L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 gennaio 2021

Gli euroimbecilli di provata fede si trovano sempre sempre al Ministero dell'economia e delle finanze devono fare gli interessi di Euroimbecilandia e non quelli degli italiani. Spendere per assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione è un vero investimento strutturale

Perché Gualtieri fa lo sparagnino su spese e titoli di Stato da emettere?

24 gennaio 2021


Nonostante la Bce annunci che continuerà la politica monetaria accomodante, l’Italia emette pochi titoli di Stato per finanziare spese anti crisi economica da Covid rispetto a Germania, Francia e Spagna. L’analisi di Giuseppe Liturri

Nel giorno in cui Christine Lagarde, presidente della Bce, confermava l’atteggiamento di politica monetaria accomodante e ribadisce di essere pronta ad usare in modo flessibile tutti gli strumenti a disposizione, non precludendosi alcuna possibilità, si deve registrare che il nostro Ministero del Tesoro non ha approfittato di tale favorevole situazione.

Da Francoforte fanno sapere che non esistono problemi di finanziamento per alcun emittente di debito sovrano nell’eurozona, e noi cosa abbiamo fatto? Anziché sfruttare il vento in poppa, approfittando della massa di liquidità in giro per il mondo alla ricerca disperata di rendimenti positivi, abbiamo risalito il vento di bolina, per dimostrare di essere virtuosi e non affaticare troppo la “stampante” dell’Eurotower.

Nell’ultimo trimestre 2020, l’Italia ha rimborsato più titoli di quanti ne abbia emessi, 29 miliardi di rimborsi netti, ed il ministro Roberto Gualtieri ha soddisfatto il fabbisogno attingendo alla disponibilità liquida presso Banca d’Italia, che si è ridotta a poco più di 40 miliardi, dal picco di 100 miliardi registrato ad agosto.

La Lagarde è giustamente preoccupata dall’elevata possibilità di un calo del Pil nel quarto trimestre 2020 e per l’Italia Bankitalia prevede un -3,5% ma, soprattutto, teme un primo trimestre 2021 altrettanto fiacco.

Questi dati si affiancano a quelli sull’inflazione: l’obiettivo dell’inflazione “inferiore, ma vicina al 2%” è un miraggio inarrivabile. L’ultimo dato diffuso dall’Istat qualche giorno fa evidenzia, per l’ottavo mese consecutivo, una variazione dei prezzi negativa.


Come si rileva dal grafico, la comparazione internazionale lascia a dir poco sgomenti. La Francia nell’intero 2020 ha eseguito emissioni nette per 309 miliardi (di cui 27 nell’ultimo trimestre), la Germania 249 miliardi, la Spagna 104 miliardi, e l’Italia 140. Ma il dato ancor più stupefacente è il comportamento dell’Italia nell’ultimo trimestre: siamo l’unico Paese a flettere in modo così evidente. Gualtieri ha tenuto rigorosamente stretti i cordoni della borsa, proprio nel trimestre in cui le condizioni di mercato erano eccezionalmente favorevoli.

Osservando le emissioni lorde, lo scarto è ancora più impressionante. La Francia ha emesso titoli per 1.103 miliardi, l’Italia per 559. Esattamente la metà.

Pare proprio che nella Ue esistano due insiemi di regole: il primo si applica alla Francia, il secondo si applica a tutti gli altri, specialmente se in questo secondo gruppo c’è l’Italia. Ma l’aspetto ancora più oltraggioso per il nostro Paese è il fatto che, insieme alla Spagna, siamo contemporaneamente tra i Paesi che hanno adottato le più dure misure di contenimento (misurate dall’Oxford stringency index) dell’epidemia, hanno pagato il più alto contributo in termini di vittime per abitante e fanno segnare il peggiore decremento di Pil.

Quindi mentre eravamo i più bisognosi di adottare misure di sostegno all'economia siamo stati i meno attivi nel reperire risorse sui mercati. In tutto ciò, l’ulteriore aggravante è costituita dal fatto che il mercato dei titoli pubblici italiani (e non solo) vede un solo attore protagonista: la Bce, acquirente netto di nostri titoli per circa 170 miliardi nel 2020, semplicemente digitando al computer una scrittura contabile.

È evidente che non si emettono titoli perché non ci sono leggi di spesa (assumere un milione di giovani nella pubblica amministrazione) e quindi fabbisogni da finanziare, ed allora la memoria corre ai mesi di ottobre e novembre, quando abbiamo assistito all’indecoroso affastellarsi di decreti che erogavano risibili “ristori” ad imprenditori già fiaccati da mesi di cali di fatturato, attendendo fantomatici fondi da Bruxelles che forse vedremo a fine 2021.

Qualcuno voleva fare il primo della classe nella Ue ed ha lasciato cadere solo briciole verso imprese e lavoratori piegati dalla crisi, proprio mentre il forno di Francoforte non aveva altra scelta che sfornare pane in quantità illimitata.

Nessun commento:

Posta un commento