di veri argomenti.

Renzi ha aperto la crisi invocando il Mes. Lega e Fratelli d’Italia sono contro, ma Forza Italia è invece a favore. E che dire poi dei governatori della destra, buona parte dei quali si è già pronunciata a favore del Mes? Ma la cosa più grave è un’altra: che nulla si dice sulla pericolosità del Recovery Fund, lasciando così credere di fatto la lieta novella di uno strumento alternativo al Mes. In quanto all’atlantismo, poi, non sarà certo la destra, una volta elaborato il lutto per Trump, a voler restare un passo indietro rispetto al governo.

E sul Covid? C’è forse qualcosa di sostanziale dietro le polemichette sulla sua gestione? Assolutamente no. Nulla di nulla. L’emergenzialismo del governo non è diverso da quello dei governatori e dei sindaci del centrodestra. La narrazione è esattamente la stessa. E se ci si differenzia in qualcosa è solo per essere più pacchianamente neoliberisti. Basti pensare all’ultima trovata dell’ex ministra Moratti (ed attuale Assessora alla Regione Lombardia) che vorrebbe distribuire i vaccini in base al Pil!

Costoro magari vinceranno le prossime elezioni, ma dal punto di vista dei contenuti il loro elettroencefalogramma è piatto. Diciamola tutta: la loro è una “non opposizione”. E’ proprio per questo che abbiamo chiuso il nostro precedente articolo sottolineando la necessità di un Terzo Polo, alternativo tanto al “centrosinistra” quanto al “centrodestra”. Un Terzo Polo che si batta per la liberazione del Paese, per l’uscita dalla gabbia eurista, contro il disegno autoritario della cupola globalista. Un Terzo Polo antiliberista e fondato sullo spirito e sulla lettera della Costituzione del 1948.

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