L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 febbraio 2021

Alla prima occasione utile il fanfulla ha abiurato per entrare nella corte dello stregone maledetto al servizio di Euroimbecilandia. Il regolamento del Recovery Plan per l'Italia prevede le solite raccomandazioni tagli alle spese ed aumenti di tassse, soprattutto sulla casa. Un VINCOLO ESTERNO che è una gabbia di ferro

Come e perché la Lega vota il regolamento sul Recovery (e che cosa prevede)

10 febbraio 2021


La Lega nell’Europarlamento approva le regole del Recovery Plan. I dettagli sul regolamento approvato, l’analisi di Liturri e il commento del Sole 24 Ore

La Lega dice sì alle regole del Recovery Plan. Dopo aver ricevuto rassicurazioni sulla svolta espansiva della politica economia del prossimo governo Draghi il Carroccio dà il suo placet al piano di rilancio economico finanziato con fondi europei. “Preso atto dell’impegno che non ci sarà alcun aumento della pressione fiscale, che la stagione dell’austerity è finalmente archiviata – scrivono in una nota gli europarlamentari della Lega Marco Zanni e Marco Campomenosi -, che si ridiscuteranno i vecchi parametri lacrime e sangue e che si aprirà una stagione nuova per l’utilizzo dei fondi del Recovery, prendiamo l’occasione per riportare l’Italia protagonista. Voteremo a favore del Recovery Resilience Facility per dare concretezza alla fase nuova che sta per iniziare”.

LE REGOLE DEL RECOVERY PLAN

L’approvazione delle regole che governano il Recovery fund consentono agli Stati di avere tutte le informazioni necessarie per la preparazione dei piani nazionali di rilancio. Le versioni definitive dovranno arrivare a Bruxelles entro il 30 aprile. La Commissione Ue, una volta ricevuti i piani nazionali, ha un massimo di due mesi per valutarli e passare la palla all’Ecofin, che in due settimane deve dare l’ok definitivo. Ciò significa che le prime tranche dei fondi del Recovery potrebbero arrivare negli stati membri già da giugno. Per i più veloci potrebbero esserci corsie preferenziali per ricevere il via libera e, successivamente, i fondi. Gli stati però devono collaborare e consegnare piani preparati con scrupolo, credibili e lungimiranti. Tra l’altro una volta consegnati possono essere modificati solo con motivazioni molto forti. Il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha chiesto agli stati di trovare un giusto punto di equilibrio tra “riforme e investimenti”, affinché “il rilancio economico sia resiliente e duraturo.

LE RIFORME IN BALLO

Per quanto riguarda le riforme, si parte da quelle indicate nelle raccomandazioni Ue 2019 e 2020. Non bisognerà certo inserirle tutte ma una parte significativa. Molti Paesi hanno già stilato i priori piani, i progetti di riforma più gettonati sono: spending review, riforme del fisco, del mercato del lavoro, per ridurne la segmentazione, e della sicurezza sociale. Molto spazio è stato dato anche alle riforme che aiuteranno l’attuazione del Recovery, semplificando ad esempio le regole sugli appalti, e riducendo i nodi burocratici che creano colli di bottiglia che ostacolano gli investimenti. Da Bruxelles arriva anche il monito a effettuare stime precise dei costi e a definire obiettivi realistici per far sbloccare le tranche di sovvenzioni. I governi possono chiedere i fondi due volte all’anno ma per accedervi dovranno dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi che si sono prefissi sia sul fronte delle riforme che su quello degli investimenti. A controllare non sarà solo la Commissione, se questa dovesse essere troppo indulgente un altro governo potrebbe chiedere uno scrutinio rafforzato di tutto il Consiglio.

LE RIGIDITA’ CHE PERMANGONO

Ha scritto l’analista Giuseppe Liturri: “il Regolamento del Recovery Plan è infarcito di riferimenti al Semestre Europeo, con tanto di rispetto delle raccomandazioni Paese (quelle del 2019 per l’Italia sono il solito elenco di tagli alle spese ed aumenti di tasse, soprattutto sulla casa) e richiamo alla procedure per eccessivi squilibri macroeconomici”. L’inadempienza potrebbe trasformarsi in “decine di miliardi di sussidi e prestiti che potrebbero essere sospesi o cancellati”. Ciò che preoccupa l’analista è la rigidità nel rispetto delle regole del Semestre Europeo e delle raccomandazioni Paese. “Infatti con riferimento al percorso di rientro del deficit e del debito pubblico – ha scritto nei giorni scorsi Liturri su Start -, che secondo l’articolo 15 del Regolamento, deve essere ben esplicitato nel PNRR, è disegnato un percorso di guerra che porterà solo al rallentamento della crescita”. 

IL NODO DEL PATTO DI STABILITA’

Se il Recovery Fund vuole fungere da stimolo alle economie europee puntando sugli investimenti di qualità, questo potrebbe scontrarsi con gli effetti recessivi del Patto di Stabilità. “Pochi ricordano che l’Italia è tuttora a rischio di “deviazione significativa” e di violazione della regola del debito e che le procedure del Patto di Stabilità non sono sospese: infatti la comunicazione della Commissione dello scorso 20 marzo – scrive Liturri – con cui è stata attivata la clausola di salvaguardia (general escape clause) mantiene attivo il Patto di Stabilità, tanto è vero che la Commissione lo scorso 20 maggio ha redatto un Rapporto secondo l’articolo 126(3) del Tfeu concludendo che la regola dell’obiettivo di medio termine del deficit non è soddisfatta e che non sussistono sufficienti evidenze per dichiararci inadempienti rispetto alla regola del debito”. 

IL CONTROLLO SULLA SPESA PUBBLICA

A questo va aggiunto che accettando il piano di finanziamento UE ogni Paese accetta di sottoporsi al controllo della composizione della spesa pubblica. “Ciò significa obbligare lo Stato membro ad adottare un piano di misure correttive da sottoporre alla valutazione ed al monitoraggio del Consiglio, con annesse missioni di sorveglianza – aggiunge ancora Liturri -. In una parola: il sogno proibito per gli euroburocrati di Bruxelles che per anni hanno tentato di infilare l’Italia in quel tunnel”. Il rispetto di tali procedure è condizione essenziale per l’approvazione del Recovery Plan. “Le linee guida specificano che attualmente ci sono 12 Stati membri (tra cui l’Italia) sotto esame approfondito e proprio essi devono accuratamente spiegare come il piano risolverà i problemi ivi evidenziati. Naturalmente, per l’Italia parliamo del rapporto debito/PIL – conclude Liturri -. Da notare che non esistono mezze misure. Chi è bocciato perde tutti i sussidi ed i finanziamenti”. 

LA VALENZA POLITICA DELLA MOSSA DELLA LEGA SECONDO IL SOLE 24 ORE

La svolta della Lega ha una valenza politica sottolineata dal quotidiano il Sole 24 Ore: “Un sì, quello della Lega, che allontana (definitivamente?) il partito del Capitano dai suoi alleati di Identità e democrazia, di cui peraltro il leghista Marco Zanni è il presidente, e dove siedono tra gli altri, i parlamentari del Rassemblement national di Marine Le Pen e di Alternative für Deutschland (AfD) che invece hanno entrambi votato «no». Una differenza di non poco conto. Prima di ieri la Lega si era astenuta così come ha fatto anche stavolta Fratelli d’Italia, schierato con il gruppo dei Conservatori riformisti di cui Giorgia Meloni è presidente”. Conclude il quotidiano di Confindustria. “C’è chi legge nella svolta di Salvini la conferma di un avvicinamento ai Popolari europei”

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