L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2021

Come può essere l'austerità espansiva ancora dobbiamo capirla. Il Recovery Fund sono soldi nostri che diventano debiti e allora non si capisce proprio perché dobbiamo chiederlo. Il migliore investimento strutturale che possiamo fare è assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione. Per anni Euroimbecilandia e i suoi epigoni, a cominciare dallo stregone maledetto, ci hanno riempito la testa che per superare la crisi dovevano riformare i diritti sociali che significa impoverirci sempre di più e ora sulla via di Damasco invertono le parole d'ordine e ci dicono che bisogna investire, ma anche qui c'è la fregatura, dove dicono loro senza tener conto dei veri bisogni di ogni comunità: coccolare ogni singolo membro a cominciare dal più debole

Contrordine neoliberisti”. Il debito non è il problema!

di Pasquale Cicalese
31 gennaio 2021

In calce l'articolo di Giavazzi

Punto e a capo. Il decano degli economisti mainstream, in realtà ingegnere, Francesco Giavazzi ha scoperto l’acqua calda. Due volte.

La prima: “il problema del nostro Paese non è il debito, ma l’assenza di crescita“. Se l’Italia crescesse il debito si ripagherebbe, perché il rapporto debito pil avrebbe al denominatore un numero maggiore. Ci è arrivato dopo decenni, lui, assieme all’altro campione, Alberto Alesina, teorici dell'”austerità espansiva”.

Il secondo, Giavazzi sostiene che il Recovery Fund non è un “regalo” dell’Europa, ma sono soldi per lo più nostri. Anzi, ma questo non lo dice, il nostro Paese è contributore netto (dà più di quanto riceve), come da decenni.

Occorre secondo lui fare investimenti in sanità, cambiamento climatico, ecc. accompagnati da “riforme strutturali” nella Pubblica amministrazione e nella giustizia.

Tutto vero, per quanto molto parziale. Ma sorprendete per uno che ha costruito la sua carriera raccontando esattamente l’opposto.

Che su quei falsi clamorosi ha costruito decine di giornalisti economici e persino qualche pessimo direttore (uno per tutti: Massimo Giannini, ideologo senza fantasia che ripete sempre le stesse quattro frasi copiate dal Giavazzi old style).

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Non è insomma possibile che un rovesciamento politico-economico del genere avvenga senza presentarsi in pubblico per confessare, a là Clenda – “ho detto tutte cazzate per 30 anni”.

Evidentemente da oltreoceano è arrivato l’ordine: il debito non è un problema con banche centrali e tassi a zero, secondo quanto spiegato dall’ex sottosegretario al Tesoro di Bill Clinton, Lawrence Summers. Ci siamo sbagliati, sembrano dire, incuranti dei disastri che hanno combinato.

Il convitato di pietra è la Cina, in piena crescita nonostante tutto.

Evidentemente non riescono più a tenerle testa, ma Giavazzi, che non ha letto Marx – e si vede – non riesce a capire perché quel Paese è l’unico, assieme a Taiwan e Vietnam, ad esser cresciuto.

Generazioni intere di studenti hanno bevuto da questo personaggio, e dunque – altrettanto – non possono capire perché questo modello del modo di produzione non funziona più. Anche questo un disastro immane.

Ovviamente non si prenderà responsabilità storiche che toccano anche a lui. Né smette (anche nell’articolo qui riportato integralmente 
di continuare a raccontare alcune palesi “bufale”, come “Consentire alle persone di andare in pensione a 62 anni non significa affatto sostituirle con altrettanti giovani, significa solo ridurre ulteriormente la partecipazione al mercato del lavoro che in Italia è già esigua“.

Perché lui è il “decano”. E affonderà con la nave su cui ha viaggiato in prima classe.

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Gli errori sul debito e l’assenza di crescita

di Francesco Giavazzi – Corriere della Sera

Una prospettiva scorretta nel mezzo di una crisi sanitaria, sociale ed economica può indurre a dare risposte sbagliate all’emergenza

È un errore continuare a ripetere che il nostro problema maggiore è il debito pubblico: il nostro problema maggiore sta nell’assenza di crescita. Se la nostra economia crescesse più rapidamente del nostro debito, ripagarlo non sarebbe necessario. Certo, i titoli quando scadono devono essere rimborsati, ma siccome l’unica variabile che davvero conta è il rapporto fra il debito e il Prodotto interno lordo, il problema si risolverebbe da sé.

Infatti, se il denominatore di questo rapporto, cioè il Pil, cresce più rapidamente del numeratore, il debito, il rapporto tende naturalmente a zero e cioè il debito, in rapporto al Pil, pur molto lentamente, scompare da solo. Questo purtroppo non significa che se l’instabilità politica fa salire il costo del debito la crescita basti, come tante volte Alberto Alesina ed io abbiamo cercato di spiegare ai lettori.

Insistere sull’equivoco che il nostro problema maggiore è il debito pubblico significa concentrarsi su un obiettivo di politica economica errato. Significa compiere un errore di prospettiva che nel mezzo di una crisi sanitaria, sociale ed economica, come ben sottolineato dal presidente Mattarella, può indurre a dare all’emergenza risposte sbagliate.

E se invece fosse proprio il debito la causa della nostra assenza di crescita? In parte è vero, ma allora il problema non è il livello del debito, bensì i motivi per cui il debito è stato creato, cioè come lo Stato spende le sue risorse.

Consideriamo due esempi: se il governo, come sembra, prorogherà fino alla fine dell’anno «Quota 100», il debito che ne consegue non aiuta la crescita. Consentire alle persone di andare in pensione a 62 anni non significa affatto sostituirle con altrettanti giovani, significa solo ridurre ulteriormente la partecipazione al mercato del lavoro che in Italia è già esigua.

Molto diverso è invece il debito che si crea, ad esempio, per migliorare la sicurezza e la qualità degli edifici scolastici. La scuola rappresenta la prima occasione di incontro di bambini e adolescenti con lo Stato: l’immagine di uno Stato trascurato e fatiscente non li invoglia a diventare cittadini onesti, requisito indispensabile affinché un Paese cresca. Anche il debito che si viene a creare allungando l’orario di lavoro degli insegnanti, così che le scuole non chiudano all’inizio di giugno e riaprano attorno al 10 settembre, è un aiuto alla crescita.

Quando si parla del progetto Next Generation Eu, il primo aspetto che viene sottolineato è che si tratta di risorse «regalate» dall’Europa. Innanzitutto questo non è vero perché l’Italia contribuirà comunque a finanziare anche questi sussidi, che peraltro sono una quota limitata del programma. La questione centrale rimane il modo in cui le risorse verranno spese. Quand’anche i progetti li finanziassimo tutti noi a debito, se le risorse sono spese bene non farebbe gran differenza. Che significa spenderle bene?

Il piano che sottoporremo all’Europa deve consistere di due parti: un elenco di progetti che soddisfino i criteri indicati (sanità, salvaguardia dell’ambiente, cambiamento climatico) e alcune riforme senza le quali è difficile pensare che qualunque piano si traduca in crescita. Evidentemente è il secondo aspetto — quasi del tutto assente nelle bozze finora prodotte — quello cruciale.

L’approccio al Next Generation Eu va quindi rovesciato. Dimentichiamoci che sia un «regalo», perché come ho detto lo è solo in piccolissima parte, e dimentichiamoci per ora l’elenco dei progetti, sul quale invece si è accesa l’attenzione della politica. Partiamo dalle riforme, il cui elenco è chiaramente indicato nello schema redatto dall’Europa: innanzitutto giustizia e pubblica amministrazione.

Dall’attenzione che il programma del nuovo governo assegnerà a queste riforme, dalla precisione e dal realismo degli impegni che assumerà, dalla qualità dei ministri che verranno incaricati di occuparsene si capirà la serietà del governo sul Next Generation Eu.

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