L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 febbraio 2021

Con lo stregone maledetto c'è il cambio di passo, il Grande Cambiamento serve per eliminare le aziende zombi concentrarsi su quelle in grado di competere a livello internazionale abbassando redditi e condizioni di lavoro nel contempo agire sul salario differito continuando a limare se non ad eliminare diritti sociali residui. Tosare le case, privatizzare il restante del pubblico: istruzione, sanità, pensioni, Enel, Eni, Leonardo, Fincantieri. Impadronirsi degli otto-diecimila miliardi di risparmi. LO SPREAD che dipende dalla Bce è di nuovo sventolato dai giornaloni e dalle televisioni come il drappo rosso che ci predispone ad accettare gli ordini di Euroimbecilandia gli ordini della finanza internazionale. Assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione è un investimento strutturale duraturo va contro gli interessi degli stranieri che vogliono depredare e rendere definitivamente povera la nostra nazione e il prossimo governo MAI lo farà

Draghi Presidente, ce lo spiega l’Unione Europea

di coniarerivolta
3 febbraio 2021

La crisi politica che si svolge sotto i nostri occhi appare difficile da decifrare se ci limitiamo alle dinamiche partitiche e personali. Sicuramente c’è stato un duello tra Conte e Renzi, sicuramente Italia Viva vorrebbe avere più peso nel governo e, soprattutto, nella spartizione delle risorse pubbliche che sarà definita nel Recovery Plan. Eppure, ci sembra impossibile comprendere quello che sta succedendo se non si allarga lo sguardo al contesto economico e sociale entro cui si svolge il teatrino dei tavoli di trattativa, del toto-ministri e delle conferenze stampa. Il contesto è quel piano inclinato che determina le tendenze di fondo, ovvero le dinamiche principali, più importanti, che trascinano dietro di sé tutti gli altri eventi, le carriere politiche dei singoli, le fortune dei partiti.

La più efficace fotografia del contesto ce la offre, su un piatto d’argento, una figura chiave dell’establishment europeo, Marco Buti, il capo di gabinetto (ruolo tecnico-politico) del Commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari Paolo Gentiloni. In una lectio magistralis all’Università di Firenze del 29 gennaio, Buti sintetizza i possibili scenari che aspettano l’Italia dietro l’angolo della crisi politica, attraverso l’immagine di una “trilogia impossibile”.

Lo scenario A, per Buti indubbiamente il migliore, è quello che vede un popolo italiano coscienzioso scegliere una guida illuminata che provveda immediatamente – cioè mentre la società corre verso i 100.000 morti per Covid e la crisi economica inizia a bruciare – a varare quelle importanti riforme che “servono” al Paese: taglio delle pensioni e dello stato sociale, stop al reddito di cittadinanza, sblocco dei licenziamenti, liberalizzazioni, privatizzazioni e tutto l’armamentario di misure lacrime e sangue che da trent’anni è usato contro i lavoratori per piegarli e costringerli alla povertà e alla precarietà, a salvaguardia del profitto di pochi. Secondo Buti, dunque, nello scenario A un governo saggio dovrebbe sfruttare il Recovery Plan per varare queste riforme: ogni euro prestato dall’Europa porterebbe con sé un carico di sacrifici che però, ci dice Buti, sono resi necessari dai peccati originali e dai mali strutturali che affliggerebbero l’Italia da decenni. Una cura dura ma necessaria! La convocazione di Mario Draghi al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un governo sarebbe, in questo senso, il sogno di Buti che si realizza.

Ma, ci dice Buti, c’è anche uno scenario B: si continua a tamponare la crisi con “bonus e piccoli progetti a pioggia” senza affrontare il nodo – impopolare – delle riforme strutturali. Notiamo subito che questo scenario rappresenta bene l’azione, fino ad oggi, del governo cosiddetto “giallorosso”, che nel 2020 – tra cassa integrazione straordinaria, bonus vari, ristori e l’esplosione del reddito di cittadinanza – ha provato a mitigare gli effetti sociali della pandemia aumentando il deficit pubblico di oltre 100 miliardi in pochi mesi. Ciò che Buti ci sta dicendo è: avete speso e spanso nei mesi più duri, per carità, avete fatto bene. Ora però serve il cambio di passo, perché la pazienza dell’establishment europeo nei confronti di questa maniera tutta italiana di affrontare la crisi sta per finire. Il tempo dei bonus a pioggia deve finire e lasciare il campo all’azione della cosiddetta distruzione creatrice, ben rappresentata dal recente report del Gruppo dei 30 redatto sotto la supervisione di Mario Draghi: un approccio alla gestione della crisi che dovrebbe sfruttare la violenza della pandemia per far cadere i rami morti, le cosiddette “imprese zombie”, e lasciar fiorire solo quei settori dell’economia che sono in grado di competere sui mercati internazionali, facendo leva sulla crescente fragilità dei lavoratori, spaventati dalla crescente disoccupazione e dunque sempre più disposti ad accettare strette salariali e un generale peggioramento delle condizioni di lavoro. Sotto ogni evidenza, l’approccio del governo Conte bis è stato assolutamente insufficiente ad affrontare l’emergenza pandemica, come abbiamo messo in luce in più occasioni. La critica sottesa alla narrazione di Buti, tuttavia, è diametralmente opposta alla nostra. Per noi servirebbe un governo capace di varare misure strutturali di sostegno al lavoro e all’intervento pubblico in economia, per Buti serve invece un governo capace di imporre ulteriori e definitivi tagli allo stato sociale e alle retribuzioni. Questo dato è il primo tassello utile a comprendere l’attuale crisi politica: l’azione del governo ormai uscente è insufficiente agli occhi dell’establishment europeo. Mentre preparano il prestito del Recovery Plan, le istituzioni europee pretendono un interlocutore capace di imporre all’Italia quell’ulteriore svolta neoliberista, quella stretta di austerità che serve a chiudere i conti con il modello sociale europeo novecentesco. Ecco emergere il contesto politico: il contesto naturale della pandemia rappresenta solo una preziosa occasione per la classe dirigente, la possibilità di rompere i ponti con una organizzazione sociale basata sul compromesso tra Stato e mercato.

Ma la parte più interessante della lezione di Buti è la sua conclusione, quella che lui chiama “soluzione C”. Già, perché Buti ci avverte che l’opzione B non è affatto stabile, bensì appare precaria e temporanea. Fuori dalla retorica della lectio magistralis, uno scenario B di continuità con le misure tampone non sarebbe consentito a lungo. Ed è lo stesso Buti a dirci chiaramente quali sarebbero le forze che, qualora ci rifiutassimo di abbracciare l’opzione A, ci richiamerebbero all’ordine e ci porterebbero a varare le fatidiche riforme strutturali, che nello scenario C verrebbero “imposte dai mercati finanziari”. È il ricatto dello spread, che Buti ci propone con l’innocenza di un bambino: “fino ad ora il potenziale effetto negativo del debito pubblico è stato neutralizzato dagli interventi dell’UE e, soprattutto, della BCE – ma sarebbe un errore fondamentale pensare che il vincolo di finanza pubblica non esista più…”. Più chiaro di così si muore: Buti ammette apertamente che è la BCE a governare gli spread, e dunque la minaccia dei mercati finanziari non è altro che la minaccia delle istituzioni europee a qualsiasi governo che si dimostri incapace di sfruttare la pandemia per distruggere gli ultimi residui di stato sociale sopravvissuti in Europa.

Questo è il contesto politico ed economico che spiega i movimenti di fondo che agitano la politica nostrana. Una volta compresi, ci consentono, a prescindere da chi si intesterà la vittoria politica di questa crisi, di trarre una conclusione: il piano inclinato della crisi conduce inevitabilmente a una stretta dell’austerità imposta dalle istituzioni europee. Il cerchio tracciato Buti nella sua lezione si chiude oggi con Draghi che sale al Quirinale: dopo aver piegato il Paese sotto il ricatto dello spread attraverso le leve della politica monetaria che manovrava da Presidente della BCE, ora Draghi fa il suo ingresso trionfante sulla scena politica italiana dalla porta principale. Contro questa nuova ondata di austerità occorre iniziare ad organizzare una resistenza, e contro quelle istituzioni una strategia di ampio respiro mirata a ricomporre la società intorno alla centralità del lavoro e fuori dalle logiche del profitto.

Nessun commento:

Posta un commento