L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 gennaio 2021

Pestare nella melma non è un vezzo degli avvocati che difendono i 'ndranghetisti ma anche di giornalisti che prima affermano che i giudici, le procure, le polizie giudiziarie hanno depistato e poi si scandalizzano contro l'idea che giudici scarcerano non in punta di diritto, ma per motivi meno nobili. Il Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato è una grande mamma che tutti riesce a raccoglie nel suo grembo

23/01/2021 14:08 CET
Borsellino, Gratteri e la nuova questione morale
Succedono cose straordinarie, accompagnate da un altrettanto straordinario far finta di niente


Nicola Gratteri e Paolo Borsellino

In un brano di un recente libro di Emanuele Macaluso (“Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo”, Feltrinelli) ripreso ieri dal Foglio, si spiega che, nella sinistra postcomunista, la questione morale posta da Enrico Berlinguer finì con l’intrecciarsi, disastrosamente, con il giustizialismo. C’è un passaggio brusco e splendidamente esaustivo: “Il ruolo assegnato da tutti i dirigenti del Pds/Ds/Ulivo/Pd a un politicante come Antonio Di Pietro, al suo partito personale e clientelare, è stato solo un segnale della deriva del centrosinistra al governo e all’opposizione”. Ricordo quando nel 1997 l’ex giustiziere di Mani pulite si candidò al Senato nel Mugello, e Giuliano Ferrara ne raccolse la sfida, per ragioni così profondamente politiche che naturalmente il centrosinistra le scansò. Il risultato paradossale è che l’ex comunista Ferrara fu sostenuto da Berlusconi, e Di Pietro – una specie di caricatura delle destra illiberale, sbrigativa, sempliciotta, violenta – dall’Ulivo. Era nientemeno che il perfetto prodromo del più popolare da preferire al meno popolare, non un’analisi raffinatissima, con l’aggiunta che Di Pietro era il magistrato all’inseguimento delle tangenti fin sul portone di Botteghe Oscure, senza riuscire a scoprire chi materialmente le incassò, e la responsabilità penale, si sa, è personale. Quella politica no, ma Di Pietro, scarpe grosse e cervello fino, ci passò sopra, e ben felici di passarci sopra i postcomunisti. Far finta di niente, e tutti contenti. Eccolo il disastro ulteriore.

Lo dico perché in questi giorni succedono cose straordinarie, accompagnate da un altrettanto straordinario far finta di niente. Sono uscite, per esempio, le motivazioni della sentenza del Borsellino quater (già il nome Borsellino quater dovrebbe indurre a non far finta di niente). Ebbene, secondo i giudici d’appello la strage di via D’Amelio non ebbe nulla che vedere con la trattiva Stato-mafia, teoria secondo la quale Paolo Borsellino venne fatto fuori dalla mafia, con qualche complicità dello Stato, poiché lo Stato e la mafia avevano raggiunto un’intesa: lo Stato avrebbe mollato la presa, e la mafia l’avrebbe piantata con le bombe. E Borsellino non era d’accordo. Fantasie, si legge nella sentenza. Borsellino doveva morire in vendetta per il maxiprocesso istruito con Giovanni Falcone, e per “cautela preventiva”, poiché stava lavorando a un’inchiesta su mafia e appalti (e gli appalti riguardavano anche il palazzo di giustizia di Palermo).

Lì s’avvia quello che è stata definito il più grande depistaggio della storia della Repubblica: si arrestano i responsabili della carneficina, li si processano, li si condannano, per poi scoprire che responsabili non erano. Tutti innocenti. Non è che la circostanza scuota molto le coscienze degli affezionati alla questione morale, ma vabbè. Non le scuote nemmeno l’idea che – mentre lo si celebra con lacrime e fanfare a ogni anniversario – Borsellino sia un doppio martire: del tritolo e della menzogna. Sempre nelle motivazioni di sentenza, si legge che l’attentato fu opera della mafia, ma è possibile “abbia intersecato convergenti interessi di altri soggetti o gruppi di potere estranei a Cosa nostra”. Quali soggetti? Quali gruppi di potere? Boh. Non penso i giudici estensori delle motivazioni siano reticenti. Penso siano seri e non affermino quanto non possono provare. Ma insomma, Borsellino viene ammazzato dalla mafia con interesse convergente di gruppi di potere, segue il più grande depistaggio della storia della Repubblica organizzato dalla polizia giudiziaria e avvallato dalla procura e dai giudici, e nel frattempo pure la teoria successiva, quella della trattativa Stato-mafia, si rivela inconsistente.

Mettiamola giù ancora più facile: per anni alcuni magistrati, issati sui piedistalli laici, hanno accusato i massimi vertici dello Stato, fino alla presidenza della Repubblica, di avere avuto un ruolo nella morte di Borsellino, e furono accuse senza fondamento, e intanto non sappiamo ancora chi e per quali ragioni mise in piedi il più grande depistaggio della nostra storia, organizzato dalla polizia giudiziaria e avallato dalla procura e dai giudici. E tutti fanno finta niente.

Succede, ancora, che un altro eroe dei nostri tempi, il procuratore Nicola Gratteri, indaghi il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, proprio nei giorni in cui Cesa è centrale in un tentativo di ricomposizione della crisi di governo. Diciamo così: cose che succedono in un paese in cui le crisi di governo e le inchieste sulla politica sono impegno quotidiano. Che poi Gratteri vada per giornali e tv a illustrare le sue ipotesi d’accusa fa parte della considerazione che abbiamo del ruolo della magistratura e della presunzione d’innocenza. La novità risiede invece nel finale di una di queste interviste, quella concessa a Giovanni Bianconi del Corriere della Sera (ne ha scritto qui Gianni Del Vecchio). Bianconi chiede a Gratteri per quale ragione un considerevole numero delle sue prodigiose inchieste finisca dimezzato o annientato dal vaglio dei giudici, e la risposta stupefacente è che “se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni”. Bianconi sobbalza. Ma come? Ci sono inchieste anche sui giudici? Cioè, Bianconi capisce benissimo l’allusione, i giudici scarcerano non in punto di diritto, ma per motivi meno nobili che presto sapremo illustrare. A quel punto, Gratteri si ferma, non posso rispondere, dice. Ma in realtà ha già risposto. E non so come definirlo questo metodo, o meglio saprei ma mi autocensuro per viltà, e invito tutti voi a mettervi nei panni di un giudice chiamato domani a valutare la carte d’accusa di Gratteri, un magistrato che Matteo Renzi voleva portare al ministero, al quale Matteo Salvini ha dichiarato stima e fiducia pregiudiziali, e che riceve l’inchino più profondo da ogni partito. E infatti, anche qui, tutti fanno finta di niente.

Sulla nostra vita civile ridotta così, sullo sconcio senza fine del caso di Paolo Borsellino, sul ricatto eterno, tutti fanno finta di niente, nessuno ha niente da dire, non il Csm, ulteriormente fiaccato e svergognato dagli scandali ultimi, non il ministero della Giustizia, ulteriormente asservito e azzittito da un titolare rimasto alla sensibilità del diritto di Hammurabi, non la presidenza del Consiglio, alle prese con la propria carcassa, non i sedicenti garantisti stroboscopici. Niente di niente. Questa, mi sa, è una bella questione morale.

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