L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 febbraio 2021

Aumentano i farmaci per combattere efficacemente l'influenza covid. Quelli usati per l'artrite reumatoide danno risultati migliori

Covid, studio del S. Raffaele: scoperto anti infiammatorio che riduce mortalità

07 feb 2021 - 15:32

La ricerca avrebbe dimostrato la superiorità terapeutica di anakinra rispetto a tocilizumab

I risultati di una ricerca clinica appena pubblicata sulla prestigiosa Lancet Rheumatology dimostrerebbero come sia possibile spegnere la tempesta di citochine infiammatorie che colpisce i pazienti con forme gravi di Covid-19. Lo studio, coordinato da Lorenzo Dagna – primario dell’Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie Rare e professore associato dell’Università Vita-Salute San Raffaele – e da Giulio Cavalli, medico ricercatore della stessa unità, mette a confronto per la prima volta l’efficacia di due diversi tipi di anti-infiammatori in una coorte di pazienti con forme gravi di Covid-19: l’inibitore dell’Interleuchina IL-1 (chiamato anakinra) e gli inibitori di IL-6 (tocilizumab e sarilumab).

I risultati dello studio

Secondo i risultati ottenuti dallo studio solo anakinra ha prodotto una riduzione sostanziale della mortalità: la citochina da colpire è proprio IL-1. Non è tutto: lo studio dimostrerebbe anche la necessità di intervenire in modo tempestivo, dal momento che i pazienti trattati prima, ovvero quando gli indicatori dello stato infiammatorio erano più bassi, sono anche quelli che hanno avuto la prognosi migliore.

“I tassi di mortalità del Covid-19 sono in buona parte associati all’emergere, nei pazienti con forme gravi della malattia, della cosiddetta sindrome da tempesta citochinica, uno stato iper-infiammatorio caratterizzato da una risposta immune eccessiva e dannosa,” spiega Lorenzo Dagna, coordinatore dello studio. “Fin dall’inizio si è ipotizzato che le citochine più coinvolte nel processo infiammatorio fossero IL-1 e IL-6. I primi tentativi di trattamento si erano concentrati sull’inibizione di IL-6, soprattutto attraverso la somministrazione di tocilizumab”.

Il San Raffaele è il primo istituto al mondo che ha testato l'efficacia di anakinra

Il gruppo coordinato da Lorenzo Dagna è stato tra i primi a tentare nuove strade terapeutiche dopo aver osservato la scarsa efficacia di quest’ultimo: proprio il San Raffaele è stato il primo istituto al mondo che ha testato l'efficacia di anakinra, un farmaco utilizzato abitualmente per l'artrite reumatoide e altre gravi patologie infiammatorie. L’intuizione è frutto di una expertise unica al mondo nel campo delle terapie che interferiscono con IL-1.

“Il fatto che IL-1 sia un target terapeutico vincente è probabilmente dovuto al fatto che questa molecola precede il rilascio di IL-6. Ciò significa che con anakinra interveniamo, in modo mirato, a monte della cascata dei segnali infiammatori,” continua Giulio Cavalli, primo autore dello studio. “I dati del nostro studio – il primo a comparare tra loro i due trattamenti, per altro in un contesto complesso come quello pandemico – mettono ulteriore chiarezza sull’efficacia di questo approccio”. La ricerca dimostra inoltre l’importanza di intervenire in fase precoce, quando i danni indotti dalla malattia sono ancora contenuti.

“L’obiettivo della ricerca clinica su Covid-19 è andare, sempre di più, verso una personalizzazione delle terapie: non solo rispetto alle diverse categorie di pazienti, ma anche alle diverse fasi di malattia,” conclude Lorenzo Dagna. “Anakinra costituisce, se somministrato al momento giusto e ai pazienti giusti, un ulteriore strumento per evitare le progressioni più pericolose dell’infezione da SARS-CoV-2. Stiamo in questi giorni avviando uno studio randomizzato internazionale che ancor meglio sostanzierà l’efficacia e la sicurezza di questa molecola nei pazienti con Covid-19”.

Anche questa sperimentazione è parte del maxi studio osservazionale Covid-19 ( che ha incluso 1400 pazienti ricoverati per Covid) avviato a marzo presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele con il coordinamento del professor Fabio Ciceri, direttore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e primario dell’unità di Ematologia e Trapianto di Midollo, e del professor Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di Anestesia e Rianimazione Generale e Cardio-Toraco-Vascolare e prorettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele

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