L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 gennaio 2021

Se negli Stati Uniti ri-salta l'immobiliare come nel 2007, la valanga diventerà sciolina inarrestabile e come nel 2008 si riverbererà su tutti gli altri comparti. Obiettivo massimo raggiunto dal Grande Cambiamento Occidentale

La bolla immobiliare spaventa gli Usa come nel 2007 e Goldman Sachs lancia l’allarme subprime

4 gennaio 2021

The Big Short. Paramount Pictures

Ciclicamente, i canali televisivi ripropongono The big short, il film che racconta origine ed esplosione della crisi subprime. Prepariamoci a una ri-programmazione seriale. E, molto probabilmente, in prima serata. Con tanto di dibattito a seguire. Perché sono i numeri a parlare: gli Usa sono entrati nel 2021 con un mercato immobiliare più in bolla che nel 2007, l’anno della grande gestazione di quello che poi si sarebbe trasformato nel peggiore crash finanziario dal 1929. Il tutto, almeno in via ufficiale, apparentemente in modalità da farsesco e drammatico giorno della marmotta. Ovvero, nel totale disinteresse dei cosiddetti regolatori. Déjà vu. Quando infatti al termine dell’ultimo board della Fed, Jerome Powell fu interrogato riguardo l’eventuale preoccupazione della Banca centrale per il mercato immobiliare, la sua risposta fu estremamente tranquillizzante: “Direi che da un punto di vista di stabilità finanziaria, ad oggi il prezzo degli immobili non è a un livello che debba destare allarme. Ovviamente, seguiremo con attenzione le dinamiche ma, ripeto, nel breve termine non lo ritengo argomento che debba suscitare apprensione”.

Era il 16 dicembre scorso e la domanda fu posta alla luce dell’ultima lettura dell’indice Case-Shiller relativo a 20 città statunitensi, il tracciatore su base annua proprio del prezzo delle case: al massimo da sei anni, come livello di crescita della dinamica. Ma Jerome Powell ostentò sicurezza. A due settimane di distanza, qualcuno ha deciso che forse è il caso di suonare la sveglia al riguardo. E il fatto che quel qualcuno risponda al nome di Goldman Sachs dovrebbe far propendere tutti per una certa cautela, prima di ridimensionare e minimizzare la questione ad allarme ciclico. I numeri, dicevamo. Messi in fila, in effetti, fanno impressione. Fra il quarto trimestre del 2019 e quello dell’anno appena concluso, il tasso sul mutuo a 30 anni (il più diffuso, il vero benchmark del comparto) è sceso di 100 punti base. Nel medesimo periodo (ottobre 2019-2020), la costruzione di nuove abitazioni unifamiliari ha registrato un +29%, mentre proprio l’indice Case-Shiller ha segnato un +7%. Ma non basta.

Rispetto agli ultimi tre mesi del 2019, il 2020 si è chiuso con l’80% dei mutui convenzionali a 30 anni in essere che vedevano i loro titolari benefeciari di un regime di incentivo al rifinanziamento di 50 punti base od oltre. Insomma, un vero boom. come mostra questo grafico

Goldman Sachs

il quale contestualizza la situazione attraverso l’Housing Activity Tracker della banca d’affari, di fatto il tracciatore di vendite e costruzioni di immobili: Jerome Powell non è preoccupato ma la direzione di quella linea blu parla la lingua della bolla. In pericolosa e rapida espansione.

Ma è questo secondo grafico composito a dover far paura.

Goldman Sachs

Molto paura, quantomeno a chi non ha relegato il ricordo del 2007 solo alla visione ciclica del film con Christian Bale e Brad Pitt. Le emissioni di Mbs (Mortgage-backed securities, le famigerate cartoralizzazioni dei mutui spezzettate in tranches con diverso rating) nel corso del 2020 hanno totalizzato un controvalore di 2,8 trilioni di dollari, esattamente il doppio rispetto agli 1,4 trilioni del 2019. Il tutto grazie ovviamente all'incentivo dei tassi ultra-bassi che hanno infiammato il mercato dei mutui immobiliari ma anche al ruolo di prestatore di prima, media e ultima istanza giocato dalla Fed con il suo acquisto mensile di 40 miliardi di quegli assets in seno al cosiddetto Qe4 o Qe anti-pandemico: nel solo 2020, la Fed ha visto aumentare la propria detenzione di Mbs di quasi 800 miliardi di dollari, fra drenaggio diretto e impegno all'acquisto. Praticamente, un generatore automatico di azzardo morale in nome della lotta alla pandemia.

E che la situazione stia sfuggendo di mano, lo confermano questi due grafici a corredo del report

Goldman Sachs
Goldman Sachs

dai quali si evince come non solo il tasso di apprezzamento immobiliare negli ultimi mesi abbia messo il turbo e segnato incrementi a doppia cifra ma anche che nella patria dei ragazzi che lasciano casa ai tempi del college per non tornarci più, se non per il Ringraziamento o a Natale, oggi il tasso di cittadini fra i 18 e 34 anni che vive con i propri genitori continua a salire. Insomma, al netto della calma olimpica di Jerome Powell, i sintomi di un mercato in ebollizione ci sono tutti.

Con un duplice rischio. Il primo legato direttamente all'operatività futura della Fed, poiché se per caso i trend di prospettiva inflazionistica dovessero rivelarsi esatti e la pressione sui prezzi dovesse imporre – se non un aumento tout court degli stessi – anche soltanto un principio di normalizzazione attraverso un tapering all'intervento espansivo, ecco che l’intero carrozzone patirebbe uno scostamento nella prezzatura di quelle cartolarizzazione in grado di fare danni. Enormi. E non tanto per i controvalori, quanto per il contesto di bolla generalizzata in cui viaggia l’intero mercato azionario e obbligazionario mondiale. Praticamente, un vaso Ming la cui base è attualmente al 51% poggiata comodino, mentre il 49% è già in bilico. Se invece le autorità continuassero a sottostimare il rischio di stagflazione, sbandierando le tracciature ufficiali dell’indice Cpi e rinnovando il proprio impegno di supporto all'economia, il rischio è quello di un’ulteriore, ingestibile espansione delle emissioni di Mbs (cartoralizzazioni). Esattamente come avvenne nel biennio precedente al botto pre-Lehman. Le banche, infatti, avrebbero davanti a sé una prospettiva percepita comunque a rischio zero, win-win: con la Fed che acquista quella carta, il timore di ritrovarsela a bilancio in massa con i prezzi in caduta libera (come avvenne nel 2008) si allontana. E anche in caso di crisi del mercato legata a un aumento delle insolvenze sui mutui, esiste il paracadute delle foreclosures. Le ipoteche, gli sfratti esecutivi e immediati per pignoramento. Tutt'intorno, un Paese che però vedrebbe aumentare a dismisura la tensione sociale, già portata ai massimi livelli dalla competizione elettorale d’autunno. Non a caso, fin dalla fine di novembre la Fed aveva tradito se stessa e il suo falso approccio tranquillizzante in materia, quando le minute del penultimo board hanno reso pubblico il dissenso esplicito e preoccupato di alcuni membri rispetto proprio all'ipotesi di un possibile ampliamento del controvalore di Mbs acquistati al mese. Se l’ammontare di Treasury restava materia di discussione, quello relativo alle armi di distruzione di massa immobiliare era stato tolto dal tavolo. Preventivamente. Un segnale. Che ci porta al secondo rischio, evidenziato da questi ultimi due grafici

Str
Bloomberg/Zerohedge

il primo dei quali mostra come nella settimana fra il 13 e il 19 dicembre scorsi, il tasso di occupazione di stanze d’albergo negli Usa abbia patito un calo su base annua del 26,4%, attestandosi al 36,8%. Ma non basta, perché stando ai dati raccolti dalla Str, se la tariffa media giornaliera era scesa del 21,9% a 85,50 dollari, il margine per stanza disponibile era addirittura arrivato a soli 31,45 dollari, un calo su base annua del 41,5%. Di fatto, la seconda ondata di Covid mieteva vittime nel settore delle strutture di accoglienza e svago anche negli Usa, dopo aver rovinato stagione sciistica e delle festività in tutta Europa. Una situazione che il Ceo di Best Western, David Kong, descriveva così alla Cnn: “Se il vaccino non sarà disponibile molto presto e il business non tornerà a livelli pre-pandemia, la situazione non potrà che peggiorare. E di molto”. E i numeri parlavano chiaro, tanto da far spingere l’alto dirigente a una previsione di ripresa sostenuta solo nel 2023: soltanto negli Usa sono nell'ordine dei 2 milioni i posti di lavoro legati al settore alberghiero già andati in fumo e il 25% degli hotel del Paese è a rischio di pignoramento.

Ed ecco entrare in campo il secondo grafico, quello dell’indice che traccia proprio le cartoralizzazioni di mutui e affitti legati a hotel, resort e centri commerciali: se il combinato di annuncio del vaccino e stimolo federale aveva consentito alla tranche più a rischio di quelle obbligazioni (Bbb-) di recuperare parte del prezzo bruciato con la prima ondata di Covid, le tensioni delle ultime settimane hanno già interrotto il trend, come mostrato dalla freccia verde. Se ora la campagna vaccinale tardasse a riportare la normalità o la Fed sbagliasse anche soltanto una mossa o un annuncio relativamente ai tassi, la palla di neve dell’immobiliare sarebbe pronta a rotolare a valle sotto forma di valanga. Ancora una volta.

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