L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 gennaio 2021

E solo dopo che il renminbi rimpiazzerà il dollaro gli economisti se ne accorgeranno

23 Gennaio 2021 12:00
Alla Cina manca poco per rimpiazzare il dollaro. C'è chi lo prevedeva con precisione nel 2016


Perché leggere "Piano contro Mercato". La recensione del libro di Pasquale Cicalese da parte del Prof. Gattei

 Giorgio Gattei*

Pasquale Cicalese, Piano contro mercato. Per un salario sociale di classe, l’AntiDiplomatico Edizioni, Roma 2020.


1) Ma perchè si dovrebbe leggere questo libro? Perchè, a dispetto del titolo ingannevole, si imparano cose che stanno succedendo nella economia-mondo che ci riguarderanno nel prossimo futuro. Sono tutti scritti già pubblicati tra il 2012 e il 2019 su “Marx21” e sull’“Antidiplomatico” per occasioni contingenti, ma sono sostenuti da una così solida visione complessiva che assicura loro una perfetta continuità di argomentazione. Per usare il bel titolo di una vecchia raccolta di saggi di Paul Sweezy, vi si legge “il presente come storia”, oppure, per dirla in altro modo, nel pieno di una foresta si scorgono i singoli alberi, ma senza mai perdere di vista la foresta.

2) Però possiamo metterla anche così: è aneddoto che la regina Elisabetta d’Inghilterra abbia riunito i “suoi” economisti dopo lo scoppio della Grande Crisi dei Mutui del 2008 per rimproverarli di non avere avvertito dello tsunami finanziario che sarebbe arrivato. Il rimprovero è però ingiusto perchè ci sono stati degli economisti che avevano avvertito per tempo, ma non erano stati ascoltati perchè “figli di un dio minore” come Karl Marx oppure perchè estranei o al margine delle istituzioni accademiche ufficiali.

3) Era accaduto lo stesso dopo il crollo del muro di Berlino e la scomparsa (ignominiosa) dell’Unione Sovietica. Ci furono intellettuali che subito teorizzarono la “fine della storia” oppure l’avvento di un Impero americano “senza se e senza ma”, ma ce ne furono altri che, non dimentichi della grande lezione leniniana sull’imperialismo, avvertirono che con la scomparsa l’URSS sarebbe ripartita alla grande la concorrenza interimperialistica, che adesso per evitare di dire parolacce si chiama “competizione geopolitica”. Ed è a partire da quella svolta epocale della storia che Cicalese ha scritto gli articoli che si leggono nel suo libro e di cui dirò qualcosa su ciò che vi ho appreso.

4) E’ certo che Lenin avrebbe fatto meglio ad intitolare il suo celebre libro agli “Imperialismi” (al plurale) invece che all’Imperialismo al singolare, perchè tale era per l’appunto lo stato del mondo ai tempi suoi, ma poi era sembrato che il titolo fosse azzeccato se applicato al “superimperialismo americano” che, dopo il 1945, aveva messo sotto tutela tutti gli altri imperialismi litiganti pur di salvarli dalla minaccia incombente del pericolo sovietico. Gli USA si erano autoproclamati i “poliziotti del mondo libero” e questa loro funzione durò indiscussa fino alla scomparsa dell’URSS, dopo di che le vocazioni imperialistiche particolari ritornarono alla grande in una Europa (mal)riunificata sotto la guida germanica, mentre il “pericolo rosso” cambiava di colore e adesso era diventato il “pericolo giallo”.

5) La Cina, dunque. Lasciando da parte l’interrogativo, a cui è imbarazzante rispondere, sulla “natura di classe” della nuova Cina, essa era certamente comunista nel 1989 ma, diversamente dalla Russia di di Gorbaciov, non si è fatta fregare dai moti studenteschi di piazza Tienanamen. Il Partito Comunista Cinese ha certamente allora chiuso i conti con la protesta della gioventù nella maniera più sconveniente possibile, ma dal punto di vista della storia economica cinese successiva la decisione sanguinaria è stata decisiva se Deng Xiaoping ha poi potuto aprire il paese ai capitali stranieri istituendo delle strategiche Zone di Libero Scambio in cui fare investire, mentre la diaspora finanziaria nazionale, che aveva abbandonato il paese dopo la presa del potere comunista nel 1949, ritornava in patria per farvi profitti, sicura ormai che Pechino non avrebbe fatto la fine miserabile della Mosca di Eltisn.

5) E’ quindi partita dal sangue di piazza Tienanmen la storia del successo economico della Nuova Cina, a cui perfino gli Stati Uniti hanno poi aperto nel 2001 le porte del WTO per approfittare di quelle sue merci a prezzi “low cost” che venivano esportate in quantità industriali (“la Cina è un’offiCina”, come allora si diceva) e di cui gli occidentali parlavano malissimo per la scarsa qualità produttiva, ma che comunque compravano perchè... costavano così poco! E la Cina che ha fatto di tutti quei dollari che riceveva in cambio delle proprie esportazioni? Li ha diligentemente restituiti agli Stati Uniti acquistando i titoli del suo debito pubblico, così da garantirsi di tenere il suo più importante avversario per i cordoni... della Borsa. E poi, piano piano, quei titoli li sta convertendo in riserve valutarie (che già nel 2012, come avvertito da Cicalese, “superano l’insieme delle riserve americane e tedesche”) e in metallo giallo per assicurare la base materiale alla sostituzione definitiva (quando poi sarà...) della propria “moneta del popolo”, il renminbi, al dollaro quale denaro mondiale e di cui tanti economisti cosiddetti competenti si accorgeranno solo quando la sostituzione sarà di fatto compiuta.

6) Fu ciò che accadde alla sterlina rispetto al dollaro. J.M. Keynes l’aveva intuito fin dal 1917 che prima o poi la supremazia della moneta britannica sarebbe stata sostituita da quella della moneta americana, ma sul momento gli Stati Uniti si erano messi, proprio alla maniera cinese, sulla riva del fiume in attesa di vedere passare il cadavere del nemico. Ci aveva invece pensato la canea degli altri imperialismi (in Europa la Germania e, nel ridicolo, l’Italia e in Asia il Giappone) a scatenarsi contro la “perfida Albione” che si salvò solo perchè gli Stati Uniti vennero in suo aiuto, salvo poi presentare il conto a Bretton Woods nel 1944 imponendo la propria valuta al posto della sterlina (e Keynes, che fallì nell’impedirlo, ci rimase così male che al ritorno in patria ne morì di crepacuore). Altrettanto sta facendo adesso la Cina, pazientemente aspettando che la moneta americana si tolga dai piedi da solo. Il che succederà, ma poi non si dica che non siamo stati avvisati se Cicalese ha potuto scrivere nel 2016 che “alla Cina servono 5-10 anni per rimpiazzare il dollaro”...

7) Ma la Cina sta dando anche una lezione di politica economica alla Unione Monetaria Europea, l’altro polo imperialistico fuoriuscito dalle macerie del Muro di Berlino. L’Europa a guida tedesca, finalmente libera dalla tutela americana, avrebbe voluto infilarsi come “terzo incomodo” geoeconomico tra Stati Uniti e Cina (la Russia, nonostante la buona volontà di Putin, ancora non ce la fa a risorgere), ma è partita con il piede sbagliato puntando sulle esportazioni extra-UE piuttosto che sul proprio mercato interno. Era stato previsto fin dal piano Werner del 1972 che nella nuova Europa si sarebbero introdotte la deflazione salariale “al di dentro” e l’avanzo commerciale “al di fuori” ed il programma è stata portato avanti con tale ostinazione che adesso è “come se un mercato interno di 350 milioni di persone – da tanti soggetti è costituita l’eurozona – non esistesse affatto”. All’interno si sono poi adottate le c.d. politiche di “austerità espansiva”(che espansive non sono state mai) a colpi di “meno salario privato e meno disavanzi pubblici”, mentre s’invocavano “riforme di struttura” che non bastano mai, perchè il loro completamento sarebbe solo quello di “salario zero, lavoro intero”.

8) E invece la Cina? Continuando a perseguire l’obiettivo di porsi quale polo valutario internazionale alternativo (da cui l’interesse, dal 2015, della City di Londra di offrirsi come “la piattaforma finanziaria dello yuan in Europa”), ha deciso di sottrarsi al cappio della domanda “degli altri” per puntare invece (ma, come al solito a piccoli passi) sulla domanda interna. In fondo perchè non approfittare di una popolazione di 1 miliardo di persone per trasformarla in un miliardo di consumatori? Però la domanda in economia vale soltanto se “assistita da moneta”, ed ecco perchè il governo pechinese (che non è un cagnolino da grembo, ma una vecchia volpe) ha introdotto dal 2008 una riforma del “salario di classe” così avanzata da far impallidire i sindacati dei lavoratori europei. E con quale mira finale? Lo si è detto: di dar vita alla più grande classe media “affluente” del mondo. Lo aveva capito Cicalese fin dal 2015: “entro il 2020 la classe media cinese raggiungerà i 500 milioni di persone, che viaggeranno e avranno stili di vita equivalenti a chi, da noi, ha un reddito medio di 30.000 dollari”. E al 2020 ormai ci siamo arrivati.

9) Ma la vocazione estera della Cina non è stata abbandonata del tutto, sebbene si muova, a mio parere, anche in un’altra direzione rispetto a quella indicata da Cicalese. Si tratta della Nuova Via della Seta che non potrà più ripercorrere quella vecchia battuta da Marco Polo perché, partendo da Pechino, si finisce in un Medio Oriente in convulsione geopolitica spinta (troppi personaggi che vorrebbero fare il primattore, dall’Iran sciita alla Turchia ottomana, dalla Siria alawita all’Arabia saudita wahabita, e senza dimenticare la spina nel fianco d’Israele ebraico). Ora per Cicalese la Nuova Via della Seta seguirebbe quel percorso marittimo che i cinesi chiamano della “collana di perle” e che dal Mar della Cina circumnavigando le penisole indocinese, indiana ed araba, finisce per sboccare, tramite il canale di Suez, nel Mar Mediterraneo per approdare in Europa o al porto del Pireo in Grecia, o a Trieste (meglio che a Venezia) in Italia e o Marsiglia in Francia. Ma c’è pure un’altra possibilità, e cioè che la Nuova Via della Seta rimanga terrestre volgendosi lungo una “via siberiana” di collegamento da Pechino a Mosca seguendo il percorso inverso compiuto da Michele Strogoff. Mi pare che anche questa sia una possibilità geopolitica da considerare e che sarebbe un fatto nuovo nella storia, chiudendo il continente euroasiatico agli Stati Uniti e coronando il grande disegno di Gengis Khan di un “impero dei due mari” dall’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico tutto compreso.


*Giorgio Gattei, Professore Ordinario di Storia del Pensiero Economico alla Facoltà di Economia e Commercio, è autore di diversi saggi. Tra i protagonosti del marxismo italiano degli ultimi 40 anni.

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