L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 12 febbraio 2021

Ci si domanda ma questi sapienti credono in quello che dicono? a cominciare dai fantastici miliardi diluiti in 6 anni del Recovery Fund, il VINCOLO ESTERNO, poi la divisione percentuale di quanto deve andare in tecnologia digitale, in ricerca e sviluppo, è ridicola, ma la ciliegina sulla torta c'è la offre l'ex sindacalista bullo. Questi scienziati si parlano addosso e si concentrano sull'OFFERTA e dimenticano la DOMANDA, dopo anni e anni di deflazione salariale, di precariato esteso a tutti, di estendere definitivamente l'età pensionabile blaterano e fanno i conti della serva


La manifattura italiana deve diventare un sistema resiliente, altrimenti rischia molto

di Marco Scotti ♦︎ 

Gli indici più recenti lo testimoniano: è l’industria il settore trainante della nostra economia. Ma per agganciare una ripartenza che rischia di essere più debole di quella degli altri Paesi urge creare un sistema integrato. Il CFI prova a fare la sua parte con il documento “Produrre un Paese Resiliente”. Se n’è parlato al workshop annuale dell’Associazione, con Luca Manuelli, Tullio Tolio, Elio Catania, Marco Bentivogli, Andrea Bianchi, Maurizio Marchesini

10 Febbraio 2021


Il Covid non è stato una livella come avrebbe detto Totò. Al contrario. Ha diviso il grano dal loglio, le aziende ormai “scariche” da quelle resilienti. Proprio la resilienza – ovvero la capacità di reagire efficacemente a un evento traumatico come una pandemia – è il nuovo paradigma che accompagna i soggetti industriali eccellenti. Gli esempi sono molteplici: da chi ha saputo riconvertire la produzione a chi è stato in grado di aggirare una catena di fornitura improvvisamente ferma. Il risultato è quindi che la resilienza è a tutti gli effetti un elemento chiave del mondo economico 4.0, caratterizzato da personalizzazione di massa e just in time, in un’ottica in cui le scorte tendono a zero. Ed è il motivo per cui molte aziende manifatturiere sono riuscite a sopravvivere al brutto periodo della pandemia. O addirittura, non raramente, a performare bene. Tanto che, come molti indici mostrano con chiarezza (l’ultimo è il Purchasing manufacturing index) il settore industriale in Italia è l’unico che tiene. Ora però è tempo di rendere la resilienza una caratteristica sistemica di tutto il panorama industriale italiano, attraverso opportune politiche industriali (i lettori perdoneranno la ripetizione). Anche perché il momento – ovvero l’elaborazione del Pnnr da presentare definitivamente alla Commissione Europea da parte del costituendo Governo Draghi – è propizio. Anzi, nella storia italiana dal dopoguerra in poi non c’è momento migliore dell’attuale.

«È partendo da considerazioni di questo tipo – ci spiega Tullio Tolio presidente del Comitato scientifico del Cluster Fabbrica Intelligente in occasione del workshop annuale “Produrre un Paese resiliente sostenibile: le sfide dell’innovazione del settore manifatturiero” – che il Cfi, durante il lockdown, ha riunito 50 esperti scientifici per ragionare sulla visione del futuro per la manifattura. Le nostre considerazioni sono partite da una sorta di “sorpresa”: tutti si aspettavano che Italia e Germania, due i più importanti paesi industriali del mondo, potessero far fronte a qualsiasi esigenza produttiva. La verità è stata invece che abbiamo assistito durante la prima fase del lockdown a una sorta di “blocco”».

Il Cluster Fabbrica Intelligente ha dunque messo a punto un documento in cui manifattura, produttività, sostenibilità, sviluppo si compenetrano in un nuovo paradigma che garantisce migliore efficacia ed efficienza a tutti gli stakeholder. Partendo dall'assunto che le aziende che più avevano puntato su ricerca e sviluppo erano state avvantaggiate, il Cfi ha portato avanti alcuni cavalli di battaglia come la possibilità di svolgere varie mansioni a distanza, dal commissioning alla manutenzione. E da ripensare c’è anche l’intera supply chain, che è stata totalmente disarticolata dalla pandemia. «Si è creato una sorta di obbligo – aggiunge Tolio – che impone la collaborazione tra soggetti che non erano mai stati abituati a farlo. Per fare in modo che una situazione del genere non si riproponga più serve costruire un’infrastruttura. Durante la pandemia tutte le criticità, dalle mascherine fino ai reagenti e ai tamponi hanno mostrato le difficoltà. Oggi siamo in grado di realizzare centinaia di milioni di Dpi al giorno, a marzo dello scorso anno decisamente no. I progetti che potrebbero essere lanciati per far crescere l’ecosistema sono molteplici e il documento che abbiamo prodotto è una sintesi di quanto si potrebbe fare.

Manuelli: «Per il manifatturiero permane situazione di profonda incertezza»

Luca Manuelli, cdo di Ansaldo Energia, ceo Ansaldo Nucleare e presidente del Cluster Fabbrica Intelligente

«Ancora oggi – ha sottolineato il presidente del Cfi Luca Manuelli – permane una situazione di profonda incertezza, determinata dalla pandemia. Il Covid-19 ha prodotto circa due milioni di morti a livello mondiale e circa 100mila in Italia. Il Pil globale è calato quest’anno del 3,5%; e in Italia del 9%. Per il 2021 le previsioni sono in continuo aggiornamento; allo stato, tuttavia, è prevista una crescita mondiale del 5%, mentre in Italia con ogni probabilità ci si fermerà al 3-3.5%, al di sotto degli obiettivi europei del 4,2%».

Per Manuelli Produrre un Paese Resiliente e Sostenibile rappresenta non solo una opportunità ma anche «una cosa che si deve fare». Si guarda, in prospettiva, le risorse del Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il programma di investimenti che l’Italia deve inoltrare alla Commissione Europea nell’ambito del Next Generation EU – strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19. Dei 209 miliardi disponibili, la parte ad oggi destinata all’industria è pari a circa 26 miliardi. Si tratta, per il Paese, di utilizzare questi capitali nel migliore dei modi. Due, per Manuelli, sono le condizioni perché ciò accada. Anzitutto, si deve realizzare “debito buono”, e cioè investire in attività in grado di produrre competitività di sistema, sviluppo delle imprese e dell’occupazione, e non in impieghi privi di ritorno, che finiscano per pesare sulle spalle delle future generazioni: alcuni temi prioritari riguardano lo sviluppo delle competenze, il ruolo delle filiere e il coinvolgimento delle piccole e medie imprese nei percorsi dell’innovazione e della sostenibilità. In secondo luogo, bisogna sfruttare al meglio il contributo dell’ecosistema collaborativo della manifattura del quale il Cfi è attore fondamentale, sia nella fase di definizione del Piano che nella relativa realizzazione.

Risorse del dispositivo Next Generation EU per missione

Marchesini (Confindustria): «Il nuovo parametro per le imprese è la flessibilità, non più la produttività»

Macchina di Marchesini, uno dei principali produttori di packaging in Italia

La pandemia ha presentato un conto salatissimo ad alcuni comparti (turismo e ristorazione su tutti) che sono stati pressoché azzerati. Ma anche altre industry si sono ritrovate a dover fronteggiare un cambiamento repentino, rimodulando la produzione su nuove esigenze di mercato. Non è un caso che alcuni produttori di automobili si siano messi a creare mascherine o che altri che fino a poco tempo prima erano specializzati in tessuti abbiano riconvertito la produzione verso nuove possibilità più richieste. «Noi non potevamo fermare i nostri stabilimenti – ci spiega Maurizio Marchesini, vicepresidente di Confindustria che porta un esempio concreto come la sua azienda, fra i leader nel mercato del packaging – ma per fortuna stavamo già lavorando a strumenti che ci consentivano di operare con l’assistenza da remoto. Perché con i blocchi imposti dal lockdown non potevamo più recarci, fisicamente, negli stabilimenti dei clienti per manutenere i macchinari. Ad esempio avevamo elaborato quello che in gergo si chiama un Factory Acceptance Test, ovvero una verifica effettuata da una squadra di tecnici per controllare la rispondenza delle specifiche e la validazione del macchinario prima della spedizione. Non era scontato riuscire a farlo, e invece abbiamo completato la procedura per 120 macchinari. Stiamo continuando su questo solco ma, in più, abbiamo anche sviluppato delle app che ci permettono di assistere l’utente da remoto».

Quello che emerge come tratto distintivo delle imprese resilienti è di aver risposto con tempestività e flessibilità alle nuove esigenze della pandemia. La Marchesini, ad esempio, ha realizzato le linee che a San Pietroburgo stanno producendo il vaccino Sputnik. Un business, ovviamente, mai sperimentato prima. Durante la pandemia non mancavano gli strumenti, ma mancavano le richieste del bene tradizionale. Per questo si è assistito a un fenomeno massiccio di riconversione. La stessa Marchesini ha sviluppato in tempi rapidi un macchinario per la produzione di un tessuto non tessuto idoneo a proteggere dalla trasmissione del virus. La “lezione” appresa è che più si è a un livello di collaborazione aperta, più è facile raggiungere gli obiettivi in tempi più rapidi. L’efficienza, mantra dell’industria pre-Covid deve essere sostituita dall’adattabilità. «Un tema che è entrato nella filiera – aggiunge Marchesini – è che vi è una rischiosità nella lontananza. Resterà una maggiore flessibilità, con produzioni più piccole, con una variabilità tra filiere che si adoperano per ottenere un medesimo risultato. Tutti questi obiettivi si possono raggiungere solo con l’evoluzione digitale. E per fare ciò bisogna riportare l’uomo al centro: non esiste una tecnologia che ci permetta di ottenere questi risultati».


Catania (Mise): «Per il trasferimento tecnologico il Governo ha stanziato risorse considerevoli»

Elio Catania, senior advisor e consulente del Mise

Non è una grande novità ma un tema ancora molto attuale: le pmi sono ancora mediamente indietro per quanto riguarda lo sviluppo di una strategia digitale organica ed efficiente. Dunque si sono comprati i macchinari, perché c’erano gli incentivi, ma poi non si è fatto granché per integrarli all’interno della fabbrica e per beneficiare di tutto quello che possono offrire. «Abbiamo ancora parecchia strada da fare – ci racconta Elio Catania, senior advisor e consulente del Mise, dopo una vita al vertice delle aziende, con incarichi da ceo, fra l’altro, di Ibm, Ferrovie e Atm – perché il lancio del 4.0 ha consentito di cambiare passo, ma ancora ci sono tante aziende che non sono arrivate a questo nuovo paradigma. Il 2020 è stato un anno di stasi per ovvie ragioni, ma già il 2019 aveva mostrato una certa “stanchezza”, segno che una volta esaurita la spinta propulsiva degli incentivi non si è riusciti a trovare un modo per portare il 4.0 al centro di tutta la politica industriale». In questo momento a “tirare la carretta”, mentre si cerca di definire chi dovrà prendere le decisioni e portare il Pnrr definitivo a Bruxelles, sono i Digital Innovation Hub di Confindustria, i centri di competenza, i soggetti come il Cluster Fabbrica Intelligente. Alla base però deve esserci la consapevolezza che la ricerca e sviluppo e l’open innovation sono parte integrante della nostra cultura.

Mario Draghi, Presidente del Consiglio incaricato. Una delle mission principali del Governo che sta formando sarà scrivere il Recovery Plan, o Pnrr. L’Industria e le tecnologie abilitanti sono capitoli importantissimi, e il Cluster Fabbrica Intelligente continuerà ad offrire il suo contributo in tal senso

«Sei mesi non cancellano 51 anni di errori strategici. Le risorse – prosegue Catania – si possono allocare in tanti modi. Però mi sento di rassicurare gli italiani: il 20% del Pnrr destinato al digitale e il 37% alla transizione energetica sono cifre enormi. Poi c’è tutta la componente sociale e formativa. Abbiamo messo 11 miliardi per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, 4 miliardi per la banda ultralarga, due miliardi per le politiche di filiera. Per poi passare ad altri 4 miliardi all’economia circolare, 8 miliardi per la transizione energetica, 2,5 miliardi agli Its, 11 miliardi per le imprese. Nel frattempo, come Mise, abbiamo realizzato 112 incontri con le parti sociali per verificare l’avanzamento di diversi dossier. Ora serve prendere coscienza che manca una politica industriale vera: bisogna investire il 6,5% del pil in tecnologia digitale e il 3% in r&d contro l’1,4% attuale. Bisogna fare le riforme e bisogna farle subito. È questa la vera sfida politica che ci attende. Dobbiamo portare avanti uno sforzo collettivo con un lavoro collaborativo: siamo dei convinti trasformatori d’impresa e abbiamo davanti a noi un’occasione mai vista prima. Dobbiamo essere presenti su tante diverse possibilità, dai microprocessori alle batterie, dall’idrogeno alla sanità di nuova concezione».

Bianchi (Invitalia): «La situazione delle pmi è allarmante: serve un approccio sistemico»

Un fattore positivo, se così si può dire, emerso dalla pandemia è la necessità di digitalizzare la pubblica amministrazione. Per snellire le procedure, per garantire l’avanzamento dei lavori fondamentali anche in caso di lockdown. E per fare questo abbiamo già avuto un antipasto dell’unica ricetta possibile: modificare le policy degli interventi pubblici. «Dobbiamo considerare – ci racconta Andrea Bianchi, responsabile pianificazione strategica e politiche industriali di Invitalia, un manager “di lungo corso” che da sempre si occupa di politiche industriali e che in passato è stato sia in Confindustria che al Mise – il valore strategico del digitale per aumentare il livello di flessibilità necessario a sostenere l’economia italiana in una fase particolarmente difficile. È evidente, infatti, che le imprese più avanti nella digitalizzazione sono state quelle che hanno reagito meglio allo choc della pandemia. L’urgenza, ora, riguarda le pmi. Per fare questo serve un approccio sistemico che è sicuramente il maggiore elemento di novità portato dal Cluster Fabbrica Intelligente».

Andrea Bianchi, responsabile pianificazione strategica e politiche industriali di Invitalia

Per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso serve in primo luogo ripensare alle filiere produttive, che devono essere integrate attraverso piattaforme tecnologiche. Il Pnrr parla di digitale e di innovazione, ma dovrà chiarire una volta per tutte – e sicuramente la presenza di Mario Draghi offre una certa garanzia da questo punto di vista – come passare dal meccanismo di incentivazione che ha caratterizzato il Piano Industria 4.0 allo sviluppo di piattaforme di collaborazione, magari creando un network in grado di dare vita a un circolo virtuoso. «Punto centrale – aggiunge Bianchi – è l’impiego dei dati: a oggi non siamo ancora riusciti a sfruttare l’enorme potenziale che da essi deriva. Un impiego più consapevole di questo tipo di tecnologia, tra l’altro, mette al riparo da quella disgregazione delle catene produttive che eravamo abituati a conoscere: il mondo ci è sembrato più lontano e più debole».

Il Pnrr servirà tra l’altro a creare una sorta di risposta europea a vari temi che saranno i paradigmi degli anni a venire. Se il continente riuscirà a dare una risposta univoca non potrà più trovarsi in quelle condizioni di oggettiva difficoltà che hanno caratterizzato il primo lockdown. Ad esempio, una strategia univoca sul 5G o sulla produzione delle nuove batterie. Perché la dimostrazione plastica dell’efficacia del manifatturiero europeo è dato dalla capacità di produrre, improvvisamente, decine di milioni di dosi di vaccino o di mascherine, riorientando l’intero sistema industriale. Là dove c’è una forte chiarezza degli obbiettivi, dove la politica lavora fianco a fianco con le imprese per intercettare le nuove esigenze di mercato c’è un circolo virtuoso. «Con i vaccini – chiosa Bianchi – abbiamo creato un mercato che non c’era. E lo abbiamo fatto in pochi mesi ottenendo risultati straordinari. Abbiamo realizzato un modello di resilienza che potrà essere impiegato anche in futuro su altri dossier di politica industriale. Non è un caso che recentemente il Financial Times abbia invocato l’accelerazione di politiche comuni su vari temi. Il Pnrr dovrà rappresentare la perfetta sintesi di questo anno di pandemia in termini di politica industriale».

Bentivogli (Base Italia): «Nelle fabbriche di nuova concezione lavorerà l’umanità aumentata»

Marco Bentivogli, coordinatore nazionale Base Italia

Marco Bentivogli lo chiama ciclo Omn, cioè Opposizione-Moda-Nausea, ovvero il modo con cui le novità vengono accolte all’interno del nostro Paese. «Si comincia con un’opposizione immotivata – ci spiega l’ex leader della Fim Cisl – per poi passare a un momento di entusiastica accettazione prima di arrivare al rigetto. La gente non capisce che certi paradigmi introdotti con Industria 4.0 sono strutturali e destinati ad accompagnarci nel futuro prossimo». Qualcuno vuole già parlare di Industria 5.0, ma c’è ancora molta strada da fare per avere un’adozione capillare dei nuovi precetti manifatturieri. «Una smart factory – ci racconta l’ex sindacalista – contiene già per forza di cose degli elementi di sostenibilità. Ma non si parla soltanto di quella ambientale, ma anche del rispetto per condizioni di lavoro meno faticose e logoranti per gli operai Negli accordi che abbiamo stretto con Fca abbiamo deciso di collegare gli stipendi a degli obiettivi di produttività ed efficienza aziendale, ma anche al raggiungimento di determinati parametri come zero fatica e la riduzione degli infortuni. In questo modo abbiamo tracciato la rotta per un nuovo paradigma di contrattazione». Cambia dunque il modo di intendere gli obiettivi: non più soltanto migliorare i risultati economici o la produttività, ma anche permettere ai lavoratori l’ergonomia e una postura corretta. In questo modo si ottiene un valore che influenza positivamente la produttività. Siamo proiettati alla fabbrica del futuro, quella che compenetra le diverse aree di influenza. Una fabbrica, oltretutto, che non può fare a meno dell’essere umano.

Tullio Tolio, presidente del Comitato tecnico scientifico del Cluster Fabbrica Intelligente

«Qualsiasi tecnologia avanzata – ci racconta Bentivogli – ha bisogno di persone con una notevole qualificazione e professionalità. Bisogna tornare a investire sul capitale umano, non a fare il contrario. La comunità aziendale, le risorse umane, sono un valore fondamentale anche della fabbrica 4.0 in cui la tecnologia deve fungere da catalizzatore per raggiungere l’obiettivo della cosiddetta umanità aumentata. Prendiamo ad esempio la robotica collaborativa: con l’ausilio di questo mezzo tecnologico possono lavorare sulle linee, con ridotta fatica, anche le donne. Non solo, la compartecipazione di umano e digitale permette risultati migliori e incrementata efficienza». Sono dunque retaggio di un passato ormai superato quelle idee di fabbrica workerless come venne proposto a suo tempo da Hyundai. Si tratta di un paradigma obsoleto destinato esclusivamente al fallimento. L’obiettivo della fabbrica di nuova concezione è invece quello di potenziare gli esseri umani, dando loro competenze ed esperienze che li garantiscano e li realizzino nel lavoro.

Altro capitolo fondamentale è quello relativo alla formazione. Nel Pnrr si parla molto di Its, i centri di alta formazione che portano alla creazione di operai ultra-specializzati esperti di nuove tecnologie. Il Piano presentato dal governo ha stanziato risorse ingenti sulla formazione, ma serve uno sforzo ulteriore. «Al Sud – conclude Bentivogli – si sta creando un circolo vizioso per cui una minore concentrazione di aziende manifatturiere porta a una ridotta efficacia degli Its stessi. Invece è necessario garantire uguale accesso a questi istituti, al nord come al sud. Inoltre c’è da ricordare come serva indicare una rotta precisa su cui andare dal punto di vista industriale. Abbiamo dimostrato durante la pandemia di essere capaci di riconvertirci rapidamente o di concentrare gli sforzi in determinati settori cardine. Ora, ci sono altre aree su cui puntare: le batterie per le auto elettriche o il 5G, ma anche le navi intelligenti. Serve però che il Pnrr preveda degli elementi di integrazione europea, altrimenti c’è un elevatissimo rischio di parcellizzazione, con il sottofondo di un accordo franco-tedesco».

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