L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 gennaio 2021

Se non educhiamo 10.000 uomini ci spolperanno vivi

Crisi? Se Renzi guarda il dito (Biden) e non la luna (Merkel). Parla Sapelli

Di Francesco Bechis | 05/01/2021 - 


Una scommessa giusta, al momento sbagliato. Renzi ha innescato una crisi per cavalcare l’era Biden ma non ha fatto i conti con Merkel e il partito internazionale che tifa lo status quo a Roma, dice l’economista Giulio Sapelli. La Lega? Diventi un partito transazionale dei produttori, o morirà di tatticismi

Falsa partenza. Matteo Renzi ha innescato una crisi di governo pensando di cavalcare l’era Biden. Buona l’intuizione, pessimo tempismo, dice Giulio Sapelli, storico ed economista della Statale di Milano. Ci sono altre forze, in Europa e non solo, che tifano per lo status quo.

Sapelli, esiste una regia internazionale della crisi?

Diciamo che alcuni attori locali si sono convinti che ci sia una congiuntura internazionale in atto.

Chi?

Matteo Renzi, anzitutto, e poi Walter Veltroni e gli altri clintoniani italiani. Quelli che, per intenderci, negli anni ’90 hanno sposato la linea Clinton-Blair portando la sinistra ad abbandonare la via keynesiana per abbracciare l’ordoliberismo, sono tornati. Hanno capito che Biden proseguirà la nuova Guerra Fredda con la Cina e che il governo Conte-bis deve tornare sui binari dell’atlantismo.

Quella di Renzi è una scommessa azzeccata?

No, perché la sua equazione non tiene conto delle relazioni europee. Della debolezza francese, con un presidente, Macron, che non ha un orizzonte sicuro e insiste a muoversi solo in ottica anti-tedesca e anti-americana. Di Angela Merkel, la cancelliera che tutto vuole, tranne che un cambio di passo a Roma. La sua compagnia di ventura, rappresentata nel governo da gente come Gualtieri e Gentiloni, è un formidabile presidio dello status quo.

L’ex premier sembra sicuro di poter cavalcare l’era Biden.

Ma ha fatto male i conti. Gli americani prenderanno tempo prima di cambiare congiuntura, hanno troppe grane interne da risolvere. La stessa rielezione al Congresso di Nancy Pelosi, baluardo del vecchio establishment, significa che la nuova era Biden è ancora fitta di nebbie, che la ventata di nuovo oltreoceano incontrerà non poche resistenze.

Falsa partenza?

Un’illusione. Renzi è un barone di Münchhausen, che vede cose dove non ci sono, e sbaglia mira quando spara con il cannone. Voleva rottamare, di nuovo. Finirà rottamato dalla frana di ciò che rimane della sinistra e dalla disintegrazione del grillismo e di Rousseau.

Il Pd farà la stessa fine?

C’è chi ha individuato una via d’uscita. Gli unici rimasti a fare politica sono Bettini e Zingaretti. Il segretario è tutt’altro che uno sprovveduto. Ha capito che per un cambio di passo il Pd deve allearsi stabilmente con i Cinque Stelle. Cioè fare quello che La Margherita e il Partito popolare fecero con i Ds anni fa. All’epoca distrussero l’eredità comunista, oggi, con un abbraccio mortale, possono far sparire quella grillina. Ma c’è un’altra cosa con cui Renzi non ha fatto i conti.

Ovvero?

I sondaggi. Perché Mattarella e Conte hanno un consenso così alto? Perché in un momento di crisi la gente guarda alle istituzioni. La pandemia ha trasformato gli italiani in un popolo di agnellini. Il massimalismo di Gramsci, il sovversivismo di cui parlava De Gasperi sono solo un lontano ricordo. Siamo diventati un popolo di piemontesi. Io, da piemontese, me ne compiaccio.

Chi vuole davvero Mario Draghi a Palazzo Chigi?

La verità? Nessuno. Chi lo conosce sa che non è adatto per un compito così difficile. Le cancellerie europee e quelle americane, ma anche Draghi stesso, sanno perfettamente che serve un politico, non un tecnico, per raccogliere questa disgregazione.

Che politico?

Uno che conosca davvero il gioco della politica, un creativo e non un esecutore. Non ne vedo all’orizzonte, e infatti la salvezza è una sola.

Quale?

Il ritorno al voto. Gli Stati Uniti hanno votato in mezzo a una guerra mondiale, i francesi hanno tenuto le elezioni comunali durante la pandemia, si può fare benissimo. Il ritorno alle urne permetterebbe al Pd di attuare l’unione con i Cinque Stelle, all’opposizione di farsi un vero programma. Ci libererebbe da questo ufficialismo sudamericano che, di questo passo, porterà alla nascita di un Chavez italiano. Dalla tragedia alla farsa.

Il centrodestra è disorientato?

Deve capire che non si vive di sola tattica, serve una strategia. Il prossimo passo della Lega è trasformarsi in un grande partito dei produttori, interclassista, che dice no al reddito di cittadinanza e ai bonus, sì agli investimenti shock, alle misure per le imprese e le cooperative solidali. Poi ben venga la tattica, a cominciare dalle cose urgenti. Come le dimissioni di Gallera in Lombardia, non so cosa stiano aspettando.

Mancano pochi giorni all’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Che impatto avrà sulla politica italiana?

Una cosa è certa. Il bidenismo farà le pulci a tutti quelli che hanno scritto quell’infausto memorandum con la Cina per la nuova Via della Seta, nessuno escluso. Cambiano i toni, il contenuto no.

Cosa ne sarà dell’accordo Cina-Ue sugli investimenti?

Un errore strategico non confrontarsi prima con Biden, sarà pagato a caro prezzo. È la riprova, semmai ve ne fosse bisogno, di una Ue a trazione franco-tedesca che vede l’Italia ai margini, come è ai margini in Libia, in Egitto e in tutto il Nord Africa.

La Guerra Fredda continua?

Senza esclusione di colpi. L’ultimo, vincente, è stato assestato da Pechino, con la firma del Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership, ndr) con i Paesi dell’Indo-Pacifico. Quattro anni dopo, la scelta di Trump di abbandonare il Tpp si è rivelata un clamoroso errore, Obama ci aveva visto lungo. Ora la Cina dà le carte nella regione.

Pechino è un passo avanti?

Sconta una grande debolezza, che la rallenterà nel medio periodo. Xi Jinping non ha catene di fornitura abbastanza lunghe per costruire quello che ha in mente, il virus lo ha dimostrato. Per questo sta cercando in tutti i modi di invertire la dipendenza dall’export, e di sostituire le multinazionali tedesche, francesi e americane con quelle cinesi. Con un certo successo.

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