L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 febbraio 2021

Basta che un uomo riesca a mantenere l'anima e tutto il Loro dannarsi per eliminarla diventa vano inutile sforzo

martedì 2 febbraio 2021

La ballata dell'abusivo


Unreal City, 2 febbraio 2021

Espropriarci delle nostre cose è facile.
Tanto facile che non le si riconosce nemmeno.
Ciò che prima, non molto tempo prima, appariva scontato - ora non lo è più.
La casa, le proprietà di famiglia, la mattonella su cui s'appoggia il piede la mattina, il lavabo, la porta, le scale, le strade, l'automobile, l'aria: tutto questo viene revocato in dubbio.
Il Potere insinua: perché dovrebbe essere vostro?
E lo stesso sentimento lo suscita a riguardo del passato e di ciò che, volenti o nolenti, ci apparteneva: monumenti, prati, basiliche, città, ruscelli e colline. Perché - ragiona il Potere - ciò dovrebbe esser vostro?
La libertà, infine, la serenità, il lavoro, l'equità di fronte alla legge, perché mai dovreste goderne? Chi l'ha sancito mai, ci diranno. Quale mondo era - questo mondo che ricordate? Esisteva davvero? Perché - ci diranno - questo mondo nemmeno esisteva, tanto che lo rammentano in pochi, così pochi che si ha il sospetto che siano pazzi. Così ci diranno.
E le moltitudini assentiranno, come fanno oggi, poiché i più sono ormai abituati a un'esistenza da trogolo digitale, da allevamento seriale; e la sola rivendicazione di un'Italia solare e piena di vita, ricca di intelligenza, aspra e gioiosa assieme, li getta nella disperazione.
E via via diverremo abusivi in casa nostra. Ci sfratteranno da ciò che abbiamo costruito, riducendoci nelle riserve, o alla macchia, ammesso che si sia abbastanza forti da riuscire a resistere - alla macchia.
Nella mirabolante società aperta, decantata dai truffatori filosofici di ogni tempo, non si sono mai visti tanti muri.
Non ci è permesso quasi più nulla. Ogni cosa è coperta da un velo, riservata agli specialisti o agli addetti ai lavori oppure semplicemente preclusa: non si sa perché.
Nella società aperta, di cui si favoleggiava nei circoli più ottusi, l'amore è impossibile, poiché liofilizzato, alienato, pervertito, sostituito da simulacri che lo negano.
Nella straordinaria società aperta, per cui sono state bandite crociate e rivoluzioni sanguinosissime, nessuna cosa è trasparente, ma tutto è mediato dalla falsità, dai labirinti di specchi, dall'inganno.
Nella società aperta, un edificio di cristallo purissimo, non riusciamo a scorgere nulla, a comunicare con nessuno, a rivendicare il pur minimo diritto. Perché la società aperta è il castello incantato di Alcina dove una maga deforme vien presa quale ricettacolo d'ogni bellezza e il diritto, purtroppo, è sempre rovescio.
In questo mondo artificiale, innaturale, amorale e anomico, in cui i battiti del polso e del cuore sono azzerati, nemmeno il nostro corpo e il nostro pensiero ci appartengono. Ed è giusto, logico: dubitare persino di questo - del corpo e del pensiero - indurrà infatti tutti noi a chiederci: siamo? Esistiamo come esseri umani? Non saremo forse di troppo? Non sarà giusto cedere il passo?

Ci si trascina in città irreali, popolate da larve, ove il più pallido sentimento naturale del senso comune viene additato come crimine. In cui si è già abusivi poiché nulla ci appartiene più.
Eppure la salvezza sembra a portata di mano.

Proprio oggi ho assistito a un funerale cristiano. In una chiesa cristiana. La comunità filippina. O indiana. L'altoparlante esterno rimandava una litania d'estenuante ipnotismo. Nella chiesa una cinquantina di convenuti. La bara in legno scuro, di foggia essenziale. Il sacerdote e tre suoi officianti voltavano le spalle ai fedeli, continuando a salmodiare verso il crocifisso posto nell'abside - un'imitazione di gusto duecentesco. Ogni tanto la trenodia veniva intarsiata dai fedeli e dai congiunti, guidati da una sicura voce femminile. Dieci minuti. Quindici. Poi la comunione. Una cerimonia modesta, in una chiesa in cui le messe mi hanno sempre annoiato a morte. Eppure, qui, al volgere della sera, nonostante gli arredi a me noti, di avvilente normalità postconciliare, è sembrato compiersi un miracolo. Chi pregava, pregava davvero Dio. Ognuno era rivolto a lui. Né chitarre, né organetti, né bonomie; niente Amin da aiutare, né gruppi di ascolto, né pacchi per bisognosi, né raccolte alimentari; è bastato eliminare quel goffo bofonchiamento tra estranei cui si sono ridotte le messe attuali (con il Cristo ridotto a guardone, lì nell'angolo, un po' dimenticato) per ritrovare, pure in quell'ambiente da supermarket, lo scheletro polito e intatto dei meccanismi della fede.
In quegli attimi si è colti da una rivelazione: si prova la vertigine di sapere, immediatamente, inconfutabilmente, che il nostro posto nel mondo non può essere scalzato da nessuno. E nessuno deve osare farlo poiché, in nome di tale intuizione metafisica, si è ostinatamente disposti al sacrificio di sé.

Pubblico questi brevi e inutili pensieri durante la semifinale di andata di Coppa Italia: Inter-Juventus.

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