L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 gennaio 2021

L'Occidente ci regala il Grande Cambiamento dove i ricchi diventano sempre più ricchi e la dittatura sanitaria per i popoli. La Cina agisce sulla domanda a livello strutturale ampliando i diritti sociali. Se dobbiamo scegliere a quale dittatura appartenere non c'è concorrenza

C’è chi cresce e chi si strozza con le proprie mani

di Francesco Piccioni
25 dicembre 2020

Capire le differenze tra fenomeni che da lontano appaiono simili è fondamentale per orizzontarsi nel mondo. Non è che ci voglia una mente immensa (“la distinzione è la potenza dell’intelletto”, spiegava il maestro di pensiero dialettico), però almeno un po’ bisogna studiare, stare attenti, non lasciarsi andare al “tutto è uguale” e dunque arrendersi all’indistinto.

In materia macroeconomica, avvelenati da 30 anni di pensiero unico neoliberista, questa resa è abituale. Anche compagni una sacco speranzosi in un futuro migliore si fermano davanti alla complessità del reale, temendo di inciampare mentre avanzano in quella terra incognita.

Che però bisogna attraversare, se si vogliono cambiare davvero le cose e non solo lanciare maledizioni contro le ingiustizie del capitalismo.

Tra gli oggetti misteriosi dell’economia contemporanea c’è certamente la Cina, odiata o benedetta, ma così difficile da analizzare che si preferisce spesso lasciar perdere e utilizzare categorie fornite – non certo in modo disinteressato – dai propagandisti che imperano sui media mainstream.

Qui, come dovrebbe esser noto, impera il regno dell’austerità. Che qualche deficiente dotato di cattedra aveva chiamato “espansiva”, prima di crollare insieme al Pil da Lehmann Brothers in poi.

Un regno del pensiero economico fatto di “risorse scarse”, in cui l’obbiettivo è “migliorare la competitività” tagliando il salario reale, aumentando l’orario di lavoro, eliminando quote crescenti della spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione, ecc), riducendo la spesa pubblica. Tutto questo per favorire la capacità di esportare altrove quel che viene prodotto qui.

Un mondo, insomma, dove “dobbiamo fare sacrifici” riducendo a quasi niente i consumi interni (che dipendono dalla disponibilità di reddito delle “grandi masse” della popolazione, e dunque dal livello di salari e pensioni), per consentire alle imprese medio-grandi di vendere su altri mercati. I loro profitti, è la promessa che viene ripetuta da oltre 30 anni, prima o poi si riverseranno anche sul lato interno, grazie anche alle maggiori entrate fiscali che dovrebbero derivarne.

In realtà sappiamo che quei profitti prendono tutt’altre strade, e che dunque la “teoria dello sgocciolamento” della ricchezza verso il basso della scala sociale (o “approccio trickle down”) è una solenne presa per i fondelli.

Quanto alle tasse, è noto che c’è una concorrenza feroce tra paesi neoliberisti per “attirare capitali stranieri” abbassando al minimo le tasse per le società, al punto che ben poche aziende di grandi dimensioni pagano ormai i tributi all’interno del paese di origine (Olanda, Irlanda, Lussemburgo e diversi paradisi fiscali europei – oltre che caraibici – sono le destinazioni preferite).

In questo modo, insomma, gli investimenti latitano (i privati si tengono i profitti, allo Stato è fatto divieto di investire in settori produttivi), la domanda interna diminuisce, non si fanno più figli, chi può emigra per trovare un salario decente… e via a catena, in un avvitamento senza fine verso il degrado completo.

C’è qualcuno che agisce in altro modo?

Sì. Forse non lo fa per bontà d’animo ma per brutale calcolo economico. Però non ci vuole un’intelligenza sconfinata per capire che un’economia “export oriented” prima o poi sbatte contro il muro. Se tutti puntano sulle esportazioni, alla fine nessuno importa (a parte le materie prime indispensabili, dal ferro al petrolio); quindi nessuno esporta più di tanto.

In Cina questo lo hanno capito piuttosto bene, tanto che da vari decenni i salari crescono più velocemente del Pil (che pure galoppa a ritmi sfrenati), garantendo un alto livello di domanda interna – 1,4 miliardi di consumatori sono una bella base di partenza, no? – e anno dopo anno si espandono quei servizi sociali essenziali che costituiscono nel loro insieme una quota rilevante del “salario sociale”. Sanità pubblica, pensioni, istruzione, ecc.

Anche in Cina il coronavirus ha colpito con una certa durezza, ma molto meno che altrove, visto che lì il governo non ha scelto di “convivere con il virus” ma di eliminarlo ovunque si presentasse, anche con un numero minimo di contagiati.

Anche lì il Pil si è contratto a causa del lockdown, ma molto meno che altrove visto che ha riguardato solo le aree dove il virus si manifestava e solo per il periodo necessario a isolarlo.

Anche lì, dunque, i consumi interni nel 2020 hanno subito una battuta d’arresto.

E che fa un governo che non vuole cadere nella trappola della recessione? Interviene. Non con “ristori” e “sussidi”, ma riducendo le diseguaglianze di reddito in modo strutturale, aumentando la capacità di spesa della maggioranza della popolazione (i ricchi, infatti, anche lì non hanno problemi o limiti di spesa, se non quelli fisiologici).

Apprendiamo dunque dal China Daily di qualche giorno fa che “La Central Economic Work Conference che si è conclusa venerdì invita a promuovere l’occupazione, migliorare la rete di sicurezza sociale, ottimizzare la distribuzione del reddito, espandere la dimensione del gruppo a reddito medio e promuovere la prosperità comune.”

Il “crudele” Partito Comunista si è infatti accorto che “A causa dell’impatto della nuova pandemia di coronavirus, il ritmo di ripresa della domanda è notevolmente più lento di quello dell’offerta. Le vendite totali al dettaglio di beni di consumo finora quest’anno non hanno ancora raggiunto i livelli dello stesso periodo dell’anno scorso.”

E si è mosso per rimediare. “È naturale che le autorità centrali insistano sull’aumento della domanda interna, che domina molti settori economici chiave.” Sapendo bene, perché programmano da 70 anni, cosa bisogna fare in questi casi.

“La produzione e gli investimenti sono da tempo la priorità dello Stato e sono motori di crescita efficaci, ma la riforma del sistema di distribuzione del reddito è ancora in ritardo. Se il problema non viene affrontato ora, ridurrà direttamente la sostenibilità della crescita economica a lungo termine, poiché l’aumento dei redditi e dei consumi delle persone rallenterà e le questioni relative all’eccesso di capacità e al debito diventeranno più importanti.”

E non stiamo parlando solo dei consumi essenziali (cibo, casa, abbigliamento), come sarebbe logico in un’ottica pauperistica.

“I dati dell’Accademia cinese delle scienze sociali mostrano che nell’ultimo anno quasi la metà della spesa della popolazione per attività di svago e intrattenimento è stata inferiore a 1.000 yuan ($ 153) pro capite, riflettendo il limitato potere di spesa delle famiglie.

Non va bene, anche perché ci sono esempi negativi a bizzeffe. Provenienti proprio dall’Occidente, anzi direttamente dal “paradiso del consumismo”, gli Usa.

“Il fatto che il divario di reddito negli Stati Uniti abbia portato a una serie di problemi economici e sociali dovrebbe ricordare ai responsabili delle decisioni in Cina la necessità di colmare il divario di reddito sempre più ampio del paese.

Le disuguaglianza sociali, insomma, che tanto bene fanno ai singoli imprenditori, sono una iattura per l’economia nel suo complesso. L’arricchimento di pochi non serve a sviluppare il Paese, anzi lo blocca.

“Il paese ha bisogno di aumentare continuamente il suo contributo nei servizi pubblici e aumentare la copertura di istruzione, assistenza medica, assistenza infermieristica per anziani e alloggi sovvenzionati dal governo. Dovrebbe dare pieno gioco alla tassazione per adeguare efficacemente la distribuzione della ricchezza nazionale.”

I percettori di un reddito fisso, quelli che dispongono solo di una busta paga o un assegno pensionistico, non hanno infatti alcuna possibilità di espandere il proprio reddito con strumenti diversi.

“Più fonti di reddito hanno i ricchi, più possibilità hanno di evadere le tasse. Non c’è da stupirsi che il carico fiscale sia maggiore per coloro che appartengono alla fascia di reddito medio che per i miliardari.”

Sapendo questo, si marcia in direzione opposta.

“Pertanto, dopo aver eliminato l’abietta povertà rurale, le autorità dovrebbero dare la priorità ad affrontare la povertà comparativa tra i residenti urbani e rurali e anche tra i residenti urbani”.

Ma che cattivoni, non ti lasciano nemmeno il piacere di crogiolarti nella tua miseria, “libero” di lamentarti (ma senza esagerare, sennò anche qui ti gonfiano di manganellate e anni di galera…).

Quale lezione trarre? Una semplice, non ideologica ma brutalmente economica: la Cina non vuole fare la fine degli Usa e punta sul salario sociale di classe e su minore tassazione fiscale sui redditi medio bassi.

Se vuoi un Paese che cresce, devi aiutare il Paese, non chi ha già troppo.

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