L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 gennaio 2021

E' guerra illimitata, niente illusioni, quella marittima è solo un tassello

Vi racconto la guerra marittima fra Usa e Cina

1 dicembre 2021


Il rafforzamento della partnership militare con il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan e le Filippine deve essere letto proprio come un rinnovato interesse da parte degli Stati Uniti del ruolo fondamentale della potenza navale anti Cina. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Partiamo da una premessa che dovrebbe essere del tutto ovvia sotto il profilo strategico. Qualsiasi strategia marittima, sia quella inglese – dal Settecento alla seconda guerra mondiale – sia quella americana, è necessariamente una strategia di lungo periodo e quindi richiede investimenti a lungo termine termine cercando là dove è possibile di anticipare le sfide future. Si pensi a tale proposito alle portaerei nucleari della classe Gerald Ford la cui prima serie dovrebbe essere posta in essere il prossimo anno.

Se gli Stati Uniti hanno deciso di investire cospicue risorse nel contesto della proiezione di potenza marittima questo dipende dalla necessità di consolidare la propria potenza navale, consolidamento possibile sia grazie al potere economico e finanziario di cui dispongono almeno fino ad oggi sia grazie all’innovazione tecnologica (pensiamo per esempio sia al fatto che gli Usa sono l’unica nazione che costruisce catapulte per le portaerei flat deck sia al fatto che con la nuova classe di portaerei Ford la Marina si doterà di catapulte elettromagnetiche che saranno in grado di aumentare di circa un terzo le attuali capacità delle catapulte).

Naturalmente investimenti così cospicui sul fronte delle portaerei non sono certamente casuali poiché queste svolgono un ruolo fondamentale di deterrenza tradizionale – sia nel senso di essere in grado di minacciare un intervento armato in caso di crisi – sia di deterrenza nucleare dal momento che gli aerei che partono dalle portaerei – essendo dotati di armi nucleari seppure a basso potenziale – svolgono un ruolo di deterrenza di grande rilevanza. Insomma la portaerei consente l’uso di una dissuasione graduale o flessibile.

Ma affinché la potenza navale statunitense si possa effettivamente consolidare – soprattutto nel contesto dell’Indo-Pacifico e quindi in funzione di contenimento anticinese – oggi come ieri (alludiamo alla guerra fredda) vanno rafforzate le infrastrutture militari americane presenti negli snodi strategici chiave a livello globale che consentono di esercitare in modo efficace la sua potenza navale.

Il rafforzamento della partnership militare con il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan e le Filippine deve essere letto proprio come un rinnovato interesse da parte americana del ruolo fondamentale della potenza navale.

Ebbene proprio l’insieme di tutte queste ragioni non possono che indurre a definire gli Stati Uniti una vera e propria propria talassocrazia moderna.

Non è un caso d’altra parte che l’amministrazione Obama abbia rivolto la propria attenzione verso l’Asia orientale e meridionale partendo dalla constatazione che proprio in questi contesti geopolitici si giochi il futuro del mondo.

Infatti, sul fronte della competizione economica con la Cina, il Trans-Pacific Partnership (TPP) è stato firmato nel 2016, trattato al quale hanno aderito – tra gli altri – Brunei, Giappone, Malesia, Singapore, Vietnam escludendo tuttavia la Cina. Barack Obama ha esplicitato il suo programma sulla politica estera, denominato The Obama Doctrine, rifiutando l’isolazionismo e sostenendo il multilateralismo.

In altri termini Obama ha perseguito esplicitamente la tradizione del realismo incarnato da Bush “senior” e da Scowcroft: gli interventi militari, troppo spesso sostenuti dal Dipartimento di Stato, dal Pentagono e dai think tank, dovrebbero essere usati solo dove l’America è sotto una minaccia imminente e diretta.

In un contesto in cui i pericoli maggiori sono ora climatici, finanziari o nucleari, spetta agli alleati degli Stati Uniti assumersi la loro parte del fardello comune. Pur concordando sul fatto che il rapporto con la Cina sarà il più critico di tutti, il suo programma politico sottolinea che tutto dipenderà dalla capacità di Pechino di assumersi le proprie responsabilità internazionali in un ambiente pacifico. Se non lo facesse e si lasciasse conquistare dal nazionalismo, l’America dovrà essere risoluta e porre in essere tutte le iniziative volte a rafforzare il proprio multilateralismo in funzione di contenimento anticinese.

È molto probabile quindi che l’attuale presidente gli Stati Uniti Biden porterà avanti una strategia di questo natura.

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