L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 14 gennaio 2021

Stati Uniti una democrazia putrescente la subcultura/cultura già all'opera per screditare i paesi autonomi ed indipendenti rispetto ai suoi imperi


12 GENNAIO 2021

I principali rivali dell’Impero americano avranno probabilmente vissuto un momento di giubilo alla vista dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, un evento già consegnato alla storia e che avrà delle ricadute negative e durevoli sull’immagine degli Stati Uniti e della democrazia liberale nel mondo. Superato il possibile momento di eccitazione iniziale dovuto all’irrazionalità emotiva, nei circoli politologici vicini al Cremlino ha preso il sopravvento uno stato d’animo ben definito: l’inquietudine.

La Russia, infatti, pur essendo estranea agli eventi che stanno scuotendo la transizione presidenziale, i quali sono da contestualizzare nell’ambito di una crisi identitaria squisitamente americana, sta venendo accusata da più parti di ingerenze e additata come una delle cause principali delle turbolenze che stanno affliggendo la politica e la società degli Stati Uniti. Tutto lascia presagire che le ricadute dell’epilogo tragico dell’era Trump non saranno circoscritte all’Occidente, dalla libertà di pensiero ai partiti del populismo di destra, ma che potrebbero estendersi in tutto il mondo, travolgendo in particolare Mosca.

La Russia accusata dei disordini

L’assalto al Campidoglio ha esacerbato il clima di scontro sociopolitico negli Stati Uniti. Le vittime, oggi, a torto o ragione, appartengono al Partito Repubblicano, alla destra alternativa e al movimento QAnon, ma domani potrebbe essere il turno della Russia. L’intero sistema liberal, dai personaggi pubblici ai politici, concorda: il Cremlino sta festeggiando per la situazione drammatica e probabilmente ha avuto un ruolo nell’incitare la folla ad irrompere nell’edificio governativo, ragion per cui urgono provvedimenti icastici ed energici da parte dell’incombente amministrazione Biden.

Sono i segnali provenienti dalla politica, in particolare dal Partito Democratico, a suggerire che si potrebbe assistere ad un aggravamento dell’isteria russofoba di maccartista memoria a partire dal 20 gennaio, giorno dell’insediamento della presidenza Biden. Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato che i fatti di Washington sono stati “l’ultimo regalo [di Trump] a Putin”. Ben Rhodes, copresidente del think tank progressista National Security Action, è convinto che “Vladimir Putin attendeva questo giorno da quando, giovane ufficiale KGB, dovette andarsene dalla Germania Est alla fine della guerra fredda”.

Il mondo dello spettacolo, uno dei grandi feudi del movimento liberal, sta fungendo da megafono per raggiungere e condizionare la visione sui fatti dell’opinione pubblica. Da Tim Russ a Mark Hamill, non mancano gli attori che hanno condiviso e rilanciato la tesi di un’interferenza russa durante l’assalto al Campidoglio. La stessa situazione si registra nel mondo dell’informazione, da Haaretz a Voice of America e Radio Free Europe / Radio Liberty, dove sono state raccolte e pubblicizzate le opinioni di analisti e politologi convinti che il Cremlino abbia svolto un ruolo determinante durante i disordini per mezzo di operazioni di guerra informativa e infiltrazione di agenti provocatori.

In Russia vige la rassegnazione

Il ritorno del Partito Democratico alla Casa Bianca è stato vissuto con disillusione al Cremlino, dove vi è piena consapevolezza di chi Joe Biden sia, cosa rappresenti e cosa intenda fare.

Biden, infatti, è prevedibile perché non è un volto nuovo: è un déjà-vu. Egli porrà fine alla simpatia di facciata con l’omologo russo e al clima di cordiale ostilità tra i due Paesi, riportando la tensione ai livelli del secondo mandato Obama. Questo avverrà perché Biden è in primis un democratico, ossia rappresentante di quel partito che per quattro anni ha accusato Mosca di aver manipolato le presidenziali del 2016, in secundis è un liberale internazionalista, scuola Jefferson, ovvero un politico ideologizzato che ha una visione manichea del mondo, e in tertiis è chiamato a ripristinare l’immagine danneggiata degli Stati Uniti e della liberal-democrazia.

Il modo in cui sta evolvendo drammaticamente la transizione presidenziale, tra censura del pensiero libero e paura rossa, potrebbe spianare la strada alla trasformazione del “prevedibile” in “certo”, contribuendo a radicalizzare le posizioni della squadra Biden su difesa del mondo libero, contrasto agli autoritarismi e trattamento della Russia, ritenuta la principale causa delle difficoltà che stanno affrontando le democrazie occidentali.

Fyodor Lukyanov, direttore delle ricerche del Valdai club, uno dei think tank più influenti al servizio del Cremlino, ha spiegato a RT che “non è difficile da prevedere chi sarà il nemico numero uno [ndr. la Russia]. La lotta inevitabile dell’America per reclamare il proprio eccezionalismo condurrà a dei tentativi di dividere il mondo fra autocrazie e democrazie [e] non è da escludere qualche promozione aggressiva della democrazia”.

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