L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 gennaio 2021

Gli Stati Uniti non sono un paese Sovrano ma la sua politica è determinata dalle lobby saudite ed ebree sioniste

I SAUDITI SI COMPRANO GLI USA. FINANZIANDONE LE LOBBY
3 Gennaio 2021

Mohammed bin Salman.

di Giuseppe Gagliano –

Secondo l’agenzia stampa Reuters il Dipartimento di Stato Usa ha dato il via libera alla vendita di 3mila munizioni di precisione all’Arabia Saudita per un valore di 290 milioni di dollari. Nello specifico la fornitura consisterebbe in GBU-39 Small Diameter Bomb I (SDB I), corredata di contenitori, attrezzature di supporto e ricambi. Indipendentemente dalla motivazione in base alla quale il Regno saudita ha chiesto una tale quantità di armi (la solita strategia in funzione anti-iraniana), qual è la rilevanza di questa notizia sotto il profilo politico? Si conferma ancora una volta il legame di ferro esistente fra Stati Uniti e Arabia Saudita, sul quale però è necessario spendere qualche parola.
Il governo dell’Arabia Saudita, attraverso molte società di lobbying, agenzie di comunicazione o associazioni che rappresentano i suoi interessi, influenza oramai da tempo la politica estera statunitense sia da un punto di vista operativo che sotto il profilo politico.
Anche se se gli Stati Uniti sono lo storico alleato e protettore del Regno a partire dal Patto del Quincy nel 1945, le relazioni si sono raffreddate dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Ma al di là di questa di questo fatto puramente contingente, Riad influenza Washington attraverso generose donazioni che vengono regolarmente inviate a vari think tank americani da benefattori vicini al Regno o da alleati, come gli Emirati Arabi Uniti.
E’ il caso per esempio dell’influente Atlantic Council, che ha ricevuto 2 milioni di dollari in donazioni nel 2015, o il Centro per gli studi strategici e internazionali, che ne ricevuti 600mila nello stesso anno. L’obiettivo è quello di creare un flusso di rapporti e analisi che seguano la linea politica saudita per diffonderli nella sfera politica della Casa Bianca e del Congresso. La consistenza e la rilevanza di questi finanziamenti fanno sì che si possa parlare in modo assolutamente legittimo di una vera e propria lobby saudita che beneficia di una particolarità del governo degli Stati Uniti e cioè la privatizzazione e l’esternalizzazione di alcune funzioni governative che si sono concretizzate nelle amministrazioni statunitensi negli anni ’80, assumendo spesso la forma di relazioni e studi strategici che possono a volte diventare determinanti nei processi decisionali o legislativi del governo.
La strategia di finanziamento dei think tank americani più influenti consente al Regno di piazzare le sue pedine nel processo decisionale del governo, come nel caso della reintroduzione delle sanzioni in Iran o dell’embargo al Qatar.
Le forti tensioni con l’Iran e la Russia, ancora una volta i nuovi principali antagonisti di Washington, consentono all’Arabia Saudita di riprendere il suo status di grande alleato. E quale modo migliore per ripristinare la sua immagine che presentare l’Arabia Saudita sotto un nuovo volto, con l’ambizione di riformare la sua economia, nonché la sua società e la vita politica, sotto la guida del un giovane principe ereditario Mohammed Bin Salman?
Questo principe della comunicazione cerca di dare un’immagine moderna del Regno. Ciò che osserviamo è che attorno a lui gravitano molte società di lobbying straniere, spesso pagate a caro prezzo. Le azioni di questi gruppi sono centralizzate all’interno del governo saudita e cioè dal Centro per gli studi e gli affari dei media della Royal Saudi Court. Queste aziende comprendono American BGR Government Affairs, pagato fino a 500milla dollari all’anno, Qorvis Communications, la cui commissione è pari a 280mila dollari al mese, Gloven Parco Group, Società di lobbying americana composta da ex membri del governo Clinton che fatturano 150mila dollari mensilmente, o Burson-Marsteller, di proprietà del più grande studio legale di marketing britannico WPP, che ha fatturato i suoi benefici a 3,6 milioni. Dal 2015, il Regno ha pagato quasi 18 milioni a 145 lobbisti registrati per influenzare il processo decisionale del governo degli Stati Uniti. In aggiunta a queste società di lobbying commissionate dal Regno non possiamo non menzionare il Unites States-Saudi Arabian Business Council (USSABC), o un influente gruppo di pressione come gli Amici dell’Arabia Saudita.

L’insieme di questi elementi stanno a dimostrare da un lato come lo studio della politica internazionale di una nazione non possa assolutamente prescindere dallo studio delle lobby che ne influenzano l’azione, e dall’altro lato queste riflessioni stanno a dimostrare come la sovranità degli Usa sia influenzata profondamente non solo da quella saudita ma anche da quella ebraica, come ampiamente illustrato dal saggio “La lobby israeliana e la politica estera americana”, scritto da John Mearsheimer e Stephen Walt nel settembre 2007.

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