L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 10 gennaio 2021

Ottimo l'accordo su Tempest e alla consegna delle navi all'Egitto

Dal Tempest alle Fremm egiziane: tra silenzi e ambiguità continuiamo a farci del male

4 gennaio 2021 


L’Italia ha firmato l’accordo con Gran Bretagna e Svezia per lo sviluppo del nuovo caccia Tempest ma la notizia viene stranamente tenuta segreta per due settimane.

Solo ieri il ministero della Difesa ha infatti reso noto con un comunicato stampa che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sottoscritto insieme al Segretario di Stato per la Difesa del Regno Unito Ben Wallace e della Svezia Peter Hultkvist, lo scorso 21 dicembre, un accordo trilaterale per lo sviluppo del nuovo sistema d’arma Tempest, definito “determinante per gli equilibri delle capacità militari e industriali a livello europeo e globale”.

In termini di comunicazione, ma anche politici, è interessante esaminare la genesi di questa notizia, resa nota solo ieri tra i comunicati stampa (a bassa visibilità nel sito della Difesa, per accedervi occorre cliccare sull’icona Area Stampa) e non tra le news in Primo Piano che appaiono in grande evidenza nella home page del sito.


Eppure una notizia di tale rilevanza politica, industriale e finanziaria come l’adesione ufficiale al Programma Tempest avrebbe certo meritato di apparire in Primo Piano sul sito della Difesa e di venire diffusa il giorno stesso della firma dell’intesa. Incredibile che a “bucare la notizia” (come si dice in gergo giornalistico) sia stato proprio il ministero della Difesa che peraltro da tempo evidenzia correttamente, insieme all’industria, l’importanza della nostra partecipazione al programma.

L’imbarazzante risultato di tale silenzio è che la notizia della firma dell’accordo è trapelata, resa nota il 2 gennaio dall’Agenzia Nova seguita dalle altre agenzie di stampa, costringendo il giorno successivo il ministero Difesa a pubblicarla tra i comunicati stampa, con ben 15 giorni di ritardo.

Eppure il 21 dicembre il sito del Ministero della Difesa aveva trovato il tempo per fornire testi e foto di altre due news ben evidenziate sul sito www.difesa.it: “Il Dipartimento Scientifico Militare del Celio sequenzia virus con variante riscontrata in Gran Bretagna” e “Nasce Zona Militare Club”.


Perché non comunicare anche la ben più rilevante notizia della firma dell’accordo trilaterale per il Tempest? Forse si temeva un acceso dibattito sui costi del programma del caccia di 6a generazione in questa fase di gravi difficoltà economiche, sanitarie e politiche?

L’ipotesi è plausibile tenuto conto che i fondi per lo sviluppo del Tempest non sono stati inseriti in una voce di spesa ad hoc ma sono stati mantenuti a più basso profilo inserendoli all’interno degli stanziamenti per l’aggiornamento dei caccia Typhoon.

Forse non si volevano creare ulteriori polemiche con l’ala “pacifista” della maggioranza di governo già impegnata a tutto campo a mandare a rotoli la nostra industria della difesa impedendo l’export dei prodotti made in Italy?

Non a caso, per queste ragioni, ha avuto un esilissimo profilo anche la consegna alla Marina egiziana della prima delle due Fremm acquisite in Italia (la al-Galala, ex Spartaco Schergat, è arrivata da poche ore nel porto di Alessandria come mostra il video ) la cui cessione è stata peraltro autorizzata dall’attuale governo nonostante le polemiche relative al caso di Giulio Regeni, i cui genitori hanno annunciato un esposto contro l’esecutivo per la fornitura delle navi all’Egitto in violazione della Legge 185/90 sull’export delle armi a paesi che non rispettano i diritti civili.


Meglio ricordare anche che il 22 dicembre la Commissione Esteri della Camera dei Deputati ha approvato una risoluzione proposta da Yana Chiara Ehm (M5S) e Lia Quartapelle (PD) che rimpegna il governo a rinnovare e ampliare lo stop all’export di prodotti della Difesa diretti all’Arabia Saudita ma anche agli altri stati coinvolti nel conflitto nello Yemen (in pratica quasi tutti quelli della Lega Araba, inclusi Egitto ed Emirati Arabi Uniti) bloccando anche le licenze di export già autorizzate.

Un provvedimento che sembra godere del supporto di almeno una parte del governo, incluso il viceministro degli Esteri Manlio di Stefano (M5S) secondo quanto sostiene il quotidiano Avvenire.

Una simile iniziativa avrebbe conseguenze disastrose per la nostra (residua) credibilità politica internazionale e per l’industria dell’Aerospazio e Difesa nazionale, la cui sopravvivenza è oggi più che mai legata alle commesse militari anche alla luce del fatto che l’epidemia di Covid-19 ha ridotto o azzerato le commesse aeronautiche civili e quelle della cantieristica da crociera.


Sauditi, emiratini ed egiziani sono non solo alleati ma anche ottimi clienti e stanno valutando nuove commesse miliardarie in Italia. Comprometterle bloccando anche i contratti in essere o rinunciarvi non porterebbe la pace nel mondo né aiuterebbe cause più o meno giuste (sono forse più “buoni” i missili iraniani lanciati dagli Houthi sulle città saudite delle bombe occidentali sganciate dai caccia di Riad sulle città yemenite?) ma ucciderebbe l’occupazione e l’industria hi-tech della Difesa italiana favorendo i nostri rivali francesi, britannici, statunitensi, russi, cinesi, tedeschi ….

Sul piano geopolitico e strategico poi, dopo aver regalato la Tripolitania e il Mediterraneo Centrale alla Turchia, ci manca solo che Roma si tagli fuori da sola dalle relazioni strategiche con gli stati che guidano la Lega Araba (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti in testa) riducendo così al lumicino il peso nazionale nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”.

Un’area dove è spesso difficile trovare emuli della democrazia elvetica ma dove molti stati fondamentali per i nostri interessi nazionali lottano contro terrorismo islamico e destabilizzazione sostenuta da potenze straniere.

Del resto il furore pacifista sostenuto da alcune componenti della maggioranza di governo (c’è chi vorrebbe addirittura bloccare l’export di armi leggere alle forze di sicurezza messicane impegnata in una vera e propria guerra senza esclusione di colpi contro i ben armati eserciti dei narcos) non è spiegabile solo con motivazioni ideali.

Non scordiamoci i molti amici della “Fratellanza Musulmana” (ostile a sauditi, emiratini ed egiziani) presenti nelle fila della sinistra politica e culturale italiana.

Meglio anche non dimenticare che il “partito filo-francese” è da tempo molto influente, soprattutto alla Farnesina e nel Partito Democratico: è infatti chiaro che Parigi sarebbe la prima a guadagnare dall’uscita di scena dei prodotti made in Italy dal ricco mercato della Difesa in Medio Oriente e Nord Africa.


La Francia non ha ancora digerito che il Qatar abbia comprato in Italia un’intera flotta “chiavi in mano” con tanto di elicotteri e missili, o che il Cairo abbia scelto le Fremm italiane dopo averne acquisita anni fa una francese o ancora che i sauditi valutino le Fremm italiane per sostituire le vecchie fregate francesi in servizio.

I successi della nostra industria e l’ipotesi che Roma scalzi Parigi da questi importanti mercati ha scatenato un acceso dibattito nella politica e sulla stampa francese.

Del resto se l’Italia si auto-escludesse da questi mercati i francesi potrebbero proporre con successo molti prodotti che questi stati arabi vorrebbero acquisire in Italia: fregate Fremm, pattugliatori, aerei da combattimento, veicoli da combattimento anfibi, satelliti….

Chi si trincera dietro la bandiera della pace e dei diritti umani è di certo consapevole che senza export la nostra industria dell’Aerospazio e Difesa è condannata al collasso. Uno scenario che favorirebbe ancora una volta gli interessi dei competitor, francesi in testa, da tempo interessati ad acquisire, magari a prezzi di saldo, pezzi pregiati del nostro apparato industriale.

Anche nel settore della Difesa e dell’export militare silenzi e ambiguità non fanno certo bene agli interessi nazionali ma favoriscono invece i nostri rivali che tanti fans sembrano avere anche nei palazzi romani.

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