L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 12 gennaio 2021

Gli strumenti militari devono servire gli interessi degli italiani, oggi le istituzioni in cui sono inserite NON sempre perseguono questi obiettivi

Lo strumento militare e l’arma dei Carabinieri

10 gennaio 2021 


Negli ultimi 40 anni l’Italia ha partecipato a quasi tutte le missioni di ristabilimento e mantenimento della pace nel mondo, per tentare di riacquistare una minima rilevanza politica internazionale, persa dopo un conflitto condotto in modo disastroso e concluso peggio. Per un certo tempo ci siamo anche cullati nell’illusione che questa disponibilità ci consentisse di entrare a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come membro permanente, in competizione con Germania e Giappone, gli altri due paesi perdenti della seconda guerra mondiale.

Abbiamo tentato di giocare un ruolo importante di mediazione nei rapporti tra Est ed Ovest, per superare definitivamente i rancori della “guerra fredda”, che per 50 anni aveva visto la contrapposizione dei due blocchi congelati dal terrore di una reciproca totale distruzione.

Più recentemente abbiamo dovuto prendere atto del fatto evidente che da soli non eravamo e non siamo comunque in grado di intervenire in Libia né politicamente né militarmente, per stabilizzare una situazione tuttora molto pericolosa per la nostra sicurezza e i nostri rifornimenti energetici.


Non essendoci quindi una chiara e autonoma linea di politica estera italiana, riesce difficile immaginare che ci possa essere una qualsiasi politica di difesa. I nostri governi infatti si sono sempre affidati esclusivamente alla nostra appartenenza all’Alleanza Atlantica, anche se poi non ne hanno mai rispettato fino in fondo i conseguenti impegni economici in termini di budget e investimenti, e la nazione leader della NATO, gli Stati Uniti, già da tempo, dimostrano una maggiore attenzione strategica ad altre aree del mondo.

La perdurante pochezza politica dell’Unione Europea, ancora molto divisa e di cui l’Italia è una parte sempre più debole stretta tra Germania e Francia, sembra poi escludere del tutto il Vecchio Continente dalla nuova sfida globale tra i due giganti mondiali USA e Cina.

La potenza asiatica, in particolare, sta infatti crescendo, non solo sotto il profilo economico, ma anche industriale, commerciale e militare e, molto presto, sarà quindi in grado di competere alla pari con gli Americani.


Infatti ora, anche grazie alla capacità con cui è riuscita ad uscire rapidamente dalla pandemia Covid 19 iniziata nel suo territorio, militarizzando tutta la sua popolazione, e alla inaspettata “debacle” elettorale di Trump, suo nemico dichiarato, la Cina sta crescendo vertiginosamente e minacciosamente.

Questa potrebbe essere una delle tante ragioni che hanno spinto la Gran Bretagna alla Brexit. Il Regno Unito si è così legato ancor di più agli Stati Uniti e agli altri paesi di lingua inglese, Canada e Australia, tra l’altro, privando l’Unione Europea di una buona metà del precedente deterrente nucleare e subito dopo incrementando vistosamente il proprio bilancio per la difesa.

La debolezza dell’Europa e la preoccupazione strategica degli Stati Uniti per la crescente potenza cinese possono anche spingere la Russia a reagire, ancora più decisamente di quanto fatto sinora, al sofferto isolamento a cui la fine dell’Unione Sovietica l’ha costretta.

Impiego, ruolo e criticità dello strumento militare: le Forze Armate

La nostra bella e decantata Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma non esclude affatto la difesa della nostra sopravvivenza e dei nostri vitali interessi. Anzi, la stessa Carta Costituzionale afferma che la difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino. Il concetto di difesa risulta oggi, ancora più che in passato, strettamente legato e dipendente da quello di sicurezza. Infatti non ci può essere difesa senza sicurezza e, quindi, sicurezza senza difesa.

Questo binomio, ormai inscindibile non solo concettualmente, impone che le esigenze militari e di sicurezza siano fronteggiate con strumenti capaci, efficienti, duttili, perfettamente coordinati e fusi tra loro in un unico sistema. Strumenti che devono essere anche affidabili e credibili per dare la certezza che, in caso di estremo bisogno, verrebbero impiegati senza remore.


Le Forze Armate italiane, malgrado lo svantaggio iniziale del dopoguerra, i tanti pregiudizi e la loro trasformazione in corsa dalla leva al servizio volontario, hanno fatto in ogni circostanza molto egregiamente la loro parte, impegnandosi allo spasimo, pagando anche con la vita di diversi caduti in missione, crescendo e professionalizzandosi e diventando di fatto l’unico nostro concreto strumento di politica estera.

Ciò è avvenuto con pochissimi riconoscimenti, se non quelli piuttosto sorpresi dei nostri alleati e partner, i cui soldati, diversamente dai nostri, hanno sempre potuto contare sul sostegno corale dei loro “sistemi paese”, mirati e coordinati al conseguimento di precisi scopi strategici, politici ed economici.

Nelle missioni di stabilità all’estero e di formazione delle forze di sicurezza locali, l’Arma dei Carabinieri si è poi particolarmente distinta, ritagliandosi un ruolo direi unico. I suoi contingenti, infatti, svolgendo la loro peculiare e originale duplice funzione militare e di polizia, hanno rappresentato un valore aggiunto alle capacità dei contingenti militari, tanto che i nostri alleati hanno continuato a chiederne la presenza in ogni missione internazionale.

Ma la storia ci insegna che la pace e la stabilità non sono mai sufficientemente garantite senza una vera deterrenza nei confronti di chi le potrebbe minacciare. Pertanto – come anni fa dichiarava piuttosto brutalmente un Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico, scandalizzando i giornalisti italiani che lo intervistavano – la prima missione e capacità delle forze armate dovrebbe essere quella di “uccidere e distruggere il nemico”.

Al contrario, il generale disinteresse dell’opinione pubblica italiana per le problematiche militari e la costante riduzione degli stanziamenti e quindi delle reali capacità belliche del nostro Paese da parte della politica hanno indotto o meglio costretto le nostre Forze Armate a ricercare una sopravvivenza in ruoli e missioni molto diversi dalla loro prioritaria funzione di prontezza e deterrenza militare. In linea con le loro tradizioni di obbedienza, disciplina e disponibilità, gli uomini e le donne con le stellette si sono quindi generosamente prestati.


Non solo negli interventi umanitari per integrare e magari sostituire la protezione civile nelle ormai croniche calamità della nostra Penisola, ma anche in altre operazioni svolgendo compiti molto diversi come ausiliari di polizia, sanitari, assistenti sociali, e persino becchini e netturbini. Direi quasi sempre per sopperire alle tante carenze di un sistema paese in cui poco o niente funziona.

Ma tutto questo impegno, molto meritevole sotto ogni profilo, non ha portato ad una maggior considerazione e valorizzazione delle Forze Armate in termini concreti. Anzi, pare che abbia indotto i nostri governanti a favorirne una sorta di demilitarizzazione strisciante, con sempre maggiori impoverimenti in termini di risorse, mezzi e personale.

Tralasciando infatti un lungo e particolareggiato elenco, mi limito a citare in modo sintetico le carenze di molte componenti dell’Esercito, da quelle di comando e controllo a quelle cyber, dai mezzi corazzati e meccanizzati agli elicotteri e all’artiglieria e missili, ma anche a quelle dell’Aeronautica e della Marina, in particolare in velivoli e navi. Certo ci sono in programma alcuni incrementi di spesa per acquisire nuovi mezzi, materiali e armamenti, in sostituzione di quelli ormai obsoleti o già svenduti sul mercato internazionale.

Ma, in ogni caso, si tratta di risorse insufficienti per soddisfare tutte le esigenze, come l’ammodernamento della flotta e delle componenti aeree della Marina e dell’Aeronautica. Ne rimangono quindi molto poche persino per l’arruolamento e l’addestramento delle truppe.

A tutto ciò si è aggiunta anche la perniciosa e improvvida iniziativa della recente apertura al sindacalismo militare, in sostituzione della rappresentanza militare, da tempo in crisi proprio per la tendenza ad assomigliare ad un sindacato.


Sperando di sbagliarmi, non posso infatti fare a meno di pensare che i sindacati militari, nella loro versione italiana, diventeranno in breve tempo un’insanabile contraddizione interna alle Forze Armate e, malgrado qualsiasi palliativo si potrà escogitare, finiranno per intaccare e attaccare il principio gerarchico su cui si fonda il sistema militare.

Queste condizioni rischiano così di minare nella forma e nella sostanza la credibilità e la compattezza del nostro apparato di difesa, rendendolo di fatto inutile.

Nel frattempo si è già scatenata una silenziosa, ma non per questo meno aspra “guerra istituzionale” tra le Forze Armate per contendersi le briciole di un budget militare tra i più poveri nell’ambito dei maggiori paesi europei e che, come si può facilmente prevedere, si ridurrà ancora di più nel prossimo futuro per recuperare le perdite economiche della pandemia. Questo è forse uno dei motivi per cui l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica sembrano ricercare una maggior visibilità e gradimento nell’opinione pubblica, offrendosi per compiti alternativi a quelli prettamente militari.

Lo scopo è certamente quello di prevenire ulteriori tagli ai loro programmi di spesa per assicurarsi così una pur minima funzionalità istituzionale. Qualche recente articolo apparso sulla stampa di settore pare anche voler sponsorizzare ed esaltare il ruolo e quindi l’esclusività dei compiti di una forza armata a scapito delle potenzialità e capacità delle altre. Quasi a provocare una competizione che ricorda vagamente qualcosa di già visto prima e durante l’ultimo conflitto mondiale, quando il mancato coordinamento e le gelosie tra le diverse forze armate, già pesantemente penalizzate dal grande divario qualitativo e quantitativo di mezzi e armamenti rispetto agli avversari, resero inevitabile la nostra sconfitta.

L’Arma dei Carabinieri

Da questo confronto non può ritenersi esente neanche l’Arma dei Carabinieri che, pur facendo parte a pieno titolo delle Forze Armate, ha come missione principale l’ordine e la sicurezza pubblica in pace e in guerra.

Proprio questa cifra distintiva rappresenta di per sé una qualità e una capacità assolutamente peculiare e unica, che spesso si scontra con gelosie istituzionali, sia nell’ambito della difesa che degli interni, e con i pregiudizi di una concezione anglosassone e nordica che non ci appartiene e prefigura un’assoluta e dogmatica incompatibilità tra la condizione militare e le funzioni di polizia in generale.


Una separazione funzionale più ideologica che logica, che appare superata e anacronistica se rapportata alle diverse e crescenti esigenze di sicurezza che coinvolgono tante se non tutte le articolazioni dello Stato.

D’altro canto è proprio la condizione militare dei Carabinieri che consente loro di gestire e far funzionare efficacemente la poderosa organizzazione territoriale che, con ben 5600 presidi distribuiti su tutta l’Italia, dalle grandi città sino ai più piccoli centri, costituisce un dispositivo vitale e indispensabile per la nostra sicurezza nazionale.

Tutto ciò funziona ancora oggi, ma non si sa per quanto ancora durerà o meglio resisterà alle critiche condizioni in cui versano le Forze Armate e di cui l’Arma fa appunto parte. Alcuni segnali negativi sono arrivati recentemente da qualche brutto e poco edificante episodio che ha visto il coinvolgimento di carabinieri in attività criminali durante il servizio.

Questi fatti hanno leso l’immagine e il prestigio dell’Arma, dando la stura a critiche ideologiche talvolta illogiche, e a tanti “riformisti e allenatori” dell’ultima ora che in Italia non mancano mai e che vorrebbero cambiare l’unica “squadra” che vince. Non considerano infatti gli oltre centomila altri carabinieri che ogni giorno continuano a fare fedelmente e silenziosamente il loro dovere, operando con dignità e coraggio nel pieno rispetto della legge. Spero quindi che questi cattivi esempi vengano al più presto severamente puniti e non servano solo a indiscriminate campagne denigratorie, e rimangano ciò che sono, cioè episodi isolati. Ritengo però che sia ancora più importante ricercarne scrupolosamente tutte le cause per impedirne il ripetersi.


Una è certamente la grave carenza dell’azione di controllo dei superiori. D’altro canto, a loro parziale scusante, i comandanti di ogni livello gerarchico possono dire di non avere in realtà molte possibilità d’intervenire e interferire nelle attività investigative svolte dai dipendenti. Infatti il controllo e il coordinamento funzionale degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria spettano per legge ai Pubblici Ministeri.

Oggi poi qualsiasi tentativo di intromissione nella vita privata dei dipendenti può costituire una violazione di legge perseguibile sia penalmente che civilmente. L’azione disciplinare riguarda fattispecie molto categorizzate e quindi risulta difficile da avviare senza avere già in partenza precisi ed inconfutabili elementi di prova e contestazione a carico dell’interessato. Questo è il motivo per cui molte situazioni di incompatibilità ambientale, non venendo rilevate e risolte per tempo, possono degenerare in fatti e reati anche gravi da riportare immediatamente alle competenti autorità giudiziarie, quindi quando è già troppo tardi per prevenirli o impedirli.

Insomma alla luce del quadro normativo e disciplinare vigente, diventa molto problematico rilevare le mancanze e punirle con tempestivi provvedimenti disciplinari e magari procedere agli opportuni trasferimenti, senza esporsi ad una marea di ricorsi e contenziosi che sembrano poter inibire qualsiasi provvedimento non gradito.

A queste problematiche procedurali – da cui il sistema militare dovrebbe essere almeno in parte esentato e godere di un proprio regime amministrativo particolare per la sua specificità e funzionalità, come avviene per il profilo penale – si aggiunge anche la cronica mancanza di fondi sufficienti per pagare le previste tabelle di tramutamento, indispensabili per disporre i trasferimenti d’autorità e per servizio. Pertanto si cercano soluzioni di compromesso gradite agli interessati che così ne assumono le relative spese.


Tutto ciò, pur consentendo qualche risparmio, ha aggravato enormemente il problema dell’assuefazione e delle incompatibilità ambientali, favorite dalle inevitabili e sempre più lunghe permanenze del personale nella stessa sede ed incarico. A questo proposito una recentissima circolare del Comando Generale per porre un primo rimedio al problema, almeno nell’ambito delle Stazioni CC, pare stia provocando una generale levata di scudi che, molto probabilmente, finirà per bloccare il provvedimento.

Da vecchio ufficiale osservo poi che oggi per un comandante risulta molto più semplice “fare il buono” e passare sopra alle più o meno lievi mancanze, lasciando alla magistratura ordinaria o militare l’eventuale valutazione di quelle più gravi, risparmiandosi così contestazioni e contenziosi e magari reprimende dalla scala gerarchica. Diversamente “fare il cattivo”, anche quando i fatti da contestare risultino in modo inequivocabile, è molto più complicato e rischioso, anche perché, non solo non si può commettere alcun pur piccolo errore procedurale pena l’annullamento del procedimento disciplinare, ma bisogna stare molto attenti a non prestare il fianco ai frequenti esposti anonimi e denunce.

Ci sono motivi di preoccupazione anche per ciò che riguarda l’arruolamento del personale dell’Arma che, ormai da molto tempo, non passa più dalle forche caudine di un setaccio informativo approfondito, esteso e molto selettivo. Una volta, infatti, venivano raccolti e vagliati i precedenti civili e penali di tutti i parenti del candidato, pur lontani, non conviventi e persino defunti, le sue amicizie e gli ambienti frequentati. Oggi le informazioni si limitano di norma ai componenti conviventi del ristretto nucleo familiare, per cui alcune pur palesi incompatibilità e incongruenze possono sfuggire.


Sino ad una ventina di anni fa, inoltre, si potevano arruolare carabinieri anche giovanissimi, persino minorenni di 17 anni con l’assenso dei genitori. Questi ragazzi venivano selezionati, plasmati e preparati nelle scuole dell’Arma con una precisa impostazione per il particolare servizio cui erano destinati. Oggi la gran parte degli arruolati proviene dalle Forze Armate, dove ha prestato servizio per anni e in quelle ha profuso le migliori energie. Arrivano con un’età media di 24/25 anni, spesso già sposati e con figli a carico. Le Forze Armate cercano naturalmente di tenersi gli elementi migliori.

Da qualche tempo sono stati quindi varati correttivi per consentire che almeno una parte di arruolamenti venga tratto ancora direttamente dai civili, ma resta il fatto che i nuovi carabinieri provengono da una società in crisi di valori con tutto un fardello di problemi personali e familiari spesso irrisolti.


Di recente, poco prima della nomina del nuovo Comandante Generale, qualche opinionista, a mio avviso poco informato e forse anche male consigliato, scandalizzandosi per la presunta bagarre scatenatasi tra i generali dei carabinieri per quella carica, aveva riproposto come rimedio di ritornare al passato, affidando il comando dell’Arma ad un generale dell’Esercito. Questo suggerimento, riproposto ciclicamente, mi pare francamente fuorviante, pretestuoso e offensivo nei riguardi di tutta l’Istituzione.

La complessità e la specificità odierna dell’Arma presuppone infatti che il suo Comandante Generale ne conosca profondamente e dettagliatamente struttura e funzionamento, proprio per poterla guidare e controllare meglio. E così è stato negli ultimi venti anni.

Pochi poi rammentano che l’Arma, in particolare durante i periodi bellici, quindi nei momenti più critici della storia italiana, ha già avuto comandanti provenienti dalle proprie fila. Il Comandante Generale, nel dopo guerra, veniva prescelto dalle altre armi dell’Esercito solo perché la legge stabiliva fosse un generale di corpo d’armata, un grado che allora non era previsto nell’organico dell’Arma. Quando questa limitazione è stata superata con la legge di riforma del 2000, in realtà non vi era più alcuna valida ragione perché non venisse prescelto tra i carabinieri. Una prassi a cui si è subito allineata anche la Guardia di Finanza.


Si deve anche tener presente che il sistema di promozione degli ufficiali delle Forze Armate e in particolare dei carabinieri è molto selettivo (per ogni avanzamento la media è solo di 1 su 3 da tenente colonnello in su). Una tale selezione, ripetuta per ogni passaggio di grado, salvo eccezioni, è la conferma del merito dei promossi, anche se spesso le commissioni di avanzamento sono costrette a fare scelte difficili e dolorose escludendo elementi altrettanto validi. La nomina di un generale inadatto risulta pertanto non impossibile ma certamente piuttosto improbabile.

In considerazione poi del livello, importanza e delicatezza dell’incarico di vertice, mi pare inevitabile che sia una scelta politica, ma questa in ogni caso ricade sempre e solo all’interno di una terna di ufficiali meritevoli, esperti, preparati e con un curriculum di vita e di servizio inappuntabile. Magari questa regola fosse applicata indistintamente per tutte le altre amministrazioni e articolazioni dello Stato!

In sintesi la vera forza dei Carabinieri e della loro struttura organizzativa derivano dalla loro condizione militare e dall’appartenenza alle Forze Armate, con le quali condividono gloriose tradizioni di dedizione, fedeltà e disciplina, ma anche, seppure in misura e modi diversi, le problematiche e le criticità. Malgrado queste difficoltà l’Arma dei Carabinieri rappresenta tutt’oggi in Italia il maggiore, più potente e affidabile organismo di sicurezza dello Stato, con oltre 110.000 unità distribuite in diverse organizzazioni, articolazioni e reparti specializzati che vigilano su tutto il Paese e in tanti settori della vita pubblica, in Italia e all’estero.

Foto: Carabinieri in attività addestrative e missioni oltremare (Difesa.it e Gianandrea Gaiani)

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